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PARIGI - Il Tour di Floyd Landis si è chiuso con la vittoria
a sorpresa sugli Champs Elisée del norvegese Hushovd che ha battuto il grande
favorito di giornata, Robbie McEwen. Troppo presto allo scoperto l'australiano
che quasi assaporava il prestigioso trionfo che vale una grande classica, e il
velocista dell'Credit Agricole lo ha letteralmente fulminato negli ultimi 50
metri, vincendo con distacco, addirittura. Al termine di 20 tappe combattute e,
tutto sommato, avvincenti (se si esclude la prima settimana di pianura e di
noia), anche lo storico rettilineo leggermente in salita ai piedi dell'Arc de
Triomphe può fare brutti scherzi. McEwen lo ha capito sulla sua pelle, ma non ha
fatto tragedie, contentissimo della maglia verde a punti che per un anno ancora
(il terzo) lo dipinge come il miglior sprinter del plotone al Tour. In assenza di un certo
Petacchi ha avuto vita facile. Anche se la Tour niente è poi così facile. E'
stato il Tour di Landis nel bene e nel male. L'americano, ex compagno di
Armstrong ("da lui ho imparato come si gestisce una grande squadra che punta
alle vittorie più prestigiose"), ha fatto tutto da solo. Anche perchè, con
tutto rispetto dei suoi compagni, non aveva a disposizione una formazione molto
agguerrita.

Ha preso la maglia gialla nella undicesima frazione con l'arrivo in Val d'Aran, sfilandola dalle spalle della celebratissima promessa francese Dessel, l'ha conservata a Carcassonne il giorno dopo per consegnarla, inspiegabilmente, allo spagnolo Pereiro Sio la frazione successiva concedendo mezz'ora di vantaggio alla fuga di giornata. Se l'è ripresa all'Alpe d'Huez dopo due giornate tranquille in cui ha risparmiato i suoi. Ma poi, il giorno dopo a La Toussoire è incappato in una inspiegabile (e ancora inspiegata) crisi che lo ha precipitato giù dal podio. Dieci minuti negli ultimi dieci chilometri. Un tonfo incredibile e inatteso. Non uno fra addetti ai lavori, appassionati e suiveur avrebbe scommesso un centesimo sulle sue possibilità di successo. E, invece, appena il giorno, dopo l'americano di Ephrata si inventa la Grande Fuga. Nel tappone alpino con cinque colli mette alla frusta la squadra sul primo colle e se ne va. Sorridono in tanti al momento. Sembra un suicidio, e invece Landis resiste fino a Morzine e riprende la gialla. Il duello con Pereiro sabato è risolto a suo vantaggio già nelle prime battute. Ed ecco il trionfo finale. Un trionfo che prosegue la striscia dei padroni d'oltreoceano al Tour, anche se Landis non si candida a successore di Armstrong. Di fatti, è stato davvero poco padrone della "grande boucle". Una corsa senza una formazione guida, decapitata in partenza dai protagonisti più accreditati per le ben note vicende dell'inchiesta doping spagnola, spesso ingovernabile e ingovernata. E poi adesso c'è il problema all'anca, quella necrosi che lo costringerà ad un difficile intervento (ad agosto) e che gli è valso da parte dell'Uci, la federazione internazionale l'esenzione d'uso per quanto riguarda i corticosteroidi, farmaci cortisonici normalmente vietati.
Per gli italiani un successo di tappa (Tosatto a Macon) e la
soddisfazione della maglia bianca per Damiano Cunego. Ha sofferto, il veronese,
all'inizio. Perchè il Tour, per quanto meno impegnativo del giro come tracciato,
è sempre corso alla garibaldina, a grandi ritmi. Ma è cresciuto nell'ultima
settimana, sfiorando un clamoroso successo sull'Alpe d'Huez e, sorpresa delle
sorprese, facendo meglio del rivale Fothen nella crono conclusiva. L'idea di
puntare alla maglia gialla in futuro non è sbagliata. Dovrà però aspettare
percorsi più adatti alle sue caratteristiche di arrampicatore. Due frazioni di
oltre 50 chilometri contro il tempo (con una di esse praticamente piatta) hanno
messo la corsa nelle mani dei passisti-scalatori, piuttosto che degli scalatori.
Se non cambia questa situazione farà bene il veronese a puntare prima di tutto
al Giro.
Il bilancio. E' stata una delle più incerte edizioni degli
ultimi 20 anni, ma è stata anche un enorme flop televisivo, con ascolti in netto
calo rispetto agli scorsi anni. Le cause vanno ricercate nel ritiro di Lance
Armstrong, nella sovrapposizione nella prima settimana del Mondiale di calcio, e
nel clamoroso scandalo doping scoppiato proprio alla vigilia della partenza, che
ha tagliato fuori alcuni dei grandi protagonisti della corsa francese (Basso,
Ullrich, Vinokourov, Mancebo). A sottolinearlo è l'International Herald Tribune,
che ha riportato i risultati di uno studio dell'istituto londinese Initiative
Future World. L'agenzia inglese ha tracciato gli ascolti della manifestazione
durante tutte le tappe della Grande Boucle in 50 Paesi nel mondo, incaricandosi
di valutare le possibili cause di questo 'flop'.
Dai dati risulta evidente che le nazioni più colpite dalla sindrome
'assenteista' degli spettatori sono state Germania, Stati Uniti e persino la
stessa Francia. "La particolarità del successo televisivo del Tour - ha detto il
dirigente Ifw Alavy al quotidiano - sta nel fatto che concentra il 65%
dell'audience in tre nazioni", le stesse, però, che quest'anno hanno deciso di
voltargli le spalle. Nonostante la vittoria dell'americano Floyd Landis, che
dopo l'era Armstrong ha allungato a 8 gli anni di monopolio a stelle e strisce,
lo stallo maggiore si registra proprio negli Stati Uniti, con un crollo pari al
52% degli ascolti. "E' un sintomo tipico che si registra in tutti gli sport
quando un eroe locale si ritira", ha spiegato Alvey. La stessa sindrome che ha
colpito la Germania di Ullrich, eliminato ancor prima della partenza dallo
scandalo spagnolo del doping, che ha coinvolto anche Ivan Basso. Nella 93/a
edizione della Grand Boucle, infatti, i telespettatori tedeschi si sono ridotti
quasi del 50%, passando da 2,7 a 1,5 milioni. Insomma, il Tour non è lo stesso
senza le sue primedonne. Ma la gara "quest'anno ha dovuto fare i conti anche con
i mondiali di calcio - ha concluso l'analista - e con uno scandalo doping che
certamente ha allontanato molti appassionati di questo sport".
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TOUR DE FRANCE, CICLISMO,
DOPING |
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