14a Tappa VERONA-ALPE DI PAMPEGAGO VAL DI FIEMME Km. 195

 

SELLA, LA FUGA INFINITA

PAMPEAGO –  Una lunga fuga di 183 chilometri su e giù dal Manghen e poi fino in cima all'Alpe di Pampeago. Prima con 12 compagni fra cui un eccellente Bettini, poi in solitario: 53 chilometri. Così il piccolo Sella, scricciolo delle montagne, ha vinto la prima grane frazione di salita in questo Giro. Quattro anni dopo il successo di Cesena (anche quello ottenuto con una fuga solitaria). In classifica Visconti deve inchinarsi a Bosisio, la sorpresa di questo Giro, che conquista la maglia rosa e precede lo spagnolo Contador. Alterzo posto della generale sale Marzio Bruseghin autore di una eccellente e caparbia frazione. Sul curvone, campeggia enorme il cartello “Pantani guarda giù, Simoni vola su”. Simoni, vede e, siccome l’idea dell’impresa lo ispira da sempre (vedi il duplice successo sullo Zoncolan) il rude e stagionato trentino (37 primavere ad agosto) ci prova. Ma il suo affondo, a  3 chilometri dallo striscione, più che un volo è un goffo tentativo di decollo. Come quei traballanti aerei ai tempi dei fratelli Wright. Un  balzo, un saltello e di nuovo a terra. Punge, ma non fa male, “Gibo”. E comunque è l’unico ad osare. Gli va dato atto. Una scena che si ripete spesso in questo Giro, dove il sostanzioso rimpasto della classifica alla prima grande montagna è accompagnato da un diffuso sentimento di paura e timore. Il trentino fa l’analisi più lucida: “Ho fatto lavorare la squadra sul Manghen, ma intorno ho visto solo una grande fifa. Mi sembrava fossimo un branco di pecore più che leoni”. Paura. Già, ma di cosa? Chiaro: di “saltare”, di non avere le forze per arrivare alla fine della tappa e, peggio ancora, del Giro. Perché oggi il “serbatoio” delle energie appare meno dovizioso del passato quando al ripristino provvedeva quella “farmacia del diavolo” che tanti danni ha provocato nel ciclismo degli ultimi lustri. E va interpretato come un eccellente segnale di qualcosa che comincia a funzionare nei controlli. E, anche se qualcuno sotto voce si interroga se sia meglio il ciclismo fantasmagorico dei mille scatti e delle mille accelerazioni -  quello dei “marziani” di una volta, per capirci - è chiaro che la credibilità porta anche ad una scelta obbligata. Incrociamo le dita, perché su questo terreno scivoloso, la madre degli imbecilli è sempre incinta. Però un dato è certo: sono bastati due semplici attacchi di Simoni e del russo Menchov, per sparpagliare il plotoncino dei grandi favoriti. Segno che c’è un grande equilibrio di forze. Non c’è da sprecare una briciola di energia di qui a Milano: “Abbiamo avuto un inizio di Giro molto dispendioso – spiega la nuova maglia rosa Bosisio – con arrivi su strappi difficili e con il maltempo. E’ chiaro che le forze si livellano; ma quando i forti attaccano si è visto che la selezione viene subito. Sono convinto che nei prossimi giorni ci saranno distacchi maggiori”.
Forse l’unico che avrebbe potuto osare un po’ più degli altri, per carattere e caratteristiche era il giovane Riccò, ma ieri ha lasciato la sua ormai celebrata aggressività in albergo. “Ho passato una nottataccia – spiega affranto il “cobra” di Formigine – tosse e mal di gola, respiravo male. Ma tutto sommato non ho perso tanto”. Una vera sfortuna, quel malanno proprio alla vigilia della prima grande sfida. Sfortuna doppiata dalla mancata collaborazione di Piepoli, il compagno alle prese con i postumi della caduta di Cesena.
Il veneto Bruseghin, ossannato da orde di fans, arriva davanti allo spagnolo Contador e sale dal sesto al terzo posto in classifica. “Visto? – osserva l’arguto capitano della Lampre – anch’io mi aspettavo di più da lui, ma ve lo avevo detto: le salite del Giro sono un’altra cosa rispetto a quelle del Tour”. Intanto, però, Contador, pur a cedendo Pampeago 19” a Di Luca, 32” e 36” rispettivamente a Simoni e Riccò, 45” al russo Menchov è quello che mette meglio a frutto la giornata: secondo in classifica a 5” da Bosisio. Ma ha anche messo in piazza la sua debolezza. Non è un avversario invincibile. Specie sulla grande pendenza. Non è al top della forma ed è attaccabile. Forse adesso qualcuno si morde le mani di non averlo messo alla frusta prima.
Ora si gioca tutto sul recupero, perché c’è subito un’altra battaglia, quella più dura, con cinque colli “storici” (Pordoi, S.Pellegrino, Giau, Falzarego e Marmolada): 64 chilometri all’insù (su 153), e quasi 5.000 metri di dislivello da colmare. Se tutto funziona nella norma, forse la selezione decisiva che non si è vista a Pampeago, si vedrà sulla Marmolada.