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Maggio - È morto nel primo pomeriggio nella sua casa di Firenze Gino Bartali.
Era nato a Ponte a Ema (Firenze) il 18 luglio1914.
Soffriva da tempo di cuore (aveva subito un paio di interventi di by-pass di
recente).
"Mio padre è morto serenamente - ha detto il figlio Andrea -. Da mesi le
sue condizioni fisiche erano notevolmente peggiorate".
Al momento della morte, con Bartali si trovavano la moglie Adriana, gli altri
figli Biancamaria e Luigi, il medico curante.
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| DIO, FAMIGLIA, AMICI | IL TOUR DEL '48 | LA RIVALITA' DEL SECOLO |
| LA SUA CARRIERA IN CIFRE | ||
"GINO IL PIO", QUEL CICLISMO A DIMENSIONE D'UOMO
Gino Bartali è stato uno degli ultimi epigoni di un
ciclismo ancora a misura d’uomo.
Lo ricordo, già ottantatreenne, ma ancora dinamicissimo, alla guida della sua
"Golf" al Giro d’Italia: trecento e passa chilometri al giorno al
volante, nonostante l’età: un’impresa e una fatica che avrebbe fatto
tremare i polsi a più di qualche giovane, ma che non spaventava "l’uomo
di ferro".
Guidava fra due ali di folla nelle cittadine e nei paesi, dove la gente lo
riconosceva e quasi gli si buttava sotto le ruote per fermarlo. Erano uomini e
donne del popolo. Di una certa età, per lo più. Capelli bianchi e un amore
per "Ginettaccio" da stretta al cuore. "Bartali, Bartali", lo
circondavano affettuosamente, lo invitavano al bar a bere un goccetto, a casa a
mangiare qualcosa.
Capivi subito, dagli sguardi prima che dalle parole che lui, "Gino il
pio", "Gino il brontolone" era uno di loro. Uno di famiglia.
Perché era l’ultimo testimone di quel ciclismo umano ed eroico allo stesso
tempo che entrava nelle case di tutti.
Altro che il tifo sterilizzato davanti alle tv o dietro le transenne. La corsa,
il Giro ti entrava in casa. Era dentro casa. Immaginavi le gesta ascoltando la
radio e poi ti capitava che il gregario di turno, anticipando la corsa, si
precipitasse dentro la casa o il bar del paese: "Signò nu poco e acqua; nu
pezz’e pane".
Figure mitiche e un po’ birbantesche di procacciatori d’acqua e cibo. Un
ciclismo lontano come la luna da sali minerali, integratori, maltodestrine,
proteine e peggio. L’ultimo ciclismo, forse, dal volto umano. Di cui Gino è
stato splendido interprete.
"Non ci sarà nessuno come lui", dice il saggio ct Martini, che ha
vissuto prima di tutto dalla sella quella epoca eroica.
Fra
i primi ad accorgersi di Gino Bartali fu nientemeno che Emilio Colombo, uno dei
giornalisti più conosciuti all'epoca della "Gazzetta dello sport".
Gino - in una giornata di tregenda (153 ritirati su 202 partenti) era scattato
sul Berta in quella Milano-Sanremo del 1935 e viaggiava in testa con 2 minuti di
vantaggio sui secondi. Che non erano secondi qualsiasi, rispondendo ai nomi di
Olmo e Guerra, i campioni del tempo. Colombo si avvicinò a Gino in fuga ed
improvvisò lì per lì un'intervista. Scopo (confessato in seguito): far
perdere tempo e concentrazione al fuggiasco. E chi era mai quel toscanetto senza
nome che si permetteva di lasciarsi dietro i grandi, mettendo in serio pericolo
(questo il timore) la tiratura della "rosea"?
A Sanremo quell'anno Gino finì quarto (dietro Olmo, Guerra e Cipriani, di cui era umile gregario). Ma ebbe il premio (500 lire) spettante al movimentatore della corsa, mentre i primi tre furono multati per aver usufruito della scia delle macchine per rientrare. Era l'inizio di una carriera straordinaria (un inizio in salita: luogo - in questo caso metaforico - del destino che poi lo gratificherà come pochi), cinque anni, dal '35 al '40 che faranno meravigliare il mondo, suscitando successivamente l'interesse degli scienziati, incuriositi dal "fenomeno" Bartali.
Al
palmares di Gino il "pio" manca forse soltanto il crisma di un
campionato mondiale, sfuggito per un motivo o per l'altro lungo tutto l'arco
della sua eccezionale vita sportiva, protrattasi, da professionista, per ben
venti anni, dal 1935 al 1955, con 124 vittorie. Dopo la "Sanremo",
Gino fu subito protagonista al Giro. Pedalava forte in salita (dote fondamentale
per le strade di allora) e gli veniva naturale, dal carattere, attaccare. Come
fece in quella Portocivitanova-L'Aquila al Giro d'Italia '35 (vinto da
Bergamaschi) a confronto con un "parterre de roi" di avversari. Il
Giro fu vinto da Bergamaschi (14 tappe in rosa) davanti a Martano, Olmo, Guerra
e Archambaud. Il "gotha" di allora.
In quella stessa stagione si aggiudicò il campionato
tricolore: e allora si disputava sulla bellezza di nove prove. Per il Giro (il
primo dei tre) si dovrà aspettare l'anno dopo: 1936. Giro di salita, che
sarebbe piaciuto a Pantani. Ma a Bartali bastano le "scale" di Popoli
nella Campobasso-L'Aquila per dare sei minuti a tutti e resistere poi al ritorno
dei passisti.
Nel 1937, Bartali potrebbe essere il primo corridore a centrare la
"doppietta" Giro e Tour. Vince il Giro che presenta per la prima volta
le Dolomiti e il tappone Vittorio-Veneto - Merano di 227 chilometri su cui Gino
rifinisce il vantaggio conquistato sul Terminillo (cronoscalata). Ma una caduta
in un torrente, il giorno dopo aver conquistato la maglia gialla sul mitico
Galibier, lo taglia irrimediabilmente fuori dalla corsa francese.
Si rifarà l'anno dopo: per presentarsi al meglio Gino salterà il Giro, su
consiglio del Ct Girardengo. E' in ritardo in classifica, oltre i 2 minuti, si
rifà nella tappa di Briancon. Tre colli da brivido: Allos, Vars e Izoard lo
lanciano in vetta alla classifica. Erano passati tredici anni da Bottecchia. Nel
'39 Bartali perde il Giro ad opera di Valetti, ma centra "Sanremo"
(volata superba sul rivale di sempre: Bini), "Lombardia",
"Piemonte" e (prima delle 5 volte) Giro della Toscana.
Una carriera che avrebbe potuto essere ancora più ricca, senza il penoso
intermezzo della guerra.
Risale al Giro del '46 (vinto dal toscano) la prima vera rivalità con Coppi.
Bartali è sconfitto sul suo terreno, la salita. Nella tappa Auronzo Bassano,
sulle Dolomiti Coppi vola. Bartali sul Falzarego passa con 5' di ritardo. Ma,
indomabile, resiste, non molla, limita i danni, conserva la maglia rosa. L'anno
delle meraviglie, però, resta il 1948, con il trionfo al Tour dieci anni dopo
la prima vittoria.
Fu il Tour in cui - si dice - Bartali con i suoi successi, salvò l'Italia dalla
guerra civile: era l'anno dell'attentato a Togliatti.
La sua è stata una escalation straordinaria, ossigeno per un dualismo storico che è diventato nel tempo un vero e proprio clichet per il ciclismo. Non senza episodi oscuri. Come quel mondiale del '48 a Valkenburg, stesso circuito dove quest'anno si disputerà la prova iridata. Bartali e Coppi, pur sotto la stessa maglia, si controllano e si marcano come avversari. E alla fine si ritirano entrambi. Ingloriosamente. Fra i sonori fischi del pubblico. Vince Schotte, un belga, e ai nostri due tocca una squalifica di due mesi (poi ridotta a uno), per comportamento scorretto in nazionale. A Bartali non era andata giù la mancata convocazione in azzurro l'anno precedente. L'ultima gara: un circuito a Città di Castello, il 28 novembre del '54. Quell'anno al Giro era riuscito ancora ad arrivare 13° su 67 corridori arrivati…
Bartali univa qualità fisico-atletiche fuori dal comune, come oggi in tempi di specializzazione dilagante, sarebbe quasi impossibile trovare in un campione moderno. Era un grandissimo scalatore, capace di spingere di forza rapporti impossibili per gli altri e di macinare così gli avversari; ma aveva anche doti di velocità notevoli (come dicono le sue vittorie allo sprint nella Milano-Sanremo: straordinario lo spunto con cui si aggiudicò quella del '50).
Ma aveva anche buone doti sul passo. La sua dote migliore: la caparbietà, la volontà di lottare, la capacità di sopportare qualsiasi sacrificio e fatica.
"DIO, FAMIGLIA, AMICI: I CARDINI DELLA MIA VITA"
Figlio di Torello e Giulia Sizzi, Gino Bartali era nato a Ponte a Ema, in Via Chiantigiana 78, il 18 luglio del 1913. Aveva due sorelle pi anziane di lui, Anita e Natalina e un fratello, Giulio, nato nel 1916 e morto nel 1936 per un incidente in una corsa ciclistica (finì contro un'auto, fu operato, spirò per un'emorragia interna, dovuta, forse all'intervento chirurgico). Stessa tragica sorte di Serse, il fratello di Coppi. Bartali prostrato (aveva appena vinto il suo primo Giro d'Italia) fu lì lì per smettere di correre.
A 10 anni, prima comunione e iscrizione Azione Cattolica: la sua fede incrollabile: "Dio, famiglia, amici sono stati i cardini della mia vita", dir. Non aveva approfondito gli studi: solo le elementari, la "sesta" alla Peruzzi di Firenze. Per frequentare faceva 20 km al giorno in bici con una salita (erta Canina del 18%). Spingendo un rapporto durissimo: 48x16.
Per aiutare a casa, dove non erano molto entusiasti della sua passione per la bici, lavorò a lungo come aiuto meccanico presso il vicino, Oscar Casamonti, corridore a sua volta e meccanico. Tre giorni la settimana, gli altri: in bici. La voce roca gli venne per uno scherzo degli amici: durante un inverno molto freddo fu seppellito nella neve per gioco. Restò sei mesi senza voce, che non tornò più come prima. Per questo fu soprannominato "Careggi", il nome dell'ospedale più grande di Firenze. Si sposò con Adriana il 14 novembre del 1940 (lo sposò l'arcivescovo si Firenze, cardinale Elia Dalla Costa): fu ricevuto in seguito da Pio XII, Papa Pacelli. E si incontrò svariate volte con Giovanni XXIII. di cui era grandissimo fedele.
Lottatore, contro tutto e contro tutti aveva una volontà di ferro. La sua forza, la sua capacità di far fronte ad ogni sofferenza ed insulto fisico, gli avevano valso il soprannome di "uomo di ferro". Per la sua fede religiosa fu chiamato anche "Gino il pio". Nel suo sport era serio e molto professionale. Allenamenti scrupolosi, vita da corridore, niente strappi. Ha vissuto così, nel rispetto delle regole del buon atleta, fuggendo anche quella farmacia e quella chimica che già da allora cominciava ad affacciarsi nel mondo delle due ruote.
Ciclisticamente
Bartali nasce nel 1931, quando - a soli tredici anni - comincia a gareggiare
nell'Aquila, la società di Oliviero Berlincioni e Rodolfo Mei. Prima corsa, la
Coppa del Bandino, finì settimo nella volata vinta da Del Cancia. Prima
vittoria: Circuito dell'Antella. Con quella maglia partecipa a 104 corse
vincendone 44 (11 da allievo e 33 da dilettante). In altre 48 gare non si mai
piazzato oltre il quinto posto. Ammette, di aver ceduto varie volte il primo
posto perché guadagnava di più incassando anche il premio del primo. Nel 34 a
Grosseto parte in ritardo di 18 minuti, raggiunge i primi, finisce al secondo
posto, in volata. Cade in uno sprint a Grosseto il 24 maggio 1934 e si frattura
il naso. Il fratello lo chiamava per quello "Nasello".
Gareggiava dapprima solo con biciclette usate (quelle nuove costavano troppo); la sua forza era tale che spesso rompeva i pedali. Sfidava gli amici e li staccava in salita pedalando senza tenere il manubrio.
La rivalità con Bini fu un’altra costante dei suoi primi anni di agonismo. Poi ci sarà quella con Coppi. Memorabile il duello in salita nel finale del Giro del '46, quello della ricostruzione. Risolto da "Ginettaccio" a suo favore, così come Coppi si impose l'anno involandosi nella Pieve di Cadore-Trento, divenuta famosa come la cavalcata dei monti pallidi¡, attraverso Falzarego e Pordoi. L'antagonismo sportivo ( ma nella vita eravamo amici¡, ha ripetuto tante volte Bartali) diventò anche antagonismo di marche di bici protese a conquistare il mercato: Legnano per il toscano contro Bianchi per il campionissimo¡.
Diventò professionista nel 1935 con la Frejus. Ma l'anno dopo lo volle Guerra nella mitica Legnano di Eberardo Pavesi. L'inizio di una carriera immortale, conclusa il 10 ottobre del 1954 (ultima vittoria nel Giro di Toscana, l’anno precedente) con 124 vittorie, 836 gare disputate e 150 mila chilometri percorsi in bici.
IL TOUR DEL '48: UNA VITTORIA CHE SALVO' L'ITALIA?
La vittoria di "Ginettaccio" al Tour de France del 1948 se non proprio ad evitare la guerra civile, come sostengono alcuni, contribuì almeno ad allentare la tensione ed a sedare gli animi degli italiani esacerbati per l’attentato a Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista. Un attentato, a Roma, fallito per pochissimo, per mano dello studente siciliano Antonio Pallante. Torino, Milano, Genova, città tradizionalmente operaie, vissero ore drammatiche. Tumulti e incidenti ci furono in tante città specie del nord Italia. La situazione poteva precipitare, ma la notizia che quel 14 luglio del ’48 rimbalzò da oltr'Alpe parlava di un italiano vincitore nella Cannes-Briancon. Un italiano al Tour, un toscanaccio brontolone rappresentava idealmente nello sport più caro allora alla gente – il ciclismo - quell’unità che le vicende politiche rischiavano di compromettere.
Lo stesso Togliatti, appena ripresosi, si informò della
vicenda ciclistica e la notizia del successo di Bartali lo confortò
enormemente. Una tappa d'altri tempi. Una di quelle che contribuirono a rendere
grande l'epopea del nostro ciclismo di allora.
"Ginettaccio", trentaquattrenne, unico rappresentante italiano
competitivo alla "Grande Boucle" (Coppi aveva preferito rinunciare),
aveva un ritardo in classifica di oltre 21 minuti dal francese Louison Bobet,
che si era difeso discretamente sui Pirenei. Ma all'appuntamento alpino la
musica fu ben altra. Sui primi due colli, l'Allos ed il Vars, gli attacchi di
Lazarides, Impanis e Robic infiammarono la corsa. Bartali controllava a
distanza. Il capolavoro del toscano poi si consumò sull'Izoard. Tra il fango,
la polvere della strada sterrata ed il freddo gelido il corridore italiano
sferrò il suo attacco alla maglia gialla. Per tutti ci fu ben poco da fare.
Robic fu l'ultimo a cedere alle pedalate del toscano. Bobet prese una
"cotta" storica, perdendo minuti su minuti. I distacchi furono
abissali. La maglia gialla restò però sulle spalle del francese. Ma Bartali
non si fece sfuggire l'occasione offertagli dalla tappa successiva, la BrianUon-
Aix Les Bains che presentava le scalate al Galibier, Croix de Fer, Portet,
Coucheron e Granier. Fu un crescendo entusiasmante. Altre due tappe furono
appannaggio dell'italiano (7 in tutto) ed a Parigi il suo vantaggio era di oltre
20 minuti sul secondo, il Belga Schotte.
Per Bartali quella fu la seconda affermazione al Tour de France, esattamente
dieci anni dopo la prima, avvenuta nel '38. Ma il successo nella corsa francese
non attenuo' l'amarezza che gli anni della guerra gli avevano provocato. Proprio
quelli migliori per la sua carriera, passati, per ovvie ragioni, lontano dalle
corse e che avrebbero potuto regalargli tante altre soddisfazioni, compreso quel
titolo mondiale che Bartali non riuscì mai a conquistare. Unico neo di una
storia ciclistica che è già leggenda.
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La rivalità del secolo in cifre |
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| BARTALI | COPPI | |
| Giro d’Italia | 3 | 5 |
| Tappe al Giro | 17 | 22 |
| Giorni in maglia rosa | 50 (15 part.) | 31 (13 part.) |
| Classifica scalatori al Giro | 7 | 3 |
| Tour de France | 2 | 2 |
| Tappe al Tour | 12 | 9 |
| Giorni in maglia gialla | 20 (8 part.) | 19 (3 part.) |
| Classifica scalatori al Tour | 2 | 2 |
| Tappe di Giri complessive | 47 | 41 |
| Milano-Sanremo | 4 | 3 |
| Giro di Lombardia | 3 | 5 |
| Giro di Toscana | 5 | 1 |
| Tre Valli Varesine | 1 | 3 |
| Mondiale | 0 | 1 |
| Campionato italiano | 4 | 4 |
| Vittorie complessive "prof" | 124 | 122 |