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Temi e problemi dello sport moderno. Pubblicazione telematica indipendente in linea dal 1998 - Direttore: Eugenio Capodacqua
Hinault, le critiche a Froome e un plotone di termebondi Don Abbondio
`Non dovrebbe essere al via del Tour; il gruppo dovrebbe reagire e fermarsi`
Ma sono le regole assurde dell'antidoping mondiale a consentire questa situazione da molti considerata una vera ingiustizia
Il coraggio, diceva il buon Manzoni, se uno non ce l’ha non se lo può dare. E il ciclismo mondiale dev'essere pieno zeppo di individui timorosi e iperprudenti alla Don Abbondio. A farlo intendere, pochi giorni dal via del Tour de France è nientemeno che Bernard Hinault, un grande del passato, cinque Tour vinti e una carriera sportiva da numero uno assoluto. Il coraggio sarebbe quello di dire di “no” alla farsa dell’afro-inglese Chris Froome che nella prossima “grande boucle” insegue il suo quinto successo personale, nonostante sia ancora sub judice per la ben nota vicenda della positività al salbutamolo all’ultima Vuelta di Spagna: 2000 ng/ml nelle urine quando il massimo consentito (già un’enormità) è di 1000 ng/ml.
Dice Hinault che pure ha avuto il suo passato travagliato da qualche sospetto (il ritiro al Tour del 1980, dominato fino a quel momento; in quel di Bagnères de Luchon, Pirenei): “Froome non dovrebbe essere al via perchè risultato positivo ad un controllo antidoping. Contador per un caso simile è stato condannato, perché l’inglese no? E’ il momento di dire basta. Il gruppo dovrebbe reagire e fermarsi. I corridori dovrebbero dire: “o noi o lui”.
E’ quello che pensano in molti nell'ambiente, anche non proprio schierati sul fronte della lotta al doping. Mugugni, amiccamenti sottovoce, critiche spesso dettate da interessi di parte. Ma trovare il coraggio è altra cosa.
Il fatto è che quella delle regole invocate da Froome a giustificare il suo insistere nel correre, e non sospendere la sua attività in attesa del giudizio, è una realtà che mostra in chiaro tutta l’inefficacia di norme che possono essere stiracchiate a piacimento. Producendo un antidoping pilotabile e, in questo caso specifico, un’ingiustizia evidente. Oltre che un danno di immagine per tutto il ciclismo che uscirebbe con le ossa rotte nel caso il procedimento dovesse portare ad una condanna. Il che vorrebbe dire cancellare la classifica del Giro d’Italia vinto a maggio.Sorte che potrebbe capitare anche alle graduatorie della prossima corsa in giallo. E addio ad ogni credibilità per questa già strachiacchierata disciplina.
Ma si arriverà mai ad un sentenza? C’è anche chi dubita. E sono in molti a pensare che in questo sistema chi ha la possibilità di spendere per consulenti. esperti ed avvocati a gettone alla fine riesce sempre sfangarla in qualche modo. Altro che leggi e norme uguali per tutti. Eppure sarebbe un fatto di dignità, di rispetto. Perfino uno dell’ambiente come Bernard Hinault se ne è accorto e ha esternato con schiettezza il suo pensiero. Ma lui, che pure ai suoi tempi è stato un grande innovatore con gli studi sulla pedalata fatti nella galleria del vento della Renault Gitane, era soprannominato il “tasso” per la freddezza dello sguardo e la determinata volontà di emergere, e i corridori di oggi sono troppo concentrati sul proprio `piatto di minestra` (più o meno ricco) per impegnarsi in battaglie di principio e di dignità; per modificare regole assurde e “interpretabili” ad libitum. Regole che consentono ad un atleta positivo ad analisi e controanalisi di continuare a gareggiare. E’ il ciclismo di oggi. Ognuno per se, nessuno per tutti.
  • Bernard Hinault
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