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IL CONI E LA "CURA DIMAGRANTE", IL NAUFRAGIO DEL "MODELLO ITALIANO"
ROMA, dicembre 2001 - Un Coni più snello per uscire dalla crisi economica, che, in assenza di contromisure, porterebbe ad un disavanzo di quasi 500 miliardi in poche stagioni. Dopo anni di lode al volontarismo, "spina dorsale" del movimento, lo sport nostrano scopre improvvisamente che il tanto decantato "modello italiano" non vale più nulla e l’attuale organizzazione ha "esaurito la sua spinta, dunque la sua funzione". Colpa del brutale tonfo del Totocalcio (surclassato dalla concorrenza del Superenalotto) e delle esauste casse dell’ente (da 1300 miliardi nell’88 ai complessivi 600 circa attuali). Così al Coni non hanno scelte: riformarsi o affondare. Come aveva a suo tempo fermamente "suggerito" il ministro vigilante Urbani. Ecco, dunque, la relazione programmatica (nulla a che vedere con il vociferato "libro bianco") con cui si intende puntare al riequilibrio economico di qui a 5 anni. Un progetto calato dall’alto; tutto da limare e discutere. Che ha già sollevato malumori e polemiche. Riduzione del personale, recupero della redditività degli immobili, sfruttamento del marketing, scorporo di interi settori come l’Istituto di Scienza dello sport e scuola dello sport che dovrebbero vivere di vita autonoma, trasformazione dell’ente in una vera e propria holding. Questi i canali di intervento. Il pareggio fra entrate e uscite è previsto già nel 2003. Nel 2005 l’attivo dovrebbe essere di 15,7 miliardi, riducendo il passivo accumulato nel passato a 208,6. Si tratta di un piano economico basato, sostanzialmente, sul taglio netto di due voci di bilancio: gli oneri per il personale, ridotto in 5 anni da 2777 unità a 1117, con un calo del 39,4% e le spese per i beni di consumo ed i servizi, voce omnicomprensiva che ingloba le tante, troppe collaborazioni esterne dell’ Ente. Ma pure ad accordare alle previsioni del Foro Italico il massimo della credibilità, la situazione rimarrebbe pesante anche al termine dei cinque anni di cura "dimagrante". Gli oneri per il personale passerebbero da 216 miliardi del 2001 ai 121 del 2005 con un risparmio di 95 miliardi. Ma il Coni dovrebbe spenderne 98 per incentivare la buonuscita di 1060 dipendenti. Un’operazione addirittura in perdita nell’immediato. Con un evidente disagio e possibile pregiudizio dell’attività delle federazioni - specie quella di base e promozionale, visto che gli obbiettivi primari - sottolineati dalla stessa relazione programmatica - sono "il raggiungimento del risultato agonistico". Dovendo puntare ai risultati, in che conto terranno, molte federazioni, la "diffusione della disciplina sportiva attraverso la necessaria azione di promozione e propaganda"? Anche se, va detto, una certa cura dimagrante (nel senso di tagli agli sprechi, ancora evidenti) al Coni andrebbe fatta. Se il modello italiano non funziona più occorrerebbe pensarne organicamente un altro: dal ruolo dello sport di vertice ancora privilegiato a quello dello sport di base, negeletto; dallo sport nella scuola, alla salute dei 12 milioni di praticanti italiani. Tanto più che il Coni non rappresenta affatto la totalità dello sport nostrano. I tesserati dell'ente sono solo una piccola parte dei praticanti abituali.
Il Coni si limita a misure
di emergenza economica. Costretto dai conti in rosso. "Le
federazioni - dice il segretario generale Pagnozzi - devono imparare a gestirsi
da sole, a camminare con le proprie gambe". Ma come faranno quelle che
vivono all’80% - 90% sui contributi del Coni? E come faranno ad operare senza
personale, fortemente decurtato? Attualmente il 50% degli impiegati Coni lavora
nelle federazioni.
Più corposo il calo delle spese per i beni di consumo e i servizi: meno 106
miliardi nel quinquennio. Il che lascia ben intendere quanto sia stata
"allegra" la gestione dell’ente fino a tempi recenti e recentissimi.
Presidenti che viaggiano a spese del Coni su e giù per l’Italia ospiti in
alberghi di lusso; presidenti "volontari", che prendono lo stipendio;
risorse professionali preziose mal sfruttate: la crisi dovrebbe servire a limare
tutte queste emorragie. Ma il piano non fa cenno alcuno alla periferia (Comitati
Provinciali); alla disorganizzazione evidente sul territorio; al ruolo equivoco
di certi enti di promozione. "La
mancanza di fondi dovuta alla crisi del Totocalcio e del finanziamento in
generale - dice ancora Pagnozzi - ha acuito l’inadeguatezza dell’ente ai
tempi moderni". Vero, ma lo si scopre solo adesso? Nessun segnale di
allarme ha allertato prima i dirigenti nostrani? Si sfronda il personale, ma
intanto si riaprono le porte alla caccia (che sport è la caccia?) messa fuori
dal decreto Melandri. Non mancano le contraddizioni, anche se adesso al Foro
Italico si riempiono la bocca di paroloni come cash flow, marketing, sponsoring,
licenzing, break eaven, ecc. Come al Coni possano destreggiarsi fra macro e
micro economia, termini sconosciuti fino a poco tempo fa, non è dato sapere.
Per sovraprezzo, lo stesso Pagnozzi sottolinea che una delle cause della crisi
è anche "La mancanza di una diffusa cultura aziendale". Dunque non
resta che sperare.
Inoltre, alcune delle soluzioni proposte hanno dell’esilarante. Come il progetto di un database telematico contenente informazioni su atleti e risultati, aperto ad un pubblico specializzato (dirigenti, ricercatori, tecnici, giornalisti) dove "si possano controllare e stampare risultati, classifiche, documenti". Tutto a pagamento naturalmente. Come dire, le informazioni di base dello sport a tassametro, in futuro. Immaginiamo con quanta solerzia nelle redazioni di giornali e tv ci si munirà della tessera telematica del caso per avere le ultime classifiche del curling, del ruzzolone o delle bocce. E poi sulla celerità proverbiale dei "servizi" del Coni non è il caso di aggiungere altro. Basta vedere con quale ritmo viene aggiornato il sito Internet dell’ente per capire come tale iniziativa potrebbe funzionare... Il malumore all’interno del Foro Italico è palpabile. I sindacati sono allarmati. "Non può essere solo il personale a pagare per tutti gli errori del passato", dice il tam-tam dell'ente. Errori ammessi per bocca di Pagnozzi quando dice, ad esempio, che non c’è cultura manageriale all’interno. Ma chi l’avrebbe dovuta formare quella cultura negli anni in cui il Coni "girava" bilanci di 1200-1300 miliardi l’anno? Quanto al personale, poi, l’ente ha assunto a rotta di collo nei primi anni ’90 e spesso in modo clientelare? 960 assunzioni in blocco sono finite perfino davanti al giudice che ha assolto tutti; ma non è detto che ciò che non è reato penale sia corretto da punto di vista delle strategie economiche e i fatti si sono incaricati di dimostrare questa drammatica verità. Ora, ironia della sorte, l’esubero è rappresentato proprio da un migliaio di persone. Nessuno paga per gli errori passati? "Lasciamo stare il passato - dice Pagnozzi - il problema è la riforma Melandri; non possiamo continuare a garantire una copertura di personale pubblico a federazioni che sono diventate private". Tutta colpa della ex ministro, del governo precedente, dunque... Una musica già sentita da qualche altra parte.
"MEMORIAL BARDELLI" FRA PROVOCAZIONE E NOSTALGIE
PISTOIA, novembre 2001 - Coraggioso
provocatore? O semplicemente abile politico e tessitore di strategie elettorali
future? A Renzo Bardelli bisogna riconoscere una grande passione per
il ciclismo, l'essere vicino - tutto sommato - all'anima vera di questo sport,
che è fatto anche di sentimenti immediati, superficiali, ma genuini. Gli va
dato atto di una concreta dedizione per lo sport in generale e anche di una
certa tensione etico-religiosa, più volte sottolineata nel suo intervento
introduttivo al Memorial dedicato al compianto fratello Giampaolo. Ma chiunque -
conoscitore un minimo delle cose del ciclismo - fosse passato quel sabato
pomeriggio sotto le austere volte del duecentesco palazzo comunale di Pistoia,
dove si è celebrata la 17 edizione del premio dedicato nelle ultime edizioni a
chi si è impegnato nella lotta al doping, non avrebbe fatto a meno di
trasalire. Da una parte alcuni fra i più coraggiosi e tenaci personaggi che
hanno fatto una bandiera della lotta alla farmacia proibita: il pm Pierguido
Soprani, i marescialli Ferrante, Ostili e la consorte di Fulvio Gori (premiato
alla memoria ad un anno dalla sua scomparsa); dall'altra tutto o quasi
l'"ancien regime" - diciamo così - del ciclismo nostrano e
mondiale: dall'impenetrabile presidente dell'Uci Verbruggen, all'eterno Omini;
all'ex segretario Di Rocco, definito un pò enfaticamente "l'infaticabile
ed affidabile segretario generale per antonomasia". Dall'onnipresente
Gimondi al vecchio Martini. Insomma, tolto l'oggi, rappresentato da
Ballerini, neo-ct azzurro, e Bartoli, che ha cominciato la sua carriera di
campione fra le fila della formazione bardelliana del Bottegone: una ventata di
nostalgia. Allo stesso tavolo sacro e profano: il Papa (premiato nella persona
del Vescovo, per la sua ottima omelia al giubileo degli sportivi del 2000) e
quelli stessi personaggi, sotto la cui dirigenza - ironia della sorte - il
fenomeno doping è cresciuto e si è sviluppato nel ciclismo fino ad esplodere
con una virulenza tale da rischiare di travolgere l'intero movimento. Dirigenti,
diciamolo subito, che - in un modo o nell'altro - hanno fallito il loro compito:
lo dicono i fatti e gli scandali recenti e recentissimi. Se Bardelli voleva far
risaltare le differenze, ci è riuscito in pieno. E' stata - in ogni caso - una
bella cerimonia e una bella premiazione. Faceva comunque un certo effetto vedere
dirigenti "vecchia-frontiera" complimentarsi con gli implacabili
artefici di tante loro preoccupazioni. Per carità: tentare di unire gli opposti
può anche essere virtuoso; e poi è lecito avere ripensamenti per chiunque;
inoltre, è addirittura saggio sfruttare gli errori del passato. In questo
senso, se questo strano e composito "Memorial Bardelli" avrà avuto un
esito lo dirà il futuro. C'è, perfino, un'occasione immediata: la nuova
frontiera del Nesp, il prodotto succedaneo all'epo. Dicono gli esperti che
individuare anche questa nuova molecola, erede della famigerata eritropoietina,
non dovrebbe essere difficilissimo. Non ci vorrebbero gli anni. Gli strumenti ci
sarebbero già. Il ciclismo, che un po' impropriamente si vanta di essere
all'avanguardia, ha l'occasione per dimostrare che veramente vuole voltare
pagina. Si metta subito questa sostanza nel novero di quelle vietate e la si
ricerchi da subito in test appropriati. Per una volta diano i dirigenti
dimostrazione di prontezza e celerità. Perché in passato non è che abbiano
brillato granché. Anche se a leggere il libretto dell'Uci, distribuito con
l'occasione, sembrerebbe il contrario. La storia della lotta al doping che tratteggia la federazione
di Verbruggen non è senza contraddizioni, in realtà.
Nel '91, per la prima volta, sull'onda dello scandalo Ben
Johnson (avvenuto nell'88, tre anni prima...), l'Uci pubblica un opuscolo
"Informazione, lotta contro il doping": è la prima volta che un
organismo sportivo internazionale - sostengono i dirigenti mondiali delle due
ruote - si impegna in una campagna di informazione e prevenzione. Una campagna
chiaramente fallita sul nascere, visto che proprio gli anni che vanno dal '92 al
'96 sono quelli considerati "d'oro" per la diffusione a macchia d'olio
dell'epo. Un flop totale, nonostante nel '92 l'Uci senta la necessità di
sdoppiare la commissione medica, aggiungendo una nuova commissione, dedicata al
doping. Inutile aggiungere che su entrambe aleggia la figura del professor
Conconi, illustre presidente per lungo tempo e attualmente sotto processo per
somministrazione di prodotti dannosi alla salute. Mentre il doping avanza (le prime
avvisaglie dell'epo già alla fine degli anni '80) il tempo passa, senza che
nulla di concreto venga fatto. Ed è questo il vero dramma di una lotta al
doping costruita più sulle parole che sui fatti: temporeggiare, far passare
tempo, per poi concludere che non si riesce a sconfiggere il male. Ad esempio: già nel 1993 i
responsabili internazionali pensano che del complesso fenomeno del doping non
siano i soli corridori i responsabili e dicono apertamente che sono necessarie
sanzioni, quando siano meritate, anche per l'entourage (massaggiatori, ds,
tecnici, dottori, ecc.) ma per arrivare alle sanzioni concrete, occorre
aspettare il '99: sei anni per introdurre una novità nel regolamento
disciplinare... Altro tema: la salute dei corridori. Segnali preoccupanti
accompagnano la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 del ciclismo
mondiale: morti sospette; inspiegabili; assurde. Su tutti il drammatico caso del
polacco Halupczok. I dirigenti testimoniano la
loro preoccupazione, ma solo nel marzo del '94 si arriverà all'obbligo di un
accurato esame cardiovascolare e bisognerà approdare alla fine degli anni '90
per vedere nascere un "suivi medical" un po' più accurato. Per non
parlare delle pene: per lunghissimo tempo la prima infrazione al regolamento
antidoping (prima positività) viene sanzionata con soli tre mesi di
sospensione, comminati, spesso nel periodo invernale, durante la sosta
delle gare. Con quale effetto di deterrenza è facile immaginare. Solo dopo
insistenti pressioni del Cio viene aumentata a sei mesi, mentre altre
federazioni già comminano due o quattro anni di stop per il doping più pesante. Motivo?
La standardizzazione delle pene è impossibile, sottolinea l'Uci, perché non
tiene conto di una non meglio definita "specificità" del ciclismo,
rispetto alle altre discipline. No, ribattono, non è lassismo, solo la
necessità di un "trattamento efficace" ed "equo" in materia
di doping. Amen. Intanto, siamo a metà anni '90, l'epo dilaga nel
plotone. Nel '94-'95, come dice l'inchiesta del pm Soprani, raggiunge il clou,
coinvolgendo - secondo quanto emerso dai famigerati "files"
sequestrati nel computer del centro di Ferrara - corridori di primissimo piano e
atleti di molte discipline. L'Uci, però, si preoccupa della cosiddetta
"anemia dell'atleta". Una delle tante sottocommissioni mediche, scopre
che i corridori sono anemici e sopratutto carenti di ferro. "Gli sforzi -
dice il rapporto finale - possono provocare modificazioni che non sono
salutari a livello del sangue, come la diminuzione delle capacità di difesa
di fronte alle infezioni o delle sostanze incaricate di trasportare l'ossigeno
che danno luogo ad anemie". Dunque l'Uci, in piena era Epo - problema ben conosciuto,
visto che già nel '91 questo ormone entra nella lista dei prodotti vietati
dalla stessa federazione internazionale - studia il sangue, ma si guarda
bene da lanciare allarmi di sorta. Potevano essere sospette certe carenze di
ferro? Per certo oggi si sa che stimolando la produzione di globuli rossi
attraverso l'epo, occorre anche assumere del ferro, per "riempire" i
globuli stessi, altrimenti anemici ed "inefficaci" nel trasporto di
ossigeno. Il risultato a cui approdano gli esperti dell'Uci, ad un lustro di
distanza, si concretizza finalmente nell'allarme lanciato nel '99 (convegno ai
mondiali di Verona) dagli stessi medici del ciclismo: sono tanti, troppi i
corridori che presentano valori di ferritina abnormi (cioè che hanno assunto
ferro in eccesso). Cinque anni dopo dalla carenza all'eccesso. Ma era la naturale conseguenza dell'uso dell'epo. I globuli
rossi, in soprannumero, una volta concluso il loro ciclo vitale, muoiono e
cedono il ferro ai tessuti: di qui la ferritina elevata. Bastava smettere di
assumere epo per qualche settimana e ritornare a valori ematici
"normali" per osservare il fenomeno. Sottolineano gli esperti che il
ferro è tossico per il fisico umano e che depositi accumulati nel tempo sono
difficilissimi da eliminare. Nell'affrontare il problema sangue, dunque, per l'Uci
una strategia assolutamente fallimentare. Insomma, studi, commissioni,
seminari, convegni a ripetizione, ma nulla che incida anche minimamente sul
fenomeno. Certo che fa impressione sentire parlare di lotta al doping persone
che hanno così miseramente fallito quell'obbiettivo. Poi, nel '97, arrivano i
test ematici. Chiesti dagli stessi corridori (una delegazione guidata da Bugno,
trattò direttamente con Verbruggen) perché ormai il livello elevato di
ematocrito, usato come "segnale" della forma atletica, era
diventato una discriminante fra chi gareggiava e chi no. Fra chi poteva lavorare
e chi no. Con eccessi e rischi facilmente immaginabili. Il tetto, pur ottenendo
un concreto risultato nel calmierare certi eccessi (valori al 60% erano comuni
in precedenza: il sangue come la melassa...), non ha risolto il problema.
Tant'è che lo stesso Verbruggen, in un intervento sul sito della federazione
internazionale del febbraio del '99, allarga le braccia. "La grande
complessità del problema doping e i mezzi limitati a disposizione mi fanno
pensare che noi non possiamo risolvere questo problema. Al massimo possiamo
cercare di frenarlo". E, poco dopo: "I controlli più frequenti e le
pene più pesanti non dissuadono certi atleti dall'utilizzare prodotti dopanti,
ma li spingono a cercare prodotti non rivelabili ai test". Parole arrese,
sulla bocca del massimo dirigente ciclista, che fanno pensare all'inutilità
della lotta (tanto non si risolverà mai...) piuttosto che alla
"speranza" per gli atleti onesti (ce ne sarà pure qualcuno...). Ora
l'Uci e Verbruggen mostrano di pensarla diversamente. Altrimenti perché
presenziare ad un premio per chi lotta contro il doping? Se sarà così vuol
dire che a Bardelli è riuscito il miracolo. Il Papa ha invitato lo sport ad un serio "esame di coscienza";
ecco il momento giusto per ascoltarlo.
LOTTA ALL’EPO, LA MAZURCA DEL CIO
LOSANNA, novembre - Tanto
rumore e poi...lo scoppio di un petardo. Non ci sarà un solo test per
individuare l’epo, come strobazzato alla vigilia. Il semplice esame dell’urina
non basta. Lo hanno deciso i soloni del CIO, riuniti a Losanna per "validare"
definitivamente un metodo per individuare il famigerato ormone che ha cambiato
il volto dello sport (specie quello di resistenza) negli ultimi anni. Sarà
sangue più urina. Ovvero, il metodo degli australiani (messo a punto dal prof,
Parisotto del Dipartimento di fisiologia dell’Australian Institute of Sport,
basato sulla variazione anomala di cinque parametri) unito al metodo dei
francesi elaborato dal prof De Ceaurriz, del laboratoro di Chatenay Malabry e
già adottato dal ciclismo (da aprile). Si comincerà ai Giochi di Salt Lake
City ed è comunque importante che il Cio abbia "validato" un metodo.
Parametri alterati del sangue faranno scattare il test dell’urina. Per essere
sospesi sarà necessario risultare fuori norma in entrambe le analisi. Dopo aver
tanto annunciato la possibile adozione di un solo test - sull’urina - ecco l’ennesimo
"surplace": Ma per Patrick Sschamasch, direttore della commissione
medica del Cio non si poteva fare diversamente: "Il test sull’urina non
basta da solo". Insomma, il doping è già oltre l’epo e il Cio si affida
ancora ad un esame complesso e costoso, che, oltretutto, affidandosi ad una
tecnica invasiva (il prelievo del sangue) richiede comunque l’adesione dell’atleta,
con tutte le difficoltà del caso. La solita mazurca: un passetto avanti e due
indietro.
Ora, le federazioni che lo vorranno, potranno effettuare veri e propri test
antidoping a sorpresa: sangue e urina, naturalmente. "Noi - spiega il
dottor Fischetto, responsabile medico della federatletica - faremo gli esami del
sangue a nostre spese durante i ritiri agli atleti di interesse azzurro. Non ci
sarà alcun obbligo, ma è ovvio che chi rifiuterà farà poca strada in
nazionale". Il caso di Barbi, il maratoneta azzurro positivo all’epo ai
mondiali di Edmonton ha scosso l’ambiente azzurro, che cerca di prendere le
contromisure per garantire l’unico vero patrimonio dello sport: la sua
credibilità. "Con il metodo validato dal Cio, poi, andremo - a sorpresa -
anche a casa degli atleti: e sarà un vero e proprio test antidoping". La
Fidal ha fatto 752 controlli antidoping nel 2000, con un trend a crescere,
contrariamente a quanto succede in altre federazioni e in controtendenza
rispetto all’atteggiamento del Coni, che da mesi rifiuta perfino di comunicare
le cifre ufficiali delle sue analisi. Troppo povere per essere pubblicizzate?
Per questo nuovo progetto (test sull’urina anti-epo e sangue) la Fidal
spenderà circa 250 milioni l’anno. Non è poco, viste le ristrettezze di un
bilancio continuamente decurtato dalla crisi del Coni. Ma siamo pur sempre all’interno
di un (pur lodevole) tentativo di autocontrollo da parte dello sport. Non basta,
visti gli interessi in campo (con leggi e regolamenti continuamente aggiustati e
rabberciati in funzione del businnes imperante) e viste le nuove frontiere della
farmacia proibita: una nuova epo sintetica; i perflourocarburi; i modificatori
dell’emoglobina; gli stimolatori di ormoni endogeni; ecc. Sarebbe necessario
mettere già a punto ulteriori sistemi di indagine, ben oltre l’epo.Nelle
urine, ad esempio, l’epo esogena viene identificata attraverso le isoforme cui
fa riferimento il processo dell’elettrofocousing, un metodo usato anche nell’ingegneria
genetica. Ma è già sul mercato una nuova epo, una molecola sintetica con una
emivita (permanenza nel fisico) più lunga e che dunque "passa" più
lentamente nelle urine. Che richiede, dunque una maggiore sensibilità delle
analisi. Ma di questa molecola non esistono ancora le isoforme. Come dire che è
irrintracciabile. Dunque il Cio, come in passato, cerca di chiudere la stalla
quando i buoi sono già scappati. Mentre sarebbe urgente investire per una
evoluzione rapida della ricerca che riduca, se proprio non annulli, il gap fra
doping disponibile e test validati. A questo dovrebbe pensare l’AMA, la nuova
agenzia mondiale antidoping. Ma anche in questo caso i tempi sono biblici, non
si capisce (o si capisce molto bene) perché. Ci sono voluti più di dieci anni
perché si arrivasse al test sull’epo; quanto occorrerà, adesso, perché i
test "coprano" anche le sostanze più all’avanguardia e ancora non
ricercate?
In Italia, intanto, la legge approvata nel dicembre scorso
giace come lettera morta. La commissione che ne dovrebbe garantire l’attuazione
non si è riunita una sola volta in forma ufficiale nell’arco di quasi un
anno. E Pescante, sottosegretario con delega allo sport, invece di farla
decollare come dovrebbe, l’ha criticata perché colpevolizza anche gli atleti.
Del resto, nella stessa commissione, la componente Coni-sport è fortissima: dal
presidente Zotta, "amico" di vecchia data del presidente Petrucci, ai
due rappresentanti dell’ente: il dott. Santilli (presidente della FMSI già
costretto a dimettersi per lo scandalo doping del laboratorio romano, quindi
rieletto) e il funzionario Mariano Ravazzolo; al quello dei medici che è un medico della
stessa Federazione Medici Sportivi, Fabio Pigozzi, alla rappresentante degli
atleti, Emanuela Pierantozzi; al rappresentante degli allenatori (La Mura).
Insomma, almeno sei elementi su 20 componenti la commissione di "area o
simpatia Coni". Risultato: nulla (o quasi) di fatto per undici abbondanti
mesi. E il nulla di fatto
(se la legge non funziona diventa "indispensabile" quel poco o tanto
che fa il Coni in tema di antidoping, è ovvio...) è stato tale che la stessa commissione
Zotta si è trovata spiazzata quando una delegazione del Consiglio d’Europa è
piombata in Italia nel settembre scorso per verificare il rispetto della
convenzione contro il doping nello sport. Paradossalmente la commissione
convocata di fretta e ancora informalmente (spiegazione: il Coni non ci ha dato i soldi per
finanziare la legge e noi non possiamo convocare nessuno) avrebbe dovuto far
fronte ad un rapporto formale vero e proprio. In quella occasione è circolato
un documento che altro non è che una esaltazione della "missione" del
Coni nel campo dell’antidoping in forma assolutamente di parte. Non una
parola, ad esempio, sulle tristi vicende del laboratorio di Roma, gestito dall’ente
attraverso la FMSI, che pure per più di un anno ha avuto la sospensione dal Cio
per le irregolarità rilevate.
La legge stenta, dunque, è c’è
chi rema contro. Primo fra tutti il sottosegretario Pescante, che si è
scagliato contro quella parte della legge che penalizza anche l’atleta.
"Un dispositivo che non c’è in nessun altro paese". Pescante
paventa che atleti di nome non vogliano partecipare a competizioni italiane,
proprio per quella diversità. Ma non si capisce cosa abbia da temere un atleta
che non si dopa dalla legge. Oppure si vuole creare un’area di tolleranza?
Il senatore Fiorello Cortiana (Verdi), che è stato fra i
principali promotori della legge (votata all’unanimità da tutte le forze
politiche...) adesso attacca: "E’ una legge all’avanguardia, non si
capisce perché non debbano essere gli altri paesi ad adeguarsi ad essa".
All’avanguardia, ma inapplicata. "Pescante è sfacciato nel criticare la
legge. E’ stato tradito lo spirito, che era quello di costruire una struttura
"terza", indipendente dallo sport; invece, con i continui riferimenti
del regolamento
attuativo, approvato da poco, alle norme del Cio, del Coni e
delle federazioni, si è riportato l’intero antidoping dentro i vecchi schemi.
Con una prevalenza dell’interesse per l’agonismo e solo generici riferimenti
ai controlli e ai test destinati alla tutela della salute pubblica che era l’obbiettivo
primario".
PESCANTE, IL DOPING E LE MANIFESTAZIONI DA "PROTEGGERE"
Ottobre 2001 - L'incontro recente a Bruxelles fra
il presidente della Commissione europea, Romano Prodi e una serie di alti
dirigenti dello sport mondiale dovrebbe, nelle intenzioni, lanciare una politica
comune per quanto riguarda la lotta al doping. Omologazione delle leggi europee
e (possibilmente) mondiali su un unico standard; questo il più significativo,
fra i tanti obbiettivi dichiarati alla vigilia nell'appuntamento belga che ha
coinvolto anche il presidente del Cio, Jacques Rogge e il segretario generale del comitato olimpico europeo e sottosegretario al ministero dei Beni culturali, Mario Pescante, alla presenza della commissaria Ue allo sport, Reading.
L'assunto, nel merito di questa questione, è scontato: la lotta al doping è indebolita dall'esistenza di norme differenti da stato a stato, che provocano discriminazione tra gli atleti e difficoltà agli organizzatori dei maggiori eventi internazionali, compresi i Giochi di Atene 2004 e Torino 2006.
E già basterebbe riflettere su questo accostamento: lotta al doping e
organizzazione degli avvenimenti, per capire quale sia davvero la volontà di
portare avanti un serio discorso. Non a caso in Italia la legge antidoping,
pesantemente condizionata dall'operato di una commissione di gestione fantasma,
formata al 90% da personaggi del Coni o vicini al Coni, non decolla.
Neppure una riunione ufficiale dalla sua istituzione.
Da una parte la salute, un valore inalienabile dell'individuo, dall'altra gli
affari, il businnes, gli avvenimenti, che più sono frequentati da
"stelle", più fruttano su diversi piani.
Per quanto riguarda il Bel Paese, non è un segreto che da più di un anno,
cioè da quando è stata fatta naufragare dallo stesso ente la campagna
"Io non rischio la salute", il Coni non effettui alcun controllo
ematico. Ma di questo Pescante non fa cenno, nè si preoccupa. E di questo,
certo, non hanno parlato i membri della commissione che deve far
funzionare la legge antidoping alla delegazione del Consiglio d'Europa in visita
a Roma. Non è un segreto, poi, che i test tradizionali sull'urina - la cui
efficacia nell'individuare la parte più corposa del doping moderno è
assolutamente nulla - siano addirittura diminuiti, se possibile. Attendiamo da
mesi cifre ufficiali, ufficialmente richieste, che non arrivano. Chissà perchè.
L'Italia si trova dunque in questa curiosa situazione: una nazione che ha una
delle leggi più all'avanguardia, ma che in questo momento ha la guardia
abbassata. Un atleta che volesse doparsi con alchimie ematiche sempre più
sofisticate (proprio in questi giorni la FDA americana ha dato il via libera ad
un prodotto succedaneo dell'eritropoietiona che sfugge ampiamente ai test)
potrebbe farlo tranquillamente. Tra l'altro, senza remore eccessive e con un
pizzico di cinismo, lo stesso presidente del Coni Petrucci ha ribadito che - dal
momento in cui è entrata in vigore la legge, nel marzo scorso - non è
più dovere del Coni effettuare i controlli e che loro fanno quello che possono,
ma - oltre tutto - i soldi non ci sono per la crisi dell'ente. Dunque il Coni
non controlla; la legge, nella sua parte preventiva (i test) ancora non funziona
e, ovviamente, il doping va per la sua strada. Non è un caso se nella rete dei
modestissimi controlli attuali cade perfino un minorenne.
Ma qual'è la preoccupazione principale dei responsabili dello sport? Quella di
"garantire" in qualche modo le manifestazioni. Parlando nei giorni
scorsi con l'ex presidente del Coni Mario Pescante abbiamo avuto modo di
raccogliere ancora una volta tesi e ipotesi sconcertanti. E un vero e proprio
attacco alla legge, che finora ha consentito, grazie allo scrupolo di alcuni
coraggiosi magistrati, di squarciare il velo su certe drammatiche realtà (vedi
i blitz dei Nas al Giro d'Italia maschile e femminile). Insomma, ancora la legge
deve trovare piena applicazione (il regolamento che sottintende al suo
completo funzionamento sarebbe stato completato da poco; la famigerata lista
delle sostanze vietate che si fa in una settimana non arriva mai...), che già
qualcuno vorrebbe affossarla. Motivo? "Altrimenti gli atleti importanti si
rifiutano di venire alle nostre manifestazioni". Insomma, ad andare alle
estreme conseguenze di ciò che dice il sottosegretario allo sport (che lo sport
conosce bene, non fosse altro per essere stato uno dei referenti principali, ad
esempio, di quello che il pm di Ferrara Soprani ha definito "doping di
stato", nella sua inchiesta sul professor Conconi, il suo centro di Ferrara
e il Coni, allora gestito proprio da Pescante) più importante della tutela
della salute e della credibilità dello sport sarebbe avere una manifestazione
ben frequentata, magari da atleti dopati, purché di nome. Già, perché
altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo un atleta - anche di nome - che
NON si dopi debba temere alcunché dalla legge antidoping italiana. Pescante,
come al solito la butta in confusione. Sport in cui è abilissimo. "In
Italia c'è la modica quantità per la cocaina e le droghe, ma se uno viene
trovato positivo all'antidoping, rischia la galera. Poi non c'è uguaglianza,
equità con le altre nazioni". Tanta tolleranza sulla bocca di uno che per
anni ha definito il doping come "il cancro più grave dell'organismo
sportivo" francamente sorprende; però è risaputo: gli uomini cambiano e
oggi Pescante definisce "talebani" tutti coloro che non la pensano
come lui. Ma si tratta - ovviamente - di discorsi diversi e mescolare i due
piani serve solo a fare confusione, appunto. In Italia si è ritenuto di fare
una legge severa contro il doping, essenzialmente per tre motivi: il primo,
cercare di tutelare la salute dello sportivo (in clima di doping libero gli
atleti in un modo o nell'altro sarebbero vera e propria "carne da
cannone" in mano ai gestori dello sport-spettacolo, come già succede in
larga parte dello sport-spettacolo Usa); il secondo, cercare di contrastare
trafficanti e somministratori; il terzo cercare di tutelare la credibilità
dello sport. A Pescante, però, interessa altro. Cioè la manifestazione: siano
le Olimpiadi invernali programmate a Torino 2006 e il pesante giro di affari che
coinvolgono; sia altro. In questo perfettamente in tono con la mentalità
affaristica del suo attuale partito.
MISSAGLIA E IL DOPING: SE IL GIORNALISTA (AMICO) FA FINTA DI NON SAPERE
Agosto 2001 -
"Poscia più che il dolor potè il digiuno".
Secondo il ben noto versetto dantesco, il bisogno alle volte fa degli strani
scherzi. E, quando questo accade nel bistrattato mondo dei giornali e dei
giornalisti, le cose si complicano. Per il lettore, prima di tutto. Il caso
emerge chiarissimo dalle colonne del "Corriere dello sport" del 19
agosto scorso, che pubblica a firma di Luca Prosperi un ampia intervista con
Gabriele Missaglia, giusto in vista della classica di Amburgo. "Missaglia
in fuga dai guai", il titolone a nove colonne. E fin qui nulla di
trascendentale a parte la scelta - discutibile, ma perfettamente legittima - di
un personaggio la cui credibilità è ormai ridotta ai minimi termini, visto che
è coinvolto da tempo in molte delle vicende doping che hanno travagliato il
ciclismo nostrano negli ultimi tempi e che per lui la Procura antidoping del
Coni ha chiesto una squalifica di due anni. Del resto, si conoscono bene certi
clichet del mestiere: Missaglia è l’ultimo vincitore della classica di
Amburgo, dunque la "fermata" è d’obbligo. Transeat.
Ciò che colpisce non è tanto la banalità (anche un po’ sgrammaticata)
delle domande e delle risposte, quanto l’assoluta mancanza di freddezza e
distacco da parte di chi (il giornalista) per mestiere dovrebbe essere dall’altra
parte. Non "nemico", certo, ma, almeno interlocutore; ed esercitare
quel minimo di capacità critica che distingue il "soffietto", il
pezzo ammiccante, inginocchiato, dalla cronaca vera. Il nostro bravo giornalista
comincia agguerrito: "Come si corre da indagato e con una proposta di
squalifica di due anni per doping?". Ma è solo un fuoco di paglia, tanto
per introdurre l’argomento su cui, poi, l’intervistato avrà totale via
libera. "Come volete che sto", risponde lui, scivolando banalmente
sulla "consecutio". Il resto dell’intervista è solo uno sfogo
virgolettato dell’atleta, intervallato da battutine del tipo: "spillo
numero due; puntura numero tre; quinta pizzicata", ecc. Ma vediamo meglio:
cosa dice di tanto importante il nostro beneamato inquisito? Innanzitutto che
gli girano le b... Ma immaginiamo che girino di più a coloro che in tutti
questi anni di farmacia proibita nel ciclismo si sono visti soffiare vittorie e
denaro da tutti quelli che hanno fatto ricorso a trucchi e imbrogli come il
doping.
Poi che ha la sensazione che la gente si sia "rotta" di sentir
parlare di doping: "perché alla fine si accorge che niente e nessuno
concellerà il fatto che il ciclismo rimane sacrificio e fatica".
Sensazione personalissima: sulle strade del Giro abbiamo visto e sentito
parecchia gente arrabbiata con gli imbroglioni del pedale. Dunque: sacrificio e
fatica, ma anche frode e inganno. Bisogna dirlo, altrimenti si omette una parte
della verità. Quindi che gli stanno facendo passare la voglia di correre,
abbinando questo concetto ad un confuso riferimento alla privacy. Infine:
"mi sta bene essere indagato, ma c’è una certa figura di giornalista che
mi ha crocifisso, che mi ha fatto passare per un criminale, per un mostro. Ma io
non ho ucciso a (sic!) nessuno, non ho rubato niente". Missaglia vittima di
"una certa figura di giornalista", ma pensate!
Per concludere, ovviamente che "Non ho sbagliato niente, io. Mi sento la
coscienza a posto". "Quella coscienza a posto che strillerà dal podio
della prima classica vinta", ammicca compiacente il nostro caro
giornalista, stendendo la guida rossa. Insomma, parole in libertà. Che, però,
il giornalista condivide - questa la netta impressione - come, del resto, appare
chiaramente nella frase conclusiva. Eppure Prosperi non è un
"novellino", nel senso che conosce molto bene il problema doping e la
sua diffusione nel mondo del ciclismo. Anzi, in più di un’occasione si è
detto dalla parte di chi cerca di contrastare questo fenomeno la cui diffusione
negli anni ha fatto allontanare sponsor e preziose fonti di finanziamento per il
ciclismo. Lo conosce tanto più bene in quanto tiene una sorta di ufficio stampa
per la Cantina Tollo, e proprio di recente è emersa l’ennesima storiaccia di
doping per uno dei corridori della "sua" squadra, che ha confessato al
pm di Ferrara Soprani, di essersi dopato per anni con epo e vari altri prodotti.
E stendiamo anche un velo pietoso su questa non edificante commistione fra
ufficio stampa e giornalismo quotidiano, che non rappresenta certo il massimo
del rigore deontologico. Tutti dobbiamo mangiare. Ma sorgono spontanee alcune
domande. Che giornalismo "oggettivo" si può fare curando un ufficio
stampa? Cosa è diventata questa professione? Cosa ci attende nel futuro?
Segnali preoccupanti emergono da questo episodio. Come già accaduto per altri
sport. Nel calcio, ad esempio, anche una semplice valutazione non gradita nelle
pagelle può provocare fior di silenzi stampa. E qualcuno, in un passato
recente, avrebbe voluto perfino che i giornali pagassero le interviste. Anche il
ciclismo va in questa direzione? Mah.
Avrebbe potuto il nostro giornalista essere più pungente? Chissà. Ma l’episodio
la dice lunga su come si è ormai trasformata la professione. Anche se il nostro
ha delle attenuanti: "tiene famiglia". Ha un contratto da precario con
il giornale; lotta da tempo per una sistemazione dignitosa dopo la
disoccupazione; ha bisogno di avere rapporti "amichevoli" con il
gruppo, con il plotone. E, se per averli deve accettare qualsiasi cosa venga
dalla bocca dei suoi interlocutori, passi, purchè concedano l’intervista. Ma
tutto questo il lettore non lo sa. Legge le parole di Missaglia e può perfino
pensare che abbia ragione, che sia una vittima.
Ciò che non spiega il corridore (e il giornalista si guarda bene dal
chiedere) è come mai nel giugno nel 1999, quando i Nas di Bologna partirono con
una perquisizione a tappeto che coinvolse 25 corridori più o meno conosciuti,
in casa sua furono trovati "medicinali ad esclusivo uso ospedaliero",
per i quali l’ipotesi di accusa fu di ricettazione. Perché nelle indagini dei
Nas di Brescia l’anno scorso (2000) il suo nome figura con altri otto
eccellenti abbinato all’ipotesi di accusa di "assunzione di sostanze
doping". Oppure vedere il proprio nome citato sui giornali per fatti
incontrovertibilimente veri (le indagini della magistratura) è alla fin fine
"essere crocefissi"? E farsi trovare in casa prodotti ospedalieri
detenuti irregolarmente cos’è: "sentirsi corretto", come dice il
nostro? Per non parlare del blitz al Giro, dove fatalmente i Nas hanno trovato
prodotti dopanti (anabolizzanti) anche nella sua camera d’albergo. Missaglia
ha tutto il diritto di dire la "sua"verità; il giornalista avrebbe il
dovere di raccontare almeno i fatti (qui sopra esposti). Ma tant'è.
TV E LOTTA AL DOPING, LO SCANDALO CONTINUA
Agosto 2001 - Doping e tv, un matrimonio impossibile. Non si può non segnalare l'ennesimo intervento grossolano della Rai su di un tema così critico e delicato, come dimostrano i fatti recenti (blitz al Giro d'Italia maschile e femminile, sequestri di prodotti dopanti, segnali inequivocabili di pratiche illecite, ecc.) . "Bisogna vedere cosa hanno trovato - ha risposto Davide Cassani, sollecitato da Fioravanti a dare un parere sulla vicenda del blitz al Giro d'Italia femminile - Se hanno trovato sostanze pesanti, ben venga l'intervento dei Nas. Ma il corridore ha bisogno di prodotti medici e debbono dire cosa si può tenere e cosa no. Se trovano prodotti pesanti fanno bene a controllare, ma si dovrebbe pensare non solo al ciclismo, ma anche agli altri sport". Siamo alle solite. La tv non affronta mai un tema così importante e drammatico in modo organico e con una linea precisa, ma quando si vede costretta dai fatti di cronaca ad intervenire si affida al "commentatore" di turno, nel caso specifico un ex corridore che quel mondo zeppo di farmaci (vietati e non) lo ha conosciuto bene da vicino, ma che si guarda bene dal parlarne in termini oggettivi. Cassani - consciamente o no - si maschera dietro una incredibile dose di ipocrisia. Innanzitutto alimenta il dubbio che l'operazione non abbia dato frutti ("Bisogna vedere cosa hanno trovato"). E che ad alimentare dubbi sia proprio lui che quel mondo lo conosce bene è un vero delitto. Quindi il nostro ineffabile parla di un ciclismo che "ha bisogno di certi prodotti medici" ( si spera consentiti, perché lui non lo specifica) alimentando nella gente, ma sopratutto nei giovani appassionati e praticanti, l'idea di uno sport legato indissolubilmente al farmaco. Idea che è esattamente l'anticamera del doping. In realtà il ciclismo ha bisogno solo di adeguare i propri ritmi e i calendari alle forze dell'uomo senza pretendere di più in nome dei soldi. Si può fare, eccome se si può fare. Infine la "perla": "bisogna pensare anche agli altri sport", come se guardare all'orto del vicino risolvesse con un colpo di bacchetta magica i drammatici ed evidentissimi problemi delle due ruote. Per Fioravanti il tutto merita solo un amichevole rabbuffo: "Cassani parla da ex". Ma è la solita mistificazione. E' il solito vergognoso atteggiamento di un ente che dovrebbe essere in prima linea nella lotta al doping, ma che preferisce sempre raccontare solo una parte della verità. Dopo quanto accaduto ai due Giri d'Italia cosa deve succedere ancora perché la tv di stato si comporti in maniera meno frettolosa, superficiale?
ECCO I FORZATI DEL FARMACO: IL CICLISMO, UN OSPEDALE ITINERANTE
Luglio 2001 - Ottantasette nomi. Ottantasette ombre che si allungano sul ciclismo italiano e mondiale a due passi dal via del Tour de France. Sono i nomi e le ombre che ora anche il Coni conosce per aver ricevuto i verbali dei famigerati sequestri dei Nas al Giro d'Italia e che dicono di uno sport ormai senza alcuna dignità e senza senso. Uno sport dove - sostanze doping a parte - emerge una drammatica realtà. Che è quella dell'uso ed abuso di farmaci - anche leciti - al di là di ogni limite, al di fuori di ogni necessità terapeutica, al di sopra di ogni ragionevole ipotesi. Una realtà che dice di uno sport ormai irrimediabilmente compromesso. Da chiudere e rifondare. Ciò che colpisce nel blitz di Sanremo non è solo la qualità dei prodotti, e la loro efficacia dopante. Perfino la cafinitrina, la caffeina mescolata alla nitroglicerina per unire le proprietà del vasodilatatore con quelle dello stimolante. Perfino gli espansori del plasma per abbassare l'ematocrito all'occorrenza. E' la quantità, cioè la diffusione di tante pratiche che vanno dalla vitamina lecita, al doping ematico più sofisticato. Le siringhe e le flebo a decine, le provette, le macchine per controllare l'ematocrito che cresce, o per misurare i parametri del sangue, le medicine di tutti i tipi, in commercio e non, sperimentate e non, straniere ed esotiche, gli escamotage più impensati fanno pensare non ad uno sport ma ad una corsia di ospedale. Anzi, neppure in una corsia di ospedale un paziente viene sottoposto a simili trattamenti: due-tre flebo al giorno, e poi pastiche sottolinguali e compresse di tutti i colori, spray contro l'asma, supposte, pomate, iniezioni intramuscolo e sottocutanee, antidolorifici. Gonfia e sgonfia in continuazione. L'epo per far addensare il sangue di globuli rossi e trasportare così più ossigeno ai muscoli e il diluente per fluidificarlo all'occorrenza; la creatina in dosi massicce per favorire lo scatto e l'allungo e l'exacline (benzoato di chinina) per far fronte ai crampi immancabili con le quantità usate; gli anabolizzanti che favoriscono la muscolazione e il cui abuso può inibire la capacità sessuale e poi il prodotto che la riattiva (o dovrebbe riattivarla); il cortisone per allontanare la fatica e il prodotto contro l'angina pectoris che ha il "pregio" di essere un "vascolarizzante", cioè di favorire la circolazione ematica. Perfino un farmaco che serve per curare le malattie alle arterie e l'insufficienza cardiaca cronica, ma che ha il pregio di fluidificare il sangue addensato dall'epo e di contenere un diuretico che favorisce lo smaltimento di eventuali altri prodotti a rischio. Quanto costerà tutto questo in termini di salute? Farmaci dalla mattina alla sera. Si comincia al risveglio: una bella fiala di cortisone per cancellare stanchezza e fatica e poi la corsa. In gara, assieme ai soliti integratori salini e energetici ecco comparire l'immancabile caffeina. La sua presenza è talmente diffusa che nel gruppo è considerata una bazzecola, quasi una bagatella. Invece è un doping potente (tant'è che è il più diffuso) che, in dosi controllate, si smaltisce e non si rivela ai test. Favorisce l'azione muscolare aerobica, fa bruciare i grassi e dà euforia e aggressività. Serve qualcosa di più? Ecco lo spray alle gonadoreline che spinge il fisico a produrre più testosterone, l'ormone principe della forza e della resistenza. Introvabile ai test, ovviamente.Per la volata, poi, c'è la pasticchetta che consente al cuore di arrivare in breve al massimo dei "giri" e dilata i bronchi. Ma è dopo l'arrivo che comincia il vero tour de force del forzato del farmaco. Dopo il massaggio ecco la flebo: zuccheri da reintegrare, ma anche altro. Seguono in successione martellante: disintossicante, epatoprotettore, vitamine, ferro e acido folico per "riempire" i globuli rossi in sovrappiù stimolati con l'epo. In piccole dosi anche i nuovi test dell'Uci non la individuano. L'insulina prima di cena consente di incamerare più carboidrati, dunque di avere un "serbatoio" di energie più ampio. Il rischio diabete? Si vedrà. Il tocco finale con l'onnipresente gH, l'ormone della crescita, ancora di uso libero, perché non c'è test che ne riveli l'uso esterno; e con l'acth, l'ormone corticotropo che aiuta a recuperare in fretta. Finalmente la notte. Ma anche il riposo vuole al sua parte: nel cuore della notte ci si sveglia per buttar giù un paio di blister di arginina: stimola a tempo debito l'iperproduzione endogena di gH, che avviene particolarmente nel sonno e in certe ore. Dimenticato qualcosa? Ah, già: i cerotti. Al testosterone naturalmente. Favoriscono l'accumulo del prezioso ormone; è il cosiddetto "rabbocco dormiente". Una condanna? Niente affatto. Una triste realtà. A Sanremo tutte o quasi queste sostanze sono state trovate nelle camere dei corridori. E pensare che il "grosso" è stato probabilmente gettato via dalla finestra o nello scarico del gabinetto. Perché tra concomitanza con il blitz della Finanza (che ha anticipato di poco i Nas) e altri contrattempi la sensazione che dovesse succedere qualcosa a Sanremo c'era dal pomeriggio.
CICLISMO, ANNO ZERO: IL FUTURO SOLO NELLA TRASPARENZA
Giugno 2001 - Adesso per la prima volta i corridori ammettono. "Siamo
colpevoli - dice Cipollini, il re delle volate - ma ora siamo qui: diteci voi
cosa dobbiamo fare. Fermare il ciclismo non serve". Il bel Mario, che ora
mostra la faccia timida del pentito, ha almeno il merito di dire le cose come
stanno, senza infingimenti: "Io ho capito qualche tempo fa che le cose
stavano cambiando; ma qui nel gruppo c'è chi non ha capito e forse non capirà
mai. I corridori, si sa come sono, per un posto in squadra farebbero di tutto.
Certo anche noi corridori siamo disorganizzati. Avremmo dovuto vederci prima di
questo incontro per discutere e arrivare con una nostra proposta. Ma tutto è
accaduto così di fretta". Bruno Reverberi, presidente dell'assogruppisportivi,
prova l'analisi e accusa un meccanismo feroce, che sottende se non proprio il
doping di squadra, per lo meno la tolleranza alla farmacia proibita: "Se un
organizzatore ti dice: vinci a Vinadio e ti invito alla mia corsa che è
importante, è chiaro che chi può chiudere un occhio lo fa, altro che poche
mele marce...". Ci vorrebbe una revisione totale del sistema-ciclismo.
Qualcosa che dia sicurezza a chi investe e partecipa, senza spingerlo al gesto
furbo e all'illecito, come accaduto finora. "Le squadre dovrebbero avere la
certezza di poter partecipare alle corse che spettano loro in relazione alla
loro caratura e al loro valore". Però anche alla sua squadra, la Panaria,
hanno i Nas trovato prodotti dopanti: "Sono caffeina", precisa. Solo
caffeina nella stanza dell'ex campione del mondo Under 23 (Lugano) Figueras.
Già, "solo" caffeina. E in quel "solo" c'è tanto della
mentalità deleteria che, alla fine - trascendendo - ha portato il plotone al
doping di massa. Certo, rubare una mela non equivale a scassinare
Fort Knox, ma rubare è sempre rubare. Ed è proprio questa mentalità dello
"strappo" e della relativa tolleranza ("lo fanno tutti",
dicono in coro adesso, dai corridori ai massimi dirigenti) che dà spazio ai
furbi. Si comincia dal poco. E si calpestano le regole. Si finisce con l'Hemassist.
Mentre le regole
andrebbero comunque rispettate.
Gilberto Simoni non si nasconde dietro un dito: "Se non basta quello che è
successo al Giro per capire, vuol dire che saremo condannati sempre al rischio
di vederci piombare addosso i Nas in qualsiasi momento". Ma i problemi sono
strutturali, non solo individuali. Vedremo, adesso che Dario Frigo ha vuotato il
sacco, dipingendo uno scenario inquietante, come sembra dalle cronache recenti,
come sarà poi accolto dal plotone. Se sarà emarginato dai colleghi, come già
accadde in passato al francese Bassoons quando si schierò apertamente contro il
doping al Tour de France. Simoni dice: "Chi imbroglia toglie spazio a chi
ha talento. Bisogna isolare gli omertosi". Il che, già di per se fotografa
chiaramente tutto l'ambiente. Ed è giusto, anche se lui se ne accorge un
pò in ritardo (ma meglio in ritardo che mai). Un ambiente, fino a questo
momento, di omertosi, dove tutte le componenti hanno una loro netta
responsabilità, nell'aver prodotto, favorito, alimentato, nascosto e fatto
crescere un fenomeno che le cifre del blitz dei Nas mettono finalmente a nudo
nelle sue preoccupanti dimensioni. Basti pensare alla fuga di notizie che nel
1996 impedì ai Nas di compiere quel blitz che allora sarebbe forse stato più
tragico di quello di Sanremo, ma che avrebbe forse prodotto la svolta che
stiamo vivendo adesso con cinque anni di anticipo. A chi fra i massimi
responsabili dell'intero movimento ciclistico e sportivo, preoccupato solo di
"non gettare fango" o "non rompere il giocattolo", ha
coperto, negato, favorito, facendosi complice. «E'
il sistema che ti invoglia a fare queste cose», dice Silvio Martinello, pluriolimpionico della pista. «Dateci paletti e regole sicure». E lo stesso
Castellano, direttore del Giro, sottolinea: "Siamo tutti responsabili:
corridori, squadre, gruppi sportivi, dirigenti, organizzatori. Occorre eliminare
lo stress da traguardo, dare garanzie alle squadre, rivedere il meccanismo di
assegnazione dei punti ai corridori, togliere pressione, perché tutto questo
spinge al doping". Analisi corretta. Forse c 'era bisogno di arrivare a
questo drammatico e doloroso scandalo per tradurre le parole in intenzioni, si
spera davvero serie per il futuro.
Perché le reali dimensioni del doping nel ciclismo sono ben più ampie di
quelle emerse, se - come ipotizzabile - la certezza che ci siano ipotetici
"puliti" anche nelle due sole formazioni (delle 20 perquisite a
Sanremo) che possono esibire verbali con su scritto "nulla", non c'è.
Nel gruppo, nelle ultime frenetiche ore in cui da Firenze rimbalzavano cifre
sempre più corpose e sconcertanti delle persone indagate (86, di cui almeno 60
corridori), circolava una battuta: "A quelli non hanno trovato nulla perché
avevano consumato tutto prima". E ancora, con un pizzico di
ferocia: "I corridori hanno protestato perché volevano indietro la loro
"roba". Solo cattiverie? Di fatto il blitz di Sanremo era nell'aria.
Poche ore prima che i Nas irrompessero negli alberghi del Giro, in conferenza
stampa, qualcuno già chiedeva a Simoni, la maglia rosa, se avesse avuto la
visita dei militari. Risposta seccata: "E' da stamattina che mi fanno
questa domanda". Dunque l'idea che dovesse succedere qualcosa circolava
già. E, certamente, da qualche albergo, nelle ore che hanno preceduto la
retata, si sono viste partire autovetture e medici in fretta e furia. Nonostante
questo la retata ha raccolto una quantità enorme di farmaci proibiti.
Incoscienza? Abitudine inveterata? Senso di impunità? Tant'è. Nessuno ora può
più nascondersi. Magari invocando la solita tollerante federazione
internazionale, il cui atteggiamento nella lotta al doping è a dir poco
ondivago. Ora il ciclismo deve riflettere seriamente. E' in gioco la sua
credibilità, che è l'unico patrimonio da spendere per il futuro. Deve
rifondarsi. Ma come, nel concreto, al di là delle parole e delle belle
intenzioni (che per il momento restano solo belle parole e belle intenzioni)?
L'obiettivo debbono essere i giovani. "Questa è una generazione
perduta", ora sono in molti a pensarla così nel gruppo. Educazione,
informazione, ma anche controlli severi e punizioni esemplari. Che significato
ha fermare per 15 giorni uno juniores per via del solito ematocrito alto, quando
si sa che quei valori si ottengono sempre e solo con il doping? Inutile
mascherarsi dietro ipotetiche e vuote volontà di "tutelare la
salute". E qui siamo ancora all'anno zero. E, francamente, fa un certo
effetto sentir parlare di "etica morale" corridori che per anni hanno fatto dell'imbroglio la loro bandiera, che sono stati condannati per
doping, che fino a ieri si sono battuti contro quello stesso sistema di
controlli efficienti che adesso invocano come toccasana. Con quale credibilità?
Nessuna. Eppure per la tv e i media in generale sembra che esistano solo
loro: i "personaggi". Per la tv e i media l'etica è qualcosa da
"consumare" come il personaggio; che si deve inchinare all'audience, perché
per anni il tema del doping montante non è mai stato affrontato
sistematicamente specie dal servizio pubblico. Anzi, con fastidio. E se il
ciclismo (lo sport in generale) è arrivato a tanto scandalo lo si deve anche a
questi atteggiamenti miopi e non meno fraudolenti rispetto a chi il doping
lo ha fatto sui campi di gara. Con quale credibilità? Nessuna.
TOUR, IL NO A PANTANI SOLO SCIOVINISMO FRANCESE O ALTRO?
Maggio 2001 - In tanti se lo aspettavano, ma nessuno
ci credeva fino in fondo. Probabilmente nemmeno lui, il
popolare Pirata. Che ha reagito violentemente. "E' un abuso di potere. Corridori come Zulle, Escartin, Cipollini e Pantani non possono essere scartati dal Tour,
perché noi siamo il ciclismo", ha dichiarato il "Pirata" a "L'Equipe". "Ma chi si
crede di essere Leblanc? Faccia attenzione, ha avvertito, "perché in futuro potremmo andare a correre in Germania, Australia o
America". Così, quando il
"fattaccio" è accaduto, rabbia, indignazione, avvilimento,
frustrazione hanno fatto capolino un po' su tutti i "media". Il no
degli organizzatori a Pantani e Cipollini al Tour ha riempito le cronache dei
primi giorni di maggio. Clamoroso. Sorprendente. E via a discettare di cosa sia
diventato questo ciclismo; via a meravigliarsi - come fa nientemeno che il
presidente della federazione internazionale Hein Verbruggen - che tali
esclusioni siano: "Contrarie alla logica sportiva". Già, la logica
sportiva. Ma c'è una logica sportiva in uno sport che manda ogni anno al
massacro decine e decine di neopro ogni avvio stagione, senza preoccuparsi del
vuoto che si comincia ad intravedere dietro? C'è una logica sportiva nel
monopolio assoluto con cui alcuni organizzatori (certo, il Tour più di altri,
ma il meccanismo si ripete anche da noi...) "strozzano" letteralmente
gruppi sportivi e corridori? C'è una logica in uno sport dove fino a ieri si
sono difese certe pratiche doping ritenendole perfino "necessarie" per
una disciplina così dura? Dove ancora oggi si scoprono ammiraglie cariche di
prodotti vietati e corridori con le provette proibite in camera?
E ancora: cosa è diventato lo sport che il signor
Verbruggen oggi invoca? Cosa rimproverare agli organizzatori della corsa
francese se non il fatto di aver applicato quelle stesse regole dello spettacolo
e del "business" che da anni la stessa federazione internazionale va
imponendo ai quattro lati del mondo in nome di una "mondializzazione"
e una spettacolarizzazione del ciclismo ancora ben lungi da venire? Non sono le
stesse regole che portano nelle casse dell'Uci fior di miliardi per i diritti
tv, su cui gli augusti dirigenti delle due ruote mondiali hanno discrezione
assoluta? E allora, di che lamentarsi? Chiamando Lotto, Euskatel, Csc, Francaise
des Jeux e Big Mat gli organizzatori della grande boucle hanno fatto pendere il
piatto della bilancia verso le squadre di casa. Alcune certamente meno
attrezzate di una Saeco o di una Mercatone Uno. Loro il ciclismo di casa lo
difendono e lo proteggono. Forse anche troppo. Non altrettanto succede da noi.
Al Giro, ad esempio, viene convocata una formazione come la Selle Italia
Pacific, squadra colombiana, il cui medico ed i cui corridori (alcuni) sono
stati sorpresi in flagrante dai Nas, con prodotti doping nell'ammiraglia e nelle
camere dell'albergo, rispettivamente. Mentre - ad esempio - l'Amore & Vita
di Fanini è fuori. Semplicemente perché non gradita agli organizzatori della
Rcs e perché Fanini - personaggio scomodo - ha avuto con loro un contenzioso.
Cosa ha prevalso in quel caso? La logica sportiva tanto cara a Verbruggen?
Dunque prima di meravigliarci, come fanno tanti "media" con titoloni a
tutta pagina sarebbe meglio fare un bell'esame di coscienza per capire dove va a
finire questo ciclismo con questi dirigenti.
Il Tour, da sempre, è stato più forte e più grande dei
suoi stessi interpreti, che pure la gente d'oltr'Alpe stima e adora definendoli i "giganti della strada". E' il Tour che può mancare ad un corridore,
non viceversa. Anche se si tratta di Pantani, di colui, cioè, che - nel bene e
nel male - ha consentito alla traballante nave transalpina di uscire dalle acque
tempestose dell'affaire.-doping-Festina nel 1998. "Dura lex - dicevano i
latini - sed lex". E poi, se la regola è lo spettacolo, tanto decantato
dagli stessi esclusi ("senza di me - dice Pantani - non ci saranno sfide e
confronti", lasciando intendere che sarà un Tour morto); quando, per
ragioni contingenti, non si dimostra di essere in grado di reggere la scena ci
si deve rassegnare ad essere esclusi. La gratitudine - parlando di
"spettacolo" - non ha senso. Ce lo vedete un impresario che affida un
ruolo teatrale di primo piano ad un attore divenuto improvvisamente balbuziente
solo perché negli anni precedenti questi gli ha riempito i teatro? Lo
spettacolo ha le sue leggi. Si dice e si fa intendere da più parti: ma le vere
ragioni dell'esclusione sono altre, legate alle "clientele" e agli
interessi di bottega del Tour. Probabilmente è vero. Ma fino ad un certo punto.
Gli interessi di bottega, infatti, avrebbero dovuto far preferire la Mercury di
Tonkov, il cui sponsor gestisce una catena televisiva statunitense che è
l'unica a trasmettere il Tour oltre oceano. Invece si è preferito pescare fra
le formazioni di casa, al contrario di quanto succede da noi. Sciovinismo, sì;
ma anche difesa del ciclismo di casa.
Non so se sulla scelta del Tour di lasciare fuori Pantani e
Cipollini abbia pesato anche una "questione morale". Probabilmente non
più di tanto. Ma certamente hanno pesato timori e paure collegate al nuovo
processo di Trento sul sangue del Pirata e quello di Bologna al medico Ferrari,
nel quale Cipollini - pure considerato "parte lesa" - risulta essere
il destinatario della somministrazione di "farmaci dannosi per la
salute", in altri termini farmaci doping. Ed è ovvio, dopo i fattacci del
Tour '98 che gli organizzatori tutto si augurano meno che di finire in
un'altra telenovela-doping. Si può anche pensare che la Lampre l'anno
scorso fosse stata esclusa pur essendo fra le squadre più forti per via
della positività di Dierckxens all'antidoping l'anno precedente. Oppure che
abbiano pesato le oscure vicende del Giro di Svizzera, quando in un cassonetto
furono trovate siringhe e fiale sospette che un servizio della tv svizzera
affermò essere state gettate dai cestini delle camere d'albergo di quella
stessa squadra. Ma quest'anno la Lampre, che presenta corridori ancora coinvolti
in procedimenti penali per doping (Piccoli, inchiesta di Brescia), ci sarà.
Insomma, non mancano le contraddizioni.
Piuttosto è il movimento ciclistico nel suo complesso
(gruppi sportivi, corridori, sopratutto) che deve darsi regole chiare, dove chi
investe denaro abbia garanzie precise e non debba dipendere dagli umori di chi
gestisce le corse con il piglio del monopolista. Ma il ciclismo nostrano è
estremamente "provinciale" e diviso. Quello mondiale ancora di
più. E allora resta solo la rabbia di Pantani che ora promette: "Telefonerò ad
Armstrong; gli chiederò che pensa della mia assenza. Chi batteranno, lui e
Ullrich?. L'americano è diventato mio amico, telefonerò a lui e ad altri campioni e Cipollini farà lo stesso. Andrò a trovare
Verbruggen, e la verità verrà a galla. Non posso pensare che lui sia d'accordo con il fatto che Pantani debba restare a casa durante il Tour".
Per il Pirata "alcuni di questi campioni potrebbero tranquillamente chiedere che io sia al Tour, e altri con me, altrimenti non parteciperanno. Il Tour potrebbe ritrovarsi con cinque o sei squadre francesi, magari senza stranieri".
Minacce dure. Ma che per ora cadono nel disinteresse della controparte.
CALCIO, IL DOPING SI FA, MA NON SI DEVE DIRE
Aprile 2001 - Aveva ragione Zeman.
Altro che "il doping nel calcio non esiste", come sentenziò con
eccesso di trionfalismo concludendo la sua inchiesta due anni e mezzo fa
l'allora capo della Procura antidoping del Coni, avvocato Ugo Longo. Il doping
nel calcio esiste. Ed è il peggiore. E' doping pesante, fatto di anabolizzanti
tanto potenti quanto abusati. Nella più completa impunità; garantita, fino al
famoso scandalo del laboratorio romano, dove gli anabolizzanti nelle provette
dei calciatori venivano ricercati "una tantum", addirittura dalle
istituzioni. E successivamente da quel perverso meccanismo che scatta quando ci
sono di mezzo gli interessi. I soldi. I tanti soldi che fanno girare la testa al
mondo del pallone. E che hanno fatto sottovalutare da sempre un problema
scottante, ora drammaticamente alla luce con i ben nove casi di
anabolizzanti di questa ultima stagione, ultimo quello del portoghese Couto
della Lazio. Non se ne doveva parlare, l'argomento era considerato con fastidio
sia negli ambienti sportivi che nei "media". E intanto il fenomeno, la
pratica, cresceva. Non se ne doveva parlare perché altrimenti si inceppava la
macchina economica, la si "danneggiava" nell'immagine. Il doping si
fa, dunque, si può fare (c'è anche qualcuno che sostiene la tesi aberrante che
sia imprescindibile da certo sport di alto livello), ma non se ne deve
parlare. Specie se di mezzo c'è lo sport più amato dagli italiani. Così, chi
- come Zeman - nella torrida estate del '98 - ha avuto il coraggio di lanciare
il primo allarme, ha finito per essere estromesso completamente dal
sistema-calcio italiano. Non ha più una panchina. Solo una coincidenza? Allora
si parlò sopratutto di creatina: una sostanza che per le sue caratteristiche
ergogeniche e di "aiuto" nella prestazione, dovrebbe figurare
nell'elenco dei prodotti doping e che rientra, comunque, nella definizione di
doping della legge varata nel dicembre scorso. Ma l'aspetto anabolizzato,
evidentissimo, di molti giocatori; certi recuperi, certe prestazioni al di là
delle regole della fisiologia tradizionale, lasciavano intravedere scenari molto
più complessi e compromessi. Si preferì non vedere. Si preferì non
"rompere il giocattolo". Ed ora siamo all'anabolizzante diffuso.
All'eccesso, all'accanimento farmaceutico nel migliore dei casi. Non
sarà certo una combinazione che perfino la nazionale maggiore fosse cliente di
quella famigerata farmacia bolognese (Giardini Margherita) il cui socio
principale è stato a metà marzo scorso condannato per concorso in abuso di
professione farmaceutica e somministrazione di farmaci dannosi alla salute. Non
sarà per combinazione che, in tempi non sospetti, una società di una grossa
città italiana facesse fare ai suoi giocatori l'esame del recettore solubile
della transferrina, uno dei parametri che si tengono sotto controllo quando si
fa uso di epo, la famigerata eritropoietina, che aumenta i globuli rossi del
sangue e consente recuperi-jet. Un metodo, un sistema che arrivava ai massimi vertici. Che la legge, con i poveri mezzi di
allora ha cercato di stigmatizzare e punire. E bisogna dire grazie ad alcuni pm
coraggiosi (Scolastico, Spinosa, Soprani, Marzella, Guidi, ecc) per avere scoperchiato
la pentola. Oggi quel signore di Bologna e i suoi "clienti" con i
quali ha concorso nel reato, sarebbero condannati per doping. Cosa chiedeva la
nazionale di tanto particolare a quella farmacia? Non c'erano farmacie a Roma in
grado di fornire altrettanto? Nessuno ha mai risposto esaurientemente a questa
domanda. E intanto il doping nel mondo del calcio continuava.
C'è poi un aspetto che differenzia il
caso-doping nel calcio dal resto delle vicende simili in altri sport. Ed è la
denuncia che velatamente portano avanti alcuni calciatori e che si riassume
facilmente: "Ci danno beveroni di cui non sappiamo nulla; ci fanno
iniezioni che dicono essere di vitamine e ricostituenti, ma noi non sappiamo
nulla". Siamo di fronte ad un calciatore che si mette interamente a
disposizione della squadra. Anima e corpo. Guadagna tanto e non "deve"
fare obiezioni di fronte all'imperativo della prestazione. Né gli conviene. Non
gli hanno da sempre ripetuto che lui è "un patrimonio" della
società? Dunque sarebbe interesse della società proteggerlo. Ma non sempre
funziona. I danni alla salute? Se si avranno fra dieci anni, chi protesta?
Marionette, dunque. Non uomini, ma cose.
Macchine da prestazione. Devi giocare, segnare, vincere; il resto non conta.
Ricchissimi, certo, ma marionette. Il che la dice lunga su certa dirigenza
societaria. Del resto, se l'obbiettivo è il risultato a tutti i costi perché
il risultato porta soldi (le società di calcio sono a fine di lucro e alcune
addirittura quotate in borsa), cosa volete che conti l'uomo? Tutti
"fanno" qualcosa con l'alibi dei ritmi frenetici e le conseguenze
purtroppo si vedranno fra anni. Come sta succedendo ai nostri giorni con il
morbo di Lou Gehrig e con tanti casi di calciatori morti o fisicamente distrutti
dalla tanta, troppa farmacia cui si sono assoggettati (vedi le inchieste di
Guariniello).
Si fa, dunque, ma non si dice. Non si
deve dire. Con la assurda, colpevole complicità dei media, che riempiono gli
spazi a disposizione delle solite vuote parole figlie di un giornalismo da
spogliatoio e basta, rinunciando a quella che dovrebbe essere una funzione
primaria: raccontare la realtà. Meglio non vedere. Meglio fa finta di non
vedere. La tecnica dello struzzo, però, non paga,
specie quando il pentolone ribolle. E non può essere diversamente: se le
irregolarità non vengono neppure prese in considerazione, la pratica fuorilegge
si diffonde. Nessuno vuol fare la parte del fesso. Lo dimostra, una volta di
più, il caso passaporti falsi. Tutti sapevano e facevano, ma nessuno
denunciava, in perfetto stile mafia. Salvo poi produrre uno scandalo di
proporzioni gigantesche e lamentarsi dell'immagine che va in pezzi. Lo
dimostra il ripetersi di gravi casi doping nel calcio negli
ultimi tempi. Altro che "non ricercavamo gli anabolizzanti, perché nel
calcio non servono", come ebbero la sfrontatezza di dichiarare i gestori
del laboratorio romano durante lo scandalo. Scandalo, comunque, finito in una
bolla di sapone, dal punto di vista della giustizia ordinaria.
Meravigliarsi se poi - combinazione - il doping è cresciuto?
Ma per favore! Adesso attendiamoci le solite spiegazioni dei dirigenti; quegli
stessi che per anni hanno finanziato, suggerito, spinto verso il doping (vedi
inchiesta di Ferrara), oltre che taciuto e che si "ricandidano"
all'ombra di discussi politici, alla guida dello sport italiano sfruttando
l'onda di un presunto "cambiamento". Sono i dirigenti dello
sport-businnes; degli atleti-automi, capaci di vendere la propria salute per una
medaglia; del doping come metodo; dell'inganno diffuso dietro una facciata fatta
di ipocrisia e di finto perbenismo. Sono ancora tutti lì e chissà fino a
quando ci resteranno.