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Il commento
Vicenda Schwazer, un rebus difficilissimo
Una brutta storia. Anche se occorrerà attendere le controanalisi del 5 luglio per saperne di più (o prima se verranno accolte le sollecitazioni della difesa) la vicenda della seconda positività di Schwazer mostra i segni di una difficilissima soluzione in positivo per lui. La battaglia fra accusa e difesa si svolgerà sul filo di cifre infinitesimali, ma è molto difficile che le conclusioni fra campione A e campione B siano diverse in un laboratorio accrediotato come quello di Colonia. Quello che èverto è che i periti di parte del marciatore capeggiati dal toscano Beppe Pieraccini metteranno in campo tutte le armi della difesa. E' presumibile che siano chiesti test di conferma sul dna e che altre analisi vengano fatte su altre provette. Ma è tutto molto complicato e difficile.
Intanto alcune risposte ai tanti punti interrogativi sollevati sono arrivate e non migliorano affatto la situazione per il marciatore altoatesino. Alcune tesi (ufficiose) potrebbero rispecchiare la posizione della Iaaf. Anche se molti dubbi restano. Chi, come e perché è stato fatto il secondo test (più approfondito, quello del 1° gennaio 2016) sugli ormoni che ha rilevato una leggerissima positività al testosterone esogeno? Il protocollo ufficiale prevede una serie di controlli per “validare” il passaporto ormonale introdotto nel 2015; da tre a cinque in un anno di cui uno durante la gara. Il che per Schwazer porta direttamente al test relativo alla gara di Coppa del mondo dell’8 maggio scorso. Quando questo test viene inserito dalla Wada nel profilo dell’atleta sarebbe scattato automaticamente l’allarme perchè uno dei valori (trattasi di tre parametri steroidei fra cui il testosterone) esula dalla variabilità consentita, cioè dall’oscillazione ammessa. Il software rivelerebbe in automatico le variazioni oltre le soglie specificate. Che nel caso specifico sono del 3% oltre i valori basali. E il test del 1° gennaio supera, sia pur di poco. Invitando al `super test`. La Iaaf, dunque, sa bene di chi sia quel test e in quale contesto a quale atleta venga attribuito. L’anonimità è garantita solo nel laboratorio. Secondo alcune interpretazioni questo automatismo rappresenterebbe la prova dell’inesistenza di un eventuale complotto.
In realtà che l’allarme sia automatico e automaticamente porti ad un riesame più approfondito è difficile crederlo. Altrimenti dovremmo pensare che tutti gli altri test che in via automatica – e sono numerosi - non hanno portato al riesame siano a posto. Il che paradossalmente toglierebbe il movente principale del doping volontario, cioè l’suo di prodotti vietati (testosterone esogeno) per migliorare la prestazione. Infatti è scientificamente provabile che quelle piccole quantità individuate nel famigerato test del 1° gennaio non abbiano alcuna influenza sulla prestazione. In questo caso verrebbe a cadere l’ipotesi di un doping in microdosi ripetuto furbescamente nel tempo. E’ logico che uno si dopi una volta sola in cinque mesi con una piccolissima quantità e così distante dalla gara? Facile la risposta. Ma per i regolamenti sportivi la logica non conta e di vicende doping prive di ogni logica è piena la storia passata. Poi, certamente il passato di Schwazer non aiuta. Le regole sono chiare e vanno accettate: sostanza esogena=responsabilità diretta dell’atletica=sanzione per doping. Dunque ove le controanalisi confermassero queste circostanze non ci sarebbero speranze per il marciatore azzurro. Ed è normale che sia così perché le regole vanno rispettate; se sono abnormi o sbagliate vanno cambiate ma mai in corsa.
Più ragionevole pensare che qualche rappresentante della Iaaf abbia visionato il profilo e segnalato al laboratorio di Colonia da cui il campione “anomalo” non si e mosso di andare più a fondo con il test sul carbonio 12-13. Ma di qui al complotto ce ne passa. Un dirigente Iaaf che vede un dato allarmante e lo segnala è nelle regole.
E’, piuttosto, indicativo che gli altri test fatti dal Nado Italia e l’enorme batteria di quelli eseguiti “privatamente” non abbiano individuato alcunché di sospettabile. La risposta è facile immaginarla, senza il “supertest” non si possono vedere quantità così minime. E allora,ci si chiede a garanzia di tutti gli atleti puliti, perché questo “supertest” non viene standardizzato in tutte le procedure di controllo? Costa? Costa, è vero, ma costa anche tutto il castello dell’antidoping e in un mondo-doping così sofisticato e diffuso globalmente occorre essere comunque all’altezza. Altrimenti l’antidoping non è più credibile. Ed è inutile parlare di lotta.
Anche queste ultime considerazioni, però, non sono dirimenti nella vicenda specifica. Il regolameto è chiaro e va rispettato: la sola presenza di sostanza vietata porta in questo caso alla sanzione.
La vicenda porta a pensare più ad doping involontario. Ma anche in questo caso ipotesi di salvezza non se ne vedono all’orizzonte. La contaminazione è esclusa: si sarebbero travati anche altri metaboliti; l’uso di integratori anche perchè negato da Schwazer stesso. La sostituzione di campione (scambio di provette) troppo facilmente individuale con un banale test del Dna. Dunque se di “pacco” si tratta, il “pacco” è arrivato a destinazione. Felicemente per il mittente. (E.Cap.)

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