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Vuelta 2018 -18t- La corsa (quasi) di Yates e l'italia senza ricambi
L'inglese scatta, brucia tutti in salita ed ipoteca il successo a Madrid
Seconda vittoria di tappa per il francese Pinot. Da Nibali e Aru segnali poco confortanti. Bene De Marchi
Quello che viene da chiedersi è come mai le altre nazioni ciclicamente tirino fuori dal cassetto il fenomeno di turno e noi italiani, eredi di una tradizione gloriosa nel mondo del pedale restiamo squallidamente al palo. Guardate la Vuelta: i francesi hanno laureato Tibaud Pinot, vincitore della difficile tappa sulle montagne di Andorra penultimo sforzo prima della kermesse finale a Madrid (con un avvio di corsa al fulmicotone: 46 e picco di media nelle prime ore, cifra che fa riflettere alla fine di tre settimane di sforzi, salite, volate, cadute, ecc. ecc. Tutti superman alla corsa spagnola?), ma hanno come riserva l’ottimo Alaphilippe che continua ad illustrarsi ottimamente in altre corse. Gli inglesi rispolverano il gemello Yates, quel Simon già autore di un ottimo exploit al Giro (13 giorni in rosa) che adesso sembra scherzare con gli avversari più nobili no appena la strada sale. Lo scatto con cui ha abbandonato lo stagionato Valverde quando al traguardo mancavano più di sette chilometri di salita per raggiungere i fuggitivi (Pinot e Kruijswijk) aveva dell’incredibile. Un marziano rispetto a tutti gli altri. Vero è che alla Vuelta mancava un avversario del calibro di Froome (altro inglese dominatore delle scene ciclistiche nelle ultime stagioni) ma vedere ridicolizzati atleti tutt’altro che di secondo piano come i colombiani Quintana, Uran, Miguel Angel Lopez, ovvero, quanto di meglio esprime l’arte di arrampicarsi in salita oggi, nonché lo stagionato ma sempre stupefacente Valverde, l’olandese Kelderman, & compagnia, una certa impressione la fa. Il ciclismo ha trovato un nuovo dominatore delle grandi corse a tappe nei prossimi anni? Staremo a vedere. Certo, quello che ha fatto il minuto inglesino di Bury ha davvero dell’incredibile. Il tempo ci dirà.
E noi “les italiens”? Marchiamo tristemente il passo. Vedere un atleta come Nibali, il corridore più rappresentativo del clan azzurro, vincitore di Giro (2013), Tour (2014) e Vuelta (2010), ormai non più nella freschezza degli anni (33), oltretutto piegato dalle conseguenze di una sciagurata caduta salendo sull’Ape d’Huez all’ultimo Tour, cedere al ritmo in salita di un volenteroso ma modesto Carapaz fa male al cuore dell’appassionato. Oltre che preoccupare il Ct azzurro Cassani per i prossimi durissimi mondiali di Innsbruck. Constatare che il buon Fabio Aru non digerisce più la salita che una volta gli era amica e vederlo “scammellare” (nel gergo ciclistico, l’atto di agitarsi di spalle e testa per aiutare la spinta sui pedali) alle prime rampe, alla prima variazione di ritmo, non aiuta di certo. Consolarsi con il 12° posto dell’ottimo De Marchi, migliore degli italiani in cima al Col de la Rabassa, non allevia la tristezza. Ma tant’è.
Il ricambio che altri sembrano poter mettere in campo con regolarità da noi fatica molto a realizzarsi. Sul perché dovrebbero interrogarsi tecnici e dirigenti nostrani. Una volta eravamo maestri. Ora i nostri migliori corridori sono ridotti a fare da (ottimi) gregari nelle formazioni straniere. Per rimediare forse ci vorrà più di una generazione, insistendo sulla pista e sulla formazione. Ma la corsa al risultato ad ogni costo delle formazioni giovanili, ormai la copia in sedicesimo del malatissimo professionismo maggiore con tutti i suoi pregi e soprattutto difetti, non è un buon viatico. Quanti giovani di belle promesse si spengono appena arrivati fra i pro, e/o si adagiano su prestazioni modeste? Cosa hanno di meno i Villella, i Formolo &C, rispetto al folletto inglese che bastona tutti in salita e che si candida oltre che per la maglia rossa di leader della Vuelta 2018 a Madrid, anche per quella iridata, fra due settimane o poco più? Attendiamo una risposta, ma soprattutto contromisure concrete da chi dirige il movimento nostrano. Ma l’impressione è che ci vorrà del tempo. Molto tempo. Sempre che si semini nella giusta direzione. Per il resto non resta che affidarsi al solito stellone azzurro.
Intanto il filiforme Simon (Yates) mette il cappello su questa Vuelta. Valverde, l’unico avversario che in teoria avrebbe potuto e dovuto contrastarlo, si è spento come una candela salendo verso Rabassa, vanificando il gran lavoro della sua Movistar, per una volta in grado di attuare strategie azzeccate. Ora naviga a 1’38” in classifica e, a meno di “miracoli” alla Froome (lo stupefacente attacco al Giro nella Venaria-Bardonecchi, che gli ha consentito di conquistare la corsa rosa, quest’anno), difficilmente riuscirà a scalzare l’inglesino dal vertice. L’ultima frazione utile con arrivo al Col della Gallina è un tripudio di salite e lì Yates, ultimo epigono di questo ciclismo delle meraviglie, ha dimostrato di essere più forte. Troppo più forte.
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