EDITORIALI 2002  Torna alla Home Page
LOTTA AL DOPING, IL MINUETTO DELLA COMMISSIONE DI CONTROLLO I CONTI (TROPPO) FACILI DELL'UCI
L'UCI E LA LOTTA DAL DOPING, MANO PESANTE CON I PENTITI LA MAGISTRATURA ACCUSA, LO SPORT ASSOLVE ALLARME DAL CIO: "IL DOPING STA UCCIDENDO LO SPORT"
ROSOLINO, LE ACCUSE DEL "PENTITO" E IL VECCHIO CASO GH PANTANI E LA SQUALIFICA PER L'INSULINA AL GIRO: UN MEZZO PER RINASCERE  CONCONI SARA' PROCESSATO: CON LUI DOVREBBE ANDARE A GIUDIZIO LO SPORT

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LOTTA AL DOPING: IL VUOTO MINUETTO DELLA COMMISSIONE DI CONTROLLO

AGOSTO 2002 - Quando, quasi due anni fa è stata approvata in via trasversale (appoggiata da tutti i politici: da destra a sinistra) la legge 376 destinata a impegnare lo Stato in un settore di assoluta carenza, quello della lotta al doping, l'entusiasmo e i commenti favorevoli si sprecarono. Finalmente - si disse - anche l'Italia si è allineata ai paesi civili. Finalmente un settore importante che coinvolge temi di primario interesse, come la tutela della salute del cittadino, trova una risposta. Si trattava (si tratta) di una legge non perfetta, frutto di tanti compromessi, non ultimo quello continuo con il mondo dello sport che, attraverso il Coni e le sue "amicizie" ha pesantemente condizionato la confezione stessa della legge, passata e ripassata in fase di preparazione sui tavoli dell'ufficio legale dell'ente. Si trattava (si tratta), comunque, della prima legge dello stato che tentava (tenta) di arginare un fenomeno la cui dimensione i fatti recenti e recentissimi si sono incaricati di dimostrare e tragicamente sottolineare. Una legge che, penalizzando anche l'azione dell'atleta, ha reso possibile far scattare tutta una serie di mezzi d'indagine altrimenti inutilizzabili ed ha reso possibili le inchieste e blitz (Finanza, Nas) che hanno profondamente segnato tanta parte del cosiddetto sport vi vertice. Ma è una legge ancora in gran parte disattesa, sopratutto per quanto riguarda il problema  principale, quello dell'organizzazione dei controlli e della applicazione pratica. 
Sono passati quasi due anni e la CVD (Commissione di Vigilanza sul Doping), cui la legge delegava in toto o quasi l'applicazione della legge, ha prodotto nulla o quasi. Che ci fosse ben poco da sperare da una commissione pletorica e formata da poche persone veramente competenti, lo si poteva immaginare fin da principio; che in due anni, dopo riunioni e riunioni non si sia riusciti a partorire alcunché di concreto - neppure una semplice lista di sostanze vietate - è davvero un dramma. Un dramma dell'incompetenza e/o della malafede. In ogni caso un dramma. 
Inoltre, mentre la legge risulta ancora largamente inapplicata, si fanno sotto, in nome di un malinteso senso di costituzionalità, i detrattori. Invece di perfezionare uno strumento importante indispensabile, allargando il suo raggio di azione - ad esempio - anche all'enorme mondo dei praticanti lo sport, non i semplici agonisti; oppure trovando mezzi e fonti di finanziamento più adeguati e meno "ballerini" di quelli che derivano dal Coni, si pensa di depenalizzare l'atleta. Renderlo cioè non responsabile dell'assunzione di sostanze o dell'adozione di pratiche vietate dai codici antidoping. I cittadini non sarebbero uguali davanti alla legge, dicono. Perché - ad esempio - un eventuale sniffatore di cocaina non è penalizzato dalla legge se usa una "modica quantità" e invece l'atleta sì? Uno - sostengono - è padrone di danneggiare il proprio fisico perché, in fondo non danneggia gli altri, mentre lo sportivo no. Che danno fa, in fondo, un atleta se assume una sostanza o si assoggetta ad una pratica vietata? A parte l'infausto paragone con un mondo che con lo sport non dovrebbe avere nulla a che vedere (ma è solo un paragone), è evidente come chi si dopi possa danneggiare non solo il proprio fisico, ma essere un pericolo per gli altri. Prendete un ciclista che, nell'euforia del doping, si fiondi in discesa come un kamikaze, rischia oltre il dovuto, cade e fa cadere quanti nel plotone gli sono vicini. Oppure il giocatore di rugby, che si getta nella mischia con una foga esagerata (si sono verificati casi di chi ha perfino morso l'orecchio all'avversario...). Insomma, l'atleta che si dopa è un pericolo per sé ma anche per gli altri atleti che gli gareggiano a fianco. Almeno per molte discipline. E questo è il principio per cui - ad esempio - la legge vieta di sedersi al volante con un tasso alcolico troppo elevato nelle vene. Il cittadino normale può ubriacarsi a piacimento (a patto di non essere molesto per gli altri), ma nel momento in cui siede al volante non è più un semplice cittadino, entra in una nuova categoria, quella degli automobilisti, con regole e comportamenti ovviamente diversi; dunque non può guidare ubriaco. Parimenti il cittadino che entra nella categoria degli atleti deve rispettare le regole degli atleti. Fra queste c'è anche il divieto di assumere certe sostanze o assoggettarsi a certe pratiche.
Ora, come sanno anche i bambini, essendo la responsabilità penale personale, depenalizzare l'atleta vuol dire togliere agli inquirenti tutta quella serie di mezzi tecnici (perquisizioni, intercettazioni. ecc.) che rendono incisiva la legge stessa, rendendola ancora meno efficiente. Cioè vuol dire far naufragare del tutto un provvedimento che ancora non riesce a decollare, ma che ha avuto il merito dimettere a nudo e chiaramente le dimensioni di un fenomeno preoccupante. Ma tant'è.
Non che la CVD sia rimasta del tutto ferma. Le sottocommissioni, per la verità, una parvenza di programma di lavoro se lo sono dato; qualcuna ha pure lavorato, qualcuna meno. Ma, a fronte di un frenetico (o quasi) succedersi di riunioni, le conclusioni al momento sono nulle. I controlli non decollano: in due anni non si è riusciti a mettere a punto neppure una lista di sostanze vietate. Figuriamoci la ricerca sulle nuove. Si va indietro invece che progredire. Mentre il doping avanza a passi da gigante verso le "cure" genetiche, non si riesce neppure a fare una piccola ma indispensabile battaglia, che rischia di essere già di retroguardia con i tempi che corrono.  

La convenzione con la FMSI la federazione medici sportivi, individuata come unico referente della CVD per l'attuazione del controlli non decolla. Ma la legge non era stata pensata per creare strutture "terze", autonome e indipendenti rispetto al mondo dello sport che non aveva dato certo buona immagine di sè nella gestione di questo problema (vedi il caso del laboratorio di Roma)? Mah. E invece tutto fa riferimento allo sport maggiore (Cio, Coni, Fmsi) come se il problema doping fosse lì, in quelle poche centinaia (o migliaia) di atleti e non nei milioni di praticanti amatoriali che costituiscono il nerbo del "mercato" della farmacia proibita. In uno snervante balletto delle parti l'unica preoccupazione sembra quella di impadronirsi della torta dei controlli (torta minima, oltretutto: i finanziamenti sono colpevolmente miseri...). Il prof. Santilli, membro della CVD e allo stesso tempo presidente della FMSI, si era dimesso per ovvi motivi di opportunità e conflitto di interessi. Dimissioni respinte. Alla fine la convenzione con la FMSI passa (con 2 astenuti). Si voleva uscire dal controllo dello sport, si ritorna, invece, allo sport come elemento centrale dei controlli. Ed è un accordo trilaterale: FMSI, CVD e Federazioni nazionali, pieno di lacune. Tutte le federazioni debbono firmare il protocollo di intesa. Ma come ci si regolerà con quelle che non hanno soldi e non firmano? L'accordo, poi, esclude tutto il vasto mondo degli enti di promozione che di agonismo ne fanno eccome. E resta ancora fuori tutto il grosso del modo del doping, cioè quegli "amatori" e frequentatori delle palestre che - nello spirito originario della legge - erano il primo interesse da tutelare. Insomma, ci si occupa - e male - di una minoranza, seguendo schemi vecchi che peggiorano la situazione rispetto al passato. Un passo indietro quantitativamente e qualitativamente. Ma a chi interessa davvero fare passi avanti?
E ancora: servono almeno 10.000 controlli per mantenere il già basso livello a suo tempo garantito dal Coni, ma il laboratorio di Roma ne può fare meno della metà (4.500) e gli altri che fine faranno? Si faranno? Verranno dati ai laboratori esteri con aggravio ovvio di spesa? E come risolvere il problema dei controlli dei laboratori affidato con fulminante intuizione dei soloni del ministero, all'Istituto Superiore di Sanità, che ha proposto standard (come l' Iso 72025) che ben pochi hanno? Può l'ISS controllare i laboratori esteri? Non si faranno i test che il laboratorio di Roma non riesce a smaltire? Insomma, confusione e poca chiarezza. Possibile che ci voglia tanto tempo per individuare laboratori sufficientemente attrezzati, fare convenzioni, fornirli di procedure e protocolli che sono ormai standardizzati e far decollare i test in qualche modo? Perché si insiste tanto insistere sul canale unico CVD-CONI-FMSI?  

Andiamo avanti: la lista dei prodotti vietati, approvata non senza polemiche (ricordate la storia delle sostanze "affini"?) dalla commissione finisce per mesi nel cassetto del ministro, in attesa di chissà quale "imprimatur" e viene poi, praticamente disattesa da un discutibilissimo  parere giuridico. Insomma si fa e si disfa, come la tela di Penelope.Solo che qui invece di Ulisse si attende che sia realizzata una garanzia: quella della tutela della salute pubblica, come promesso dalla Costituzione. L'unica certezza è che per ora di test ed analisi se ne fanno molto poche, mentre il Coni dichiara apertamente che non intende più assumersi questo onere. Il presidente Petrucci non fa segreti: del doping si occupi lo Stato. Ma lo Stato latita. I contatti con le Regioni, cui dovrebbe essere delegata parte dell'applicazione della legge sono di là da venire. I controlli sull'adeguatezza dei laboratori regionali men che meno. Quanto tempo ci vorrà ancora? I (pochi) soldi a disposizione non vengono spesi: solo a luglio scorso 2002, sono stati istituiti i capitoli di spesa. Il tourbillon di decisioni-non decisioni è continuo. Basta questo per dare il quadro di una situazione desolante. In una parola di uno stallo vergognoso. 

I CONTI (TROPPO) FACILI DELLA FEDERAZIONE INTERNAZIONALE 

LUGLIO 2002 - Blitz a ripetizione, perquisizioni, arresti, indagini a tutto campo che non hanno risparmiato neppure il mondo dei cosiddetti "amatori"; e poi ancora: processi, squalifiche, sospensioni, rinunce inspiegabili, defezioni. I primi sei mesi della stagione ciclistica appartengono più alla cronaca nera del doping che a quella del ciclismo. Nulla da dire: non sono che le naturali conseguenze di una politica cieca e miope (complici tutti: dai corridori ai ds, ai medici, dirigenti sportivi, giornalisti, media, ecc.) che ha fatto sì che negli anni il fenomeno crescesse a dismisura fino ad investire le fasce più giovanili dei praticanti agonisti e a diffondersi anche in settori impensabili, come quello degli amatori e dei granfondisti (vedi blitz alla Maratona delle Dolomiti). Un quadro desolante che, a due passi da Tour de France, l'Uci, la federazione internazionale cerca di stemperare in qualche modo fornendo cifre e dati con un unico scopo: tranquillizzare l'opinione pubblica e garantire che attualmente si sta facendo sul serio quanto a lotta a doping. Vediamole nel dettaglio. L'Uci parla di "battaglia vinta" contro l'Epo e il prodotto più nuovo, la Nesp. Ma è il solito ottimismo di maniera. Basti pensare che i test riescono ad individuare l'assunzione di questi prodotti solo se effettuata qualche giorno immediatamente prima del test. E che oggi il vero doping si fa a casa (dove ci si può "caricare" con pochi rischi, aumentando l'intensità e la quantità di allenamento grazie ai recuperi favoriti dai farmaci) è ormai provato dai numerosi sequestri avvenuti nelle ultime settimane nelle abitazioni di corridori di tutti i livelli: dai professionisti ai dilettanti, agli amatori. Dunque caso mai si può parlare di battaglia vinta, non certo di guerra. Del resto, sono gli stessi dirigenti internazionali ad alimentare subito allarmi più che giustificati. Intanto c'è già un nuovo prodotto, simile all'epo, che è più difficile da individuare ai test; poi ci sono i doping ematici dell'ultima generazione; infine c'è una lista di prodotti vietati che fa acqua da tutte le parti. Ecco intanto l'allarme della stessa Uci: 

Ed ecco le cifre: 

Controlli antidoping

Sono 1984 i controlli effettuati dall'inizio del 2002: 146 a sorpresa, fuori dalle competizioni e 120 a caccia di Epo e Nesp (dunque solo 120 test sono bastati per vincere la guerra?...). Il bilancio di tanto sfracello sono 31 procedimenti disciplinari aperti nei confronti degli atleti, di cui solo 1 per Epo e 2 per Nesp. Sono cifre che si commentano da sole. 

Controllo ematici

Sono 1171 i test effettuati alla fine di maggio. Esami che indicano come il valore medio di ematocrito sia sceso a 43,5% e quello dei reticolociti all'1,5%. Tutto questo farebbe parlare, secondo l'Uci, di cambiamento di comportamento da parte del plotone; sarebbero usati prodotti che stimolano la produzione di globuli rossi. Potrebbe essere; ma uno sguardo alle medie generali delle corse ci fa capire come non ci si discosti tanto dalle prestazioni degli anni in cui (adesso lo ammette anche l'Uci) l'epo era usata universalmente. Fino a metà giugno, infatti, la media generale su 79.350 chilometri circa era di 41,823; superiore, addirittura a quella del '98 (41,736) e di poco inferiore a quella del '97 (42,030): gli anni d'oro dell'epo, appunto.

 Per quanto "rassicuranti" nelle intenzioni, tali cifre rappresentano comunque una realtà parziale. Basti pensare che ai test (tutti i tipi di test) sfugge un'enorme quantità di sostanze (vedi il famigerato gH, l'ormone della crescita, neppure ricercato perché non esiste ancora un test "validato"). Recentemente sono state catalogate circa 198 molecole che hanno effetti simili a stimolanti, anabolizzanti, ecc. e non sono neppure ricercate. E la prova di tutto ciò viene anche dal sequestro effettuato da Nas e Finanza in occasione della Maratona delle Dolomiti. E' stato sequestrato anche un prodotto che funziona come inibitore dell'aromatasi, in parole povere un farmaco (usato nella lotta ai tumori) che potenzia l'effetto degli anabolizzanti e aumenta la produzione di testosterone (l'ormone della forza) endogeno. Ovviamente un farmaco che non figura nella lista dei prodotti vietati (come dovrebbe essere). Il che la dice lunga sul livello di sofisticazione di certe pratiche doping anche in ambienti dove meno lo si potrebbe sospettare. Dunque serve a poco cantare vittoria. Specie se la realtà si incarica di lanciare allarmi.

 Ecco l'evoluzione dei valori di Htc nei test ematici

Anno

n. controlli

Media Hct

Corridori sospesi

1988

750

43.2

-

1997

750

45.5

14

1998

1400

45.5

15

1999

2050

45.2

20

2000

2474

44.5

9

2001

2496

44.0

13

2002* fino al 31.5.2002 

1171

43.5

2

Si tratta di cifre che indicherebbero un fenomeno in calo, l'esatto opposto di quanto, invece l'opinione pubblica tocca con mano quotidianamente affacciandosi alla cronaca. Ma - è ovvio - si tratta di dati autoreferenti; non si esce dalla solita spirale controllati-controllori. E, in ogni  caso le percentuali di "positività" sono ancora molto ma molto basse. Per non parlare di certe pratiche del passato, come l'autotrasfusione (eterologa od omologa) tornate d'attualità, anche se un pochino più complesse. Tracce di questa pratica sono emerse già l'anno scorso dai reperti sequestrati nel blitz di Sanremo al Giro d'Italia. In Spagna pare che sia ancora molto in voga. 

Ed ecco il risultato dei test fatti al Giro d'Italia: 
come è facile osservare la media dell'ematocrito tende a scendere

Data n. controlli Media Hct % corridori >47% % corridori < 40%
9/05/2002 198 44,1 11,1 4,5
28/05/2002 157 42,2 3,2 17,8

Suivi médical

La salute del plotone è eccellente per l'Uci, e lo confermerebbe il diminuire negli ultimi due anni del tasso di ferritina negli esami del cosiddetto "suivi medical" periodico. 

Valori ferritina 1999 2000 2001 2002

> 700 mg/ml (patologico)

14%

6.9%

3.8%

3.1%

500 – 700 ng/ml (molto alto)

13%

9.1%

7.2%

5.2%

200 – 499 ng/ml (alto)

36%

38.3%

36.4%

35%

< 200 ng/ml (normale)

37%

45.8%

52.6%

56.7%

Non c'è proprio da andarne molto fieri. Dai valori esposti si può anche dedurre che per il 2002 ben il 43,3% del plotone (una cifra non lontana dalla metà) ancora oggi ha valori sballati. Anche se i casi patologici si sarebbero dimezzati, e questo è un risultato positivo. 

PANTANI E LA SQUALIFICA PER L'INSULINA: UN MEZZO PER RINASCERE

Giugno 2002 - Otto mesi di squalifica. Questa la sanzione che la Disciplinare della Fci ha inflitto a Marco Pantani per la siringa d'insulina rinvenuta nella sua camera d'albergo a Montecatini durante il Giro d'Italia 2001. Otto mesi con la  possibilità di ottenerne quattro di sconto attraverso la eventuale concessione della condizionale, se, fra quattro mesi si verificheranno le condizioni per chiedere questa indulgenza. Una condanna misurata ed equilibrata, la prima in assoluto che la giustizia sportiva infligge al Pirata, che ha tenuto conto di tanti aspetti della vicenda Pantani. Si tratta comunque di un duro colpo per lo scalatore di Cesenatico, che ha annunciato, attraverso il suo legale, ricorso in appello. Ma il Pirata è adesso atteso anche ad ulteriori difficili prove con la giustizia ordinaria, dopo il rinvio a giudizio per illecito sportivo da parte del pm di Trento Bruno Giardina e dopo i compromettenti sequestri di documenti effettuati dalla Guardia di Finanza nell'abitazione del medico della sua squadra. Se la tempesta sportiva, dunque,  per il momento è passata senza troppi danni (in fondo Pantani deve rinunciare solo al resto di una stagione già ampiamente compromessa, dopo il ritiro al Giro), il Pirata è atteso ad altre scadenze inquietanti con varie Procure. 

Resta il fatto della condanna. Un passo e un segnale importante della Federazione ciclismo che - dopo anni di politica poco trasparente in tema di antidoping - ha deciso di accreditare l'immagine della fermezza e della pulizia. Il fatto che non si abbiano avuti riguardi particolari anche per un atleta famoso come Pantani è un segnale da interpretare in senso positivo. Anche se non può risolversi lì la lotta al doping. E' un contributo concreto alla rinascita dell'intero movimento e della credibilità indispensabile al suo stesso futuro. Di questo va dato atto alla Disciplinare e al suo presidente, avvocato Gallus, che ha riscattato con una sentenza equilibrata e giusta le polemiche del passato. In barba anche a certi atteggiamenti del Coni. Non ci dimentichiamo come, nonostante lo scandalo di Madonna di Campiglio '99 (sospensione per ematocrito sballato), lo stesso Coni abbia poi accettato - in barba a tutte le polemiche - che Pantani si presentasse alle Olimpiadi di Sydney, anche se tecnicamente e fisicamente non in grado di fare bella figura. In quella occasione fu lo stesso segretario del Coni Pagnozzi a far capire ai giornalisti come ci fosse un atleta dai valori ematici preoccupanti nella rosa degli azzurri. Alludendo a Pantani. 
Questo per dire che i guai del Pirata nascono da molto lontano. Ora lo scalatore romagnolo - non più giovanissimo (avrà 33 anni il 13 gennaio prossimo) - ha davanti due soluzioni: approfittare della sospensione per continuare a ricostruirsi dal punto di vista atletico e sportivo in modo da presentarsi alla prossima stagione nel migliore dei modi; oppure attaccare la bici al chiodo. Non si sa al momento quale sia l'orientamento del corridore. Ma se interpreterà bene questa condanna, che è lungi dall'essere un atto persecutorio, potrà trovare in se stesso nuovi stimoli e nuove sfide per tornare se non proprio il Pantani stupefacente del '98, almeno un atleta ad un livello accettabile e dignitoso. Se il ciclismo vuole davvero lottare contro il doping e metterà sempre più in primo piano strumenti e mezzi contro la farmacia proibita, abbassando il livello di "fenomeni" improvvisati dalla chimica e se è vero che - come dice lo stesso Pirata - lui le doti le ha sul serio, lo spazio per un ruolo dignitoso c'è ancora. In barba ai 33 anni. Ma ci vuole prima di tutto la testa e una grande volontà. Oltre ad una umiltà che ancora si stentava  a riconoscere anche nell'ultima conferenza stampa ufficiale, quella del suo ritiro  al Giro 2002. La vicenda per la quale il "Pirata" è stato squalificato risale al 27 maggio 2001, quando i militari di Firenze effettuano una serie di controlli antidoping negli alberghi occupati dalla carovana dei ciclisti che prendono parte alla "corsa rosa". E nella stanza 401 dell'Hotel Francia e Quirinale di Montecatini Terme salta fuori quella piccola siringa da insulina. La stanza risulta assegnata a Marco Pantani e l'atleta finisce automaticamente con l'essere sospettato di aver fatto uso di sostanza proibita. Nei giorni successivi il pubblico ministero di Firenze, Luigi Bocciolini, mette a punto un vero e proprio blitz antidoping con obiettivo proprio il Giro d'Italia. Successivamente, il 28 giugno 2001, Pantani è sentito dalla Procura fiorentina come "persona informata dei fatti" e il 24 dicembre un avviso di garanzia è indirizzato al ciclista di Cesenatico: le perizie di laboratorio hanno confermato che la siringa aveva effettivamente tracce di insulina, era stata cioè usata. 
E si arriva alle altre e decisive tappe di questa vicenda che corre sia sul piano penale che su quello sportivo. La prima è dell'11 aprile di quest'anno, quando Pantani viene interrogato dai Nas di Firenze a proposito proprio di quella siringa trovata nella stanza di albergo, ma il ciclista risponde di non sapere nulla ed aggiunge che la stanza 401 non era la sua (in seguito però dall'albergo arriverà la conferma che la stanza in questione era stata assegnata proprio a Pantani). In altre circostanze il ciclista ha anche detto di non ricordare bene se quella fosse la sua stanza, e comunque - anche se fosse stato così - "quella siringa non è mia".
Il 2 maggio la Procura antidoping del Coni, certa invece che Pantani avesse occupato la stanza in questione nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2001, deferisce l'atleta alla Disciplinare della Federciclismo. Tutto il mondo del pedale si aspetta una decisione e invece, a sorpresa, la Disciplinare rinvia di un mese ogni pronunciamento. E questo consente a Pantani la conferma di iscrizione al Giro d'Italia e la sua partecipazione alla corsa, anche se poi non portata a termine. Il 6 giugno c'e quindi stato l'avvicendamento nella difesa di Pantani, con l'avvocato Veniero Accreman che prende il posto di Federico Cecconi. Il giorno dopo è attesa la decisione della Disciplinare, che prende ancora tempo e rimanda tutti ad oggi.
Poi òa la sentenza. La Procura antidoping aveva chiesto un anno di squalifica, mentre la difesa puntava sull'assoluzione o, in subordine, su un'ulteriore verifica dei fatti. 

Ecco il dispositivo della Disciplinare:

- per l'atleta Marco Pantani la sospensione da ogni attività a decorrere dalla data odierna, per il periodo di otto mesi e la pena pecuniaria di 3000 FS in base agli articoli 90 e seguenti della normativa - Reg. UCI precedente all'1.7.2001. La Commissione Disciplinare non ha invece ritenuto di condividere la richiesta formalizzata dalla Procura Antidoping del CONI che ha invocato per l'atleta Marco Pantani la pena massima di mesi 12 di sospensione, in quanto, sull'ormai consolidato orientamento si è voluto, doverosamente, tener conto di cio' che il deferito ha saputo esprimere legittimamente conseguendo i risultati sportivi, esaltando le folle e dando prestigio all'Italia e per quanto ha dimostrato nel corso del recente Giro d'Italia, onorando, nonostante le evidenti precarie condizioni fisiche, la passione sportiva che lo anima e che noi ci auguriamo lo vedrà ancora protagonista in futuro. L'atleta, scontata metà della pena potrà invocare, sulla base di presupposti oggettivi, la sospensione della residua pena in base all'art. 390 dello Statuto FCI. Per responsabilità oggettiva è stata comminata alla Mercatone Uno pena di 5000 FS;

- per Fabio Sacchi l'assoluzione per insufficienza di prove indipendentemente dalla crediubilità del teste, in quanto non risultato mai positivo alle analisi e i prodotti sono stati rinvenuti quasi intonsi all'interno di un garage di proprietà del suocero;

- per Antonio Varriale e Domenico Romano prorogata la sospensione cautelare sino al 18 luglio 2002, giorno in cui viene fissata la prossima riunione della Commissione Disciplinare della FCI;

- per Alberto Elli la conferma della sentenza che prevedeva sospensione di 6 mesi a decorrere dalla data di pubblicazione, tenendo in considerazione la pena già scontata.

ROSOLINO, LE ACCUSE DEL PENTITO E IL "VECCHIO" CASO GH

Maggio 2002 - Ora che un pentito del doping - dalle colonne di "Repubblica" - accusa Rosolino,  l'azzurro del nuoto plurimedagliato a Sydney di essere stato fra coloro che gli fecero richiesta di prodotti dopanti, ritorna d'attualità il vecchio caso "gh" (l'ormone della crescita) che nell'autunno del 2000 e nei primi mesi dell'anno scorso creò grosso scalpore. Rosolino, infatti, era uno dei cinque nomi eccellenti che il "Corriere della sera" fece a proposito degli azzurri che presentavano valori sballati per il gh. A portare all’attenzione il caso nel nuoto fu prima di tutto un’indagine effettuata dalla vecchia commissione scientifica del Coni, presieduta dall’illustre ematologo Carlo Bernasconi e di cui facevano parte due funzionari Coni, da sempre in prima fila nella lotta al doping: Sandro Donati e Pasquale Bellotti. Negli oltre 500 test condotti sugli atleti del giro azzurro, nell’ambito del programma "Io non rischio la salute", varato dal Coni stesso, emerse che ben il 10% degli uomini e il 30% delle donne presentava valori di gh assurdamente elevati. Ma, cosa ancora più curiosa dal punto di vista statistico, era che ben l’80% dei valori sballati era concentrato in 3-4 discipline, fra cui il nuoto, appunto, mentre le altre 30 indagate presentavano il restante 20%. Valori al di sopra, cioè di ogni oscillazione fisiologica. Il rapporto, ben prima che la notizia trapelasse sui media, fu inviato ai medici federali interessati. Dal 22 maggio del 2000 in avanti, 35 lettere per altrettanti atleti furono recapitate ai responsabili sanitari delle varie federazioni. Di questi, alcuni approfondirono la ricerca per verificare i motivi di tali valori sballati;altri non risposero affatto; altri ancora risposero indignati: non c’era motivo di indagare. Lasciassero in pace gli atleti, dunque, che c’erano i Giochi cui pensare. Il Coni sapeva dei valori irregolari: alcune risposte alla Commissione erano arrivate tramite la Preparazione Olimpica. Ma glissò. A luglio 2000 al Foro Italico si riunirono i rappresentanti di molte federazioni per esaminare la vicenda. Minimizzarono, ovviamente; incombevano i Giochi. In quella relazione – dove non si facevano nomi di sorta – non si parlava affatto di doping e di assunzione di gh esogeno (un ormone comunque introvabile ai test antidoping, dunque abusato nello sport) , bensì di valori alterati, su cui indagare. 

A settembre, qualche tempo dopo le Olimpiadi, la notizia di un dossier sui valori sballati di gh di molti azzurri cominciò a trapelare. Esattamente il giorno dopo che il dossier della commissione scientifica fu consegnato (5 settembre 2000) al Coni, che a sua volta lo "girò" al ministero della salute. Si parlò subito di "ricerca non autorizzata" e incompleta, dunque inattendibile. Solo "fango" sullo sport azzurro. Fu poi "Repubblica" a precisare che l’allarme c’era stato ed era scientificamente attendibile. Successivamente emersero anche i nomi più scottanti. Erano quelli di cinque medaglie d’oro a Sydney: il nuotatore Rosolino, appunto, la canoista Idem, la ciclista Bellutti, la schermitrice Trillini e il canottiere Abbagnale. Ci fu subito una levata di scudi. E fu il Coni, il suo presidente Petrucci, per primo a schierarsi a fianco degli atleti. Chi aveva osato "infangare" le medaglie dei Giochi avrebbe pagato. L’obbiettivo era chiaro fin da principio: quella stessa Commissione che con le sue ricerche efficienti era divenuta scomoda. Di lì l’accusa di aver fatto trapelare la notizia: la Commissione fu sciolta a ottobre 2000. Donati divenne il bersaglio delle querele degli azzurri e dello stesso Coni, che addirittura si costituì parte civile contro di lui. Gli avvocati dell'ente addirittura chiesero la riapertura di un caso, quello della canoista Introini, che era stato archiviato, agganciando a questo le rimostranze degli atleti citati dal Corriere della sera, che si ritenevano diffamati. Tutti contro Donati. Come se uno dei pochi dirigenti dell'ente che, invece di fare accordi con il discusso centro di Ferrara del professor Conconi (attualmente sotto processo proprio per questioni legate al doping) come avevano fatto negli anni in tanti, dal segretario Pescante ai vari presidenti che hanno preceduto Petrucci, solo si era battuto concretamente e senza remore contro questa piaga, come se fosse lui l'unica vera "anima nera" del doping italiano. Un doping, evidentemente, da fare, ma non da denunciare. 
Ma a febbraio di quest’anno il giudice ha dato ragione a Donati e torto ai dirigenti di palazzo H. Quanto alla validità della ricerca di allora fa fede la perizia degli esperti del Pm Guariniello (marzo 2002) che aveva aperto un’inchiesta sul caso. Ripetuti gli esami in modo completo sui campioni ematici degli atleti sequestrati, il risultato era perfettamente sovrapponibile a quello ottenuto dalla Commissione. Su 300 sieri sequestrati da Guariniello, e analizzati con tutta la serie di test necessari (compresi quelli sul l'IGF BP2, IGF BP3 non completati nella prima analisi della commissione) ben 32 erano le situazioni anomale individuale. Atleti con gh "attivato" e "iperattivato". Nella prima analisi della commissione su 538 analisi i casi erano 61, dunque risultati perfettamente sovrapponibili. E cosa pensare del fatto che questa perizia, inviata in modo "segretato" dal pm Guariniello al Coni, sia immediatamente trapelata su un quotidiano e pubblicata come un qualcosa "che non aggiungeva nulla di nuovo"? Altro che non aggiungere: stabiliva che la commissione del prof. Bernasconi aveva operato bene e nel rispetto del rigore scientifico. Per questo episodio c'è in corso un procedimento penale per fuga di notizie riservate. Quanto al perché dei valori così elevati le ipotesi sono aperte. L'ormone della crescita ha un'emivita brevissima nel fisico: circa 8'. Dunque, sembrava quasi impossibile che degli atleti lo assumessero poco prima dei controlli. E questo è stato uno degli argomenti forti della difesa. Ma anche questa apparente contraddizione può trovare una spiegazione. Dal momento che nessun test è attualmente adottato per individuare l'uso esogeno di gh, i tecnici ipotizzano che se ne assumesse in grandi quantità. Tali da saturare i recettori. Dunque il gh, non potendosi legare ai recettori, avrebbe potuto  restare  in circolo più a lungo. Di qui la presenza nei test. Anche questo era un aspetto da indagare. Ma non fu fatto.

Il problema gh, dunque, c’era. Fosse un problema di salute o un problema di doping (questo secondo aspetto la vecchia commissione scientifica non lo ha mai sottoscritto) non ha importanza. C'era, andava quanto meno indagato; era reale, scientificamente determinato, non l'invenzione perversa di chi voleva "gettare fango sullo sport azzurro". Ma al Coni non lo hanno voluto vedere. Ora, sia Petrucci che il presidente del nuoto gridano scandalizzati al complotto. Rosolino grida alto la sua innocenza e minaccia di abbandonare l'Italia, lui che ha doppio passaporto (la madre è australiana). Al prosieguo della vicenda il compito di chiarire ragioni e responsabilità.  

CONCONI RINVIATO A GIUDIZIO: CON LUI DOVREBBE ANDARE A GIUDIZIO TUTTO LO SPORT

APRILE 2002  -  Con i tempi lenti ma inesorabili della giustizia nostrana è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per il professor Francesco Conconi, in relazione al processo doping sorto dall'inchiesta del pm Soprani. L' indagine, nata da uno stralcio del procedimento aperto ad Arezzo sul mancato blitz dei Nas al Giro del '96 (una "soffiata" fece scomparire nel plotone che tornava dalla Grecia tutti i prodotti vietati) era stata portata avanti dal Pm Pier Guido Soprani, poi trasferitosi a Bologna, e dai carabinieri del Nas di Firenze e del capoluogo emiliano. Non è stata un'inchiesta facile. Per anni a raccogliere materiale e prove è stata una ristretta "squadra " dei Nas di Firenze e Bologna, fra mille difficoltà e con pochissimi mezzi. Anche quelli risicati della legge che non poteva far conto ancora sul dispositivo antidoping del dicembre 2000 (376/2000). Per non dire dell'ambiente ostile. 

Il personaggio inquisito, infatti, era (è) di quelli di "peso", ottimamente introdotto negli ambienti politici, tant'è che ad un certo punto della sua vicenda si parlò di lui anche come possibile responsabile di un costruendo ministero dello sport. Non se ne fece nulla. Le sue frequentazioni politiche e la sua amicizia con Prodi sono di dominio pubblico; i due sono stati fotografati addirittura insieme durante uscite in bicicletta, la passione comune. Conconi esagerava: faceva uso personale di epo, come è risultato dalle indagini. Sperimentava perfino su se stesso. 

Non è stato facile operare in questo contesto. Ma il dossier raccolto da Soprani (un faldone di 80.000 pagine) ha messo il processo su binari certi e chiari. Solo l'ambiente sportivo ha risposto - come spesso è accaduto - con il solito muro di silenzio. Dei 63 atleti coinvolti nelle indagini, il fior fiore dello sport azzurro (campioni olimpici, mondiali, ecc.), nessuno che abbia sentito il dovere di dare il minimo segnale di collaborazione. Tutti lesti ad arraffare medaglie, a godere dello status di protagonisti del proscenio sportivo (benefici economici compresi), ma altrettanto privi di scrupoli; pronti a negare ogni evidenza ed ogni responsabilità. Andavano a Ferrara solo per sentirsi dire quanti scatti fare in salita o quante pagaiate o quanti allunghi. Dei "traffici" sul loro stesso sangue nulla sanno. Epo e altre diavolerie? Mah. E i test ematici sballati? Un florilegio di "non so spiegare"; "non saprei", "non me ne intendo". Neppure la dignità di ammettere l'evidenza. Un avvilimento totale. Ma che uomini (donne) sono questi individui che per tanto tempo hanno avuto perfino l'arroganza di porsi ad esempio per i nostri figli? I sacrifici, l'allenamento, la fatica... Balle. Quella roba che hanno preso per anni li ha resi immuni dalla fatica. Era facile, anche per il carneade qualsiasi trasformarsi in campione. Un po' d'allenamento e tanta farmacia. La chimica faceva il resto nella assoluta complicità di chi avrebbe dovuto controllare, vigilare, reprimere. Per loro - gli atleti - bastava saper tenere il segreto. Per i dirigenti erano medaglie e record che fioccavano. Se sono questi i valori che lo sport attuale trasmette, allora è meglio smettere. E' meglio che questo sport scompaia. Sono "valori" deleteri. Negativi. Disvalori che producono disadattati nel contesto sociale. Ma erano "il" sistema. Questa la drammatica eredità della vicenda Conconi.  

Il silenzio - il vuoto pneumatico - è perfino logico per chi deve alla conquista del risultato e delle medaglie (sia pure con l'imbroglio della farmacia proibita contrabbandata come scienza dello sport)  tutto il proprio valore. Logico, ma vile.  Atleti dai grandi risultati, ma uomini (donne) piccoli piccoli. Gente che non sarebbe mai potuta uscire dalla mediocrità se non attraverso l'imbroglio. Recentemente il sottosegretario Pescante, già segretario generale, poi presidente del Coni proprio negli anni degli accordi con Conconi (ed ora, ironia della sorte, responsabile della politica sportiva dello Stato...), ha fatto una sorta di ammissione pubblica: "Abbiamo confuso la scienza dello sport con qualcosa che con la scienza aveva poco a che vedere". Una ammissione apprezzabile, ma che serve solo ad un distinguo poco credibile, oltre che tardivo. Perché in quegli anni la filosofia che ha governato lo sport - e Pescante la conosce bene - e che ha consentito a personaggi come Conconi di emergere è stata proprio quella del risultato ad ogni costo. Le medaglie che servissero come alibi per un carrozzone da 1200 miliardi l'anno incapace di gestire una vera politica sportiva, dunque bisognoso di supporti esteriori. Fumo di medaglie al posto di sport vero. Di valori. "Noi almeno i risultati li facciamo". Questo era il ritornello nei corridoi del Foro Italico di quei tempi. A contrapporre un mondo dello sport efficiente in superficie ma imbroglione e drogato nell'intimo, ad un mondo esterno - quello della vita di tutti i giorni - pieno di guai e problemi irrisolti. Del resto basta vedere lo stato dell'arte adesso che i soldi non ci sono più. 

E' sotto gli occhi di tutti il fallimento totale nella politica di promozione: basta considerare il calo dei tesserati nelle varie discipline (fatta qualche rarissima eccezione); il flop nei rapporti con la scuola, per decenni legittimati dall'inutile sarabanda dei Giochi della Gioventù; la mancata crescita in rapporto alle (enormi rispetto ad altri paesi) disponibilità. Di tutto questo, adesso che il quadro di fondo comincia ad essere chiaro, nessuno verrà chiamato a pagare? Ed è giusto che gli uomini che hanno prodotto questo disastro siano ancora lì a pietire due lire da uno stato avaro? Ed è giusto che lo stato mantenga ancora questo apparato di cui al momento non si conoscono nè le funzioni, nè l'effettiva utilità? Il tragico corollario del processo a Conconi, è un processo al "sistema-sport". Solo affrontandolo seriamente si può pensare ad una crescita effettiva del Paese. Chi lo vorrà fare? Chi - al di là degli stucchevoli convegni di maniera - ha voglia di considerare lo sport qualcosa di veramente serio nel contesto della nostra società e non il solito serbatoio di voti e di risorse da spremere (quando ci sono)?

L'UCI E LA LOTTA AL DOPING: MANO PESANTE CON I "PENTITI"

APRILE 2002 - L’Uci, la federazione ciclistica internazionale ha squalificato Filippo Simeoni fino al 31 luglio prossimo per aver ammesso al processo di Bologna di essersi dopato negli anni in cui seguiva i consigli del dottor Michele Ferrari. Il corridore, compagno di squadra di Cipollini nell’Acqua e Sapone è stato uno dei rari esempi di collaborazione e di coraggio. Merce rara nel ciclismo "farmaceutico" degli ultimi lustri. La Fci, la federazione ciclistica italiana ha tenuto conto di tutto ciò e gli ha inflitto una pena lieve: tre mesi, già scontati a fine marzo. Oltretutto i fatti attribuiti a Simeoni risalgono agli anni ’97 - ’98. La federazione ciclistica internazionale invece ha rincarato la dose. Avvalendosi di un discutibile articolo del regolamento per cui l’atleta che confessa viene trattato come se risultasse positivo ai controlli antidoping, lo ha inibito fino al 31 luglio. Il corridore, che aveva ripreso nel frattempo a correre, intende ricorrere al Tribunale arbitrale, ma intanto passerà del tempo e forse dovrà saltare il Giro d’Italia. Logico che una vicenda del genere scoraggi chi intenda rompere con il muro di omertà e di silenzio che circonda il mondo del doping sportivo. Ed è un assurdo. Da una parte l’Uci dice di voler combattere il doping, dall’altra punisce senza la minima elasticità chi collabora. Mentre tutta la giurisprudenza mondiale ha da sempre un atteggiamento premiale nei confronti di chi aiuta con la giustizia, l’Uci è l’unica federazione al mondo che punisce chi confessa. Con buona pace della lotta al doping.

LA PARABOLA DI PESCANTE: DAL CONI  AD UNA PERSONALISSIMA LOTTA AL DOPING

FEBBRAIO 2002 - Mario Pescante, ex presidente del Coni (e segretario generale dell'ente negli anni in cui il Foro Italico era legato da convenzioni numerose e danarose con il discusso centro di ricerche di Ferrara, diretto dal professor Conconi, attualmente sotto processo) insiste con la su vecchia tesi: eliminare le sanzioni penali che la legge antidoping italiana (376/2000), prevede anche per gli atleti. Un aspetto della legge che ci isolerebbe, secondo l'attuale sottosegretario con delega allo sport, in campo internazionale. Ne ha parlato in un'audizione presso le commissioni riunite Cultura e Affari sociali della Camera, assicurando, tuttavia, che per raggiungere questo obiettivo non si seguirà la strada della legge delega: "Andremo in Parlamento e ne discuteremo in questa sede". Siamo alle solite: l'Italia non fa in tempo a dotarsi di uno strumento legale valido, che all'estero ci riconoscono come il migliore attualmente possibile (compreso l'aspetto penale relativo al doping degli atleti: nessuno può obbligare nessuno a infilarsi un ago in vena, dunque gli atleti, per quanto anello debole sanno benissimo cosa fanno...), che subito qualcuno interviene per cambiare. E, invece di venire in soccorso di una legge forse imperfetta (certamente non nella parte che riguarda gli agonisti), ma finalmente efficiente, ecco spostare l'attenzione sulla depenalizzazione del reato per gli atleti. Come se fosse il problema attualmente più grosso da risolvere. Dice: altrimenti gli atleti delle altre nazioni non vengono più a gareggiare da noi, che abbiamo leggi così severe. Ma, francamente, questa posizione è assai discutibile. Perché mai avrebbero da temere in Italia atleti che non si dopano? Niente doping, niente positività, niente intervento della legge. Semplice, no? Oppure si vuole lasciare la porta aperta anche agli atleti dopati? Di questo si occupa attualmente Pescante ben sapendo, peraltro, che il primo problema della legge antidoping  è quello di un adeguato finanziamento. La Francia spende 30 miliardi di lire l'anno per la lotta al doping, mentre  la nostra legge prevede uno stitico emolumento di soli 3 miliardi e per di più da parte dell'ormai asfittico Coni. Anche qui siamo alle solite: l'obbiettivo di creare uno strumento indipendente dal mondo dello sport; un qualcosa di "terzo" sembra miseramente naufragare sulla composizione di una commissione di vigilanza - quella che dovrebbe far funzionare a pieno la legge e che per un anno intero è rimasta inattiva - zeppa di "politici" e "teorici" poco informati; e scarsa quanto a tecnici preparati. Fra membri ufficiali e "amici", la presenza del Coni è massiccia. Ora, il fenomeno doping si è sviluppato ed è cresciuto mostruosamente fino ad arrivare ai gangli stessi dello sport giovanile e di massa quando a "controllare" c'era proprio il Coni con le sue strutture e i suoi "professori". Dunque, se si è arrivati al punto che è stato necessario per lo stato italiano promulgare una legge a tutela della salute dei cittadini (questo è il primo obbiettivo, l'aspetto agonistico non è che la minima parte del fenomeno complessivo, come è facile rilevare dalle statistiche dei consumi dei farmaci dopanti), una qualche responsabilità la si può ascrivere all'ente del Foro Italico. Che, però, reclama ancora diritto di parola e vuole contare. E allora sorge spontanea la domanda: chi è stato fra le cause di questo male, può essere credibile quando dice che vuole guarirlo? Ora Pescante annuncia 50mila controlli anonimi su tutto il territorio nazionale indirizzati allo sport amatoriale e giovanile. Ottima iniziativa, ma - finanziamenti da reperire a parte - se non si preoccuperà di rendere un po' più efficienti i protocolli di indagine, difficilmente avrà dati credibili. E per fare questo deve investire nella ricerca. Soldi, dollari, talleri o euro, se preferite; denaro sonante, insomma, per  lo studio di nuovi protocolli di analisi. Altrimenti la realtà resta quella di oggi: la maggior parte dei "positivi" dello sport nostrano sono da "cannabis" o da prodotti definiti "leggeri", come facile rilevare dalle statistiche ufficiali. Cioè fumatori di quelle stesse "canne" che un'esponente dello stesso esecutivo cui appartiene Pescante ha dichiarato di voler liberalizzare in una intervista. Pescante sposta poi l'attenzione sul businness. Che: "Non è quello delle industrie farmaceutiche, è quello delle industrie che producono gli integratori che ormai si comprano nei banchi. Ormai se ne fa uso a tutti i livelli e vanno fatti accertamenti più precisi sul marchio doc da dare a questi integratori, alcuni dei quali non solo hanno dei pericoli dal punto di vista doping, ma fanno male. Ci sono degli integratori che andrebbero verificati più di alcune medicine, che prima di essere messe in vendita al pubblico sono sottoposte a dei controlli". Come se eritropoietina e gH (ormone della crescita) non fossero fra i primi farmaci più venduti al mondo. Un mondo di malati di reni e di nani? Giusta (non costa nulla...) la reprimenda sui medici che "non si sono mai dimessi quando si colpiscono gli atleti. Che cosa è successo ad esempio ai medici o a chi ha dato l'integratore a Davids? Sono ancora al loro posto". Quanto alle "le problematiche che indeboliscono la lotta al doping", Pescante constata finalmente che "la scienza insegue il doping: stiamo combattendo ora il nandrolone e già si parla di manipolazione di carattere genetico". Insomma, "quando si raggiunge un obiettivo si è già in ritardo rispetto alle successive iniziative che questo mostruoso mondo del doping porta avanti", con "scienziati maledetti che trovano un tornaconto di carattere economico di notevole entità". Già, ma a chi spetta il compito di tentare almeno di ridurre questo gap? E cosa si è fatto in passato per ridurlo? Infine, "il disordine e lo scoordinamento tra federazioni internazionali, Cio, governi nazionali ed istituzioni politiche internazionali; i controlli che si sovrappongono, le leggi e le sanzioni diverse tra Stato e Stato e tra federazioni e federazioni". E ancora: "Paesi che non fanno nulla, come gli Stati Uniti, dove l'antidoping a livello di sport professionistico è sconosciuto, come è sconosciuto l'antidoping nel tennis mondiale, che non è governato tanto da una federazione internazionale ma dagli stessi atleti". Atleti che non vogliono saperne di controlli? Ma non sono gli stessi atleti che il sottosegretario vorrebbe depenalizzare? 

LA MAGISTRATURA ACCUSA, LO SPORT ASSOLVE

FEBBRAIO 2002 - Da una parte la magistratura che con pazienza certosina cerca di ricostruire il complesso quadro delle responsabilità nelle molteplici vicende doping. Dall’altra il mondo dello sport. Che, a fronte di questo dramma ormai universalmente riconosciuto in tutto il mondo come il vero cancro di tutte le discipline, continua a farsi protagonista di comportamenti alterni e talvolta sconcertanti. Un segnale positivo: la coraggiosa confessione di Filippo Simeoni e l’accusa faccia a faccia del tanto celebrato "mito", quel Michele Ferrari che tanta parte ha avuto nelle storie di sport e doping nell’ultimo decennio. "Mi suggeriva sostanze dopanti". E subito un segnale negativo: l’assoluzione da parte della commissione disciplinare della federciclismo di alcuni corridori trovati in possesso durante il blitz di Sanremo al Giro di prodotti vietati. Scagionati dalle accuse Carrara e De Paoli. Il primo aveva in camera una confezione di "Caffeinum", un prodotto neppure in vendita in Italia, dunque che te lo devi andare a cercare. Perché? A cosa servono capsule da 200 mg di caffeina nel "necessaire" di un corridore? Il secondo, oltre al Durvitan (la stessa "caffeina" estera, ma in capsule da ben 300 mg) aveva il Neoton con la lidocaina (vietata) e un non meglio identificato farmaco probabilmente di origine omeopatica a base di IGF1, sigla che identifica un precursore-stimolatore della produzione endogena di gH, l’ormone della crescita, il principe degli anabolizzanti. Senza fare una questione personale nei confronti dei corridori (l’hanno "sfangata", buon per loro...) resta appesa una domanda: ma la caffeina non figura ancora nella lista dei prodotti vietati? E detenere prodotti vietati non è sanzionato dagli stessi regolamenti ciclistici? Ecco cosa dice quello dell’Uci che specifica, riferendosi agli articoli 3, 4 e 6 del RCAD: "L’infrazione è realizzata dalla semplice presenza, utilizzazione o tentativo di utilizzazione della sostanza o del metodo proibito".

Già, i regolamenti. Anche il ciclismo sembra si stia allineando al caos di regole perennemente in movimento, dunque mai certe, caratteristico di alcune recenti e recentissime vicende doping nel pallone. Se è vero quanto riferisce chi al Coni in questi procedimenti di pseudo-giustizia sportiva ha condotto l’accusa, i due corridori non avrebbero subito sanzioni per via di una lettera dell’Uci, la federazione ciclistica internazionale, che avrebbe invitato gli inquirenti a non considerare grave la detenzione di caffeina. Insomma, un peccatuccio veniale, anche, se almeno in un caso, segnali di "pasticci" farmacologici, dunque di imbrogli tentati (anch’essi punibili secondo il regolamento della stessa Uci) ce n’erano a bizzeffe. Cosa deve trarre come conclusione il ciclista comune? Che per l’Uci, in barba ai regolamenti che la vietano, la caffeina è tutto sommato un prodotto che si può assumere. Che sia un "peccatuccio" è quanto meno discutibile: la caffeina aiuta a bruciare i grassi e a risparmiare gli zuccheri durante l’esercizio, tonifica e sollecita il battito cardiaco, favorisce la respirazione, ha azione ergogenica e, in definitiva, contribuisce a migliorare le prestazioni. Cosa deve fare di più un prodotto dopante? La controprova viene dal fatto che, pur se nel mondo del ciclismo è considerato - a torto - un doping minore, è fra quelli più usati in generale negli sport, specie quelli di resistenza. Per questo motivo figura ancora nella lista dei prodotti vietati sia per il Cio che per la stessa Uci. Ma l’Uci è come Giano bifronte, quando si parla di doping: da una parte proibisce, dall’altra suggerisce di essere tolleranti. E chissà di chi ha accolto il suggerimento per "inventare" questa bella trovata... Morale: della salute di chi ricorre a dosi massicce (pasticche da 200-300 mg nulla hanno a che vedere con una possibile assunzione "alimentare") nessuno si preoccupa. Provoca aritmie, danni al cuore, tachicardia, brividi, tremori, insonnia, ecc.? Non importa: l’importante è pedalare. The show must go on.

ALLARME ROSSO DAL CIO: "IL DOPING STA UCCIDENDO LO SPORT"

GENNAIO 2002 - "Attenti, il doping uccide lo sport". Non è il solito grido di dolore di chi da anni si batte sul fronte della lotta alla farmacia proibita, ma l’allarme, mai così circostanziato e deciso, che arriva da Salt Lake City, per bocca nientemeno che del presidente del Cio, Jacques Rogge. Il doping sta uccidendo lo sport. La sua immagine. Il futuro di tante, troppe discipline, già assediate dal gigantismo olimpico e da calendari al di là di ogni umana sopportazione. «Il doping è il più grande pericolo per lo sport. Non è soltanto un attentato all'etica e al fairplay - spiega sulle pagine di "Repubblica", il presidente del massimo organismo sportivo mondiale - è un attentato diretto alla salute dell'atleta. Uccide la credibilità dello sport. Un domani, le madri potrebbero temere che i loro figli siano obbligati ad assumere sostanze dopanti per riuscire nello sport. Allora sarà la fine. L'evoluzione e la sofisticazione del doping rendono sempre più difficile combatterlo. Il Cio ha chiesto aiuto ai governi e ha creato l'Agenzia Mondiale Antidoping. Ci troviamo in un momento cruciale. Lo sviluppo della biotecnologia e della genetica offrono alla medicina prospettive incomparabili. Io lancio un appello a tutto il mondo dello sport: che prenda coscienza di questo terribile pericolo e che si mobiliti per proteggere gli atleti. E chiedo ai governi di affiancarci in questa lotta. Ogni tergiversazione o debolezza sarebbe proprio inaccettabile». Rogge non dice che quel domani tanto temuto è già un oggi preoccupante e nerissimo. Che futuro ci sarà mai in sport come il ciclismo, in cui ragazzini di 16-17 anni ricorrono né più né meno che agli stesi prodotti vietati e pericolosi (Epo, gH, ormoni vari, anabolizzanti, anfetamine, ecc.) dei professionisti?

Comunque le sue sono parole pesanti. Costituiscono un segnale importante, se alle parole davvero faranno seguito atteggiamenti e orientamenti costruttivi. Atteggiamenti e scelte che non offrono alternative. Non c’è scelta se si vuole un futuro: bisogna arginare, limitare, debellare - se possibile - la piaga della farmacia proibita. Lo ha capito perfino quell’organismo mondiale, che fino a poco tempo fa brillava per la sua indifferenza sul tema e la sua assoluta (voluta?) inadeguatezza nell’affrontare l’argomento. Lo aveva capito benissimo Viviane Reding, commissaria europea responsabile dello sport e della cultura che, varando un progetto nuovo, diverso dall’agenzia mondiale, con il patrocinio dell’UE, aveva parlato di "tolleranza zero". "Presenteremo un piano europeo antidoping, alla cui base ci sara' tolleranza zero. Bisogna dare uniformità' alle leggi, perché' non e' possibile che in un paese vigano alcune regole e in un altro altre''. Il piano non sarebbe ''in contrapposizione con la Wada'', anche se l’incomunicabilità' tra Ue e l'agenzia mondiale antidoping non e' un mistero. L'Ue infatti ha deciso di non finanziare l'agenzia e i 16 miliardi di budget saranno coperti con interventi singoli dei 15 paesi membri. ''La commissione si e' ritirata dal progetto - spiega la Reding - perché non c'era trasparenza, ne' investimenti sulla ricerca''.

Lo avevano capito alcuni governi europei Francia in testa. Con l’Italia, approdata, non senza "sofferenze", ad una legge (376/2000) che viene oggi riconosciuta fra le più complete, ma che non decolla soprattutto per la mancanza di un finanziamento adeguato. In Francia spendono attorno ai 20 miliardi per la lotta al doping, da noi la legge è finanziata con soli 3. Se ne deduce che molto resterà sulla carta, anche se - da qualche settimana in qua - la commissione di vigilanza (CVD) - sta cercando volonterosamente di uscire dall’imbarazzo di un increscioso sur place durato un anno intero. Al vaglio l’elenco dei farmaci (vecchi e nuovi), e il regolamento dei controlli antidoping. Anche qui, non senza incertezze. Se ne saprà di più fra breve, nella speranza che non venga tradito lo spirito originario della legge stessa, che era principalmente quello di una adeguata tutela della salute dello sportivo. Non c’è, infatti solo lo sport agonistico. Ma, se è vero che sono milioni gli italiani che praticano attività sportiva, il problema va inquadrato in modo diverso. Controllare gli agonisti non basta. E, restando a questi, controllare gli agonisti con la preoccupazione della tutela della salute vuol dire ricorrere a regole che prescindono dai vecchi schemi dello sport (gli stessi, non dimentichiamolo, che hanno portato alla drammatica diffusione del doping fino ai livelli giovanili). Del resto, contro la preoccupante e crescente corsa al farmaco (lecito o meno), si sta schierando anche lo sport. L’AMA, l’Agenzia Mondiale Antidoping, nel presentare il bilancio dei 3.500 controlli fatti nei 12 mesi che hanno preceduto i Giochi invernali negli Usa, rende più severe le procedure che consentono di far ricorso ai cosiddetti farmaci a "restrizione d’uso". Insospettita dalle migliaia di atleti che si dichiaravano asmatici (alcuni prodotti contro l’asma - come il salbutamolo - se usati in quantità, diventano ottimi anabolizzanti...), non solo ha richiesto una certificazione più completa ed accurata, ma si è riservata i diritto di visitare attraverso una sua commissione gli atleti che si dichiaravano asmatici. Risultato: più della metà di costoro non ha avuto il "placet" per usare tali farmaci. "Se lo faranno - dice Dick Pound, presidente del’AMA - lo faranno a loro rischio. Non ci saranno scuse mediche, saranno considerati "positvi" . Lo sport si sta muovendo, sia pure in ritardo. Sarebbe davvero assurdo, che proprio adesso che lo sport si atteggia a misure più dure e drastiche, la legge italiana si dotasse di strumenti (regolamenti; ecc.) vecchi e desueti.

 

 

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