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Duecento anni di storia alle spalle e una presenza
discreta ma costante.
Due ruote, un manubrio, una sella: eccola lì la nostra bicicletta, fondamentalmente
uguale a sè stessa dagli albori, ammirata ed amata di un sentimento discreto ma
inossidabile, passata, proprio per questo, attraverso le più diverse temperie, sempre
prontissima a ritagliarsi un suo ruolo nella società degli uomini.
Chi avrebbe mai scommesso una lira su di essa quando a principio di secolo prese il via la
cosiddetta "rivoluzione del motore" con l'avvento del motore a scoppio e delle
automobili, conquistando in un baleno i favori della gente e relegando essenzialmente ad
oggetto di loisir quello che era parso da principio come uno dei più validi mezzi di
trasporto?
Eppure la bicicletta ha resistito, più forte di idee e ideologie crollate dall'oggi al
domani sotto la spinta degli eventi storici, concettualmente identica, anche se i moderni
prodotti, frutto di una sofisticata tecnologia, ben poco hanno a che spartire con il
passato, se non l'idea: due ruote, una manubrio, una sella e due pedali.
GLI ANTENATI: IL "CELERIFERO" E LA "DRAISINIA"
Quanto tempo è passato da quel disegno di
Leonardo che illustrava uno strano mezzo di trasporto a ruote, capace di sfruttare
l'energia umana?
Perfezionato via via fino al punto di consentire all'uomo di alzarsi in volo.
Ricordate l'esperienza di "Dedalo" nell'84, quando uno strano mezzo azionato dai
pedali si librò in volo dall'isola di Santorini per atterrare 119 chilometri appresso a
Creta? Oppure di sfiorare addirittura i 200 all'ora dietro motore?
E pensare che il primo approccio non è stato affatto facile.
Il nuovo mezzo era giunto da noi ai primi dell'800, attraverso gli esperimenti più
disparati del conte di Sivrac (il famoso "celerifero"), dei baroni Von Drais (la
"draisina") e Von Burg, degli inglesi capitanati da Von Denis, Johnson, Gomperz,
McMillan, dei francesi Michaux (il "biciclo").
Ma l'impatto non era stato felice.
Anzi, un'atmosfera di sospetto e di prevenzione circondava questo mezzo capace di
sconvolgere con la propria velocità(!) i tranquilli ritmi di vita quotidiani. E i
costumi.
Così a Milano venne alla luce persino un decreto che vietava l'uso del
"velocipedi" di notte nel centro cittadino. Il centro storico "chiuso"
alle biciclette, addirittura!
Per non dire dell'accusa di scarsa "moralità" appioppata ad mezzo che, secondo
i benpensanti, rivoluzionava abitudini consolidate e scarso perbenismo ai suoi utenti, del
vero e proprio scandalo delle prime donne in sella, del ciclista paragonato a insigni
antropologi al prototipo dell'uomo di malaffare (gli si aizzavano contro i cani), delle
tasse subito imposte dai governi.
IL PRIMO MEZZO DI TRASPORTO
La bicicletta fu il primo mezzo di trasporto a pagare per poter
circolare.
Sia che fosse pedalata che condotta a mano, veniva marcata con una targhetta metallica,
fissata al telaio con apposite tenagliette che sigillavano il contrassegno. Veniva, cioè
"punzonata".
E da qui nasce il termine "punzonatura" adottato ancora oggi per indicare la
verifica delle licenze (ormai sulle bici non c'è più controllo formale) nelle gare
ciclistiche.
Quanto tempo dovrà passare per riscoprire la bici come mezzo di
affermazione sportiva, di salute, di trasporto salva-traffico, dopo gli anni del motore e
dell'inquinamento indiscriminato!
Ma intanto la bicicletta trovava sempre più spazio, soprattutto perché l'industria ne
scopriva l'enorme potenzialità di mercato.
La prima Esposizione in Italia è del 1895 e mobilita l'interesse del prestigioso giornale
"Illustrazione italiana". Dopo i primi anni di sola importazione (da Inghilterra
e Germania) ecco affacciarsi anche i produttori nostrani. Raimondo Vellani, fabbricante di
pesi e misure, fu uno dei precursori a metà 800.
Poi, rapidamente l'iniziativa si diffuse: Milano, Monza, Padova, Novara, Firenze, Bologna,
Torino, Verona.
Si trattava essenzialmente di assemblatori: bicicli e tricicli erano costruiti con
materiali provenienti dall'estero. Poi venne Edoardo Bianchi.
Siamo nel 1885; la sua bici in ferro a ruote uguali e raggi tangenti fu il cavallo di
battaglia per un'escalation straordinaria, fino a raggiungere con la propria azienda la
dimensione industriale vera e propria.
E sulla sua scia si posero in molti. Orio, Marchand, Ceirano, Maino, Pierantoni. Macchi,
Boccardo furono tra i primi costruttori.
Olympia, Frera, Lygie, Taurus, Legnano, Atala, Ganna, Gloria, persino la Fiat, furono le
prime marche, presto popolarissime. E a queste si aggiunsero presto le aziende degli ex
corridori: da Dei a Bottecchia, Cimatti, Olmo, giù, giù fino a Moser.
IL '900 E IL PROMO BOOM
La bicicletta, per quanto già abbastanza diffusa, non era
certo ancora il mezzo "popolare" che si sottintende oggi. A causa dei costi
elevati, soprattutto.
Ma presto lo divenne.
In soli 8 anni, dal 1905 al 1913 si passa dalle circa 242 mila biciclette a quasi un
milione e mezzo. La fantasia e l'inventiva italiana perfeziona continuamente la nostra due
ruote. Siamo ancora a fine 800 quando Giovan Battista Pirelli inventa il pneumatico
continuo (brevetto L.Fini).
Ma il "grande balzo" verrà dopo. Alla fine della
guerra.
L'Italia degli anni venti rinasce dalle macerie e trova nella bicicletta il primo vero
grande mezzo di trasporto popolare. La "spicciola" (questo uno dei soprannomi
del mezzo) regala una ventata di novità... e di progresso perché consente una mobilità
individuale mai raggiunta prima.
E, in altri termini, la nascita del "pendolarismo". Contadini, operai, preti,
maestri di scuola, postini: nessuno si può sottrarre alla legge del pedale. Negli anni
trenta circolano qualcosa come 3.600.000 veicoli regolarmente "bollati". In
massima parte biciclette. La media nazionale è di una bici ogni 12 abitanti, con punte di
una ogni 4 nella piatta Emilia.
Poi c'è ancora la guerra e la bici, ormai desueto mezzo bellico (la Bianchi ai primo del
900 fabbricava le famose biciclette pieghevoli per i bersaglieri), diventa l'unico mezzo
di trasporto possibile. Fintanto che non arriva l'automobile e la relega in soffitta.
Saranno poi le settimane della cosiddetta "austerity" a cavallo dell'inverno del
73 a rilanciare il mezzo. Non sarà una necessità passeggera. Quelle domeniche in bici
lasciano il segno perché aprono gli occhi a tanta gente. Ormai si cominciano a sentire i
deleteri effetti dello sviluppo indiscriminato dei veicoli a motore: le città assediate,
l'aria irrespirabile, i problemi di traffico e di parcheggio.
Di colpo la bici fa riscoprire nuovi orizzonti, una dimensione più pulita e meno convulsa
della vita quotidiana, riporta le città a misura d'uomo.
E il terreno è ormai pronto a ricevere l'ultima moda: quella della "mountain
bike" che aggiunge la possibilità di un contatto immediato e vivificante con la
natura, fuori dai sentieri d'asfalto.
CAMPAGNOLO E LA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA
Dal ferro all'acciaio, dalle gomme piene ai sottilissimi tubolari di
seta, dai tubi fatti da lamiera, alle più sofisticate trafilature, ai materiali
compositi. Il progresso ha perfezionato ed affinato il mezzo.
Senza tuttavia mutarlo sostanzialmente.
I momenti che segnarono un sostanziale balzo in avanti verso il futuro furono
principalmente due: quando nel 1930 quel geniaccio straordinario che rispondeva al nome di
Tullio Campagnolo inventò l'ormai celebre cambio "a bacchetta", che metteva la
parola fine alla necessità di arrestarsi, smontare la ruota e girarla, per cambiare
rapporto (la ruota posteriore aveva un pignone per parte).
E quando nell'84 comparvero le prime ruote "lenticolari", destinate ad entrare
nella storia con i prodigiosi record di Francesco Moser.
Poi fu la ricerca aerodinamica della posizione più "penetrante" a dettare
legge: dai manubri alla "Lemond" con protesi per sdraiarsi sempre più sulla
bici, alla bici-trespolo con cui Obree (e lo stesso Moser a dieci anni di distanza dal suo
primo tentativo) ha frantumato i record dell'ora.
La ricerca non si è mai fermata.
Anche se alla luce di quanto avvenuto di recente diventa difficile, oggi, stabilire quanto
del progresso tecnico ha avuto influenza reale su risultati e prestazioni e quanto invece
lo ha avuto la farmacia proibita, diffusa da sempre nel mondo delle due ruote.
Vincolata ai rigidi dettami del regolamento internazionale che ne
fissava geometrie e dimensioni di base, per la bicicletta non è rimasto che cercare il
progresso nei materiali.
Anche se i ricercatori più attenti non si sono arrestati davanti alle norme. Talvolta
solo sul piano teorico o talvolta realizzando un semplice prototipo, la ricerca del
miglior rendimento in bici è andata avanti, integrando nel disegno del mezzo lo stesso
uomo in sella.
Uomo e mezzo in un unico insieme potente, aerodinamico, veloce. Un mezzo che consentirebbe
di esaltare velocità e prestazioni. Ma che le leggi e i regolamenti attuali vietano
assolutamente.
IL FUTURO: MATERIALI E COMPUTER
Intanto si avanza nei materiali.
E, in questo settore i miglioramenti sono stati davvero significativi, specie negli ultimi
anni.
Basti pensare alle qualità di certi tubi d'acciaio, impensabili solo qualche anno
addietro.
Alle nuovissime leghe di alluminio che hanno ridicolizzato quanto a leggerezza perfino il
mitico titanio, alle fibre di carbonio.
Leggerezza e prestazioni meccaniche straordinarie, rendimento e risposta alle
sollecitazioni: pur simile a quella del passato, la bici di oggi è in realtà una cosa
diversissima dalle sue antenate.
E' un'altra cosa: un vero condensato di scienza e tecnologia nel quale computer e ricerca
hanno un ruolo sempre più importante.
Le illustrazioni:
La bici di Leonardo nel Codice Atlantico
Un soldato dell'Esercito Italiano nel 1915
Manifesto pubblicitario dei primi del '900
Il primo cambio Campagnolo del 1930