Torna indietro GINETTACCIO SE N'E' ANDATO VIA Torna alla Home Page

Sul Ghisallo nel 19525 Maggio - È morto nel primo pomeriggio nella sua casa di Firenze Gino Bartali.

Era nato a Ponte a Ema (Firenze) il 18 luglio1914.
Soffriva da tempo di cuore (aveva subito un paio di interventi di by-pass di recente).
"Mio padre è morto serenamente - ha detto il figlio Andrea -. Da mesi le sue condizioni fisiche erano notevolmente peggiorate".
Al momento della morte, con Bartali si trovavano la moglie Adriana, gli altri figli Biancamaria e Luigi, il medico curante.

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DIO, FAMIGLIA, AMICI IL TOUR DEL '48 LA RIVALITA' DEL SECOLO
LA SUA CARRIERA IN CIFRE

"GINO IL PIO", QUEL CICLISMO A DIMENSIONE D'UOMO

Gino Bartali è stato uno degli ultimi epigoni di un ciclismo ancora a misura d’uomo.
Lo ricordo, già ottantatreenne, ma ancora dinamicissimo, alla guida della sua "Golf" al Giro d’Italia: trecento e passa chilometri al giorno al volante, nonostante l’età: un’impresa e una fatica che avrebbe fatto tremare i polsi a più di qualche giovane, ma che non spaventava "l’uomo di ferro".
Guidava fra due ali di folla nelle cittadine e nei paesi, dove la gente lo riconosceva e quasi gli si buttava sotto le ruote per fermarlo. Erano uomini e donne del popolo. Di una certa età, per lo più. Capelli bianchi e un amore per "Ginettaccio" da stretta al cuore. "Bartali, Bartali", lo circondavano affettuosamente, lo invitavano al bar a bere un goccetto, a casa a mangiare qualcosa.
Capivi subito, dagli sguardi prima che dalle parole che lui, "Gino il pio", "Gino il brontolone" era uno di loro. Uno di famiglia. Perché era l’ultimo testimone di quel ciclismo umano ed eroico allo stesso tempo che entrava nelle case di tutti.
Altro che il tifo sterilizzato davanti alle tv o dietro le transenne. La corsa, il Giro ti entrava in casa. Era dentro casa. Immaginavi le gesta ascoltando la radio e poi ti capitava che il gregario di turno, anticipando la corsa, si precipitasse dentro la casa o il bar del paese: "Signò nu poco e acqua; nu pezz’e pane".
Figure mitiche e un po’ birbantesche di procacciatori d’acqua e cibo. Un ciclismo lontano come la luna da sali minerali, integratori, maltodestrine, proteine e peggio. L’ultimo ciclismo, forse, dal volto umano. Di cui Gino è stato splendido interprete.
"Non ci sarà nessuno come lui", dice il saggio ct Martini, che ha vissuto prima di tutto dalla sella quella epoca eroica.

Una Tre Valli VaresineFra i primi ad accorgersi di Gino Bartali fu nientemeno che Emilio Colombo, uno dei giornalisti più conosciuti all'epoca della "Gazzetta dello sport".
Gino - in una giornata di tregenda (153 ritirati su 202 partenti) era scattato sul Berta in quella Milano-Sanremo del 1935 e viaggiava in testa con 2 minuti di vantaggio sui secondi. Che non erano secondi qualsiasi, rispondendo ai nomi di Olmo e Guerra, i campioni del tempo. Colombo si avvicinò a Gino in fuga ed improvvisò lì per lì un'intervista. Scopo (confessato in seguito): far perdere tempo e concentrazione al fuggiasco. E chi era mai quel toscanetto senza nome che si permetteva di lasciarsi dietro i grandi, mettendo in serio pericolo (questo il timore) la tiratura della "rosea"?

A Sanremo quell'anno Gino finì quarto (dietro Olmo, Guerra e Cipriani, di cui era umile gregario). Ma ebbe il premio (500 lire) spettante al movimentatore della corsa, mentre i primi tre furono multati per aver usufruito della scia delle macchine per rientrare. Era l'inizio di una carriera straordinaria (un inizio in salita: luogo - in questo caso metaforico - del destino che poi lo gratificherà come pochi), cinque anni, dal '35 al '40 che faranno meravigliare il mondo, suscitando successivamente l'interesse degli scienziati, incuriositi dal "fenomeno" Bartali.

Giro di Toscana del '50Al palmares di Gino  il "pio" manca forse soltanto il crisma di un campionato mondiale, sfuggito per un motivo o per l'altro lungo tutto l'arco della sua eccezionale vita sportiva, protrattasi, da professionista, per ben venti anni, dal 1935 al 1955, con 124 vittorie. Dopo la "Sanremo", Gino fu subito protagonista al Giro. Pedalava forte in salita (dote fondamentale per le strade di allora) e gli veniva naturale, dal carattere, attaccare. Come fece in quella Portocivitanova-L'Aquila al Giro d'Italia '35 (vinto da Bergamaschi) a confronto con un "parterre de roi" di avversari. Il Giro fu vinto da Bergamaschi (14 tappe in rosa) davanti a Martano, Olmo, Guerra e Archambaud. Il "gotha" di allora.

In quella stessa stagione si aggiudicò il campionato tricolore: e allora si disputava sulla bellezza di nove prove. Per il Giro (il primo dei tre) si dovrà aspettare l'anno dopo: 1936. Giro di salita, che sarebbe piaciuto a Pantani. Ma a Bartali bastano le "scale" di Popoli nella Campobasso-L'Aquila per dare sei minuti a tutti e resistere poi al ritorno dei passisti.
Nel 1937, Bartali potrebbe essere il primo corridore a centrare la "doppietta" Giro e Tour. Vince il Giro che presenta per la prima volta le Dolomiti e il tappone Vittorio-Veneto - Merano di 227 chilometri su cui Gino rifinisce il vantaggio conquistato sul Terminillo (cronoscalata). Ma una caduta in un torrente, il giorno dopo aver conquistato la maglia gialla sul mitico Galibier, lo taglia irrimediabilmente fuori dalla corsa francese.
Si rifarà l'anno dopo: per presentarsi al meglio Gino salterà il Giro, su consiglio del Ct Girardengo. E' in ritardo in classifica, oltre i 2 minuti, si rifà nella tappa di Briancon. Tre colli da brivido: Allos, Vars e Izoard lo lanciano in vetta alla classifica. Erano passati tredici anni da Bottecchia. Nel '39 Bartali perde il Giro ad opera di Valetti, ma centra "Sanremo" (volata superba sul rivale di sempre: Bini), "Lombardia", "Piemonte" e (prima delle 5 volte) Giro della Toscana.
Una carriera che avrebbe potuto essere ancora più ricca, senza il penoso intermezzo della guerra.
Risale al Giro del '46 (vinto dal toscano) la prima vera rivalità con Coppi. Bartali è sconfitto sul suo terreno, la salita. Nella tappa Auronzo Bassano, sulle Dolomiti Coppi vola. Bartali sul Falzarego passa con 5' di ritardo. Ma, indomabile, resiste, non molla, limita i danni, conserva la maglia rosa. L'anno delle meraviglie, però, resta il 1948, con il trionfo al Tour dieci anni dopo la prima vittoria.
Fu il Tour in cui - si dice - Bartali con i suoi successi, salvò l'Italia dalla guerra civile: era l'anno dell'attentato a Togliatti.

La sua è stata una escalation straordinaria, ossigeno per un dualismo storico che è diventato nel tempo un vero e proprio clichet per il ciclismo. Non senza episodi oscuri. Come quel mondiale del '48 a Valkenburg, stesso circuito dove quest'anno si disputerà la prova iridata. Bartali e Coppi, pur sotto la stessa maglia, si controllano e si marcano come avversari. E alla fine si ritirano entrambi. Ingloriosamente. Fra i sonori fischi del pubblico. Vince Schotte, un belga, e ai nostri due tocca una squalifica di due mesi (poi ridotta a uno), per comportamento scorretto in nazionale. A Bartali non era andata giù la mancata convocazione in azzurro l'anno precedente. L'ultima gara: un circuito a Città di Castello, il 28 novembre del '54. Quell'anno al Giro era riuscito ancora ad arrivare 13° su 67 corridori arrivati…

Bartali univa qualità fisico-atletiche fuori dal comune, come oggi in tempi di specializzazione dilagante, sarebbe quasi impossibile trovare in un campione moderno. Era un grandissimo scalatore, capace di spingere di forza rapporti  impossibili per gli altri e di  macinare così gli avversari; ma aveva anche doti di velocità notevoli (come dicono le sue vittorie allo sprint nella Milano-Sanremo: straordinario lo spunto con cui si aggiudicò quella del '50).

Ma aveva anche buone doti sul passo. La sua dote migliore: la caparbietà, la volontà di lottare, la capacità di sopportare qualsiasi sacrificio e fatica.

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"DIO, FAMIGLIA, AMICI: I CARDINI DELLA MIA VITA"

Figlio di Torello e Giulia Sizzi, Gino Bartali era nato a Ponte a Ema, in Via Chiantigiana 78, il 18 luglio del 1913. Aveva due sorelle pi anziane di lui, Anita e Natalina e un fratello, Giulio, nato nel 1916 e morto nel 1936 per un incidente in una corsa ciclistica (finì contro un'auto, fu operato, spirò per un'emorragia interna, dovuta, forse all'intervento chirurgico). Stessa tragica sorte di Serse, il fratello di Coppi. Bartali prostrato (aveva appena vinto il suo primo Giro d'Italia) fu lì lì per smettere di correre.

A 10 anni, prima comunione e iscrizione Azione Cattolica: la sua fede incrollabile: "Dio, famiglia, amici sono stati i cardini della mia vita", dir. Non aveva approfondito gli studi: solo le elementari, la  "sesta" alla Peruzzi di Firenze. Per frequentare faceva 20 km al giorno in bici con una salita (erta Canina del 18%). Spingendo un rapporto durissimo: 48x16.

Per aiutare a casa, dove non erano molto entusiasti della sua passione per la bici, lavorò a lungo come aiuto meccanico presso il vicino, Oscar Casamonti, corridore a sua volta e meccanico. Tre giorni la settimana, gli altri: in bici. La voce roca gli venne per uno scherzo degli amici: durante un inverno molto freddo fu seppellito nella neve per gioco. Restò sei mesi senza voce, che non tornò più come prima. Per questo fu soprannominato "Careggi", il nome dell'ospedale più grande di Firenze. Si sposò con Adriana il 14 novembre del 1940 (lo sposò l'arcivescovo si Firenze, cardinale Elia Dalla Costa): fu ricevuto in seguito da Pio XII, Papa Pacelli. E si incontrò svariate volte con Giovanni XXIII. di cui era grandissimo fedele.

Lottatore, contro tutto e contro tutti aveva una volontà di ferro. La sua forza, la sua capacità di far fronte ad ogni sofferenza ed insulto fisico, gli avevano valso il soprannome di  "uomo di ferro". Per la sua fede religiosa fu chiamato anche  "Gino il pio". Nel suo sport era serio e molto professionale. Allenamenti scrupolosi, vita da corridore, niente strappi. Ha vissuto così, nel rispetto delle regole del buon atleta, fuggendo anche quella farmacia e quella chimica che già da allora cominciava ad affacciarsi nel mondo delle due ruote.

1953 - Bartali Campione d'Italia e Coppi Campione del MondoCiclisticamente Bartali nasce nel 1931, quando - a soli tredici anni - comincia a gareggiare nell'Aquila, la società di Oliviero Berlincioni e Rodolfo Mei. Prima corsa, la Coppa del Bandino, finì settimo nella volata vinta da Del Cancia. Prima vittoria: Circuito dell'Antella. Con quella maglia partecipa a 104 corse vincendone 44 (11 da allievo e 33 da dilettante). In altre 48 gare non si mai piazzato oltre il quinto posto. Ammette, di aver ceduto varie volte il primo posto perché guadagnava di più incassando anche il premio del primo. Nel 34 a Grosseto parte in ritardo di 18 minuti, raggiunge i primi, finisce al secondo posto, in volata. Cade in uno sprint a Grosseto il 24 maggio 1934 e si frattura il naso. Il fratello lo chiamava per quello "Nasello".

Gareggiava dapprima solo con biciclette usate (quelle nuove costavano troppo); la sua forza era tale che spesso rompeva i pedali. Sfidava gli amici e li staccava in salita pedalando senza tenere il manubrio.

La rivalità con Bini fu un’altra costante dei suoi primi anni di agonismo. Poi ci sarà quella con Coppi. Memorabile il duello in salita nel finale del Giro del '46, quello della ricostruzione. Risolto da  "Ginettaccio" a suo favore, così come Coppi si impose l'anno involandosi nella Pieve di Cadore-Trento, divenuta famosa come la cavalcata dei  monti pallidi¡, attraverso Falzarego e Pordoi. L'antagonismo sportivo ( ma nella vita eravamo amici¡, ha ripetuto tante volte Bartali) diventò anche antagonismo di marche di bici protese a conquistare il mercato: Legnano per il toscano contro Bianchi per il  campionissimo¡.

Diventò professionista nel 1935 con la Frejus. Ma l'anno dopo lo volle Guerra nella mitica Legnano di Eberardo Pavesi. L'inizio di una carriera immortale, conclusa il 10 ottobre del 1954 (ultima vittoria nel Giro di Toscana, l’anno precedente) con 124 vittorie, 836 gare disputate e 150 mila chilometri percorsi in bici.

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IL TOUR DEL '48: UNA VITTORIA CHE SALVO' L'ITALIA?

La vittoria di "Ginettaccio" al Tour de France del 1948 se non proprio ad evitare la guerra civile, come sostengono alcuni, contribuì almeno ad allentare la tensione ed a sedare gli animi degli italiani esacerbati per l’attentato a Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista. Un attentato, a Roma, fallito per pochissimo, per mano dello studente siciliano Antonio Pallante. Torino, Milano, Genova, città tradizionalmente operaie, vissero ore drammatiche. Tumulti e incidenti ci furono in tante città specie del nord Italia. La situazione poteva precipitare, ma la notizia che quel 14 luglio del ’48 rimbalzò da oltr'Alpe parlava di un italiano vincitore nella Cannes-Briancon. Un italiano al Tour, un toscanaccio brontolone rappresentava idealmente nello sport più caro allora alla gente – il ciclismo - quell’unità che le vicende politiche rischiavano di compromettere.

Lo stesso Togliatti, appena ripresosi, si informò della vicenda ciclistica e la notizia del successo di Bartali lo confortò enormemente. Una tappa d'altri tempi. Una di quelle che contribuirono a rendere grande l'epopea del nostro ciclismo di allora.
"Ginettaccio", trentaquattrenne, unico rappresentante italiano competitivo alla "Grande Boucle" (Coppi aveva preferito rinunciare), aveva un ritardo in classifica di oltre 21 minuti dal francese Louison Bobet, che si era difeso discretamente sui Pirenei. Ma all'appuntamento alpino la musica fu ben altra. Sui primi due colli, l'Allos ed il Vars, gli attacchi di Lazarides, Impanis e Robic infiammarono la corsa. Bartali controllava a distanza. Il capolavoro del toscano poi si consumò sull'Izoard. Tra il fango, la polvere della strada sterrata ed il freddo gelido il corridore italiano sferrò il suo attacco alla maglia gialla. Per tutti ci fu ben poco da fare. Robic fu l'ultimo a cedere alle pedalate del toscano. Bobet prese una "cotta" storica, perdendo minuti su minuti. I distacchi furono abissali. La maglia gialla restò però sulle spalle del francese. Ma Bartali non si fece sfuggire l'occasione offertagli dalla tappa successiva, la BrianUon- Aix Les Bains che presentava le scalate al Galibier, Croix de Fer, Portet, Coucheron e Granier. Fu un crescendo entusiasmante. Altre due tappe furono appannaggio dell'italiano (7 in tutto) ed a Parigi il suo vantaggio era di oltre 20 minuti sul secondo, il Belga Schotte.
Per Bartali quella fu la seconda affermazione al Tour de France, esattamente dieci anni dopo la prima, avvenuta nel '38. Ma il successo nella corsa francese non attenuo' l'amarezza che gli anni della guerra gli avevano provocato. Proprio quelli migliori per la sua carriera, passati, per ovvie ragioni, lontano dalle corse e che avrebbero potuto regalargli tante altre soddisfazioni, compreso quel titolo mondiale che Bartali non riuscì mai a conquistare. Unico neo di una storia ciclistica che è già leggenda.

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La rivalità del secolo in cifre

  BARTALI COPPI
Giro d’Italia 3 5
Tappe al Giro 17 22
Giorni in maglia rosa 50 (15 part.) 31 (13 part.)
Classifica scalatori al Giro 7 3
Tour de France 2 2
Tappe al Tour 12 9
Giorni in maglia gialla 20 (8 part.) 19 (3 part.)
Classifica scalatori al Tour 2 2
Tappe di Giri complessive 47 41
Milano-Sanremo 4 3
Giro di Lombardia 3 5
Giro di Toscana 5 1
Tre Valli Varesine 1 3
Mondiale 0 1
Campionato italiano 4 4
Vittorie complessive "prof" 124 122

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