| 20a Tappa | ROVETTA-TIRANO | Km. 224 |
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TRIS DI SELLA, MA CONTADOR E' GIA' PADRONE |
TIRANO - Sella,
ancora una fuga solitaria. Terzo successo del minuscolo arrampicatore vicentino,
quarto per la Csf Navigare di Bruno Reverberi. E sarebbero stati cinque se nella
tappa di Cesena, Fortunato Baliani, un uomo perennemente in fuga e in tutte o
quasi le azioni importanti della corsa rosa non fosse inciampato in un
sampietrino compromettendo un successo scontato. Un quarto di tutte le tappe
disputate senza contare l’ultima, la crono di Milano. Non fosse stato rispedito
a casa il velocista Richeze, capace di duettare alla pari con Bennati e
Cavendish, per la positività allo stanozololo (anabolizzante) alla vigilia della
partenza di Palermo, forse sarebbero state anche di più. Tutti fortissimi i
"Navigare", dal primo all'ultimo. Anche nell'ultimo tappone alpino hanno menato
la danza con PerEz Cuapio sul Gavia e poi con Sella sul Mortirolo. Fremeva il
piccolo vicentino e a stento l'ammiraglia lo ha tenuto a freno finche non è
esploso salendo verso l'Aprica. Ancora trenta chilometri da solo con tutti gli
altri dietro vanamente ad inseguire. Tanto, davvero per una formazione che alla
vigilia era accreditata di un ruolo modesto e invece ha dominato quasi tutte le
classifiche. Troppo secondo le voci di carovana che sottolineavano come la
squadra (italianissima, ma con sede in Irlanda, per le solite convenienze
fiscali), fosse una di quelle meno controllate dai test del nuovo passaporto
biologico, con tutta la ridda di sospetti che in uno sport sempre fortemente a
rischio sono quasi automatici. Una polemica emersa anche davanti alle telecamere
della tv.
Sella, un minuscolo folletto che a 26 anni scopre una nuova straordinaria
dimensione. Commovente nella sua commozione, e nelle lacrime sgorgate sincere
per l’ennesima volta dopo il traguardo. Meraviglia delle meraviglie di una
squadra che ha stradominato il Giro. Il vicentino era già in fuga nella tappa di
Peschici, ha dialogato a tu per tu con gli aspiranti alla rosa: Riccò, Di Luca,
Contador; e non fosse per la caduta di Cesena che lo ha spedito al 40° posto in
classifica con un ritardo letale, sarebbe stato certamente lì a lottare quanto
meno per il podio. Una volta sul suo terreno, ha scalato Pampeago, Manghen,
Marmolada, Gavia e Mortirolo ai ritmi del miglior Pantani. Dunque, se non è il
solito fuoco di paglia, si candida come uomo del futuro. Il tempo sarà, come
sempre, galantuomo. Per adesso c’è da registrare che l’ultimo tappone alpino ha
emesso una sentenza definitiva solo per Di Luca. Dopo la straordinaria gara del
giorno prima (secondo in cima al monte Pora), sul terribile Mortirolo ha pagato
il conto. Un segnale da interpretare in senso positivo: forse (il dubbio è
d'obbligo con i precedenti del mondo delle due ruote a pedali) il ciclismo
nostrano sta entrando in una dimensione più umana e meno da “marziani”. Vuoi per
i controlli, vuoi per il messaggio che sta passando (finalmente) dalla dirigenza
sportiva: tolleranza zero. Vuoi per altre circostanze. Questa è la vera faccia
del ciclismo: un giorno dai tutto e il giorno dopo non ne hai per reggere la
concorrenza: la fisiologia del recupero e della distribuzione delle forze ha una
sua logica e una sua ritmica ferrea. Tutto ciò che esula è sospetto. Viva la
faccia, dunque, di Di Luca che cede. Dovremo cominciare a pensare diversamente
il ciclismo che siamo abituati a vedere in anni di farmacia sfrenata. Bello
ugualmente quando la sconfitta è figlia del limite umano e rivela comunque una
lotta generosa.
Nonostante la difesa disperata, l’abruzzese ha dovuto incassare in cima al
Mortirolo un pugno di secondi che né la discesa disperata verso Edolo, né
l’inseguimento successivo hanno potuto colmare. Si è dovuto arrendere proprio
quando Sella e Riccò hanno cominciato a duettare nell’intento, rivelatosi poi
vano, di mettere in difficoltà e possibilmente distanziare Alberto Contador. Lo
spagnolo emerge dalle salite con la corsa in pugno, anche se il suo vantaggio su
Riccò è risicatissimo, solo 4 secondi. Dalla sua i 28,5 chilometri fra Cesano
Maderno e Milano, una distanza dove promette di relegare Riccò ad oltre due
minuti, come già il madrileno ha saputo fare nella crono di Urbino che, per
caratteristiche, si addiceva di più all’emiliano, per il quale, tuttavia va
annotata anche una caduta che gli ha tolto una manciata di secondi (20-25
almeno). Salvo imprevisti lo spagnolo ha il Giro in tasca. Anche se non si
sbilancia ancora del tutto: “Aspetto la crono prima di cantare vittoria”. Ma poi
aggiunge: “Non ho paura di nessuno; se vado bene devo preoccuparmi solo della
mia concentrazione e del mio rendimento”. Uno spagnolo sul trono di Indurain 15
anni dopo, dunque. Uno straniero dopo tanti italiani 12 anni dopo il sulfureo
Tonkov. Il Giro ci guadagna in “internazionalità” e in nome, perché quello di
Contador, vincitore del Tour è “pesante”. E lo si è capito anche dalal deferenza
dehgli organizzatori nei confronti dell'iberico, cui, in più di un'occasione è
stato concesso di non presentarsi per la rituale conferenza stampa dopo gara.
Oltretutto è il segnale che si sta lentamente attuando un ricambio
generazionale. Stanno affiorando alla ribalta i 26enni e promettono di
vivificare le sfide del futuro. Non c'è solo il fumantino Riccò (che ha
definitivamente smorzato la polemica con Sella dopo la tappa del monte Pora), ma
anche Sella, Visconti, Nibali. Se quello che abbiamo visto in questi giorni è
frutto di qualità autentiche ne vedremo delle belle negli anni a venire. E il
ciclismo nostrano potrà pensare di rialzare la testa. Per non aggiungere Andy
Shleck, assente a questo Giro, ma secondo nell’edizione 2007. Come sempre sarà
il tempo giudice imparziale.