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Temi e problemi dello sport moderno. Pubblicazione telematica indipendente in linea dal 1998 - Direttore: Eugenio Capodacqua
Mondiali 2018 - Evenepoel, un marziano a Innsbruck
Cade, incassa due minuti, recupera e stacca tutti nella corsa degli junior
Nulla di simile nella storia recente del ciclismo. Gli azzurri di De Candido fanno un eccellente gioco di squadra e agguantano un bronzo prezioso con Fancellu. Delusione fra le donne
C’è un che di “marziano” perfino nel nome: Remco. Certamente non comune. E, di fatto, il giovane belga Evenepoel sembra davvero precipitato come un extraterrestre fra i “poveri mortali” suoi coetanei che ha addirittura ridicolizzato nel mondiale junior dei pedali. Che fosse forte e gran favorito lo si sapeva alla vigilia, ma che fosse in grado di compiere un qualcosa di straordinario e mai visto forse neppure i suoi fans più accaniti lo avrebbero mai immaginato. Cade a una settantina di chilometri dal traguardo, perde un paio di minuti, risale in sella, rimonta con rabbia il plotone, mette alla frusta la squadra e poi scatta nel finale lasciando tutti con un palmo di naso. Un qualcosa di mai visto, appunto, a memoria di suiveur. Era l’uomo da battere, preceduto dalla straripante vittoria iridata nella crono. E sul difficilissimo circuito di Innsbruck ha dato addirittura spettacolo. Forza, potenza e resistenza mixate con un ritmo incessante, asfissiante per tutti. Piccolo, compatto e compostissimo in sella, ma dotato di un paio di cosce (i famosi “garùn di Binda) da autentico prof. E proprio fra i prof approderà presto, visto che la Quick Step se ne è assicurata i servigi già dalla prossima stagione. Se lo coccoleranno ben bene nella speranza di confermare quello che tanti addetti ai lavori lasciano intravedere del giovane diciottenne, già definito “il nuovo Merckx”. Il tempo ci dirà se davvero questo talento sarà all’altezza. Intanto lui, alza la bici passando a piedi il traguardo e poi allarga il sorriso felice su un volto appena appena toccato dagli sfoghi di un’età vigorosa e prorompente. Si agita e gioisce negli ultimi chilometri. Gesticola a indicare: “Sono io il numero uno”, e nel grigiore generale, già c’è chi si affretta a mettergli addosso l’etichetta di “personaggio”. Ma Remco ne ha ben donde. Due titoli europei e due mondiali: crono e in linea. Con l’idea già in testa di un Grande Giro e tante Grandi classiche. Un biglietto da visita importante anche e sopratutto per il modo con cui ha conquistato queste medaglie.
Per gli azzurrini, ottimamente orchestrati dal Ct De Candido, è arrivato un bronzo prezioso. La terza medaglia della spedizione l’ha conquistata meritatamente Alessandro Fancellu, 18 enne della Canturino, che ha concretizzato il grande lavoro della formazione italiana. La terza piazza azzurra anche nella Classica di Coppa delle Nazioni e i tre azzurri nei primi dieci (Benedetti sesto e Tiberi nono) fanno sorridere il ciclismo nostrano. E dicono di un futuro possibile. Sempre che si sappia (e si possa) progredire correttamente salendo di categoria. Cosa, purtroppo, non sempre automatica. Perché se il belga si è dimostrato davvero di un altro pianeta, la Giovane Italia si è battuta alla pari con tutti gli altri mettendo sul piatto della bilancia doti, capacità, tecnica e grande determinazione. Un patrimonio da custodire gelosamente, evitando che si perda per strada, come succede purtroppo spesso da anni.
La corsa è entrata nel vivo attorno al 70° chilometro. Uno scarto sulla sinistra e una scivolata nelle prime posizioni del gruppo causano una caduta generale. Ne fanno le spese soprattutto l’azzurro Samuele Rubino (costretto poi al ritiro) e Remco Evenepoel. Il belga prova a risalire subito in sella, ma la ruota posteriore è danneggiata. Armeggia, gesticola convulsamente, cerca il cambio ruota che tarda ad arrivare. Quando riparte ha perso circa 2’. Davanti tiravano già da qualche chilometro tedeschi e italiani, per prendere in testa la salita. Proprio in virtù di questo vantaggio inaspettato provano a mettere in difficoltà il belga il nostro Andrea Piccolo e il tedesco Mayrhofer. Evadono sulla salita più temibile, guadagnano un minuto. Dietro gli altri azzurri controllano, ma più dietro Evenepoel risale furiosamente verso il plotone. In venti chilometri si riporta sui primi. Dopo altri venti chilometri raggiunge i fuggitivi. Attende poco, poi forza ancora. Sempre con il suo ritmo asfissiante. Uno spettacolo di forza e potenza straripante. Resistono il tedesco Mayrhofer, il ceko Vacek e Piccolo, che però cede subito dopo.
Nella discesa che porta al circuito Vacek è vittima di crampi. Intanto Piccolo e Benedetti provano a rientrare. Gli ultimi 30 chilometri sono un assolo del belga, che non sicura di Mayrhofer che non concede cambi. Lo lascerà all’ultimo giro, sulla salita finale. Dietro gli azzurri provano a prendere l’iniziativa per salire sul podio. Ci provano Piccolo, Benedetti, Tiberi, senza fortuna. Poi, ai meno 15, entra in gioco Alessandro Fancellu: “All’inizio della gara Rino De Candido ci aveva detto di attaccare Remco fin da subito. Non è stato possibile, neanche quando è caduto. Ci ha ripreso, ha poi preso la testa della gara e la lotta è stata solo per il secondo posto. Io avrei dovuto scattare nelle due tornate finali, ma la corsa è esplosa prima. Ho avuto difficoltà sulla prima salita a trovare il ritmo, poi invece mi sentivo bene.” Alessandro esce dal gruppo e si porta dietro lo svizzero Wandahl, che non collabora in salita, ma fa il diavolo a quattro nella discesa finale. Scatta una, due, tre volte. Alessandro resiste: “In volata sono praticamente fermo, ma vedendo lo svizzero scattare a ripetizione ho capito che anche lui non voleva la volata. Così l’ho fatta”. E ha portato a casa un bronzo che muove il medagliere dell’Italia e premia un gruppo di ragazzi capace di conquistare anche il 6° posto con Gabriele Benedetti, il 9° con Antonio Tiberi. l’11° con Andrea Piccolo e il 21° con Marco Frigo.
Il Ct De Candido è felice: “Per come abbiamo corso probabilmente ci stava anche un argento e un bronzo… Alla partenza avevo chiesto ai ragazzi di essere protagonisti. Lo hanno fatto e per questo non posso che considerarmi soddisfatto.”
Delusione piena, invece fra le donne che chiudono la prova junior al quarto posto. Un piazzamento, il secondo, che bruci più del primo. Se, infatti, per Edoardo Affini il rammarico è di aver sfiorato il podio per soli 6` lunedì; la gara delle donne juniores lascia veramente l’amaro in bocca. Non tanto per il nome delle atlete che sono salite sul podio e che hanno preceduto sul traguardo Barbara Malcotti, a cominciare dalla predestinata neo campionessa del mondo Laura Stigger (davanti alla francese le Net e la canadese Simone Boilard). Quanto soprattutto per quello che si è visto in corsa e per l’effettivo valore delle quattro ragazze azzurre che avevano il non facile compito di mantenere fede ad una tradizione che ci vede protagonisti da anni, come provano i due titoli iridati consecutivi (2016 e 2017).
Vittoria Guazzini, Camilla Alessio, Barbara Malcotti e Matilde Vitillo hanno interpretato le direttive del Ct Salvoldi alla perfezione, ma alla fine il risultato è povero: un quarto, un sesto e un settimo posto (rispettivamente per Malcotti, Guazzini e Alessio). Salvoldi aveva avvisato le regazze: “Siamo la squadra più forte ma non abbiamo le individualità migliori per questo tipo di percorso”. Quando la gara è entrata nel vivo, a 50 chilometri dalla conclusione, sulla prima vera salita di giornata, le azzurre rispondono perfettamente. Si seleziona un gruppo di una ventina di atlete, con le nostre tutte presenti e nelle prime posizioni. Prima di affrontare l’ultima salita, a circa 20 chilometri dalla conclusione, provano a forzare le russe, che si alternano all’attacco. Rispondono francesi e italiane. La Stigger resta a ruota. Proprio nell’ultima erta, com’era logico attendersi, la corsa si infiamma, con un attacco dell’azzurra Barbara Malcotti. Al suo inseguimento si mettono la Stigger e la canadese Boilard. Dietro Alessio e Guazzini controllano un gruppo ormai ridotto ad una decina di unità. Sembra anzi che le due azzurre, nel seguire la russa Gareeva (anche lei tra le favorite) riescano anche portarsi sulle prime, proprio al culmine dell’ultima salita. Ma le tre battistrada riprendono vantaggio e alle azzurrine non resta che correre per la medaglia di legno. Dino Salvoldi è amareggiato: “Nel finale abbiamo fatto errori che hanno cambiato in poco tempo una gara perfetta e conseguentemente il risultato finale. Quindi il rammarico c’è. È vero che l'apprendimento e la crescita passano anche attraverso gli sbagli, tuttavia ritengo che in questa categoria l'utilizzo delle radioline sia determinante per imparare e preparare queste ragazze al loro futuro sportivo”. Ma forse si impara di più da una esperienza così negativa e bruciante che da mille suggerimenti all’auricolare. (con la collaborazione dell'Uff. St. FCI)
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