L'ARCHIVIO DEI COMMENTI 1999 -2000 Torna alla Home Page
TV, ESPERTI E DISINFORMAZIONE PANTANI E LA STAMPA "AMICA" CONI E DOPING, LA COERENZA MANCATA
CORTICOSTEROIDI AL TOUR GIRO, IL PASTICCIO DEI CORTICOSTEROIDI

QUANDO LA STAMPA NON AIUTA  A CAPIRE

ANTIEPO A SYDNEY, UN PRIMO PASSO IL CICLISMO VOLTA PAGINA? IL CONI ASSOLVE IL MEDICO DELLA JUVE
SE LA TV FA OPINIONE CORRIDORI, FUGA DALLA VERITA'? UN TOUR A DIMENSIONE D'UOMO?
QUEL DOPING "NECESSARIO" JUVENTUS, DIURETICI E DOPING PANTANI E LO SPORT SCONFITTO
L'IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEL CIO QUELLO SPORT DA RISCRIVERE ...

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TV, ESPERTI E DISINFORMAZIONE

SETTEMBRE 2000 - Ancora sulla tv e su come vengono affrontati problemi delicati come quello della tutela della salute nello sport. Nel consueto salotto serale dedicato ai Giochi, condotto dall’ottimo Mazzocchi, lunedì scorso, il professor Dal Monte, ex direttore dell’Istituto di scienza dello sport del Coni è intervenuto sul problema dei valori elevati di gH rilevati su molti atleti di interesse olimpico nei mesi antecedenti i Giochi. Essendo stato citato nel corso della trasmissione un articolo da me scritto su Repubblica, si rendono necessarie alcune precisazioni:

1) Non corrisponde al vero l’affermazione del professore che non esistono valori di base di riferimento da cui dedurre eventuali scostamenti dalla media.

Un articolo pubblicato dall’American Journal Physiology (Pincus SM et al., 1999) fornisce l’andamento dei livelli ematici nell’arco delle 24 ore; 19 soggetti malati (acromegalia) e 20 soggetti sani (8 femmine e 12 maschi); i test sono stati fatti tra le ore 8.00 e le ore 8.00 del giorno successivo con differenti modalità di prelievi: ogni 5 minuti e ogni ora.

Le conclusioni sono le seguenti per i soggetti sani:

tre le ore cinque del mattino e le quattordici e trenta (nove ore e mezza) il livello ematico del gH è praticamente costante e vicino allo zero

tra le quattordici e 30 e le sedici e trenta (circa due ore) si verifica un picco ematico fino a circa 15 nanogrammi/millilitro, presumibilmente legato al pasto (vedi ricerca di Muller, del 1982)

tra le 16,30 e le 20 e trenta un valore costante, prossimo allo zero

tra le 20,30 e le 22,30 ancora un picco (fino a 15 ng/ml), presumibilmente legato al pasto

serale.

tra le 22,30 e le 2,30 un livello costante vicino allo zero

tra le 2,30 e le 5 (per un totale di due ore e mezza) un picco fino a 20 ng/ml legato presumibilmente alla fase del sonno

2) il trattato Williams (Textbook of Endocrinology) evidenzia andamenti analoghi

3) Uno studio di Kanaley ed altri, 1997, presso la Virginia University dimostra che sette maschi dediti ad attività aerobica dalle due del mattino, fino alle 18 (15 ore) hanno livelli ematici di gH costantemente prossimo a zero virgola qualcosa.

4) Nel trattato Endocrinologia e Metabolismo (Felig e altri, 1997) è scritto che: "Livelli plasmatici di GH nell’adulto a digiuno e a riposo sono in genere inferiori a 1 nanogramma per millilitro; nelle donne sono lievemente più alti; inoltre nello stesso trattato si dice che l’allenamento tende a ridurre i livelli basali del GH.

5) Nel trattato di Endocrinologia di Pinchera (1991) si dice che in condizioni normali i livelli circolanti di GH sono in genere sotto i 2 nanogrammi/millilitro

Infine, se non esistono standard di riferimento, come dice il disinformato professore, come si spiega che molti laboratori fanno riferimento a valori basali che oscillano fra 0,06 e 5 nanorgammi millilitro per gli uomini e 5-10 per le donne?

Ora: i test sugli azzurri sono stati fatti TUTTI tra le 8 e le dieci del mattino, su soggetti a riposo e a digiuno quando, secondo la letteratura (che esiste, altro che non ci sono riferimenti!) i valori dei maschi debbono essere costantemente vicini allo zero e nelle donne compresi fra 1 e 5 nanogrammi/millilitro. Dunque esistono valori base di riferimento ed è proprio in relazione ad essi che viene segnalato un problema di valori abnormi, rilevati sugli atleti, da studiare e approfondire; necessità su cui si trova concorde anche il ministro della sanità Veronesi.

Meraviglia che chi per il proprio ruolo professionale dovrebbe fare informazione seria e scientifica adoperi il proprio carisma per alimentare tesi suggestive e non fondate. E viene da chiedersi per quale motivo. Per coprire che cosa?

Comprensibile invece la disinformazione dell’ex nuotatore Luca Sacchi che, come tanti atleti o ex atleti in questi casi, intravede chissà quali complotti e chissà quali strumentalizzazioni in un dossier che rappresenta solo un legittimo allarme per la salute anche di suoi ex compagni. Infatti in nessun punto del dossier e neppure nel mio articolo si fa riferimento al doping, bensì a valori di gH abnormi, pericolosi per la salute, secondo i tecnici. Ma, si capisce, Sacchi, avendo passato una vita nella solitudine di una piscina non ha potuto approfondire. Ammette di non conoscere il problema, però interviene. Molto superficialmente per non dire a vanvera. Sarà esperto di tempi e virate, ma dimostra di ignorare le leggi dello stato italiano. Quali nomi si dovrebbero fare in questa vicenda in cui non è mai stata messa in campo la parola doping, ma solo quella della "tutela della salute", e che riguarda strettamente un ambito strettamente vigiliato e regolato dalla legge sulla privacy? Altro che "se ci sono casi di doping si facciano i nomi". Il primo da fare è il suo, ma per mandarlo a scuola.

PANTANI E LA STAMPA "AMICA"

Vado, non vado. Decido all’ultimo. Vedremo. L’altalena è ben conosciuta ogni volta che Pantani si trova al centro di una qualche polemica (capita spesso). La sera lascia intendere che l’ultima tempesta, quella dei limiti massimi sfiorati nei test pre-olimpici lo abbia sfiduciato fino a rinunciare al viaggio a Sydney; la mattina dopo fa subito dietro front. 
Questo, ci dicono i "media". Ormai, trattandosi del fenomeno-Pirata, qualcosa che travalica il semplice aspetto sportivo, c’è uno stuolo di giornalisti sempre pronto a raccogliere ogni sospiro, ogni capriccio, ogni giustificazione, perfino ogni banalità. In una strana forma, peraltro. La forma indiretta. Infatti, il Pirata parla solo ed esclusivamente per interposta persona, cioè per bocca della sua pr, Manuela Ronchi. È il giornalismo rampante di oggi; quello sportivo almeno. Un giornalismo di ventriloqui; disposto a tutto, pur di strappare la dichiarazione, purchè ci siano le virgolette del "parlato", il discorso diretto. Lo dice Lui; è una sonora imbecillità (una bugia, una cavolata enorme, un’incredibile baggianata) ma va bene lo stesso: lo dice Lui. Anche un autorevole quotidiano come "La Repubblica" – spiace dirlo - non fa eccezione. La sera Pantani minaccia di non andare ai Giochi; la mattina attacca addirittura il Coni: "Non vi do soddisfazione, vengo a Sydney e corro". Il tutto nell’arco di poche ore. Ce n’è per essere legittimamente disorientati. 
Sorvoliamo su cosa effettivamente abbia detto Pantani. Dal momento che ufficialmente parla attraverso il suo ventriloquo non lo sapremo mai. Ciò che interessa è comprendere come scattino certi meccanismi che sono alla base della comunicazione e della cosiddetta notizia. Cioè del mestiere che ci riguarda personalmente. Da una parte c’è l’ansia di avere comunque la dichiarazione, l’intervista (sensata o meno); dall’altra c’è il desiderio neppure tanto segreto di accattivarsi i media e di "governarli" attraverso la concessione – appunto – della medesima intervista. In mezzo, questo giornalismo fasullo: ventriloquo, appunto. Il risultato di questo processo ormai diffusissimo è che appena appena non sei nella schiera degli incensatori indefessi, vieni rimosso, messo in un angolo. Non ti parlo, con te faccio il silenzio stampa. Non lavori o lavori male. Nel calcio qualcuno vorrebbe anche che le interviste ai propri campioni fossero pagate. Immaginate che fine farebbe la libertà di critica e di opinione.  Dunque la conseguenza del giornalismo ventriloquo è ovvia: il giornalismo asservito. In nome di cosa tutto questo? Perché?  E con quale onestà intellettuale nei confronti del lettore? Chiediamocelo finché il degrado non ci sovrasti del tutto. Questa è una triste realtà del mestiere oggi, in tanti casi, almeno. La gente lo deve sapere. 

Naturalmente nel merito della vicenda sono in pochi a scendere (segnalo in positivo l’articolo di Sergio Rizzo, caporedattore del Corriere dello sport, esemplare per documentazione ed equilibrio). Eppure il problema Pantani è semplice. C’era un allarme legittimo in quanto i suoi valori ematici erano cresciuti notevolmente nell’arco di pochi giorni. Situazione difficilmente spiegabile dal punto di vista fisiologico, anche se – prontissimi – alcuni difensori si affannano ad interpellare i soliti "esperti" a gettone per sostenere l’ennesima bugia: l’ematocrito può variare anche più del 10%. Può l’ematocrito di un atleta crescere del 10% in un periodo di allenamento intenso (quale quello pre-olimpiadi) e in via del tutto fisiologica? È una tesi scientificamente infondata (l’ematocrito di una persona può variare al massimo del 5% nell'arco della vita, per cause naturali, ovviamente) , ma lo si scrive lo stesso, come fa il Corriere della sera. C'era un allarme che medici federali,  informati immediatamente e Coni, successivamente (chi mette in dubbio questo vada a verificare quando le missive sono state protocollate) dovevano conoscere.  

Colpisce, poi, nella vicenda, il cinismo di alcuni dirigenti. E si capisce come un problema come quello del doping diventi a volte insormontabile. Franco Carraro, ex numero uno del Coni, ex sindaco di Roma e ora presidente della Lega, nonché fresco di nomina nell’esecutivo Cio, ribadisce la tesi che il Pirata stando nelle regole e cioè con i valori ematici vicini ai limiti massimi consentiti, non avrebbe dovuto essere importunato minimamente. D’accordo sulla privacy. Il suo nome non andava fatto. E "SportPro", pur conoscendolo, non lo ha fatto proprio nel rispetto della legge. 
Ma appare evidente come Carraro, non si preoccupi di chiedersi perché tali valori ematici siano cresciuti e così rapidamente. Non gli interessa, probabilmente, la salute dell'atleta. Si aggrappa alla forma. Una forma fasulla (quella del limite al 50% dell'ematocrito) fissata in un momento di emergenza, quando negli sport di resistenza gli atleti viaggiavano su valori da brivido (sopra il 60%) grazie all'uso indiscriminato dell'epo, e criticata da tutti perché consente, appunto, il cosiddetto "rabbocco"; permette, cioè, a chi ha valori bassi di "gonfiarli" fino al limite. E, come conseguenza, non impedisce l'imbroglio e la frode. Non interessa a Carraro sapere se un atleta froda o no le stesse regole invocate a copertura della regolarità dello sport?  
Oltretutto le regole non garantiscono da sorprese; a Sydney vanno a caccia direttamente dell’epo (che stimola la crescita dei globuli rossi, quindi fa lievitare l’ematocrito), non fanno test sull’ematocrito ed essere sotto il limite del 50% stabilito dall’Uci non serve proprio a nulla se ti trovano la sostanza esogena. Di qui l’allarme. Criticatissimo. A torto. Se si vedesse uno che rischia di cadere da un ponte in un baratro non lo si avverte? Restano i dubbi di fondo. Il perché di quell'altalena di valori da spiegare. E fa bene l'azzurro della pista Martinello a chiedere a Pantani di farlo. Una cosa è certa: se non ci fossero state quelle variazioni non ci sarebbe stato l’ennesimo caso-Pantani.  

CONI, LOTTA AL DOPING E LA COERENZA MANCATA

Settembre 2000 - Pugno duro del Coni e della federciclismo nei confronti dei pistard coinvolti in vicende doping assolutamente non chiare. Niente Olimpiadi per Collinelli e Trentini. Motivazioni pesanti, che fanno riflettere. Due positività per doping per l’ex olimpionico dell’inseguimento ad Atlanta: lidocaina e fentermina, nonchè detenzione di sostanze doping, mentre per il suo compagno di "quartetto" solo la seconda imputazione. Fermati dalla Finanza al confine con la Svizzera a bordo delle loro vetture, i finanzieri hanno rinvenuto – come si dice in gergo "in loro disponibilità" – fiale anonime; rivelatisi poi prodotti proibiti: DEHA uno dei più potenti ormoni della forza e Gh, l’onnipresente ormone della crescita. Vietatissimi, inutile aggiungere. 

Giustamente inflessibile il presidente Petrucci. "Da tempi non sospetti – si legge sulla Gazzetta dello sport – sia il numero uno del Coni, sia il capo della spedizione a Sydney, Lello Pagnozzi, avevano sempre sottolineato che in nessun caso un atleta coinvolto in casi di doping avrebbe potuto partecipare alle Olimpiadi". "Meno medaglie ma più pulite", aveva dal canto suo ripetuto più volte lo stesso Petrucci. Posizione sacrosanta e da condividere in pieno. Ma linea assai poco coerente per il Foro Italico. Se è stato giusto eliminare Collinelli e Trentini dalla spedizione a Sydney, come può essere accettato che ai Giochi partecipi un atleta che è attualmente rinviato a giudizio per frode sportiva legata a questioni di doping? E per giunta autoconvocatosi. L’allusione è a Marco Pantani: il Pirata, come noto, è stato rinviato a giudizio per le vicende legate all’ematocrito sballato nella Milano-Torino (e in altre occasioni); il processo si celebrerà a ottobre; anche per lui come per gli altri azzurri della pista incombe un procedimento penale. A Bolzano per Collinelli, a Forlì per Pantani. Però Collinelli è fermato assieme a Trentini (giustamente) mentre Pantani si permette addirittura il lusso di "autoconvocarsi" scompigliando per settimane l’equilibrio psicofisico del gruppetto dei corridori della strada per Sydney. Togliendo materialmente il posto ad un atleta, Davide Rebellin che nel plotone è riconosciuto come uno fra i più "puliti". Della spedizione ai Giochi fanno parte cinque corridori: due di essi sono seguiti (direttamente o meno) da un medico toscano, inquisito in varie occasioni da varie procure italiane per questioni di doping; uno di questi ha scontato una lunga squalifica (nove mesi) per doping; un quarto è addirittura il "figlioccio" di un altro medico, che a lungo è stato squalificato (sempre per fatti di doping) da parte della stessa Federciclo; il quinto è sotto processo a Forlì. Ci si domanda che "rappresentatività" possa avere una nazionale simile. Che valore potrebbero avere eventuali medaglie. Che messaggio il Coni e la dirigenza sportiva trasmettono, accettando questa situazione. Rigore e fermezza vanno bene (era pure ora…) ma debbono valere per tutti. 

CICLISMO E DOPING, QUANDO LA STAMPA NON AIUTA A CAPIRE

Agosto 2000 - Il ritorno del ciclismo ad un’immagine accettabile e credibile, passa anche e soprattutto attraverso il modo con cui i "media" propongono e raccontano i fatti e le situazioni. Ma c’è una maniera di fare informazione che rischia di essere fuorviante e poco aderente alla realtà. Ne è l’esempio concreto il commento di apertura del mensile BS non firmato (ma che comunque esprime – per tradizione – la linea del giornale). Il pezzo è tutto un inno triofal-smielato a Marco Pantani, dopo le due tappe vinte al Tour. Ma non sono i toni trionfali nè l'atteggiamento di esagerata reverenza nei confronti del Pirata che qui ci interessano. Ognuno può avere le opinioni che crede ed esprimerle come crede. Sta all’intelligenza del lettore capire e filtrare. Ciò che invece "va oltre" è il modo con cui vengono poste certe affermazioni. "Che ingiusta odissea per un fuoriclasse…" si legge poco sopra il titolo del pezzo in questione. E cosa mai debbo pensare io, lettore ignaro, quando scorro queste parole, per di più scritte su un "autorevole" rivista? Beh, è semplice, che a Pantani è stata fatta un’ingiustizia. Un'ingiustizia che lo ha costretto ad un'odissea; ingiusta, appunto. E quale mai sarebbe stata l’ingiustizia? Qui né titolo né pezzo spiegano. Ma non è facile fare l’associazione di idee: dal momento che il "problema" principale di Pantani è stato l’anno scorso l’episodio di Madonna di Campiglio e l’esclusione dal Giro per ematocrito troppo alto, e da lì sono cominciate le traversie e i ripensamenti del Pirata, l’ingiustizia non può che essere quella. Ora, se è vero che un nesso diretto non può essere fatto fra quei valori alterati che hanno lo costretto all’abbandono del Giro che stava vincendo e pratiche illecite, è altrettanto vero che mai Pantani ha spiegato su basi scientifiche serie il perché di quello "smarginare" il limite del 50% . Quando - ormai è di dominio pubblico - si conoscono bene i valori di base del Pirata (42%-44%) e si sa (lo dicono gli esperti) che la variabilità individuale non supera mai il 5% nella vita.

Il dato oggettivo, incontrobattibile resta che i valori erano troppo alti, superiori a quelli consentiti, fuori dalle norme. Dunque quale ingiustizia ci può essere stata nel far rispettare le regole? E quale messaggio si lancia, quale rispetto delle regole si può sottolineare, quali valori si tramandano se si considerano ingiuste le stesse regole che per gli altri corridori (tanti, troppi), incappati nella stessa disavventura, sono considerate eque? Era ingiusto punire lui perché quello che - in pura ipotesi – può aver fatto lui lo facevano tutti? Sarebbe come dire: dal momento che tutti rubano è ingiusto punire chi viene "pizzicato" rubando. È questo il senso dell’articolo? Oppure è ingiusto punire un atleta che, divenuto ormai un fenomeno mediatico che trascende lo sport stesso, "rappresenta il ciclismo italiano" meglio di tutti e dunque entra di diritto nell’Olimpo degli intoccabili? Una giustizia che è meno giusta con gli "intoccabili"?

Ad onore del vero a Pantani, nel rispetto delle regole, è stato comminata solo una sospensione di 15 giorni. Il resto: l’interruzione totale dall’attività, i tormenti, le promesse, i ripensamenti ce li ha messi lui. Nessun altro. E allora dove sta l’ingiustizia? Nel pezzo si invoca la "cultura" dello sport. Ma quale cultura dello sport ci può essere con una visione così parziale della realtà? 
p.s. Nell’articolo in questione si fa riferimento anche ai corridori che "vanno protetti" contro gli "stregoni che circolano nello sport". Anche quei corridori che – ancora oggi (e non sono pochi) - fanno la fila nell’anticamera dei medici dopatori e quelli che si fanno raccomandare per ottenerne i "favori"?

CORTICOSTEROIDI AL TOUR, L'UCI, LE GIUSTIFICAZIONI E LA TV COMPIACENTE

Sullo scandalo Tour  l’Uci, la federazione ciclistica internazionale, attacca l’"onestà intellettuale" del CPLD francese, il Consiglio di prevenzione e lotta al doping, che ha esaminato le risultanze dell’ultima edizione della "grande boucle", trovando che il 43% dei test antidoping risultava positivo per sostanze proibite dalla legge francese e soggette "a restrizione d’uso" per il regolamento della federazione internazionale, come i corticosteroidi, il salbutamolo, la terbutalina. "Il comunicato del CPLD ha dato l'impressione che il 43% dei controlli antidoping effettuati all'ultimo Tour de France avevano rivelato casi di doping – ha spiegato una nota della Commissione antidoping e Commissione sicurezza e condizioni dello sport dell'Uci -. Ma questo non è corretto, è falso e ci si domanda se non si può parlare di una disonestà intellettuale".

Ancora una volta si gioca sull’equivoco. Per le legge francese le sostanze usate dai corridori sono vietate. Poco importa se per il regolamento dell’Uci figurano nel novero dei prodotti "a restrizione d’uso", cioè prodotti per curare eventuali patologie. E, in buona sostanza, visto l’ampio ricorso a "terapie" molto discutibili da parte di una larga frazione del gruppo, del tutto legittimo sembra il desiderio di verificare se le prescrizioni corrispondono o meno a reali necessità. Che è esattamente quello che l’organismo governativo francese vuol fare: "Verificheremo caso per caso".

Perché se è vero, come ha confermato in tv Enrico Carpani, portavoce dell’Uci, che fra i test si ripetono i nomi di alcuni corridori (Carpani dice che Armstrong sarebbe stato testato 9 volte, ma quel numero sarebbe poi stato riferito come fossero 9 casi diversi); è perfettamente ipotizzabile, vista le tendenza, che se si allargassero i test a tutto il plotone la cifra del 43% potrebbe addirittura aumentare. L’asma sembra sia diventata, infatti, una malattia "professionale" al punto da costringere i corridori ad un uso quasi continuo di salbutamolo (ricordiamo che in piccole quantità è un antiasmatico, in medie concentrazioni è un eccitante, in grandi somministrazioni ha anche effetto anabolizzante); così come qualche tempo fa lo era la congiuntivite. E poi si scoprì che in alcune gocce per gli occhi c’era un eccitante che aiutava ad alleviare la fatica. Per tagliare la testa al toro, invece di sbraitare su tesi discutibili, l’Uci potrebbe sottoporre tutti gli atleti ad uno screening generale. E, ove fosse fatto a dovere, potrebbero venire a galla molte sorprese. Ma la federazione internazionale per il momento si limita alle velate minacce nei confronti degli organizzatori di corse francesi: "Si sta manifestando una corrente, peraltro legittima: tecnici e ds sempre più frustrati da questi episodi sono sempre più restii a portare i grandi corridori in Francia".

Ed è francamente scandaloso che alla tv di stato, con la complicità di un vecchio cronista e di un ex corridore (che conosce molto bene come andavano e come vanno ancora le cose nel plotone…) dia così ampio spazio alle tesi della difesa Uci e neppure un secondo per illustrare in modo meno parziale la tesi francese. È un modo di fare informazione disorientante e tendenzioso, governato da un unico obbiettivo, quello di "non rompere il giocattolo" e di non "gettare fango" sul ciclismo. Come se parlando a voce bassa o – peggio – facendo finta di non vedere – si risolvesse il problema doping. O non è proprio forse il fatto che se ne è sempre parlato con fastidio e sottovoce che ha portato la farmacia proibita ad essere uno dei problemi più grossi per la credibilità del ciclismo attuale?

"L’Uci è l’unica federazione internazionale che ha istituito i libretti sanitari", dice Carpani. Ma poi, quando scopre che i libretti non sono in regola, come a Gallarate nel giugno scorso, dopo il Giro, non prende nessun provvedimento. Per un motivo o per l’altro.

E ancora: ci si domanda quale meccanismo ci sia dietro le scelte della Gazzetta dello sport nella pagina del 12 agosto. La "difesa" dell’Uci merita un ampio servizio a 4 colonne "di taglio", mentre la segnalazione allarmata dell’Ordine nazionale dei medici francesi (che è qualcosa di ben più autorevole della commissione medica dell’Uci) con cui si criticava vigorosamente la facilità con cui i ciclisti e gli atleti riescono ad ottenere certi prodotti dai medici finisce in una "breve" di cinque righe. Ma, se Carpani e l’Uci sbraitano senza troppo fondamento, Cassani si espone addirittura al ridicolo: "Una grande confusione per niente – dice al microfono con la sua cantilena da "grillo parlante" - È come se si facesse il "palloncino" la sera agli italiani e si dicesse che sono tutti alcoolizzati". Non sa, il poverino, che proprio l’alcoolismo è uno dei problemi sanitari più grossi del nostro paese. Ma in tv ha libertà di parola.

TEST ANTIEPO A SYDNEY, SOLO UN PRIMO (TIMIDO) PASSO NELLA LOTTA

Luglio 2000 - Una svolta nella lotta al doping. Un colpo mortale all'uso e all'abuso di eritropoietina, l'ormone assunto esogenamente che provoca l'aumento dei globuli rossi del sangue consentendo di migliorare sensibilmente le prestazioni, specie quelle di resistenza e a base aerobica (ciclismo, maratona, mezzofondo, nuoto, ecc.). Lo sport mondiale esulta dopo che la commissione di esperti del Cio ha "validato" scientificamente i due test che individuano l'epo nel sangue e nelle urine realizzati dall'Istituto dello sport australiano, l'uno e dal laboratorio francese di Chatenay-Malabry (Parigi), l'altro. Potranno essere adottati già a Sydney e gli australiani garantiscono che  saranno fatti non meno di 6.700 controlli a sorpresa. Fine di un 'era? Si volta davvero pagina? Pur nel doveroso entusiasmo per una riscoperta sensibilità sul tema (di epo si parla dai primi anni '80 e solo da un paio di stagioni, su pressioni dei governi locali, non certo del Cio, si sono avviate ricerche serie sul metodo per individuare questo famigerato ormone), occorre essere prudenti. 

Lasciamo da parte per ora le considerazioni sul fatto che quella dell'epo, trascinata così stancamente negli anni nel voluto disinteresse dei dirigenti dello sport mondiale, rappresenta - ahimè - una battaglia di retroguardia. Sono già pronte, infatti le alternative più che concrete, oltre a tutto il bagaglio di altre sostanze: prima fra tutte il GH, l'ormone della crescita, ancora non individuabili ai test. Come i Pfc (perfluorocarburi) tanto pericolosi quanto efficaci (cinque volte l'epo) o le nuove emoglobine modificate di origine animale,  che però ad esame accurato dovrebbero essere già individuabili, ma di fatto non vengono cercate se è vero - come precisano le agenzie di stampa - che i nuovi test del Cio (sul sangue) saranno indirizzati solo ed esclusivamente alla ricerca dell'epo. Vediamo, comunque i due metodi.

Il metodo australiano è indiretto e si basa sullo studio della variazione dei parametri sanguigni che cambiano dopo la somministrazione dell'epo esogena. Sulla traccia segnata anche dalla ricerca pubblicata un anno fa dal nostro Dario D'Ottavio su SportPro (bottone doping/ ricerche/nuovi metodi antidoping). Ha il vantaggio di poter individuare l'uso eventuale di epo fino a 20 giorni prima, ma non individua direttamente la sostanza. Anche se la variazione combinata di più parametri ematici non può che portare in una direzione univoca e il principio è accettato giuridicamente anche in altri campi, come la maternità. La presenza di un certo virus nelle donne gravide, infatti, può essere determinata solo attraverso parametri indiretti; ciò non toglie che - quando questa situazione si verifica - i giudici possano autorizzare l'interruzione della gravidanza, anche senza che sia stato rivelato direttamente il virus in questione. Dunque, ciò che vale per un problema delicato come quello della gravidanza, potrebbe essere tranquillamente applicato nello sport. Il metodo francese riesce ad individuare l'assunzione fino a tre giorni prima; la sua validità è riconosciuta, ma manca ancora della verifica su larghe fette della popolazione mondiale (gente di colore, razze diverse, ecc.). Gli stessi esperti del laboratorio francese di Chatenay Malabry, che hanno lavorato al nuovo test sull'urina da due anni in qua, lo riconoscono: "Il nostro obbiettivo non era Sydney, ma mettere a punto un test; è ciò che stiamo facendo". Ottimista John Boultbee, direttore dell'Istituto dello sport australiano che ha realizzato il metodo sul sangue: "Chi vuole ingannare è meglio che si tenga alla larga da Sydney, perché lo scopriremo". 

Siamo alla svolta,  dunque? Calma. Come sottolinea correttamente Frank Shorter, presidente dell'Agenzia antidoping americana, siamo solo all'inizio. Molto dipenderà da come verrà applicato questo doppio metodo e le notizie che arrivano da Losanna non lasciano affatto tranquilli. La strada è lunga per poter cantare vittoria e l'atteggiamento trionfalistico, teso forse più a rimuovere il problema dalla coscienza collettiva e a rilanciare l'immagine di "Olimpiadi pulite",  che ad altro (non si spiega altrimenti l'inedia dei dirigenti internazionali dello sport fino ai nostri giorni...) non aiuta di certo. 

Occorrerà saperne di più sulle procedure. Sarà fatto prima il test sul sangue e poi quello sull'urina? Oppure viceversa? Non sono questioni banali. Perché i due test - a quanto si conosce - hanno una sensibilità molto diversa. Più forte, e più esteso nel tempo cioè più capace di individuare anche le minime quantità e per un periodo pregresso più lungo, quello sul sangue. Più debole e limitato nel tempo - vista la brevissima emivita del prodotto (si individuano solo gli atleti che hanno effettuato assunzioni entro le 48 ore) quello sull'urina, che presenta anche il limite di una non eccelsa sensibilità. Per risultare positivi, infatti, occorre che la concentrazione dell'epo nell'urina sia alta, se non proprio altissima; dunque le piccole somministrazioni sfuggirebbero. E, di fatto, il risultato di una stimolazione che porti a sensibili variazioni dell'ematocrito può essere ottenuto invece che da una somministrazione massiccia tutta in una volta, da più somministrazioni "parcellizzate" in modo che la concentrazione nelle urine non faccia scattare la sensibilità della macchina che analizza. Tutto questo è già provato da studi americani, anch'essi pubblicati su SportPro (doping/ricerche/seguendo le tracce dell'epo ). Il test sull'urina  ha un solo vantaggio rispetto all'analisi indiretta sul sangue: non è invasivo, dunque si può pretendere che gli atleti vi si assoggettino anche senza il loro consenso. Ed è proprio qui che entrano in gioco le modalità di esecuzione delle due procedure. Se si fanno prima i test sull'urina per poi procedere all'approfondimento o alla verifica con il sangue, si finisce per "tarare" l'intero sistema sulla sensibilità dell'esame dell'urina (bassa), il che renderebbe inutili, poi gli esami sul sangue. Tanto più che - a quanto si conosce  attualmente - una discordanza fra i due test porterebbe alla non positività. Tanto varrebbe, allora fare solo quelli sull'urina. Parimenti, se si fanno prima quelli sul sangue e si lega il verdetto di positività alla conferma del test sull'urina si rischia di veder negato dal secondo test (meno sensibile) la maggior parte delle eventuali "positività" riscontrate nel primo. Dunque la rete avrebbe maglie molto larghe, troppo. E - sarà un caso - ma già Alexandre De Merode, presidente della commissione medica del Cio, si precipita a precisare che in caso di verdetti opposti l'atleta verrà considerato negativo a tutti gli effetti. 


Sull'archiviazione da parte della Procura del Con del caso-Agricola, il medico della Juventus indagato a Torino dal pm Guariniello per vari reati (tra i quali somministrazione di farmaci pericolosi per la salute e frode sportiva) ospitiamo volentieri il commento del collega Sergio Rizzo, caporedattore del "Corriere dello sport". Un commento che ci sentiamo di condividere in pieno e che getta una luce sinistra sulla possibilità che lo sport possa equamente gestire problematiche così delicate. La Procura, infatti,  non solo ha assolto Agricola dall'accusa di doping (cosa che rientra nella sua competenza); sia pure attraverso un procedimento "sui generis", cioè fatto su sollecitazione dello stesso Agricola che si era autodenunciato e senza effettuare alcuna altra indagine o interrogatorio che non fosse la raccolta del dossier (parzialissimo) dello stesso medico della Juve. Ma è andata anche al di là delle sue stesse funzioni e prerogative. Infatti è con le motivazioni entrata nel merito delle somministrazioni giudicandole corrette e sulla base dei soli documenti presentati dallo stesso Agricola, senza tener conto di perizie e altri documenti che pure figurano nell'inchiesta torinese. Un comportamento che in questo caso rischia di sconfinare nell'abuso di ufficio.

DOPING: IL CONI ASSOLVE LA JUVE
di SERGIO RIZZO

ROMA - Archiviazione per il dottor Riccardo Agricola, responsabile sanitario della Juventus: questo il verdetto della procura antidoping del Coni, chiamata ad esprimersi in seguito all'autodenuncia dello stesso medico. II caso Juve non esiste, almeno per la giustizia sportiva. Non solo Agricola non è colpevole di doping (e questo era scontato), ma stravince, perchè la procura va oltre: non c'è stato abuso di farmaci, tutti i trattamenti farmacologici erano giustificati da reali necessità terapeutiche. Conclusione politicamente pesante, perchè diametralmente opposta a quella cui è giunto ll pm Guariniello, che ipotizza nei confronti del dottor Agricola e dell'amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, una serie di reati the vanno dalla ricettazione alla truffa, dalla somministrazione di farmaci pericolosi per la salute alla detenzione non autorizzata di medicinali: tutto allo scopo di alterare il risultato delle gare, per cui l'accusa finale, la piu grave, è quella di frode sportiva (violazione della legge 401/89).

La procura antidoping del Coni, pur premettendo che si e espressa esclusivamente nel campo di sua pertinenza (il doping), senza entrare nel merito della vicenda penale, cerca invece di demolire l'ipotesi del magistrato. E' soprattutto nel campo della somministrazione di farmaci leciti the il Coni da un fortissimo aiuto ai dirigenti bianconeri. Si legge infatti nelle motivazioni che hanno portato all'archiviazione: "Infine, per quarto concerne le specialità medicinli Sarmyr, Esafosfina, Neoton a Creatina, farmaci anche questi che non sono inclusi nell' elenco delle sostanze vietate in materia di doping emanato dal Cio all'epoca dei fatti, è condivisibile il razionale d'uso dichiarato dal dr. Agricola, volto ad una integrazione/ricostitruzione delle riserve energetiche deplete in seguito ad intensa attivitità agonistica, nè risulta allo stato degli atti che vi sia stata una somministrazione ulteriore e non giustificata".

Sull’ aspetto doping vero e proprio, il Coni non ha dubbi: la Juve non ha mai violato le regole. Nessun calciatore ha dati ematici così anomali da far sospettare I'uso di epo, ed è stato giusto somministrargli del ferro. L'unico che supera (una sola volta) la soglia del 50% di ematocrito è Didier Deschamps. Ma per i suoi compagni di squadra Zidane, Del Piero, Di Livio e Torricelli, le oscillazioni sono nella norma. Per giungere a quests conclusioni, i loro valori sono stati esaminati alla luce del protocollo "Io non rischio la salute". E qui sta un altro aspetto paradossale della vicenda: quel protocollo è firmato sia dal professori Benzi e Ceci, sia dal professor Cazzola. Il problema è che i primi due sono i consulenti scientifici di Guariniello, il terzo è consulente della Juventus. Come possano essere arrivati a conclusioni cosi diverse è abbastanza misterioso. Magari sarebbe bastato che la procura antidoping li avesse convocati prima di esprimere un verdetto: perchè non l'ha fatto?

Quest'inchiesta, in realtà, è stata aperta a chiusa in pochissimo tempo, e I'unica persona ascoltata a stata proprio il dottor Agricola. Che ha fornito la documentazione, ha parlato per oltre due ore in procura, ed esce non solo assolto dalla vicenda, ma anche con una formidabile arma da giocarsi di fronte al magistrato. Se la sua scelta iniziale di autodenunciarsi poteva sembrare rischiosa, il verdetto finale dà ragione alla sua mossa, concordata con la società.

Nell'introduzione del dispositivo the ha portato all'archiviazione, la procura antidoping parla della vecchia inchiesta dell'estate '98, quella aperta in seguito alle dichiarazioni di Zeman. Agricola era gia stato in terrogato allora, così come furono ascoltati Lippi, Del Piero ed altri personaggi del mondo del calcio. «ll doping nel calcio non esiste» fu la conclusione cui arrivò I'avvocato Ugo Longo, capo della procura, che si dimise immediatamente dopo. Non prima di lanciare una pesante requisitoria contro l'abuso di farmaci e integratori nel mondo del calcio. Questo molto prima del l'incriminazione a della successive condanna cui sono andati incontro due produttori di creatina. Ma era, come dicevamo, l’estate del '98, e lo scandato doping era appena esploso. Di li a qualche giorno sarebbe stato accertato che il laboratorio dell'Acquacetosa non cercava gli anabolizzanti solo nel calcio, e il presidente del Coni, Mario Pescante, sarebbe stato costretto alle dimissioni. Oggi siamo nell'estate del 2000, a un mese a mezzo dalle Olimpiadi, e I'aria che tira nel Palazzo e completamente diversa. Lo slogan che portò Gianni Petrucci a capo del Coni era "meno medaglie ma tutte pulite". Oggi lo slogan che va più di moda è "poveri ma belli" e le previsioni parlano di un numero di medaglie non molto inferiore a quello dl Atlanta. Potere delle Olimpiadi, che fanno dimenticare gli impegni presi in passato, e che pretendono risultati ad ogni costo. Perche ogni medaglia vale in immagine a in telegramnri di compiacimento del presidente della Repubblica a del ministro Melandri. E tanti telegrarnmi danno tanto potere. E non importa come certi risultati sorprendenti arrivino: conta che arrivino. Anche se a Sydney i controlli saranno severissimi e il rischio di esser trovati fuori legge è molto forte.

Archiviato il caso Juve, la procura antidoping continua alacremente a lavorare. Domani ascolterà Squinzi, il patron dells Mapei, che ha lanciato pesanti accuse di doping ematico al mondo del ciclismo. Il cichsmo è da sempre nell'occhio del ciclone, e non tutte le sue componenti hanno capito che il doping è un problema gravissimo. Ma a distanza di un paio d'anni, almeno su una cosa bisogna dar ragione alla gente del ciclismo: è vero che vengono sottolineati solo i suoi peccati. Quando ci sono da difendere i poteri forti, nel Palazzo cresce la voglia di archiviare tutto.

Sergio Rizzo

 

GIRO: L'UCI E IL PASTICCIO DEI CORTICOSTEROIDI  

Un appuntamento quasi clandestino: martedì 27 giugno, Hotel Astoria, Gallarate, un passo dalla Malpensa. I medici di molte squadre professioniste entrano furtivi uno ad uno, ad orari diversi. È una processione: dalle nove del mattino fino al primo pomeriggio. Tranne quelli della Mapei, ci sono tutti o quasi i sanitari delle squadre maggiori. Oggetto: ufficialmente controllo e chiarimenti richiesti dal dottor Zorzoli, rappresentante della commissione medica dell’Uci, riguardo il libretto medico dei corridori testati all’ultimo Giro d’Italia. Cosa è successo? Semplice: al Giro, nel rispetto di una nuova normativa, ai corridori sono stati fatti test anche per individuare i corticosteroidi, che, come noto, sono sostanze soggette per regolamento a restrizione d’uso. Sostanze l’uso terapeutico delle quali richiede – secondo le norme - una denuncia preventiva. Si sia controllati o no nei test antidoping, si ha l’obbligo di denunciare e scrivere sul libretto sanitario dell’atleta l’uso e la tipologia delle sostanze adoperate. Il bilancio dell’operazione-Giro è stato per certi versi choccante: nei test di almeno un’ottantina di corridori si sono trovate tracce importanti dell’uso di questi corticosteroidi e, a quanto riferiscono alcune voci, per almeno una ventina di essi la necessaria denuncia preventiva non c’era. Fatto che la dice lunga sulla presunta "inversione di tendenza" di certo ciclismo.

Innanzitutto c’è da riflettere sulla diffusione di questo che rappresenta un "trattamento" non nuovissimo nel panorama degli "aiuti" farmacologici cui ricorrono massicciamente i ciclisti. Un "ritorno di fiamma" visto il colpo di freno nell’uso di epo? Oppure una "routine" che si somma ad altre abitudini, che è continuata e continua allegramente? Un dato va sottolineato: la diffusione è tale da rendere fortemente credibile l’ipotesi quanto meno di una forte farmacodipendenza. Contro la quale chi dovrebbe tutelare la salute degli atleti (o chi dice di volerlo fare) dovrebbe pur fare qualcosa. Invece, siamo all’incontro carbonaro in un hotel dell’hinterland varesino; al buffetto sulle guance per chi non è in regola e poco meno. Le regole ci sono, ma c’è sempre un modo per non applicarle.

All’Uci, si giustificano: "Alcuni corridori non sapevano che queste sostanze erano rintracciabili nei test, dunque non hanno annotato nel libretto sanitario il loro uso". Ora, secondo il regolamento, la mancata dichiarazione preventiva avrebbe dovuto portare a qualche sanzione. Invece nulla. Spiegazione dell’Uci: "Abbiamo fatto i test con una macchina i cui risultati non sono sicuri al 100%; non potevamo punire nessuno". C’è sempre una spiegazione, più o meno logica. 
Ma la realtà resta: molti corridori, non erano in regola con le norme antidoping all’ultimo Giro. E questa è una realtà incontestabile. Vogliamo sperare che fra i corridori che "non sapevano", non ci fossero atleti "importanti", quelli delle squadre che hanno occupato i primi posti della classifica. Altrimenti, immaginate quale credibilità può avere la classifica finale della corsa rosa... E probabilmente sarà così. Ma resta lo sconcerto per queste "strategie" dell’Uci, sempre più combattuta fra un passato di assoluta inadeguatezza nella lotta al doping e un futuro in cui - almeno a parole - si affaccia con la timida volontà di fare finalmente qualcosa di più concreto. "Non abbiamo preso sanzioni – spiegano alla federazione internazionale – perché i test erano stati fatti con una macchina che non fornisce risultati attendibili al 100%. Ma le cose in futuro cambieranno drasticamente: a Gand, Parigi sono già a disposizione macchine che offrono garanzie assolute e totali nell’individuare queste sostanze senza possibilità di dubbio. A Roma l’avranno nel futuro prossimo. Noi d’ora in avanti ricercheremo sempre i corticosteroidi nella normale routine dei test antidoping e d’ora in avanti chi non sarà in regola con il libretto sanitario sarà sanzionato".

Non ci resta che sperare che sia davvero così. Altri elementi non abbiamo, visto che su questo delicato argomento, invece della necessaria trasparenza si addensano cortine di fumo sempre più spesse. Intanto questo episodio assai poco chiaro la dice lunga su come sia sempre più difficile che certi test e certi controlli siano fatti dalle stesse strutture che hanno interesse allo sport-spettacolo. Insomma, il problema controllati-controllori è uno dei primi a dover essere risolto, per dare davvero credibilità a tutto il meccanismo.

UN TOUR A DIMENSIONE D'UOMO? 

GIUGNO 2000 - Pantani contro Armstrong. Il Pirata, l’atleta travolto dal Grande Scandalo e poi "risorto" dalle ceneri nell’ultimo Giro, contro l’Uomo che ha sconfitto il Grande Male e ha "salvato" il Tour del dopo-Festina. Il ciclismo vive di immagini e protagonisti. Spesso immagini esagerate, gonfiate, distorte. Un paio di scatti di Pantani sull’Izoard bastano per consacrare la "resurrezione". E tutto, compreso il duro lavoro di Garzelli per un Giro intero, finisce alle ortiche, passa in secondo piano. Se vince è in nome e su mandato del Pirata; non perché ha pedalato in prima fila per oltre 3700 chilometri, ma perché il Pirata gli fa due scatti sotto il naso e lo "aiuta". Garzelli è costretto ad incassare - non si sa quanto "obtorto collo" - perfino il soprannome di "piratello", perché tutto diventa funzione della Grande Resurrezione. Cosa di meglio per restaurare l’immagine del Pirata, contaminata dalla vicenda dell’ematocrito sballato a Madonna di Campiglio, se non il gesto "generoso" con cui soccorre il compagno nel momento del "bisogno"? Soccorre? Personalmente ho visto il povero Stefano in difficoltà; ha perfino rischiato di lasciarci la pelle sulle azioni del compagno di squadra che sembrava in certi momenti cercare la vittoria personale… Ma siamo davvero convinti che con due scatti sull’Izoard Pantani ha fatto vincere il Giro a Garzelli? In ogni caso così è per alcuni media, che "macinano" tutto con clichet selvaggi. Pantani è il "salvatore": non solo è risorto, cosa che non capita tutti i giorni, ma addirittura mette la sua resurrezione al servizio del compagno. Così, però, il Giro di Garzelli scompare. Sarà ricordato come il Giro della "resurrezione" di Pantani. E c’è da chiedersi non solo se tutto ciò sia giusto e rispettoso della fatica del varesino, ma anche quale tipo di informazione si faccia in questo modo, esagerando fino alla nausea. Ma, ormai le chiacchiere stanno a zero. Se Pantani è davvero risorto sarà il Tour a dirlo.

Armstrong e Pantani, dunque. Pantani e Armstrong. America (sarà la stessa America dello scorso anno?) contro Italia (sarà il riscatto definitivo per il Pirata? E a che livello?). Un Tour che incuriosisce e intriga più di quanto non sembri a prima vista.

E, per una volta, si ragiona al buio o quasi. C’è qualcosa che rischia di cambiare equilibri agonistici e previsioni della vigilia. Se sarà introdotto il nuovo test che individua l’epo nell’urina ci sarà un ulteriore colpo di freno. Se saranno attuati con determinazione e senza sconti per nessuno quei controlli, non sarà possibile fare il cosiddetto "rabbocco", ovvero quel trattamento minimo con l’epo (diffusissimo) per mantenere i valori ematici a livello elevato attorno al massimo consentito. Pena lo stop. Per doping, questa volta, non sotto l’ipocrita motivazione della "tutela della salute". Si dovrebbe vedere, dunque, un ciclismo più a dimensione d’uomo. Si dovrebbero riscoprire, cioè, gli effetti della fatica che si somma alla fatica. Le crisi (umanissime) da una parte, e gli exploit di chi, dotato da madre natura, "tiene" meglio di altri. Come dovrebbe essere sempre nello sport. Non il ciclismo-pastone dai valori livellati, dove tutti sono uguali a tutti. Un ciclismo più umano, dunque più bello. Anche perché – se ci saranno i nuovi test - finalmente più credibile. Sarà così?

E, in questo quadro, come si inserirà Pantani? L’operazione-Giro è riuscita perfettamente per il Pirata. Se l’obbiettivo era quello di rinfrescare e consolidare l’immagine presso il pubblico; di rinforzare il potere trainante dell’icona-Pirata: l’intento è stato raggiunto in pieno. Ma, parlando di Pantani, occorre distinguere: ciò che è lui come atleta e ciò che invece rappresenta ormai per il mondo che lo circonda e nell’inconscio collettivo. Ecco: tra l’icona che deve "farci sognare" e l’atleta che deve fare certe prestazioni c’è di mezzo questo Tour. Ora è arrivato il momento di pedalare.

 

IL CICLISMO VOLTA PAGINA?

MAGGIO 2000 - La reazione, al di là delle possibili ipocrisie, è quasi unanime. Di fronte ai nuovi test per individuare l’eritropoietina nelle urine, proposti dal laboratorio francese di Chatenay-Malabry e accettati in linea di massima, sia dalla federazione ciclistica internazionale, che dal Cio, la risposta dei corridori e degli addetti ai lavori è improntata alla massima disponibilità. E’ come se il plotone si sentisse improvvisamente liberato da un grosso peso. Dice Dario Frigo, uno dei giovani più promettenti: “Finora abbiamo vissuto un ciclismo che era quasi una sorta di Totocalcio; basato sulle incognite, intendo. Imprevedibile e imprevisto. Ora con questo nuovo metodo chi ha i mezzi per fare il corridore farà il corridore; gli altri potranno cercarsi un nuovo lavoro. Penso che ci sarà finalmente una nuova chiarezza ed è un bene per il ciclismo”. “I miglior potranno tornare ad emergere”, sottolinea Pedro Delegato indimenticato vincitore  di un Tour (discusso anche lui per un caso mai abbastanza chiarito di un diuretico rinvenuto nei suoi test). “E’ una buona notizia – aggiunge Tonkov – se le cose stanno così, vuol dire che dormiremo più tranquilli. Cosa cambierà? Non saprei. Qualcosa cambierà ma non so dire come o cosa”. “Finalmente – continua Martinello – è notizia molto positiva. Se ne parlava da tempo. Credo che non ci sia nessuno in gruppo che non sia contento”. Sulla stessa linea molti direttori sportivi (primo fra tutti Giancarlo Ferretti) e molti campioni: come Casagrande e Pantani, anche se il Pirata, al pari di Di Luca, mantiene un pizzico di scetticismo. “Finchè non vedo non credo”. Sui possibili dubbi cade adesso la mannaia della scienza. I test (gascromatografia liquida di massa) sono in grado di identificare la molecola esogena, che è leggermente diversa rispetto a quella endogena. Dunque dal punto di vista strettamente scientifico non ci possono essere dubbi. L’epo si individua certamente nelle urine. Occorre, però, ancora un po’ di prudenza nel lasciarsi andare all’entusiasmo. Infatti, occorrerà vedere il meccanismo dei protocolli di analisi, e verificare la sensibilità delle macchine in uso. Il rischio, infatti, è che per far scattare l’allarme nella macchina occorra una concentrazione di epo notevole nelle urine. E che quantità minime, magari somministrate di frequente possano sfuggire. Bisogna pensarle tutte in questo ambiente ormai largamente degradato. Un problema che potrebbe essere risolto (quello delle basse concentrazioni) con un contemporaneo test ematico, che faccia riferimento ai 5 valori base (ematocrito, emoglobina, recettore solubile della transferrina, ferritina e reticolociti) che ancora oggi l’Uci rifiuta di applicare. Quando questi parametri confluiscono nella medesima direzione, infatti, non c’è dubbio che ci sia stata a monte stimolazione eritropoietica. Anche se la prova resta indiretta. E non si capisce perché test indiretti sul sangue possano avere valore di prova legale anche per casi delicati come l’interruzione della maternità (c’è un virus che si identifica solo attraverso i “segnali” nel sangue che, quando ci sono, autorizzano all’interruzione) e non per l’assunzione di epo. In ogni caso il cerchio, a poco a poco, si sta stringendo. Grazie anche ad una nuova “sensibilità” del Cio. Una sensibilità che non deve consentire di abbassare la guardia anche su vecchi e “collaudati” sistemi. Non vorremmo, infatti, che una volta arginato il cancro dell’Epo ritornasse in auge l’autoemotrasfusione. Ammesso che il ciclismo mondiale voglia davvero arginarlo.

PETRUCCI E IL LABORATORIO DI ROMA

Aprile 2000 - Finisce in una bolla di sapone la vicenda giudiziaria del laboratorio romano dell'Acquacetosa, per la quale gli stessi pm indaganti chiedono l'archiviazione. E il presidente del Coni Petrucci,  non si lascia sfuggire l'occasione per sottolineare con vigore l'ennesima sentenza calcella-tutto della magistratura ordinaria. Ovvero, l'archiviazione di massa fatta dai giudici romani sul caso Acquacetosa, che nell'estate del '98 ha provocato un terremoto nell'ente del Foro Italico con dimissioni a catena: il segretario della FMSI Gasbarrone, il presidente della stessa federazione, Santilli (un onest'uomo trascinato in una storia più grande di lui), il direttore del laboratorio, su, su fino al presidente del Coni stesso, Mario Pescante. 

"Se si è arrivati a formulare una richiesta di archiviazione, un anno e mezzo di indagini - dice all'agenzia Ansa Petrucci - non possono che aver dissipato ogni dubbio in ordine all'ipotesi di insabbiamenti che si volevano avvenuti nel laboratorio dell'Acquacetosa". E ancora: "Sono molto contento per alcuni cari amici che hanno sofferto ingiuste umiliazioni: forse qualcuno quando questa storia sarà definitivamente chiusa si dovrebbe sentire in dovere di chiedere loro formalmente scusa". 

Il presidente del Coni, che solitamente non esprime giudizi neppure sulla sua ombra, stavolta si sbilancia. La giustizia non è riuscita a provare le presunte irregolarità, dunque le irregolarità non esistono. Scomparse, svanite nel nulla. Tutto andava bene all'Acquacetosa, Tutto era ok. E le provette gettate via? E le analisi incomplete del calcio? E i casi dubbi di manipolazione? Niente. Acqua fresca. Tutti salvi. Tutti innocenti. Petrucci fa suo un modo di pensare ahimè oggi abbastanza diffuso; non è vero ciò che è vero (e tutti al Coni, specie nelle alte sfere, sanno benissimo come sono andate e come andavano le cose al laboratorio romano) ma è vero ciò che si riesce a provare e se non si riesce a provare vuol dire che non è vero. Una logica anomala, ma stringente. L'impotenza della giustizia ordinaria diventa alibi per ricostruire una facciata. Non ce l'avete fatta a pizzicarci, dunque eravamo a posto. 

E il numero uno dell'ente adesso fa addirittura l'indignato: chiede che vengano rese pubbliche scuse. Ma chi si dovrebbe fare avanti per chiedere scusa agli offesi? Chi, proprio in quelle circostanze drammatiche è diventato l'inquilino numero uno del Coni? Se, come sostiene adesso Petrucci, tutto era a posto, allora il primo a sbagliarsi è stato proprio lui, che proprio in quelle more è diventato presidente. E, quanto meno per coerenza, dovrebbe dimettersi, restituire quella poltrona a chi - unico nel panorama desolante di una dirigenza sportiva italiana incollata alla poltrona - ha avuto almeno la dignità di dimettersi. Altro che scuse: se le cose stanno così Petrucci si dimetta e restituisca a Pescante il dovuto. 

CORRIDORI, FUGA DALLA VERITA'? 

Febbraio 2000 - Il deferimento di Gotti, Furlan, Faresin, Bortolami e Bertolini agli organi di giustizia sportiva ha sollevato la pronta protesta dell'associazione dei corridori. Un provvedimento, di cui diamo notizia nelle news , come riferisce il comunicato prevenuto via fax ai "media", definito "raccapricciante"; anzi, "l'ennesimo, raccapricciante episodio di un gioco al massacro che da tempo le massime autorità sportive italiane stanno consumando a spese del ciclismo e dei suoi atleti". Come se le autorità sportive italiane non avessero di meglio - con tutti i problemi da risolvere - che preoccuparsi di massacrare il povero ciclismo. Come se il ciclismo non si fosse già abbastanza massacrato di suo fingendo colpevolmente di non vedere per anni e anni il lievitare di un problema -il doping - che ora rischia di travolgere tutti. Ma, si capisce, lamentarsi (vedi calcio, caso arbitri, moviola, ecc.) è lo sport nazionale del momento. Negare, protestare - poi - non costa nulla, salvo quel po' di faccia che eventualmente possa restare. Ma che pena! Che tristezza vedere, ora che finalmente qualcosa si muove (e non poteva che essere da fuori di quel mondo), che c'è la chiusura a riccio. Proteste banali a fronte di accuse concrete. Rifiuti, dinieghi ostinati, anche contro l'evidenza e ogni ragionevole logica. E una protervia degna di miglior causa. No ai nuovi, più efficienti test del programma "Io non rischio la salute" in nome di una "uniformità di regole" (quelle stabilite dall'Uci, la federazione internazionale) che si è rivelata un comodo paravento per non accettare norme più severe e finalmente efficaci. Niente adesione alla forma più efficace di lotta al doping. Niente tutela della salute, checché ne dicano gli augusti dirigenti internazionali. Confusione, scientismo abborracciato nelle proposte, vittimismo spinto. Ma la salute  cos'è? Un optional? Un bene di consumo che deve adeguarsi ai mercati mondiali? Come se uno, avendo trovato il metodo per curare un tumore lo rifiuta perché fuori Italia non lo adoperano. La salute è una cosa le esigenze mercantilistiche del ciclismo un'altra (sponsor e tutta la baracca che porta ai dirigenti mondiali fior di quattrini dalla tv). Tutt'e due non possono essere gestite sotto lo stesso tetto, dagli stessi, interessati personaggi. E la lotta al doping cos'è prima di tutto se non tutela della salute? Ma i corridori forse mal consigliati, chiedono a viva voce di essere tutelati solo dall'Uci. Fuggono, scappano e quando incappano nella giustizia, protestano. 

Si dice: nel caso dei cinque deferiti ci sono solo indizi, niente prove. E ancora una volta emerge la disinformazione e (forse) la malafede. L'orientamento degli esperti è chiaro, come emerso da un recente convegno sul doping a Padova, cui hanno partecipato alcuni dei pm che si stanno occupando delle vicende della farmacia proibita  legata allo sport: c'è la necessità di battere nuove strade nella lotta al doping, proprio come sta facendo la Procura del Coni. Da più di un relatore è emersa la necessità di un approccio diverso, proprio per cercare di limitare la diffusione ed il commercio clandestino di prodotti che fanno la concorrenza ormai alle droghe pesanti e la cui distribuzione è gestita dalle stesse identiche organizzazioni criminali che distribuiscono eroina e cocaina. Evitare una rincorsa affannosa, sempre in ritardo sulle "novità" di mercato. Anche la legge ordinaria prevede oltre alla flagranza di reato (equivalente più o meno alla positività) tutta una serie di prove che possono determinare il giudizio: prove logiche, documentali, scientifiche. Ed è proprio una dettagliata relazione scientifica che inchioda i corridori. Ma ci sono anche riscontri, testimonianze, documenti che vanno in 'unica direzione. E' la scienza - non l'interpretazione volubile di questo o quel regolamento - a dire che quei valori sballati quel saliscendi di ematocrito, quei test di ferritina sopra 1000 non possono che essere la conseguenza di una stimolazione artificiale dell'eritropoiesi, dovuta, cioè, all'uso di epo. Come - del resto - tutti sanno benissimo nel plotone: corridori, direttori sportivi, tecnici, dirigenti, medici di squadra, massaggiatori, meccanici, autisti. E la scienza non è opinione. Ma ora i nostri stanchi eroi del pedale protestano. Una protesta logica solo per chi vede nella farmacia proibita l'unico strumento per continuare più o meno come prima. Imbrogliando, fregando, giocando con la pelle. Una protesta consequenziale per chi per anni ha imboccato d'abitudine la scorciatoia, magari facendo la formazione in base all'ematocrito dei corridori (correva solo chi superava un certo limite, ben oltre quello stabilito dall'Uci nel '97, garantendo la prestazione: come polli da batteria); gente che ha chiuso gli occhi davanti al dilagare di pratiche e di medici senza scrupoli in nome di un solo obbiettivo, il risultato a tutti i costi. Confondendo la salute (fra qualche anno vedremo i disastri "seminati" oggi...) con lo spettacolo, le necessità degli sponsor, gli affari, in soldi. Barando. Minando pericolosissimamente la salute di quei poveri imbecilli che sono capaci di pedalare per 40.000 chilometri l'anno spendendo quasi tutto il misero stipendio che raggranellano in medici e medicine proibite. Questo è il mondo di chi si lamenta. E questo nell'ambiente ciclistico lo sanno tutti. Questo è abbastanza chiaro. Ma quanti sono ancora nel plotone i teorici di un ciclismo "che non si può fare a pane e acqua"? 

I fatti parlano chiaro per conto loro: dopo aver dato la disponibilità ai test sul sangue contribuendo meritevolmente ad arginare l'emergenza epo con il "barrage" al 50% dell'ematocrito, i corridori hanno improvvisamente ritirato la loro collaborazione, chiedendo a forza (ed ottenendo) che l'adesione alla nuova campagna "Io non rischio la salute" non fosse obbligatoria e contestuale al tesseramento, come invece prescrive per tutti gli sport addirittura una delibera del Consiglio Nazionale del Coni. Sono scappati da test più efficienti e "oggettivi", non manipolabili, perfino più garantisti per l'atleta. Ingrillì, il presidente dell'assocorridori, si era lamentato a suo tempo perché i corridori e l'intero ciclismo erano "stufi di essere considerati tutti come dei dopati", di fare da cavie e poi essere denigrati. "Aderissero alle campagne del Coni prima di tutto gli altri atleti, i calciatori, ad esempio!". Ora che anche i calciatori hanno aderito, i ciclisti rifiutano ostinatamente. Fuggono dalla lotta al doping. Continuano nel loro passo indietro. Continuano a rifugiarsi sotto il comodo ombrello dell'Uci, incuranti della propria pelle e della propria salute che il pomposo "suivi medical" escogitato dalla federazione internazionale è ben lungi dal tutelare, come SportPro spiega dettagliatamente in un ampio servizio a parte.  (vedi). 

QUELLO SPORT DA RISCRIVERE

Gennaio 2000 - Ora che sono emersi i dati dell'inchiesta di Ferrara con la loro allucinante realtà, c'è da chiedersi se sia il caso o meno di rivedere alla loro luce vent'anni o quasi di storia dello sport italiano. Vent'anni da rivisitare e riscrivere. Vent'anni di sport modificato “aggiustato” artificialmente attraverso ogni possibile tecnica ed escamotage farmacologico. Obbiettivo: la prestazione, i risultati e le medaglie.  In pieno disprezzo della salute degli individui in primo luogo e delle regole del gioco in seconda istanza.  Ecco quanto sta emergendo dall'inchiesta del pm di Ferrara Pierguido Sorpani sul Centro di ricerche diretto dal professor Conconi. Se sono reali i dati emersi dagli ormai famosi "file" del computer di Ferrara, sequestrati dal magistrato; se corrispondo a realtà le notizie pubblicate a più riprese dalla rivista "GQ", e da "Repubblica", possiamo dire di aver visto uno sport assolutamente privo di credibilità. Uno sport dove a vincere non  è il più forte atleticamente, quello che si è allenato meglio, che ha le qualità; ma colui che meglio "assorbe" e sfrutta l'aiuto chimico: lecito e non. Nomi altisonanti, in pratica la "crema" dello sport nazionale, senza eccezioni: campioni del mondo, atleti di ambito azzurro, ma anche gregari e figure di secondo piano. Centinaia di atleti, praticamente il "gotha" di ciclismo, canoa, sci di fondo, discesa, salto, biathlon, pallavolo, atletica. Uomini e donne. Tutti o quasi compaiono nei file dei dischetti sequestrati nel corso delle indagini. File che parlano di epo - soprattutto - e della sua somministrazione. File che dicono di strategie di gara impostate prima di tutto sulla chimica; del potere di chi somministrando tot unità a tizio impediva che caio vincesse, o viceversa. File che mettono a nudo tanti finti atleti, finti campioni. O meglio: "campioni" in virtù dell’imbroglio.

I nomi di questi "signori" che per tanto tempo hanno truffato la buonafede dei loro tifosi, che hanno guadagnato soldi immeritati togliendoli a chi era più dotato di loro sono ormai di dominio pubblico; ne hanno parlato tutti i giornali. Ed è inutile rifarne l'elenco: tanto gli atleti più in vista e quelli più medagliati di varie discipline ci sono tutti o quasi. Ora restiamo in attesa che l’inchiesta chiarisca ruoli, e responsabilità. Ma quasi nessuno è fuori dalla mischia. E resterà per sempre il loro esempio deleterio; questo il vero "scandalo" che ha trasformato lo sport in un "mostro". Un meccanismo feroce, che rende necessario il ricorso alla farmacia più sofisticata, pericolosa e proibita anche per i praticanti più giovani. Trasformando radicalmente lo sport. Da palestra di valori, a regno dell’imbroglio e della furberia spicciola. Un esempio che ormai trascina nel gorgo perfino i quindicenni. E che lascia un forte senso di nausea. Per non parlare degli attentati alla salute, dei danni morali ed economici che ricadranno necessariamente sulla comunità. Chi pagherà in futuro le conseguenze (reni devastati, equilibri ormonali sconvolti, cuori fuori fase, ecc.) di prodotti pericolosi somministrati a dosi da cavallo se non la sanità pubblica? La beffa, dopo il danno. L'immagine dello sport ne esce distrutta. Se quanto sta emergendo dall'indagine di Ferrara e quanto denunciato dai media fosse la verità (ma non ci sono state smentite clamorose finora) sarebbero in tanti a doversi vergognare. Se fossero uomini. Quanti "grandi" scalatori, "grandi" velocisti, "grandi" sciatori, pallavolisti, atleti possono oggi guardarsi serenamente allo specchio la mattina senza aggrapparsi a vuoti alibi?

Facevano tutti così. Vero. Era il sistema. Vero. Ma nessuno di costoro, oggi che il velo è stato squarciato è così uomo da riconoscere i suoi errori. Da invertire la marcia e dare un serio contributo per cambiare. E sarebbero questi omuncoli, tutti tesi al guadagno, al macchinone superveloce, alla villa in riviera, al conto in banca, l'esempio da proporre ai nostri figli? Il delitto è più grave di quello che possa sembrare. Pagherà mai qualcuno abbastanza? I reati che si configurano anche alla luce dei pochi strumenti di legge (a quando quella sul doping?) sono pesanti. Ma la gravità va anche al di là del ristretto ambito giudiziario. Ci sarà una giustizia capace di punire il medico che somministra o ha somministrato farmaci dannosi alla salute? Che ha fatto test a ripetizione dai quali si evince una situazione di grave pericolo per l'atleta, e nonostante ciò non lo ha fermato? Che ha concesso l’idoneità sportiva ad atleti il cui sangue era vera e propria marmellata: 56%, 58%, 60% di ematocrito e oltre? Valori abnormi. E altri sballati. Accumuli pericolosi di ferro (tossico). Ormoni che salgono e scendono. Globuli rossi che crescono a milioni improvvisamente e poi precipitano. Con situazioni addirittura grottesche, come quel tale che, pur viaggiando al 60% di ematocrito non è riuscito neppure a centrare il grande obbiettivo prefissato. Rischiare la pelle e non riuscire neppure a vincere, perché ci sono altri che "incassano" un dosaggio superiore, guadagnano un punto in più. E vanno più forte. Ridicolo, oltre che grottesco.

Abbiamo visto un altro sport. Qualcosa di diverso dallo sport cui – da praticanti e spettatori - siamo stati abituati. E cosa succederebbe se potessimo fare la giusta tara? Lo scalatore eccellente diventerebbe un corridore di calibro modesto; la generosità e le "imprese" dell'eterno attaccante non sarebbero mai esistite; il velocista dell'ultimo brivido, trascinatore di folle, amato ed osannato scomparirebbe nell'anonimato; così come il mito della forza e della resistenza femminile abbinata alla gentilezza di un accattivante sorriso. Intere formazioni, intere "scuole" osannate superficialmente solo per i risultati arraffati indebitamente, scomparirebbero.

Ci hanno illuso. Ci siamo illusi. Tutto questo dicono i dati dei dischetti sequestrati nel computer di Ferrara. File e registrazioni che raccontano di test ematici, di somministrazioni di epo, l'eritropoietina, l'ormone che stimola la produzione di globuli rossi nel sangue favorendo il trasporto di ossigeno, dunque la prestazione. Migliaia di test. E, come comune denominatore, una strategia farmacologica che supporta e determina il risultato. Con tutte le storture che una situazione del genere comporta. Tu sei gregario e allora vieni "pompato" solo quel tanto per fare il tuo lavoro e non più; l'altro è un "personaggio", magari vezzeggiato dai "media" e anche se non ha qualità, viene "gonfiato" ai limiti estremi. Chi ha potuto gestire il potere in cima all'ago dell'iniezione ha fatto e disfatto. Anche perché assoluta era (è ancora?) la fede di chi a lui (loro) si rivolgeva. Medaglie olimpiche, campionati del mondo, Coppe del mondo, Europei, Giri d'Italia e di Francia: il dato di fondo che emerge è l'andamento abbinato del crescere di determinati parametri ematici, come il numero dei globuli rossi, la percentuale dell'ematocrito e il valore dell'emoglobina assieme con le prestazioni di maggior rilievo. Del tutto fuori dalle regole fisiologiche conosciute. L'equazione stimolazione-risultato, cioè uno sport basato sulla chimica fatto da poveri gonzi che ci hanno messo sopra anche la loro salute. Si riuscirà mai a tornare indietro?

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L'INSOSTENIBILE LOTTA DI VERBRUGGEN 

NOVEMBRE 1999 - Arriveranno presto test più approfonditi e capaci di determinare se vi è stato o meno l’uso di sostanze proibite e/o pericolose per la salute. La lotta al doping va avanti sulla spinta finalmente determinata di alcune federazioni e di alcune strutture del Coni che hanno messo a punto un nuovo protocollo di test per la campagna "Io non rischio la salute". Servirà ad integrare e supportare il panorama dei controlli antidoping tradizionale. Efficacemente se non sarà boicottato. La Federciclismo, aderendo all’invito della Commissione scientifica del Coni, appoggia e favorisce indagini e approfondimenti scientifici che possono costituire una importante base per la tutela della salute degli atleti in un futuro che ci si augura il più prossimo possibile. Insomma, lo sport italiano si muove. Anche nel senso della chiarezza e della trasparenza, come dimostra lo stop imposto ad alcuni atleti azzurri prima del mondiale di Treviso e Verona.

Non così pare di rilevare in ambito internazionale, dove, alla palese insufficienza tecnica dei test di controllo (sia quelli cosiddetti a "sorpresa" sul sangue, sia quelli sull’urina, cui sfugge la maggior parte delle sostanze dopanti), si fa fronte con la solita dichiarazione di intenti e di impotenza.

Ultima prova, la lettera che il presidente dell’Uci Verbruggen ha inviato ai corridori professionisti (evidentemente gli altri non interessano…), poco prima della rassegna iridata. Lettera encomiabile, perché Verbruggen – bontà sua – riconosce almeno che quanto al problema doping "tutto non quadra almeno a questo proposito". Ma il timoniere degli affari del ciclismo mondiale non perde certo l’occasione per stigmatizzare come "il ciclismo, voi stessi, e l’Uci in particolare siano stati malvagiamente attaccati sul fronte del doping. Spesso a torto…". E’ quel termine: "malvagiamente" che colpisce. E’ malvagio cercare di impedire prima di tutto che schiere sempre più vaste di kamikaze della prestazione mettano a rischio la propria pelle nel disinteresse di chi dovrebbe controllare? E’ malvagio denunciare l’inerzia e la tolleranza di dirigenti che chiudendo gli occhi, pensando al ciclismo degli sponsor sempre più osannati, cioè al ciclismo degli affari, hanno prodotto come risultato finale che alcuni pericolosissimi farmaci siano ora d’uso comune anche fra giovani diciassettenni? E’ malvagio tenere gli occhi aperti nei confronti di un’istituzione che non ha dato e non dà grandi prove di sé? Anche agli ultimi mondiali dei tanti sbandierati controlli "a sorpresa" dell’Uci, tutti sapevano tutto con abbondante anticipo, il che vanifica "in toto" tale iniziativa.

Certo, come dice Verbruggen, nessuno ama l’inganno. Specie questo inganno che sta distruggendo l’unico vero patrimonio del ciclismo (e di tutti gli sport): la credibilità. Ma non resta il sapore dell’inganno e della beffa quando si ascoltano certi discorsi – come quelli che fa frequentemente il presidente dell’Uci – per cui di fronte al doping saremmo impotenti e la responsabilità della pratica della "farmacia del diavolo" ricadrebbe unicamente sulle spalle dei "ciarlatani che inventano, fabbricano e commercializzano delle sostanze proibite" e che "vanno più veloci dei vento"? Come mai in poco tempo un gruppo di persone bene intenzionate è riuscita a mettere a punto un protocollo di esami che può frenare decisamente in ricorso ai farmaci (staremo a vedere quanto sarà recepito dal ciclismo mondiale) e l’Uci in tanti anni di sforzi (e finanziamenti inutili) non ci è riuscita? Se il doping è, come lo dipinge il massimo dirigente del ciclismo mondiale, problema di "qualche imbroglione" perché non si riesce ad isolarlo e limitarlo invece di assistere inermi alla sua levitazione? Dopo tanto tempo, non basta dire che il doping va veloce come il vento per essere giustificati. Si dovrebbe avere l’umiltà e la dignità di dire: "Abbiamo fallito, rimettiamo il nostro mandato: ci dimettiamo". Invece, lungi da tener fede a quanto anticipato un anno fa, Verbruggen ora dice che vuole restare.

L'IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEL CIO

OTTOBRE 1999 - La lotta al doping procede con importanti successi. L’ultimo è quello del Cio, il Comitato Olimpico Internazionale che ha sancito, in pratica, nelle more del caso-Davids che l’acetazolamide da prodotto proibito perché capace di nascondere l’uso di amfetamine ed eccitanti, diventa prodotto a "restrizione d’uso", sia pure limitatamente a deroghe da chiedere di volta in volta. La lettera di risposta del principe Alexandre De Merode, responsabile della Commissione medica al Coni è emblematica della nebulosa e assai poco concreta attitudine ad affrontare i problemi del doping seriamente da parte del Cio. Si vuole far intendere che l’assunzione della sostanza proibita non dev’essere eccessiva, stabilendo due parametri-limite per la densità dell’urina e del ph. Il che significa: usa il diuretico, ma usane poco. Ora questo "poco" è in netto contrasto proprio con le dichiarate necessità terapeutiche. Se Davids è grave al punto da ricorrere alle pastiche con l’acetazolamide (ma da principio non bastava il "semplice" collirio?), non sarebbe meglio per la sua salute "aggredire" la malattia con la quantità che serve e non con quella che non supera i limiti nell’urina posti dal Cio? Così si rischia di trascinare in avanti una malattia già di per se difficile da curare. È più importante guarire o giocare? Inoltre, ma è il meno, si tratta di parametri entro i quali l’effetto "coprente" del diuretico è già sostanziale. Restano, dunque, dubbi e incertezze da chiarire.

Quello che non si è capito ancora bene è la reale situazione clinica del centrocampista. Quanto è grave la sua malattia? Questo nessuno, al di fuori degli specialisti del giocatore e della Juve, lo ha potuto appurare. E ancora: perché molti addetti ai lavori sostengono che un individuo con un glaucoma grave non dovrebbe scendere in campo e, se lo fa, corre rischi enormi per la sua salute? E se non è così grave Davids da poter giocare, perché gli danno le pasticche con il diuretico?
Inoltre, il caso stabilisce un pericoloso precedente. Una deroga "temporanea" per una malattia che di temporaneo non ha nulla, essendo cronica e tendente all’aggravamento con il tempo. Cosa vuol dire, che Davids sarà "costretto" ad usare l’acetazolamide per sempre? Che la deroga diventerà regola per lui e per quanti in futuro dovessero ammalarsi di glaucoma?
Quali, poi, nella lettera di De Merode siano i "criteri stabiliti perché tale approvazione venga concessa", non è dato sapere. Anche al Coni, dove hanno seguito con particolare cura, attenzione e puntualità degna di miglior causa la vicenda, nessuno sa spiegare meglio. E, di fatto, da qualche tempo si registrano i malumori di numerosi comitati olimpici (ultimo quello australiano) per come il Cio porta avanti la lotta al doping. Regole fumose, mai chiare, pronte ad essere "adeguate" in corsa. "Se deroghe ci debbono essere – dicono al Coni – è bene che siano riferite a criteri chiari, trasparenti, e soprattutto effettuate con modalità note prima che le domande vengano trasmesse". E questa volta al Foro Italico hanno ragione davvero. Il sospetto che la "nebulosità" lasci spazio ad eventuali "aggiustamenti" è più che concreto, dunque, nello stesso movimento olimpico. In una parte di esso, almeno. E che la credibilità dei responsabili dello sport mondiale sia ai minimi storici dopo lo scandalo delle Olimpiadi di Lake Placid assegnate a colpi di "favori" e "regali" ai membri del Cio, è assolutamente innegabile. Intanto non decolla l’agenzia internazionale che doveva prendere il via dopo la Conferenza sul doping di Losanna nel febbraio scorso.

JUVENTUS, DIURETICI E DOPING

OTTOBRE 1999 - E ora ci si mette anche la Juventus a turbare le già procellose acque del doping  e dell'antidoping. La tesi, illustrata con dovizia di particolari dal medico sociale Riccardo Agricola è di quelle suggestive e che fanno spesso presa sul tifoso. "Il mio atleta non può curarsi perchè le sostanze che dovrebbe prendere risulterebbero ai controlli antidoping". Lo ha fatto, il sanitario bianconero, per sottolineare le difficoltà del caso di Edgar Davids che, secondo lui, soffrirebbe di un galucoma  e dovrebbe curarsi con farmaci che fanno parte della lista di quelli vietati. Una doppia terapia a base di  betabloccanti e di un inibitore dell'anidrasi carbonica. Ecco le parole di Agricola: "Per quanto riguarda i betabloccanti la terapia si basa su farmaci per i quali è necessario chiedere l'autorizzazione alla federazione. Mi sono messo in contatto con il professor Vecchiet, responsabile per la Figc, e con molta sollecitudine mi ha fornito la risposta positiva in breve. Per il secondo farmaco, invece, che appartiene ai diuretici, non ha potuto far altro che informare i vertici del Coni. E noi siamo in attesa di risposta". Fremono i dirigenti della Juve, soprattutto perchè Davids è una pedina importante nel gioco della Juve. E qui cominciano le contraddizioni: Davids è "abile"  per il calcio, secondo Agricola, ma non potrebbe giocare; precauzione della Juve, pare di capire e forse il timore di trovarsi un atleta positivo ai controlli antidoping. E subito il problema viene subito "virato" in politica. La Juventus chiede l'autorizzazione perchè Davids possa fare uso dei diuretici che gli servirebbero per il galucoma, ma al Coni nessuno risponde. C'è fretta, ma è feragosto anche per il Coni. Al Foro italico, invece, rispondono di non aver avuto segnalazioni di sorta. E questo è un punto. L'altro è che per dare una deroga "credibile" il Coni dovrebbe quanto meno verificare attraverso una propria commissione scientifica lo stato della patologia del calciatore.
Ma il timore non è tanto quello, quanto - sembra di capire - che ci sia una risposta negativa all'uso del diuretico. Ecco Agricola: "Il caso Davids è tra i più semplici, ma ci sono pazienti sofferenti di analoghi disturbi che devono curarsi per mesi. Se succedesse questo al nostro giocatore, che cosa gli diciamo, che deve sospendere l'attività agonistica professionale per periodi così lunghi?". E' bene leggere a fondo ciò che dice Agricola, perchè nelle sue parole c'è tanto di quello che è diventato il calcio di oggi: una macchina dove gli uomini non sono più uomini, ma pedine che "servono" a seconda dei calendari. Agricola da una parte lascia che l'opinione pubblica si indigni perchè un poveretto malato di glaucoma non possa curarsi, magari con un semplice collirio (così lasciava capire una delle agenzie d'informazione giornalistica più note in Italia), dall'altra - mescolando settori e necessità alle antitesi (quella dell'uomo della strada e quella dell'atleta-lavoratore) - butta lì l'ipotesi che il giocatore debba ricorrere all'uso di diuretici. Anzi, non poterlo fare è quasi un delitto, perchè tutti gli esseri normali si possono curare e un "povero" calciatore no. Il tutto è abilmente introdotto da un perfido "se". "Se il nostro giocatore avesse la necessità di curarsi per lunghi periodi con diuretici...". Ora, i diuretici sono una cura corretta nel caso del galucoma: abbassano la pressione endoculare, ma certamente non evitano possibili danni che sempre si accompagnano a questa patologia. E c'è da domandarsi se per lavorare qualcuno sia "costretto" (volente o nolente) a curarsi. Oltretutto i diuretici abbassano la pressione e hanno tutta una serie di effetti colaterali. Per di più sono proibiti dal regolamento antidoping; sono, infatti,  il più facile antidoto all'uso degli anabolizzanti, vietatissimi, ma utilissimi dal punti di vista della prestazione. I diuretici inibitori della anidrasi, in particolare, hanno il potere di alcalinizzare le urine, insomma bloccano le sostanze basiche; falsano i test antidoping.
In ogni caso, se un atleta ha tali impellenze da doverli usare per salvaguardare la propria salute vuol dire che le sue condizioni sono preoccupanti. Cioè vuol dire che l'atleta non è in condizione di giocare, di dare una prestazione sportiva. Perchè allora "deve" giocare ugualmente? Ce lo vedete un qualsiasi datore di lavoro che "obbliga" il proprio dipendente a prendersi la tale medicina perchè così non sta a casa per l'influenza e può lavorare?  Nel calcio succedono cose stranissime e nel silenzio di tutti. Oltretutto il galucoma può essere curato assai efficacemente in via chirurgica. Definitivamente. Quanto alla generica e volutamente ad effetto lamentela sull'impossibilità di usare perfino un modesto collirio - una terapia discussa, ma comunque fattibile nella cura del glaucoma -  i medici bianconeri possono stare tranquilli, caso mai dovesse apparire traccia nelle urine di prodotti proibiti "ascrivibili" al "semplice collirio", vorrebbe dire che non di collirio si è trattato ma di ben altra somministrazione. Infatti difficilmente le minime quantità contenute in un collirio sono "leggibili" dalle macchine per i test.

Aggiungiamo che anche fra gli stessi medici i pareri non sono del tutto allineati alla posizione di Agricola. E' un "fatto insolito che ad una persona con glaucoma conclamato venga data idoneità all'attività sportiva agonistica", dice la dottoressa Chiara Manganelli della clinica oculistica dell'università Cattolica di Roma. "Il glaucoma è una malattia cronica e irreversibile che insorge di solito dopo i 45 anni e consiste in una aumento della pressione interna dell'occhio. Se ben controllato farmacologicamente e periodicamente non c'è una controindicazione assoluta all'attività sportiva, ma eventualmente per i danni visivi già instaurati. Tuttavia, per il fatto che la malattia può evolvere spontaneamente in senso sfavorevole, si tende a non dare l'idoneità all'agonismo". Dunque, con il galucoma non si dovrebbe avere l'idoneità all'agonismo. La tesi di Agricola trasuda preoccupazione; troppa, se vogliamo. Ma non è peregrino pensare che, se passasse la sua tesi, nel breve giro di poche settimane potremmo trovarci di fronte ad un dilagare della malattia del galucoma nel calcio. E' un "dejà vu". Nel ciclismo, dove ad un certo punto soffrivano tutti di congiuntivite; poi si scoprì che le gocce per gli occhi contenevano efedrina, uno stimolante che allontana la fatica...

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PANTANI E LO SPORT SCONFITTO

AGOSTO 1999 - Ora che lo "strappo" è stato ricucito – e per di più da autorevoli dirigenti dello sport nazionale (Petrucci e Pagnozzi, rispettivamente presidente e segretario generale del Coni) e della politica (D’Alema, che gli ha conferito il collare d’oro dei migliori sportivi per il 1998) - il ciclismo italiano può tirare un sospiro di sollievo. Con Pantani "recuperato" ecco il protagonista auspicato, il portabandiera ideale per i mondiali di ottobre tutti italiani. Dunque, se per raggiungere questo obbiettivo è stato necessario chiudere un occhio (anzi, entrambi gli occhi) sulle tante polemiche di cui Pantani si è fatto portavoce al Giro ("No ai controlli per la salute del Coni, sì solo a quelli dell’Uci", ironia della sorte, successivamente rivelatisi fatali a lui…), ebbene, sia. Nello sport, come nella vita - è pura constatazione e non altro - spesso il fine ultimo giustifica i mezzi. E le recenti vicende di Pantani ne danno ulteriore conferma.
Innanzitutto il Coni. Che in questa vicenda rivela almeno due anime. Da una parte la Procura antidoping che assolve Pantani, ma con motivazioni così pesanti (che avrebbero dovuto restare segrete: "al contandino non far sapere…") da sembrare una vera e propria condanna. Dall’altra la disponibilità di Petrucci e Pagnozzi ad assecondare il disegno della ricomposizione della querelle e del ritorno del Pirata, nonostante le ripetute umiliazioni patite dall’ Ente del Foro Italico, proprio per gli interventi del cesenate nelle vesti di portavoce dei corridori al Giro. Insomma in cambio dei tanti schiaffoni sarebbe stato logico attendersi un minimo di umiltà. Invece, niente. Ci si poteva aspettare, dopo la "preziosa" mediazione di Petrucci e Pagnozzi, un addolcimento anche delle spigolosità manifestate dal Pirata in tutta la vicenda. Almeno che non insistesse ancora su fragili tesi difensive (da Madonna di Campiglio in poi si è passati dall’adombrare un fantomatico complotto, al mettere in dubbio la validità dei test, a contestare i risultati tecnici dell’Uci: il tutto inutilmente, un giudice ha stabilito che quei test, proprio quei test, erano stati fatti bene e il loro risultato era attendibile, attendibilissimo ). Invece, niente. L’ unica concessione fatta dallo scalatore romagnolo – raccontano i suoi agiografi - è stata quella di abbandonarsi al volante di una Ferrari, acquistata proprio il giorno del pubblico rientro nel giro delle corse. Sguardo fiero, voce sicura, a chi – nella conferenza stampa del "ritorno", a Treviso - gli chiedeva se intendeva in qualche modo rivedere le sue tesi difensive, rispondeva secco che lui non si era mai difeso. Come a dire che non ne aveva bisogno. Dal che dobbiamo desumere che i legali che hanno presentato memorie e tesi per suo conto a giudici e magistrati nel corso di questi quaranta giorni, non erano autorizzati dal buon Pirata. A chi gli chiedeva se intendesse diventare – come auspicato da qualcuno – portabandiera della lotta al doping, per aiutare il mondo del ciclismo a voltare pagina, rispondeva che lui lo era già da prima. Da quando? Da quando – anni e anni addietro – accettava (sollecitava?) le attenzioni del professor Conconi e del suo centro di Ferrara, oggi indagati per "somministrazione di farmaci dannosi per la salute" e per "illecito sportivo"? Chissà. Noi – colpevolmente – non ce ne siamo accorti.
Resta da chiedersi quale messaggio trasmetta uno sport siffatto. Che cosa sia diventato. Di quali valori si faccia portavoce. Di quale esempio per i giovani. Non si chiedeva poi tanto: un minimo di umiltà. Invece, niente.

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 QUEL DOPING "NECESSARIO"

LUGLIO 1999 - Nel giorno che consacra la maglia tricolore sul traguardo della tappa più lunga del Tour; che regala all’Italia un "poker" storico (Commesso, Serpellini, Piccoli e Lanfranchi) alla "grande boucle", si torna a parlare di doping. Non tanto per la positività del francese Roux (amfetamine, alla faccia di chi dice che è un doping ormai obsoleto…), squalificato giustamente fino ad aprile dell’anno prossimo dalla federazione francese. Quanto per la sensazione di reale fastidio nei confronti del gesto del francese Bassons che ha abbandonato la corsa perché non ce la faceva più a sopportare l’ostracismo dei colleghi. Lui, che può vantarsi di essere uno dei pochi corridori puliti (completamente scagionato nel triste caso-doping della Festina, l’anno scorso) metteva a disagio gli altri. Così gliel’hanno fatta pesare. Finchè non gli sono crollati i nervi. Perfino il suo direttore sportivo, Marc Madiot, discusso e celebrato per i suoi eccessi dal francese Mentheur nel suo libro-confessione sul doping. Perfino la maglia gialla Armstrong, in odore di santità solo per esser scampato al male del secolo (ma non ai sospetti più infamanti). "Smettila parlare sempre di quelle cose", avrebbe detto a Bassons l’americano a brutto muso. E viene da chiedersi come mai un corridore - se è pulito - provi così tanto fastidio nei confronti di uno dei pochi colleghi dimostratamente pulito. È come se il sottoscritto, da sempre piuttosto in solitudine nella lotta al doping (e spesso anche isolato dall’ambiente) si adirasse nello scoprire che c’è un altro collega che, come me, intende battere e di fatto batte la strada della battaglia. Invece a me capita di essere soddisfatto se scopro che qualcuno si allinea alle mie posizioni, anche se mi fa "concorrenza" e magari scopre e scrive una cosa che io non sono riuscito a scoprire e scrivere. Più siamo e più efficace può essere la lotta. No?
Anche se sbattiamo spesso contro il muro dell’omertà (ma qualcosa si sta muovendo, nelle inchieste della magistratura…) e soprattutto contro una maniera di fare informazione così distorta da far gridare allo scandalo. Specie se il veicolo della comunicazione è di quelli di peso: come la televisione. Ieri mi è capitato di sentire per l’ennesima volta una delle più grandi bestialità che negli anni hanno fatto da spina dorsale alla diffusione del doping. E cioè che certa farmacia è praticamente inevitabile nel ciclismo, perché è uno sport duro, "che non si può fare a pane e acqua"; perché i grandi Giri hanno tante, troppe tappe e percorsi troppo duri; perché in una società di drogati pretendiamo che questi poveracci di ciclisti facciano imprese miracolistiche a pane e acqua. Ebbene io dico: se esiste un corridore – uno solo - che abbia mai concluso dignitosamente un grande Giro o una grande corsa senza fare o aver fatto ricorso alla farmacia proibita – tali tesi cadono nel vuoto. Diventano vuoti alibi per giustificare una tolleranza di comodo, visto che per affrontare il problema professionalmente occorrerebbe studiarlo, indagare, approfondire; metterci del proprio, insomma. Tutta roba che costa fatica e non crea "amici"… Una tolleranza, un non voler vedere, nella migliore delle ipotesi, che, degradando lo sport, lo sta distruggendo, non fosse altro perché lo rende finto, non credibile. E gli sponsor che stanno scappando sembrano averlo già intuito. Mi rifiuto di pensare che non esista o non sia esistito almeno un corridore pulito. Pensare che il doping sia ineluttabile nel ciclismo è una grave offesa a costoro. E, allo stesso tempo, è un marchio infamante che – consciamente o meno – si cerca di caricare addosso al mondo delle due ruote. Dire con rassegnazione incondizionata che viviamo in una società di drogati, senza distinzione (ma il doping è un’altra cosa), significa rinunciare alla civiltà. E non è certamente il modo migliore per ridare credibilità al nostro sport.

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SE LA TV FA OPINIONE

LUGLIO 1999 - Tre sole tappe; poco o niente da raccontare sul piano sportivo (caduta di massa a parte al famigerato "passage du Gois", seconda frazione) e - come accade - il Tour in tv va a ruota libera. Sono in due a cantare e suonare, secondo uno schema collaudato: il Vecchio Cronista e il giovane Opinionista, ex corridore, fresco di esperienze di gruppo. Uno imbecca: "Guesdon: ecco, parlaci di Guesdon, dell'uomo in fuga"; l'altro risponde a pappagallo. E in un baleno di Guesdon ti sciorina vita e miracoli sportivi. Ha vinto la Parigi-Roubaix del '97, si è piazzato là, corre così, pedala colà. Tutto. Tranne un piccolo particolare, relegato (inconsciamente? volutamente?) fra quelli insignificanti: il povero Guesdon è una vecchia conoscenza dell'antidoping essendo stato testato "positivo"; dunque non è il limpido eroe che si vorrebbe far trasparire. Ma tant'è. Il fastidio nell'affrontare l'argomento è palese: non se ne deve parlare; l'immagine del ciclismo "si rovina" non a praticare la farmacia proibita (e così si è giunti al doping di massa bene illustrato dal caso-Festina), bensì a parlarne. Insomma, si imbrogli pure, ma non si dica. Nello sport dove il doping l'ha fatta (la fa?) da padrone per anni è vietato fare certi riferimenti, guai a "rompere il giocattolo". Così ecco l'Opinionista farsi coraggio: "Non voglio neppure sapere cosa è successo a Casagrande (squalificato nove mesi per doping: tasso elevato di testosterone, n.d.r.), so solo che ha scontato la pena ed è ingiusto che non sia stato ammesso al Tour con la sua squadra". Dimentica, naturalmente, che nella stessa squadra, proprio pochi giorni prima del Tour uno dei leader,Gonchar, è stato fermato per ematocrito troppo alto. E che gli organizzatori si sono riservati il diritto di rifiutare chi vogliono loro, specie chi per il proprio passato o presente, comprometterebbe l'immagine della corsa francese.
Se poi il discorso cade sull'episodio che ha coinvolto la Lampre al Giro di Svizzera, scatta addirittura l'indignazione. Secondo una tv svizzera di lingua tedesca, un uomo sceso dalla vettura della squadra avrebbe gettato in un cassonetto vicino al traguardo, una busta il cui contenuto, esaminato successivamente, avrebbe rivelato essere costituito da farmaci vietati dall'antidoping. Il Vecchio Cronista si indigna e comincia subito a parlare di "falso scoop". Non contento, si sbilancia ulteriormente, definendo il collega autore del servizio "un giornalista molto chiacchierato", uno di quelli sempre a caccia di scoop ad ogni costo. Poi, ecco la perla: "E chissà che per vendere il servizio non sia stato lui stesso a gettare quella roba nel cassonetto". Insomma, quello della Lampre in Svizzera è solo un'ignobile messa in scena, tesa a screditare la squadra italiana. Non un dubbio. Non un'incertezza. Ma neanche una prova a sostegno della tesi suggestiva, che però - sarà un caso? - va nella identica direzione di prima: negare, allontanare il fantasma del doping.
Naturalmente il Nostro Vecchio Bravo Cronista omette rigorosamente di ricordare al suo pubblico, che nelle perquisizioni a tappeto dei Nas, alla vigilia del Tour, proprio in casa di corridori della Lampre sono state sequestrate le seguenti medicine. A casa di Mariano Piccoli: 19 compresse sospette e dieci fiale senza etichetta; a casa di Franco Ballerini 56 compresse e dosi medicinali, compreso il Moduretic, un diuretico; 171 capsule di un prodotto spagnolo non registrato in Italia.
Così come quando parla di Giancarlo Ferretti e lo dipinge come "maestro di tattiche ciclistiche", omette di ricordare che fu proprio lui ad ammettere l'uso (a scopo personale) di prodotti dopanti rinvenuti nella perquisizione dei Nas al Giro del '97, nella tappa di Predazzo. E che è stato uno dei pochi dirigenti ad essere squalificato (sia pure per pochissimo) perchè coinvolto in una oscura vicenda doping.
In compenso quando c'è da sbizzarrirsi con il "violino" dal piccolo schermo non c'è remora che tenga. Via, a ruota libera, magari anche con la voce un pò incrinata dall'emozione. E così: "Che bella scena quel Minali che corre la cronometro col nastrino assurro del figlio appena nato legato al braccio"; e ancora: "Cipollini? Non vogliamo colpevolizzare nessuno perchè non ha vinto e neppure metterlo sotto processo. Lui è uno che ha fatto la storia del ciclismo". Che sia l'atleta di punta del famoso Michele Ferrari, il medico più inquisito d'Italia per fatti di doping non importa a nessuno. Tantomeno ai suoi ascoltatori e spettatori. Per carità, hai visto mai che Re Leone si arrabbia e non ti dà più l'intervista?

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