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Temi e problemi dello sport moderno. Pubblicazione telematica indipendente in linea dal 1998 - Direttore: Eugenio Capodacqua
Processo biathlon, condannati i Taschler e Ferrari
Un anno al padre e nove mesi al figlio
Un anno e sei mesi al medico che secondo l'accusa consigliava il doping
Stavolta a gioire per la condanna del “mito”, al secolo il medico Michele Ferrari, nell’ambito dell’inchiesta di Bolzano sul doping nel biathlon, è stata per prima la Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Che, costituitasi parte civile, ha ottenuto perfino un risarcimento di 15.000 euro. “In tempi recenti la WADA ha deciso di partecipare come parte civile in Italia ad alcuni importati procedimenti penali per violazione della normativa antidoping – ha spiegato l’avv. Marco Consonni dello studio Orsingher Ortu, che ha assistito l’agenzia internazionale - La scelta è stata fatta anche in relazione all’importanza dei casi e al profilo degli imputati. Questo risultato ottenuto davanti al Tribunale di Bolzano è di grande rilevanza nella lotta internazionale al doping. In precedenza, proprio tramite una collaborazione con la Procura della Repubblica la USADA, agenzia Anti-Doping Americana, aveva potuto accedere alle informazioni necessarie alla squalifica di Lance Armstrong”. Un particolare non di secondo piano. Che evidenzia una netto cambio di indirizzo rispetto al passato dell’agenzia mondiale antidoping che adesso reclama un ruolo concretamente attivo nelle purtroppo frequenti vicende doping che travagliano lo sport.
E alla fine la giustizia è arrivata. Lenta ma inesorabile. Michele Ferrari, il sulfureo medico sospeso a vita dallo sport per essere stato coinvolto nelle vicende doping del texano Lance Armstrong (sette Tour vinti e poi cancellati dal suo palmares per doping confesso) è stato condannato ad un anno e sei mesi per aver suggerito e guidato il doping di Daniel Taschler, biathleta azzurro figlio di Gottlieb, ex vicepresidente della federazione internazionale, che lo aveva raccomandato al “mito”. E la difesa ha annunciato subito che farà appello.
Non è la prima la volta che Ferrari, la cui presenza adombra le principali vicende doping negli ultimi 20 anni, viene condannato in primo grado. Già nel 2004 aveva subito una sanzione di un anno da tribunale di Bologna (undici mesi di sospensione dalla professione e una multa) per la vicenda della cosiddetta “farmacia Guandalini”. Quella sentenza parlava di violazione della legge sulla frode sportiva e abuso di professione farmaceutica. I fatti risalivano al 1998 quando ancora non era entrata in vigore la legge antidoping (376/2000). Secondo la sentenza Ferrari somministrava Epo e prodotti dopanti a numerosi ciclisti, fra cui Filippo Simeoni che nel corso dell’inchiesta aveva confessato. Circostanza che gli costerà negli ultimi anni di carriera le ire e le ostilità di Armstrong, fedelissimo seguace del “mito”. Il texano al Tour del 2004 minaccerà il laziale e gli impedirà di portare felicemente a termine una fuga in una tappa molto discussa. Fra i “clienti” del “mito” all’epoca alcuni dei ciclisti più noti dell’epoca. Praticamente il gotha delle due ruote a pedali del momento. In appello, poi Ferrari era stato assolto per un capo di accusa mentre per l’altro capo era scattata la prescrizione. Dunque per la legge risultava incensurato finora.
I due Taschler figuravano in uno dei filoni della maxi inchiesta sul doping della Procura delle Repubblica di Padova, insieme a Michele Ferrari, già inibito per doping, al quale il padre si era rivolto per ottenerne i “favori” il figlio. Gli atti relativi ai Taschler erano poi stati trasferiti per competenza a Bolzano. Pedinamenti e intercettazioni ambientali avrebbero stabilito “senza ombra di dubbio il ricorso al doping da parte dell’atleta, indotto dal medico ferrarese che consiglia, somministra e cede al giovane atleta altoatesino eritropoietina ed altri farmaci”. Il tutto sotto l’occhio compiacente del padre Gottlieb. Che è un importante dirigente mondiale. Il che è tutto dire.
Nell’inchiesta di Padova, che inspiegabilmente ancora non vede il via dell’udienza preliminare nonostante sia da almeno due anni formalmente conclusa, Ferrari risulterebbe al centro di un sistema doping “chiavi in mano” che prevedeva non solo l’assistenza per le pratiche vietate, ma anche la possibilità di eludere il fisco attraverso un meccanismo complesso di diritti di immagine e sponsorizzazioni. Anche in questo caso l’inchiesta è stata lunga e difficile. E ha toccato o sfiorato alcuni degli atleti più noti del ciclismo mondiale e vari sport, dal ciclismo, alla marcia, alla maratona. E perfino un nutrito gruppo di cicloamatori. Emblematica delle strategie del mito, basate soprattutto sul doping ematico e sulla auto emotrasfusione, la deposizione di fronte agli inquirenti di Bertagnolli. Ferrari consiglia come, dove e quando prelevare il sangue e poi reinfonderlo per avere i benefici di un maggior trasporto di ossigeno. Come conservarlo: “..tra i +2 e i +4 gradi, fu Ferrari a indicarmi il tipo di frigo da comprare consegnandomi un depliant; ho personalmente provveduto a individuare il rivenditore comprando poi l’elettrodomestico in provincia di Ravenna”. Come scegliere il resto del materiale: “Mi disse di prendere le sacche privilegiando i canali veterinari (…); mi indicò di prelevare fra 350 e 500cc in base ai tempi di recupero e gli obbiettivi; mi disse di fare un nodo alla sacca e di pesarla sulla bilancia in modo da saperne il peso e quindi la quantità successivamente prelevata”. La triste immagine di uno sport squallidamente corrotto alla radice.
  • Michele Ferrari
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