EDITORIALI 2003  Torna alla Home Page
PESCANTE E LA "RESTAURAZIONE" DEL VECCHIO CONI LE MORTI NEL CICLISMO; L'INERZIA DELLO STATO
PETRUCCI I GUAI DEL CALCIO, L'ETICA E I SOLDI BLASI, KALLON: IL RITORNO DEL NANDROLONE
TOUR, CELEBRAZIONI E "MEDIA" INDIFFERENTI PANTANI E IL PREZZO DELLA GLORIA 
IL CONI E IL PIANO "INDUSTRIALE": SOLO UN CASTELLO DI CARTE ANTIDOPING, IL CONI NON PAGA E "STROZZA" LA LEGGE
CONI, IL DISASTRO DI PETRUCCI &C E LE LACRIME DI COCCODRILLO STORICO A COPENHAGEN: I GOVERNI UNITI CONTRO IL DOPING
CVD E ANTIDOPING, LA MONTAGNA PARTORISCE IL TOPOLINO L'ANTIDOPING DELLA MATRIOSKA

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PESCANTE E LA RESTAURAZIONE DEL VECCHIO CONI

ROMA - Il Coni torna all’antico. Inteso come sistema organizzativo di una volta; un decreto presentato sotto le feste natalizie dal sottosegretario Pescante cancella quasi in toto la riforma Melandri (242/99); ristabilendo proprio quelle prerogative e regole elettive che il dispositivo del ’99 intendeva abolire. Ma il sottosegretario Pescante, ex presidente  del Coni - bontà sua - non vuol sentir parlare di "restaurazione". Parla piuttosto di un ritorno per l’Ente ad un ruolo di primo piano nello sport nazionale. Il Coni, dunque, sarà la "Confederazione delle federazioni", traduzione moderna del vecchio "federazione delle federazioni", parola che riassume il ruolo di egemonia del passato. La novità più rilevante è il ritorno dei presidenti in giunta esecutiva - l’organo di governo dell’ente - proprio in quel ruolo di controllati-controllori che aveva fatto gridare allo scandalo in passato. Cinque presidenti su dieci membri di giunta: non poco. Pescante dice che preferisce questo assurdo giuridico purché il Coni «sia retto da professionisti che conoscono lo sport». Come sia stato retto in passato dai "conoscitori dello sport" è sotto gli occhi tutti. Abolita anche la norma che limitava l’eleggibilità a presidente federale per due soli mandati. Si potrà essere rieletti purché si abbia il consenso del 55% degli elettori. All’infinito. Alla faccia di ogni necessità di ricambio. Così, chiosa Pescante, «potranno farsi conoscere meglio in campo internazionale». Non c'è limite alla inverecondia. Abolito il Comitato per lo sport per tutti, "reo" di non essersi mai riunito. Già, ma chi si è mai preoccupato di farlo riunire? Abolita l’assemblea annuale per approvare il bilancio. Abolita la percentuale del 30% fra tecnici e atleti nei consigli federali in barba ad ogni volontà di allargamento democratico e di partecipazione al governo delle cose sportive. Sotto tiro gli enti di promozione, che dovranno dimostrare ogni anno la correttezza delle spese sostenute con i contributi del Foro Italico e la loro dirittura morale. Pena: la cancellazione dall'elenco degli enti finanziati. Mentre il Coni non dovrà dimostrare nulla a nessuno se non ai propri revisori dei conti. Una controriforma che ridà fiato e velleità ai vecchi dirigenti del Foro Italico, chiudendo ogni apertura al nuovo. 
Ma, per assurdo, potrebbe perfino andare bene, se almeno a questa struttura si dessero compiti ed obbiettivi ben definiti. Ma nella leggina di Pescante,scampato ad una pubblica accusa di associazione a dlinquere per scadenza dei termini di processo, di promozione, educazione, formazione sportiva, tutela della salute degli atleti non se ne parla. Restano, dunque, alcune domande. Corsa alle medaglie a parte, cosa faceva il Coni prima della cosiddetta riforma Melandri a favore della diffusione dello sport e della cultura sportiva più in generale? Poco. Cosa ha fatto nei quattro anni - travagliati dalla crisi economica - in cui la riforma è andata in vigore? Poco o nulla. Per la proprietà transitiva cosa c’è da attendersi che faccia nel futuro con questo ritorno al passato? Facile rispondere. Manca un disegno, un progetto che vada oltre i soliti vuoti meccanismi di gestione e conservazione del potere e delle poltrone, sport in cui i nostri beneamati dirigenti non hanno rivali, specie quando si tratta di affilare norme che ingessano e preservano. 

Basta dare un’occhiata alle cifre e guardarsi intorno per capire meglio. Nel 1990 i tesserati delle 37 federazioni assommavano a 4.645.672 (fonte: Coni-Censis, I numeri dello sport, 1992); nel 2001 - ultimi dati ufficiali disponibili - addizionando i tesserati delle 44 federazioni e delle 15 discipline associate si arriva a poco più di 3 milioni e 300 mila (fonte: www.coni.it). Sono cresciute le federazioni e le discipline associate, ma in dieci anni si sono persi comunque circa 1.100.000 tesserati. E non fa eccezione neppure il dorato mondo del calcio, che cala, sia pur di non molto, passando da 1.232.632 tesserati a 1.000.291. Dunque, le federazioni nazionali sono tutte o quasi in crisi di vocazioni. E un analogo discorso si può fare per le società sportive. La cifra dei tesserati è in calo verticale come quella degli agonisti. Perché? Pescante di questo non sembra curarsi. Ci possono essere tanti fattori a monte di ciò; fra questi, anche il calo della natalità nel nostro paese. Ma un ruolo importante in tutto ciò lo gioca certamente il modello sportivo proposto. Che è stato e continua ad essere solo quello dello sport agonistico teso soprattutto ai risultati di vertice. E’ uno sport che non attira perché propone modelli nevrotizzati di pratica, che richiedono all’atleta l’investimento al 100% e forse più ancora di se stesso. Allenamenti bi o tri quotidiani fin dall’età giovanile; fatica; sacrifici; orizzonte economico spesso incerto (specie per le discipline meno ricche e diffuse); farmacia a tutto spiano (per non parlare del doping) e scarsa tutela della salute. Sono condizioni che nella società di oggi è molto difficile proporre ai giovani. 

Corsa alle medaglie a parte (qui alcuni risultati si vedono, anche se in minor misura, dopo le tempeste-doping recenti), il bilancio del Coni è fallimentare sul lato della promozione delle stesse attività istituzionali. L’Ente non riesce ad alimentare neppure il proprio serbatoio. Ma è fallimentare anche per la promozione sportiva in generale, basta vedere a che punto sono ridotti gli scarni rapporti con la scuola e quanto produca la politica sportiva scolastica. Qualcosa che è molto vicino al niente. Il modello, dunque, non riesce più ad affascinare le nuove generazioni, meno votate del passato al sacrificio e alla fatica. Un modello che è in crisi da tempo e che nessuno della pletorica dirigenza sportiva nostrana ha saputo rivitalizzare e riproporre adeguatamente. E’ qui che il decreto presentato dal sottosegretario Pescante è assolutamente carente e silente. Un brutto, bruttissimo segnale. Che non lascia presagire nulla di buono. Tanto più che nulla nel progettato decreto cancella-Melandri lascia intravedere soluzioni alla pesante crisi economica dell’ente, accentuata dalla parallela crisi delle giocate e delle scommesse, che, di questi tempi, presenta timidi segnali di ripresa. 

Assomma a 272.283.744 l’esposizione con le banche a fine 2002, cifra fortemente in crescita rispetto l’anno precedente (+ 40 milioni di euro, che non è poco), il che vuol dire che l’Ente non produce quanto gli serve per sostentarsi e si aggrappa alla solita facile ciambella dell’indebitamento con le banche. La perdita di esercizio raggiunge la bella cifra di 60.561.740 euro e il deficit patrimoniale è a 188.720.099. Quanto al futuro l’ente prevede di spendere in tutto 788.323.000 euro per il 2003; ma di questo totale solo 216,674.000 euro vanno all’attività istituzionale contributi alle federazioni sportive alle discipline associate, cioè solo un terzo. Con 2.258.000 euro destinati esclusivamente a organi, comitati, commissioni, cioè indennità, compensi e rimborsi per i funzionari del Foro Italico. Di questa cifra, 440.000 euro sono divisi da sole tre persone: il presidente del Coni e i suoi due vice. Incapace di affrontare la crisi e di confrontarsi con il futuro, lo sport nostrano non ha pensato a nulla di meglio che tornare indietro. Come al gioco dell’oca.

LE MORTI NEL CICLISMO E L'INERZIA DELLO STATO

NOVEMBRE - Si può dire e pensare quello che si vuole. Ma un dato rimane certo ed inconfutabile. Ed è un dato drammatico, di cronaca ricorrente: stanno morendo. Muoiono inspiegabilmente; il cuore che si ferma all’improvviso, spesso senza avvisaglie, né segnali di sorta. Tre ciclisti dall’inizio dell’anno, per restare nel ciclismo maggiore. Ultimo un giovane di soli 24 anni, Marco Rusconi, comasco di Binago, promessa del mondo dilettantistico, in odore di passaggio fra i "pro" con la formazione di Paolo Bettini, la Quickstep Davitamon. Marco era il cognato di Luca Paolini (che ha sposato la sorella), il "braccio destro" di Bettini; stava brindando al suo compleanno in un bar di Lurate Caccivio, assieme ad un amico e compagno di squadra, Paride Grillo. All’improvviso è sbiancato in volto; è uscito dal bar per prendere una boccata d’aria ed è crollato quasi immediatamente fra le braccia dell’amico. Perdendo subito conoscenza. Prontissimi, ma inutili i soccorsi. Arresto cardiaco, il primo verdetto dei medici del 118. Un altro arresto cardiaco nel ciclismo.

Marco, dopo alterne vicende, aveva abbandonato le due ruote per abbracciare la carriera di impiegato nell’Enel; la sicurezza del futuro, invece dell’eterno punto interrogativo dell’agonismo maggiore. Ma poi aveva prevalso la passione: si era messo in aspettativa ed era tornato a correre con la Pangoncelli di Trezzo d’Adda, diretta da Alberto Cappelletti. Una scommessa e la voglia immensa di "sfondare", di tentare con tutte le forze la scalata al mondo dei prof. Era un buon passista scalatore e, ovviamente, nulla nelle sue cartelle mediche - a quanto si sa al momento - lasciava lontanamente sospettare un simile evento. Era, secondo chi gli stava vicino, sano come un pesce. Sarà l’autopsia, dunque, a cercare di fare luce. Ammesso che tecnici ed esperti riescano a stabilire le vere cause della morte.
Rimane il dato di fondo: muoiono, purtroppo. Casi clamorosi dall’inizio dell’anno; oltre a Rusconi, il francese Salanson, anche lui 24enne, morto per infarto questa estate nella sua camera d’albergo, alla vigilia del Giro di Germania.
Ma c’è anche il meno roboante, ma purtroppo sempre drammatico decesso di un sedicenne, Marco Ceriani, morto nel maggio scorso in una clinica di Peschiera (Verona), dopo che circa una decina di giorni prima aveva subito un arresto cardiaco durante una corsa e non aveva più ripreso conoscenza.
Si tratta di morti inquietanti. Inspiegabili. Su cui occorre indagare al di là e al di sopra dei soliti sospetti che purtroppo accompagnano il ciclismo. Non si può accettare con indifferenza che giovani atleti perdano la vita in questo modo semplicemente per una inspiegabile morte improvvisa. Occorre capire le ragioni di questi decessi fulminei per evitare che si ripetano. Senza falsi pudori né tesi precostituite. Ne va - ormai è chiaro - della vita dei giovani atleti e del futuro stesso delle due ruote.
La Fci, la federazione ciclismo, è una delle federazioni più attente alla tutela della salute dei propri iscritti. Ne è controprova il voluminoso libretto sanitario che gli atleti sono tenuti ad aggiornare mensilmente; e la battaglia ingaggiata contro il doping pesante (epo) nelle categorie minori, che ha portato proprio di recente alla scoperta di un fenomeno dalla diffusione enorme, viste le numerose e preoccupanti positività.
Ma è evidente che tutto questo non basta se gli atleti continuano a morire. Occorre mettere in moto la scienza per capire e approfondire; per studiare e cercare una via d’uscita a questo triste destino. Tocca a chi ha il dovere istituzionale di tutelare la salute dei cittadini intervenire (leggi ministero della salute); a chi ha mezzi e strutture per indagare e studiare a fondo il fenomeno. E’ impensabile nell’epoca in cui si clona perfino l’embrione umano, che la scienza alzi bandiera bianca su queste morti inspiegabili, senza neppure provare a risolvere il rebus.

BLASI E KALLON, IL RITORNO DEL NANDROLONE

Ottobre 2003 - Ancora il nandrolone. Ancora un caso di positività nel calcio. Ancora l’Inter nei guai più neri. Non bastasse il secco 0-3 a Mosca in Champions League con il Lokomotiv, ecco la doccia fredda: l’attaccante nerazzurro Mohamed Kallon è stato pizzicato addirittura ad un controllo ordinario antidoping del 27 settembre scorso, a Udine. Norandrosterone e noreticolanone, i due metaboliti della famigerato nandrolone, appunto. Il laboratorio di Roma ha individuato la sostanza vietata in quantità superiore ai limiti consentiti dal Cio (2 ng/ml). Solo qualche giorno fa era stato fermato, sempre per un metabolita del nandrolone Michele Blasi centrocampista del Parma. Come dire che certe pratiche e/o certe abitudini, nonostante gli scandali recenti e passati non sono affatto terminate nel dorato mondo del pallone. Naturalmente anche per Kallon si aspetta la solita sequela di giustificazioni e di "spiegazioni": dallo shampo all’olio di cocco, alla carne di cinghiale, ai ripetuti atti sessuali (ma solo di un certo tipo), alla luna piena di ottobre e chi più ne ha più ne metta. Si può scherzare, ma il problema resta. E con il problema l’allarme. Cosa succede nel calcio italiano? Proprio adesso che la federazione sembra aver imboccato la strada di una maggiore incisività sul fenomeno doping, mettendo in cantiere i controlli sull’epo (screening sul sangue e successivo test sull’urina, secondo il metodo francese di "immunoelettrofocousing"), tornano ad espolodere i casi nandrolone. Sono tredici i casi da quando, nell’ottobre del 2000, furono pizzicati Bucchi e Monaco. Può meravigliare questa improvvisa recrudescenza, dopo mesi di silenzio. Ma non sorprende più di tanto. Il ricorso sempre più frequente a laboratori privati da parte delle società maggiori, rivela preoccupazioni sospette. Perché testare così spesso gli atleti? Non sarà per tenerli "al limite" dei valori concessi per le varie sostanze proibite? E non è solo la diffusissima cocaina ad essere temuta. Prendiamo il testosterone, ad esempio. Il limite concesso dai regolamenti è 6:1 (in rapporto all’epitestosterone); i valori "normali" raramente sforano il 3:1. Essendo l’ormone preposto alla forza e alla resistenza è lecito ipotizzare che per accelerare il recupero si ricorra a somministrazioni esterne fino ad arrivare vicino al limite massimo. Solo che i laboratori privati spesso non hanno strumenti sofisticati come quelli del Cio, che vanno più a fondo e poi il fisico umano spesso ha risposte assolutamente imprevedibili. Di qui la possibilità di "smarginare" e di ritrovarsi con casi di positività.

Sono i ritmi forsennati del calcio moderno, la frequenza dei match, la qualità (velocità, potenza, forza) della prestazione richiesta a spingere fatalmente verso la farmacia. Si comincia con l’integratore che accelera il recupero, con i farmaci che abbreviano la degenza dopo gli infortuni e si finisce con gli anabolizzanti che non si beccano ai controlli come il Thg (tetrahydrogestrinone), protagonista del recentissimo scandalo Usa. Se l’obbiettivo è la massima prestazione, il risultato ad ogni costo ipotizzare questo meccanismo è il minimo. Un meccanismo feroce; assurdo per degli uomini che sono poi anche comuni lavoratori. Immaginate se il vostro capufficio vi costringesse ad assumere il tal prodotto farmaceutico o il tal’altro per accelerare il ritorno in ufficio dall’influenza o dalla bronchite. Tutto questo nel calcio è considerato normale. Farmacia e doping viaggiano a braccetto da decenni. Quanto agli anabolizzanti (come il nandrolone, ma c’è anche il gh, l’ormone della crescita, che è proibito, ma di uso libero in quanto neppure ricercato nei test) basta dare un’occhiata al fisico dei calciatori moderni. Giganti se rapportati ai campioni solo di qualche lustro fa. Gli effetti della prima (la farmacia) sono bene illustrati nelle confessioni di mogli, amici, colleghi dei tanti giocatori che hanno avuto problemi di salute dagli anni sessanta in qua, riportate in un libro fresco di stampa che ha il coraggio di affrontare lo spinoso argomento ("Palla avvelenata", Bradipo Libri). Giocatori che, come illustra l’indagine epidemiologica del pm Guariniello, spesso hanno pagato con la vita: da Signorini a Beatrice, Saltutti, Rognoni, Segato, Ocwirk, Ferrini, ecc. Su 24.000 soggetti analizzati, le morti sono 400 e 70 quelle "sospette", cioè ipoteticamente provocate da farmaci assunti nel corso della carriera. I danni del secondo, il doping sempre più potente e subdolo, si vedranno fra qualche tempo. Di fronte alla prima ondata di casi-nandrolone, il calcio ha reagito a modo suo: per evitare pene severe è stato perfino sostituito il collegio giudicante della disciplinare Figc e sono state cambiate le regole in corsa. Pochi mesi di squalifica, per salvare il "capitale-giocatori", perché lo spettacolo continuasse senza intoppi, una pena risibile che non ha avuto alcun effetto deterrenza. E’ evidente. Non c’è da meravigliarsi, allora, se qualcuno ci prova ancora.

PETRUCCI, I GUAI DEL CALCIO, L’ETICA E I SOLDI

AGOSTO 2003 - «Giocate e siate etici». Ecumenico. Universale. Trascendentale. Trascendente, perfino. Diabolico Petrucci! Ci voleva proprio il colpo d’ala spirituale del presidente del Coni e della giunta esecutiva dell’immarcescibile ente del Foro Italico per risolvere il caos del calcio nostrano e allontanare i soliti tormentoni estivi! Etica, ecco la parola magica. Anzi: "Etica, etica, etica"; Petrucci la ripete tre volte, riecheggiando antichi rituali massonici. E d’improvviso davanti a lui l’atmosfera sembra schiarirsi. «Giocate e siate etici», ripete. Il commissariamento della Federcalcio per i gravissimi fatti delle fideiussioni fasulle non ci sarà. Il Coni si premurerà di non far pesare neppure un minimo di indagine interna, di quelle facili, rapide, che si sa quando cominciano e poi si perdono nelle nebbie. Andate in pace. Il momento è troppo importante: il calcio dopo anni di governo scellerato rischia di scoppiare. In ballo c’è (ma c’è davvero mai stata?) la poltrona dell’amico, dell’uomo di sport più potente e "trasversale" degli ultimi trent’anni: Franco Carraro. E allora: siate etici! Ai traffichini in federazione alla Trinca e Cruciani, i "rubagalline" dei bei tempi del primo scandalo scommesse; ai truffatori ben noti alle strutture di controllo, pronti a rifilare fregature a ripetizione ai presidenti gonzi (e meno gonzi) di turno; ai bilanci perennemente in rosso; alle truffe, alle gabole e agli escamotage per eludere ed evitare all’italiana contributi e balzelli (leggi Enpals) il numero uno dello sport nazionale risponde con la bandiera della morale. I ladri si convertano e diventino onesti, cioè "etici". Gli imbroglioni cambino carattere e abitudini. Gli approfittatori pensino che rischiano l’Inferno e si convertano al bene.
Sarà l’etica a consentire al tormentato e nebuloso mondo del calcio di uscire dall’ennesima impasse, siatene certi. Gaucci, Preziosi e gli altri presidenti aggressivi si adeguino. Basta caos e tribunali, basta Tar e ricorsi a ripetizione. Etica, please!
E stiano attenti perché il Coni "vigilerà contro il caos". Ma come? Fino ad oggi non ha vigilato come avrebbe dovuto secondo il dettato di legge? Adesso con l’etica si vigilerà meglio. A patto però che si giochi. Già, ma cosa c’entra l’etica col gioco? Beh, questo Petrucci non l’ha spiegato, ma si capisce: c’è il nuovo Totocalcio al via con il campionato, ovvero la più importante fonte di sopravvivenza per il carrozzone del Foro Italico.

"C'è bisogno di abbassare i toni oltre a portare certezza nelle regole", tuona per quanto può il piccolo presidente. Ma non sono le stesse regole (statuti) che il Coni dovrebbe aver supervisionato e uniformato ai propri principi? "Il calcio è la disciplina base del sistema sport nazionale, la prima fonte di finanziamento di tutte le discipline", aggiunge subito dopo. Insomma: etica o soldi? Morale o prosaici interessi? Etica e soldi: è chiaro adesso. Si può dire di tutto del buon Petrucci meno che non sia riuscito nella classica quadratura del cerchio.
Tutto bello, tutto a posto. Peccato che dalle aule della giustizia giunga la doccia fredda. L’accusa per due collaboratori della Covisoc (fra cui un dipendente del Coni) è di corruzione, non solo di falso. Un reato grave. Sufficiente perché Petrucci & C escano dal loro estatico nirvana spirituale e intervengano?

TOUR, CELEBRAZIONI ANTICHE E "MEDIA" INDIFFERENTI

AGOSTO 2003 - Il ciclismo difficilmente uscirà dalle sabbie mobili di doping e dintorni. Non solo perché gli anni degli scandali sembrano aver insegnato poco. Non solo per la palese mancanza di volontà dall’interno del movimento di risolvere quello che si è rivelato come il problema più grosso degli ultimi anni. Ma soprattutto per l’assoluta indifferenza della maggior parte dei media. E in una società in cui i media non sanno o non vogliono (il risultato non cambia) neppure prendere nota di quello che accade sotto i loro occhi, c’è poca speranza che il futuro cambi.

Una indifferenza che - lo hanno ammesso in molti nei momenti caldi degli scandali - è stata certamente concausa nel far lievitare il fenomeno fino alle vicende più clamorose. Una indifferenza, però, che ritorna in modi più o meno evidenti su giornali e tv a commento dell’ultimo Tour de France. Come una vecchia abitudine. Il Tour del centenario, finalmente "sdoganato" dal doping secondo i suoi mentori. Non tutti, ovviamente. Ci sono, vivaddio, felici eccezioni: come "Le Monde" che ha parlato di "nebulosa Armstrong" o "Liberation" che non crede ad un ciclismo limpido con le stupefacenti velocità medie esibite dal plotone in tutti i 20 giorni di corsa.

Dispiace dirlo, nel caso di un collega che stimo e ammiro per altri versi, ma ritrovo un cinismo antico in frasi come "ci sono i controlli, se sono negativi sono negativi", come riferisce Gianni Mura su "Repubblica". Trovo che ci sia un fondo pilatesco nell’atteggiamento che questa frase sottintende. Magari involontario, ma c’è. I controlli antidoping, lo sa bene l’ottimo Gianni, sono assolutamente incapaci di individuare la maggior parte dei prodotti che incidono veramente sulla prestazione. Basta l’esempio del gH, il potentissimo ormone della crescita, di cui al momento non esiste neppure un metodo "validato", cioè accettato da tutti gli organismi sportivi? Inoltre sono controlli "autoreferenti", fatti cioè dalle stesse strutture che vogliono business e spettacolo. Cioè hanno interessi ben distanti dall’accertare se qualcuno imbroglia o meno, se si danneggia la salute o meno, specie se operando così si va contro il business e lo spettacolo. E allora cosa serve dire "ci sono i controlli" se non legittimare una situazione che è ben lungi dall’essere limpida?

Dice: non si può dubitare sempre, altrimenti cosa racconti nello sport? Intanto: gli elementi per non dubitare chi ce li da? E chi ci toglie quelli che portano i dubbi, dopo tutto quello che è successo fino a ieri, quando manca perfino la trasparenza di dire chiaro il nome di quel corridore che è stato trovato positivo all’epo in questo Tour, di precisare il come, dove e quando, invece di far trapelare mezze notizie? E poi perché nello sport si deve sempre "raccontare" e non esercitare il semplice diritto-dovere di cronaca?

E’ illegittimo pensare che in uno sport dove il risultato è denaro sonante (in tante sfaccettature) si faccia ricorso a prodotti che possono determinare sensibili differenze nelle prestazioni e che non sono neppure ricercati nei test? L’allarme di Pound, presidente della Wada, per Atene 2004 (dove il gH sarà ancora una volta di uso libero perché neppure ricercato nei test) è esemplare per tutti. Eppure non basta.

La tesi, un po’ banale, è che bisogna smetterla con i sospetti e invece bisogna avere le prove. Quando ci saranno le prove accuseremo. Il che equivale a dire: anche se quella diga presenta crepe evidenti, ne riparleremo quando avremo le prove delle crepe, cioè quando crollerà. Se sentite dei rumori inequivocabili in cantina vicino alla banca sotto casa cosa fate? Aspettate le "prove", cioè che i ladri sfondino la parete, o avvisate la Polizia? E ancora: credereste mai che ad un asino possano spuntare le ali? Certo che no. Perché? Perché sapete, in base alla conoscenza di alcune leggi di natura, che ad un asino non possono spuntare le ali. Però certi operatori dei media, specie se dietro a un microfono, sono prontissimi a credere ciecamente quando le stesse ali (metaforiche) spuntano a due, tre, quattro supercelebrati pedalatori che sfrecciano a velocità stratosferiche per tre settimane di una corsa massacrante; in tutte le condizioni meteo; in salita come in pianura; sotto il solleone come nella bufera; incessantemente (vedi, ad es., l’ultima crono); in barba a tutte le leggi della fisiologia conosciuta (i fenomeni "nuovi" e sconosciuti sono pregati di mettersi a disposizione della scienza per essere analizzati e collaborare ad una eventuale rivisitazione dei principi, n.d.r.). Perché?

Perfino la nobile Gazzetta, di solito attenta alle problematiche dei "cugini" del Tour, stavolta scivola sulla classica buccia di banana. In una lunghissima intervista (una pagina, martedì 29 luglio u.s.) al "re" dell’ultimo Tour, Lance Armstrong, si sviscera ogni aspetto della sua vittoria e della sua vicenda sportiva e non. Ma non c’è una-domanda-una sul fatto che il texano si appoggia ad un certo Michele Ferrari, il medico maggiormente coinvolto in vicende doping in Italia. "Ci consigliava il doping": questo hanno messo a verbale alcuni testimoni davanti al giudice che ancora lo sta processando. Ci resta la curosità: cosa si va a fare da un medico così? Si preferisce glissare, forse perché il "personaggio" non accetta domande imbarazzanti? E che valore ha un’intervista dove si racconta una verità incompleta?
Tutto come in tempi non lontani in cui parlare di doping voleva dire "gettare fango" sul ciclismo. Salvo poi arrivare, tacendo, ai mega-scandali che tutti conoscono. E che hanno allontanato numerosi sponsor dalle due ruote.
Poi c’è il discorso del cancro. Armstrong, meritevole di encomio da questo punto di vista, si è fatto portavoce per chi lotta e soffre in nome della malattia che lui ha sconfitto. Il suo esempio - quanto meno nel risultato finale - può aiutare a dar coraggio a chi soffre a fargli capire che ce la può fare come ce l’ha fatta lui: con tutti i mezzi. Chiaro che, se si guarda la questione dal punto di vista del ragazzino malato che chiede l’autografo estasiato davanti a "pentavincitore" del Tour, non ci siano argomenti per rispondere. Ma questo aspetto può giustificare tutto? E’ tutta la realtà? E soprattutto può far tacere il cronista su tutto il resto?

PANTANI E IL PREZZO DELLA GLORIA

GIUGNO 2003 - "Non voglio mentire, sono qui per curarmi e non so quanto ci resterò". In queste poche battute, pubblicate dal "Gazzettino", c'è tutta l'amarezza di Marco Pantani alle prese con il Mortirolo più difficile della sua vita: una crisi psicologica ed esistenziale che lo ha portato in una clinica di Teolo sui Colli Euganei per curarsi. Lo scalatore della Mercatone Uno è malato; adesso lo ammette anche il patron della sua formazione, Romano Cenni: "Ci vuole pazienza e Marco merita tutta la pazienza del mondo... - è stata l'ammissione del dirigente intervistato dal Giornale - Cosa vuole che le dica? Marco ha un forte esaurimento, non sta assolutamente bene, ma sono convinto che si tirerà fuori: vedrà, riusciremo a recuperarlo benissimo".
Perchè allora non dirlo, perchè non ammettere che Pantani non sta bene?, gli ha chiesto il giornalista: "Guardi, io sono il Presidente della Mercatone Uno: io francamente lascio che certe cose le facciano l' addetto stampa della società e Boifava che è il team manager. Io, se fosse per me, l' avrei detto: Marco non sta bene, ha un forte esaurimento e ha bisogno di un pò di tempo per ritrovarsi".
Cenni, peraltro, si è detto convinto che il Pirata tornerà a correre: "Ma avete visto cosa ha saputo fare all' ultimo giro d' Italia? Marco veniva da mesi difficilissimi, l' abbiamo tenuto lontano da Cesenatico per diverso tempo e, nonostante non fosse al top, ha corso un grandissimo giro d' Italia: questo alla faccia di chi pensa che sia soltanto un prodotto di laboratorio. Marco è un fuoriclasse, un campione vero, che adesso è costretto a correre la corsa più difficile della sua vita: è tutta in salita, ma ce la farà". Dopo la fuga di n otizie, le smentite del suo manager Davide Boifava (fino a negare l'evidenza), è quindi lo stesso Pantani a voler fare chiarezza sul suo attuale stato di salute. La struttura padovana dove si trova ricoverato è specializzata nella cura di malattie nervose e fenomeni depressivi. 
E' presto per dire quale sarà il futuro dello scalatore che infiammò l'Italia con la doppietta Giro-Tour nel 1998. Certo è alle prese con problemi delicati su cui è inutile negare e imprudente insistere su tesi ottimistiche. Uscire dalla depressione e da quello che ha comportato e comporta ancora dipende ora solo da lui. Pantani è solo. Come quando lanciava i suoi stupefacenti attacchi in salita; allora almeno c'era il supporto di un pubblico fanatico ed entusiasta; ora non c'è nessuno che lo possa aiutare se non se stesso. Allora esibiva una forza e una sicurezza straripante incarnando il mito del super atleta che travolgeva le folle (e il ricordo travolge ancora oggi la mente di molti tifosi); ora quell'amore, quell'affetto che lo aveva lanciato nell'empireo della notorietà e della fama rischia con la sua pressione di essere per lui una trappola. Una trappola che può evitare solo facendo ricorso a tutta la dignità di cui è capace.
Ne ha avuta di dignità al Giro. Lo ha dimostrato soffrendo e lottando. E chi ha pratica di bici sa cosa vuol dire soffrire e lottare dalla sella. Meritando al di là del semplice aspetto del risultato sportivo, che in questi frangenti non conta proprio nulla e fa sorridere chi continua a insistere sul campione che si deve ritrovare per tornare a tal livello a tal'altro. Mettendogli un giogo sul collo che forse è proprio quello da cui lui inconsciamente lui vorrebbe fuggire. Pantani deve ritrovare Pantani uomo, non il Pirata. Deve appoggiarsi ad amici veri, non d'occasione. Disinteressati. Autentici. Non a quelli che lo usano vedendo in lui solo il Pirata che "pompa" un movimento in crisi di credibilità da anni, ormai. 
Il Pirata è morto e sepolto quella mattina di giugno di quattro anni fa a Madonna di Campiglio, quando bussarono a sorpresa alla sua porta gli ufficiali medici dell'Uci, per trovargli il sangue denso oltre ogni regola. La favola bella è finita lì. Era una favola - sciocco nasconderselo - costruita, come tutte le favole, su una non-realtà. Sull'illusione. Sull'inganno. Che era inganno di tutti, di tutto l'ambiente aduso alla truffa attraverso le mille alchimie della farmacia del diavolo. E questo, se da una parte va riconosciuto a Pantani (non può essere lui il capro espiatorio di un sistema fradicio fino alle radici del ciclismo giovanile); dall'altra non può essere un alibi che lava la coscienza. Ora il piccolo scalatore di Cesenatico deve ritrovare giorno dopo giorno la forza e la voglia di vivere come ai tempi di quella favola bella. Sapendo a priori che non ci saranno più favole.  Ce ne vuole di forza e di coraggio. Pantani lo può fare perchè ha dimostrato già in passato di avere carattere. Lo può fare se riesce a darsi un obbiettivo preciso. Perchè ritrovare se stesso vuol dire tutto e nulla. Ritrovare se stesso può essere anche indicare agli altri, ai giovani, agli atleti i rischi e i pericoli di una strada che lui ha percorso fino nei meandri più disorientanti, fino a perdersi. Aveva avuto l'opportunità per voltare pagina, subito dopo l'esplosione dello scandalo. Furono proprio le massime autorità sportive  a offrirgli la via d'uscita e diventare lui il paladino di un ciclismo che vuole cambiare. Forse più per utilitarismo -  il campione-produci-danaro caro ai media fa comodo a tutti - che per magnanimità. Oggi, scandali, perquisizioni, sequestri, arresti e qualche morte di troppo dopo è forse tardi per il ciclismo. Ma Pantani potrebbe ancora essere un paradigma. In questo senso la sua onesta ammissione ("Non voglio mentire, sono qui per curarmi") è un atto da apprezzare. La sua vita e le sue vicessitudini di vita sono già un insegnamento per tutti. Il prezzo pagato alla gloria è stato ed è elevatissimo; fino a metterlo a rischio di perdersi definitivamente. E, al tirar delle somme, c'è da chiedersi amaramente: per un Pantani, ricco, noto, conosciuto, seguito e coccolato, con una via d'uscita comunque sempre davanti, quanti altri giovani, poveri, anonimi atleti si sono perduti e si perdono definitivamente, nelle sue stesse condizioni? Rifletta chi pensa ancora che il doping sia solo questione di peccato veniale; del piccolo imbroglio durante una gara. Ammesso che ci riesca. 

ANTIDOPING, IL CONI VUOL TAGLIARE I CONTRIBUTI E "STROZZA" LA LEGGE 

MAGGIO 2003 - Da una parte i programmi, i proclami e le dichiarate volontà di ridare un'immagine allo sport  tormentato dagli scandali doping. Dall'altra lo stillicidio quotidiano di casi di positività e/o di ematocrito sballato. Una vera e propria emorragia a fronte delle tante chiacchiere sulla severità o meno dei controlli e sulla volontà di affrontare seriamente il problema pensando alla tutela della salute pubblica. Fra gli ultimi casi in ordine di tempo, quello del romano Claudio Astolfi (Domina Vacanze-Elitron), che non è stato ammesso al via del giro di Romandia in quanto ad un controllo ematico preventivo il suo tasso d'ematocrito è risultato troppo alto: 53% contro il 50% massimo ammesso. Mentre per Carlo Calcagni, tesserato della società GS Calcagni Sport un controllo a sorpresa del Coni il 19 marzo 2003 a Salice Terme in occasione del raduno collegiale della crono under 23, ha rilevato la presenza di norandrosterone, un anabolizzante. La federazione ciclistica italiana precisa subito che il corridore non fa parte della nazionale under 23 convocata dal direttore tecnico di settore Antonio Fusi, ma "è un tesserato militare in preparazione al campionato del mondo crono militari che si era aggregato al raduno degli azzurri". Un sottile distinguo che non toglie nulla alla continua emorragia che sta dissanguando la credibilità dello sport e del ciclismo in particolare.  
Cosa succede? Dopo gli scandali siamo ancora in mezzo al guano? Sembrerebbe proprio di sì. Come se nulla fosse successo. Tutto (o quasi) come prima. 
Al ministero della salute, dopo due anni di travagli annunciano che finalmente partiranno i controlli dello stato.  Sbandierano un programma - udite, udite - di ben 750 test 750 (fra quelli "canonici" dopo le gare e quelli a sorpresa) con il quale intenderebbero frenare il doping dilagante. E per corroborare l'intenzione annunciano di aver già fatto ben due-controlli-due: le partite di pallacanestro, campionato maschile A1, Virtus Roma-Oregon Cantù e Pompea Napoli-Snaidero Udine. C'è da far tremare i polsi ai dopati di tutto lo sport nazionale, amatori compresi. Ma poi viene da sorridere, pensando a quando il Coni ne faceva più di 10.000 l'anno e poi alla fine le positività erano dell'ordine dello 0,00qualcosa per cento. Minime, risibili, insignificanti. Tanto da far pensare a qualcuno addirittura che il doping non esistesse. Questa, ad esempio, fu la sentenza della Procura del Coni al termine del clamoroso caso Zeman nel calcio. Salvo poi incappare ad un paio d'anni di distanza  nella tempesta del nandrolone. Non è, dunque, un caso se il doping è cresciuto fino a divenire il mostro che ormai è sotto gli occhi di tutti. Gli scandali a ripetizione non sono serviti. Non servono. E, mentre il Coni e il ministero della salute litigano su chi dei due debba fare i controlli, dopati e dopandi di tutta Italia si fregano le mani. Si gioca tutto sui tempi, dilatati a dismisura. Come se ad un anno dai Giochi di Atene e a tre da quelli invernali di Sestriere circolasse una parola d'ordine segretamente accetta da tutti gli "operatori" del settore: allentare la guardia, frenare e/o inceppare la macchina. Ci sono le medaglie dei Giochi da inseguire. Come se il prestigio di una intera nazione potesse essere appeso ad una coppa o ad un pezzetto di metallo nobile, conquistato magari con l'imbroglio. Il bello è che sono proprio i nostri governanti a sottolineare in un modo o nell'altro questa imprescindibile "necessità". Perché, ad esempio il sottosegretario Pescante insiste tanto sulla (inutile) depenalizzazione dell'atleta quando di interventi costruttivi per rimpolpare e rafforzare la legge 376 ce ne sarebbe bisogno a bizeffe (finanziamento più sostanzioso e certo; introduzione di elementi che rafforzino i poteri di chi indaga, ecc.) ? Perché adesso che la legge possiede una lista di farmaci vietati dignitosa viene frenata e addirittura si vorrebbe non far riunire più la commissione di vigilanza, come ha annunciato l'esimio Zotta, cavalcando, in un perfetto gioco delle parti, le bizze assurde di un Coni che addirittura minaccia di non pagare ciò che invece deve comunque versare per legge? Perché nella commissione di vigilanza si fa un rimpasto in nome del cosiddetto "spoil sistem" e poi nessuno si preoccupa se qualcuno dei nuovi cooptati neppure si presenta alle riunioni? Perché a controllare un meccanismo delicato, come quello delle "missioni" antidoping viene fatta una sottocommissione composta da un medico sportivo, un biomeccanico e un funzionario del ministero della salute? Il secondo, è riuscito nella non facile impresa di non accorgersi in anni di test e di "valutazione funzionale" che un certo Maradona era in realtà tossicodipendente; la terza è una neofita: tanta buona volontà, certo, ma la competenza? 
E la ridicola vicenda del bollino da apporre sui farmaci che contengono sostanze dopanti che fine ha fatto? Sembrava dovesse cascare il mondo se non si fosse affrontata prima di ogni altra cosa questa impellente "necessità". Ora, dopo i mugugni di qualche casa farmaceutica, tutto tace. 
Per fare un convenzione sui test si sono dovuti rivolgere alla federazione medici sportivi (Coni); per stilare le norme hanno dovuto razziare a man bassa regolamenti e disposizioni delle varie federazioni sportive del Coni o scopiazzare su internet; per inviare una relazione sullo "stato dell'arte" della lotta al doping in Italia al consiglio d'Europa hanno ripetuto in bel francese quanto si può leggere in un analogo documento del Coni, un documento Conicentrico, ovviamente, con tanto di esaltazione del ruolo dell'ente, ovviamente. Si voleva tutelare la salute dei praticanti e invece si fanno pochi, inutili controlli solo fra gli agonisti maggiori. Si voleva creare uno strumento di controllo "terzo" rispetto al mondo dello sport e invece, direttamente o indirettamente è ancora lo sport che comanda la danza. Con un unico risultato certo finora: un più basso numero di controlli. Insomma, un fiasco totale.  Lo spirito della legge stravolto e tradito.  
Altro che montagna che partorisce il topolino. Le roboanti dichiarazioni del senatore Cursi sanno tanto di presa in giro. Fiore all'occhiello la storia dei finanziamenti del Coni alla legge, come vuole il dispositivo della 376. E proprio quando la farraginosa macchina dello stato cominciava a muoversi, ecco l'intoppo decisivo: il Coni vuole chiudere i rubinetti. In barba alla legge che lo obbliga, criticabile quanto si vuole, ma pur sempre legge dello stato in vigore, gli ineffabili dirigenti del Foro Italico non vorrebbero pagare più. Cosa è successo? La legge prevede che le tranche annuali da parte del Coni debbano essere versate entro marzo. La quota del 2001, versata nel dicembre 2001, è stata "riportata", come da prassi burocratica sul 2002; ma la quota 2002 - a quanto si apprende da fonti del ministero della sanità - è stata versata su un capitolo sbagliato. Per recuperare quei soldi si sarebbe accesa una lunga prassi amministrativa e si sarebbe arrivati a dicembre 2002 quando il serafico ministro Tremonti ha deciso di far suoi quei soldi. Intercettati, per usare un eufemismo, svaniti, scomparsi, evaporati. Vanificando in un attimo tutti gli sforzi della Cvd, che, fra mille alti e bassi, pure qualcosa aveva prodotto. Cancellato il programma di ricerca (su nuovi metodi antidoping, principalmente: per il gh, ad esempio, non esiste ancora un metodo validato) per il quale erano stati stanziati 920.000 euro, restano si e no i fondi per 750 controlli e i 730,000 euro per la cosiddetta campagna di informazione. Informare chi? Ma prima di tutti i medici, suvvia, per insegnar loro come "osservare" correttamente l'atleta mentre riempie il contenitore di urina...; e poi i pediatri perché imparino ad illustrare il problema ai genitori... Se ce ne avanzerà, l'informazione arriverà agli scolari e alle scuole, ai giovani. Un esempio limpidissimo di chiarezza e valutazione equilibrata dell'importanza dei target da raggiungere. Del resto, la prima preoccupazione nel marasma iniziale non era stata per il fantomatico  bollino? Ora, se la lotta al doping riguarda prima di tutto la tutela della salute degli individui, non si capisce perché debba essere finanziata dallo sport. Ma questo è un altro discorso. E se facesse comodo così? Tanti passaggi, tanta burocrazia, tante possibilità di intoppo: è l'uovo di Colombo.
L'impasse attuale ha già raggiunto il suo obbiettivo: anche se domani stesso il Coni tirasse fuori i soldi che deve versare (alla fine non potrà disattendere la legge), non si riuscirebbe a spenderli prima dell'anno prossimo per le solite lentezze della burocrazia. Come dire che per un anno difficilmente si avranno controlli a regime. Ne servirebbero almeno 6-7.000, ben calibrati, a sorpresa. Se tutto va bene se ne faranno un decimo. E qual'è l'appuntamento più importante della prossima stagione? Ma le Olimpiadi di Atene, ovviamente. Una situazione, dunque che sa tanto di dejà vu. Quando il Coni governava l'antidoping, alla vigilia delle Olimpiadi di Sydney riuscì nella bella impresa di mandare in ferie a luglio (con i Giochi a settembre) la commissione per i controlli a sorpresa. L'allarme relativo agli sbalzi di gh (ormone della crescita) per molti azzurri poi andati a medaglia, segnalato dalla vecchia commissione di "Io non rischio la salute" fu bellamente ignorato e/o sottovalutato. Ora che, dopo le solite vuote polemiche, lo Stato dovrebbe gestire i controlli cosa succede? Vengono bloccati i finanziamenti. Dal Coni. Cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. 

CURZI E LA PROMESSA DEL GOVERNO: ORA L'ANTIDOPING LO FACCIAMO NOI

Aprile 2003 - «Petrucci stia tranquillo. I controlli antidoping da parte dello Stato, come vuole la legge, partiranno fra pochissimo». Il senatore di An Cesare Curzi, sottosegretario al ministero della salute, risponde alle critiche del presidente del Coni Petrucci in una recente intervista a "Repubblica". Petrucci si era lamentato del fatto che lo Stato avrebbe fermato con una lettera i test che il Coni voleva mettere in cantiere, ma fino a questo momento lo Stato non ha fatto un solo test. In effetti, dei 750 programmati entro il 2002, neppure uno è andato in porto. Ma ora le cose dovrebbero cambiare. Petrucci si lamenta dello Stato, ma è il solot gioco delLe parti; infatti, nella commissione di vigilanza della legge (Cvd) ci sono tanti rappresentanti del Coni, almeno 5, e molti amici dell’ente del Foro italico: cosa hanno fatto in tutto questo tempo? «Appunto - ribadisce il senatore - ora siamo pronti però; abbiamo messo a punto una lista di farmaci vietati che è all’avanguardia nel mondo, più precisa e definita di quella della Wada; abbiamo una convenzione con il laboratorio di Roma che è una struttura che funziona e che dobbiamo sfruttare; in una settimana possiamo partire con i test a sorpresa». Obbiettivo ambizioso e forse non troppo realistico nei tempi indicati, almeno, ma non impossibile, se davvero all’interno della commissione affiora la volontà di far funzionare la legge. Non ci sono segnali molto promettenti in merito. L’orientamento, in sintonia con quanto emerso anche nel recente congresso mondiale della Wada a Copenhagen, è quello di procedere per la massima parte a test a sorpresa. Non dovrebbe essere tanto difficile metterne in cantiere un po’. Ma occorrerà partire dalle informazioni indispensabili perché siano veri controlli a sorpresa e dalla necessaria segretezza. Cioè i dati riferiti ai calendari delle varie discipline, agli atleti tesserati, ai loro indirizzi e numeri telefonici, all sedei di allenamento e/o di ritiro. Si tratta di dati che le federazioni sportive dovrebbero già avere, dal momento che li debbono fornire (e continuamente aggiornati) alla Wada, secondo gli accordi e il nuovo regolamento sottoscritto nel recente congresso mondiale. Solo successivamente si potranno stilare controlli mirati in base al coefficiente di rischio di ciascuno sport. Ci si riuscirà? Oppure sarà il solito gioco delle parti? Che lo sport non abbia serie intenzioni di controllare se stesso ormai è abbastanza chiaro. Basti pensare che il Coni non fa controlli ematici (quelli del vecchio programma "Io non rischio la salute", per capirci) praticamente da più di due anni. Il senatore Curzi ribadisce come allo stato interessi veramente la salute dei giovani: «Depenalizzare l’atleta? Sono contrario. Fra qualche medaglia in più e la tutela della salute dei giovani, scelgo la seconda strada», ha detto. Se davvero le cose stanno così, allora occorre dare segnali forti. Cioè far funzionare bene i test a sorpresa, unico, riconosciuto deterrente nella lotta al doping. Ci riusciranno i nostri "eroi"? In seno alla commissione ci sono persone valide, che hanno lavorato bene fin qui, sia pure fra molte difficoltà e molti ritardi. Ma è ancora pesante il condizionamento della "componente" sportiva. Avvisare giorni prima del test a sorpresa - ad esempio - in un ambiente in cui in una sola mezz’ora si possono cambiare le carte in tavola (vedi borracce all’urina, cateteri e simili, come riporta anche la cronaca recente), significherebbe vanificare ogni sforzo. Cioè far finta di fare la lotta e lasciare invece le cose come stanno.

UN PASSO STORICO: I GOVERNI UNITI NELLA LOTTA CONTRO IL DOPING, MA LA STRADA E' ANCORA LUNGA...

Marzo 2003 - "Quello che abbiamo dietro è il medioevo della lotta al doping; quello che viviamo è un nuovo rinascimento, ed ora ci accingiamo ad entrare finalmente nell’era moderna". Trasuda orgoglio e soddisfazione il bilancio finale della conferenza mondiale sul doping nello sport, di Jacques Rogge, il presidente del Cio, il comitato olimpico internazionale. E, in effetti, la tre giorni mondiale di Copenhagen ha portato ad un grosso risultato. Politico, prima che sportivo. I governi si sono resi finalmente conto dell’importanza del problema doping nello sport e nella società ed hanno deciso di cooperare per lottare insieme. Approvano, dunque, il codice unico che prevede regole e sanzioni uguali per tutti. Cercheranno di uniformare le proprie leggi nella direzione da questo indicata. Coopereranno per una convenzione internazionale comune. Per ora in coda alla risoluzione finale che prevede un forte impegno c’è la firma di 50 paesi; quelli "sportivamente" più importanti ci sono tutti, Italia fra i primi. Altri 23 firmeranno a breve. Ma la porta è aperta fino a Torino 2006: si conta – un po’ ottimisticamente - di arrivare a 150 nazioni. In ogni caso, il dado è tratto. Indietro non si torna. E questo è un buon passo in avanti. Piccolo, ma storico e importantissimo. Ora spetterà alle organizzazioni sportive, alle federazioni internazionali dare il proprio assenso. Promettono di sottoscrivere tutti, compresa la Fifa, la potente federazione del calcio internazionale, dopo che la commissione speciale, concordata in questi giorni con l’Ama, avrà messo a punto il meccanismo del minimo della pena, fissato a 2 anni per tutti gli sport, ma che in casi eccezionali (che saranno specificati proprio da questa commissione) potrà essere anche inferiore. Il codice, infatti, non è un "assoluto", ma, come lo ha definito Dick Pound, il dinamico presidente dell’Ama che lo ha fortemente voluto, "una creatura che può e deve evolversi e crescere". Atleti e organizzazioni sportive che non lo accetteranno, comunque, saranno fuori dal movimento olimpico: niente Giochi. L’accordo per le componenti sportive dovrà avvenire prima di Atene 2004. L’applicazione effettiva del codice nel 2006. Passo storico, dunque, anche se qualche motivo per riflettere resta ancora. Uno su tutti: la tanto sbandierata ricerca di una uguaglianza  e di un'armonizzazione delle regole e delle pene nel consesso olimpico - tutti gli atleti uguali di fronte alla "legge" - resta al momento un obbiettivo da raggiungere nella sua totalità. Le eccezioni - poche ma clamorose - prodotte dal semplice "invito" e non dall'obbligo di aderire al nuovo codice per le grande organizzazioni professionistiche di Usa e Canada (baseball, football, hochey ghiaccio, principalmente) rischiano di creare più di qualche problema. In buona sostanza un giocatore di baseball può anche rifiutarsi di sottoporsi alla "routine" dei controlli della Wada per tutto il quadriennio olimpico, magari mettendosi a disposizione solo in vicinanza dell'impegno agonistico. "Chi glielo va a dire ad Armstrong che lui è diverso dai suoi connazionali di football e baseball?", fanno sapere - non senza un pizzico ci ragione dall'Uci, la federazione ciclistica internazionale. La scappatoia c'è già ed è rappresentata dai quei "casi eccezionali" di doping non intenzionale di cui una speciale commissione cui prenderà parte anche la Fifa, definirà a breve la casistica dettagliata. Insomma quello che avrebbe dovuto essere un punto di arrivo, sarà invece un punto di partenza. Ma il passo compiuto è comunque importantissimo. Se sarà davvero l'inizio di una nuova era lo dovranno dimostrare adesso tutti i dirigenti sportivi. I governi la loro piena adesione l'hanno data e questo cambierà certamente gli equilibri in campo, dando alla Wada, la cui caratura sopranazionale dovrebbe passare attraverso il riconoscimento ufficiale dell'Unesco (il che semplificherebbe molto i rapporti con gli Stati) un grande potere. Il meccanismo di controllo del doping si sposta sempre più al di fuori del mondo dello sport, come era auspicabile. Al Cio resteranno - se vorrà - solo le Olimpiadi. Alle federazioni internazionali e nazionali i test che vorranno. Ma su tutto vigilerà la Wada, che avrà il massimo potere. Forse a qualcuno dei vecchi dirigenti sportivi la cosa non piacerà del tutto. E forse per questo già circolano voci di un tentativo di formare una sorta di "dependance" europea della Wada;  la tesi è: il vero antidoping si fa in Europa . Ma certe manovre del passato risultano più difficili adesso che si sta diffondendo a livello governativo una coscienza più dettagliata e precisa di cosa significhi il doping nello sport, nella società e fra i giovani. E comunque chi non ci sta dovrà venire allo scoperto; dire no. E allora si capirà chi è davvero contro il doping e invece chi fa solo finta di imbastire una lotta cui in realtà tiene pochissimo. In ogni caso, adesso Rogge promette severità: niente sconti a chi non aderisce, saranno fuori dai Giochi. Ma l'ipotesi, ad esempio che possa essere lasciato a casa - ad esempio - il "Dream team" di basket, quando all'epoca l'ex presidente Samaranch avrebbe fatto carte false pur di averlo ai Giochi, visto che trascinava un'ingente fetta di diritti tv, appare davvero esile. Si troverà un compromesso, molto probabilmente. Le cose da fare sono ancora tantissime perché gli atleti non siano più "laboratori chimici ambulanti", come ha detto Pound. A cominciare dalla messa a punto degli standard dei laboratori (cancellata ieri una sostanza vietata: la sinefrina; ciò che rende già obsoleta la lista varata dopo due anni di faticose discussioni dalla CVD, la commissione di vigilanza sul doping della legge 376/2000…). Per finire all’accelerazione della ricerca: il doping genetico batte alle porte e siamo ancora alla dichiarazione di intenti. Pound ha perfino accennato alla possibilità non del tutto irreale di creare una rete di "infiltrati" per conoscere e scardinare dall’interno un meccanismo che è lo stesso o quasi della mafia o della delinquenza comune. E, in effetti, a questo tema sta pensando anche il sottosegretario Pescante con una proposta di modifica della legge antidoping che preveda la possibilità dell’acquisto simulato e limiti inferiori di possesso di sostanze vietate per fare scattare lo spaccio. Più forza a chi indaga, insomma. Iniziativa non disprezzabile. Peccato, però, che l’Italia in questo quadro felice, figuri penosamente in debito. Il nostro beneamato governo non ha versato la sua quota (circa 505 mila euro) per il funzionamento dell’Ama. Come alcune nazioni del terzo mondo. Hanno pagato gli Usa, che questo nuovo codice hanno digerito a fatica per il peso della loro componente professionistica: football e baseball sono semplicemente "invitati" ad aderire (ma – ripete fermo Rogge - chi non accetterà il Codice non farà i Giochi); ha dato il suo contributo (volontario) il Vaticano che non ha atleti se non nello spirito. L’Italia resta in "sur place". Una brutta figura che Tremonti &C potevano risparmiarci.

IL CONI E IL PIANO "INDUSTRIALE": SOLO UN CASTELLO DI CARTE

Febbraio 2003 - Lo hanno battezzato pomposamente "piano industriale" e, dopo che in varie versioni e confezioni (pagine e argomenti diversi) è circolato per settimane nei corridoi dell’ente, lo hanno finalmente presentato alla stampa. Una riunione voluta dal segretario generale Raffaele Pagnozzi, ufficialmente per "fornire cifre ufficiali, dunque credibili" a fronte delle indiscrezioni apparse su alcuni organi di stampa. Il Coni da rifondare, attraverso un complesso gioco delle parti regolato da un autentico ginepraio di leggi e decreti, affidato a coloro che lo hanno portato all’attuale disastro economico e che - a parole - vorrebbero rilanciarlo. Basterebbe questo: il "salvataggio" sarebbe (il condizionale è d’obbligo) operato dagli stessi personaggi la cui evidente incapacità gestionale è adesso perfino certificata da un voluminoso dossier (quello offerto alla stampa - a colori - è di 76 pagine, ma sembra ne circoli già un altro di circa 100...), della Boozen Allen Hamilton. Società "americana" e non belga, precisa Pagnozzi, correggendo quanto apparso su SportPro. Americana, ma con qualche componente italiano o addirittura napoletano visto che (pag. 71) l’Istituto di Scienza dello sport è volgarmente definito "Istituto Scienzia". Per 250.000 euro (mezzo miliardo di vecchie lirette, non poco in questi tempi di magra) forse sarebbe stato logico pretendere almeno una efficiente correzione di bozze. Ma tant’è.

Il dossier consta di una parte agiografica in cui si magnificano i risultati del Coni in campo sportivo e di una parte tecnica (Stato di avanzamento delle attività; Piano industriale vero e proprio). Si parte dall’analisi dell’ente per ridisegnarne la struttura organizzativa in funzione dello sgraziato neologismo che circola da qualche tempo al Foro Italico: "efficientamento". Rendere, cioè, efficiente il carrozzone dello sport nostrano.

Il valore del documento è chiaro fin da subito. Come citano gli stessi autori (pag 15) esso "rappresenta il risultato delle attività svolte dalla Booz Allen Hamilton nel periodo 18 novembre - 17 dicembre 2002 sulla base dei dati e delle informazioni fornite dalla Coni servizi Spa fino a tale data; tali dati non sono stati verificati in modo autonomo da Booz Allen Hamilton". Attività basate principalmente su interviste al personale. Insomma, una disamina che si fonda su dati totalmente autoreferenti. Inoltre, il piano industriale 2003-2005 è formulato "in attesa dello stato patrimoniale", costruito, cioè, sulla base "di ipotesi condivise con il management di Coni Servizi Spa". Dunque, non si fonda su dati assoluti, ma su semplici ipotesi. Quelle fornite dal Coni.  Tutte da verificare, ovviamente. Anche perché trattare lo sport nella sua atipicità come se fosse un semplice prodotto da piazzare sul mercato non sembra certo la via migliore. Vedi il caso del numero di dipendenti fatto dipendere dalla superficie operativa su cui lavorano. Vista così, in alcune sedi periferiche, c'è uno squilibrio. Ma sono standard che vanno bene per le industrie. Lo spazio alla periferia, spesso serve per le riunioni delle società e dei dirigenti di base: dove si faranno? Sulla piazza del paese in alternativa?

Così anche la girandola di grafici e di cifre sventolata come bandiera dei grandi successi dell’ente lascia il tempo che trova. Spesso i grafici non segnalano miglioramenti significativi; anzi, certificano l’inerzia. Alcuni, negli ultimi 5 anni, hanno un andamento pressochè piatto, come la percentuale di uomini che praticano sport continuativamente o saltuariamente: dal 35% al 35,7% dal ’95 al 2000, segno che i progressi sono davvero inconsistenti. Alcune cifre, poi, sono piuttosto datate, dunque perdono di significatività; come quelle relative agli impianti sportivi, che risalgono al 1997; ben sei anni fa. Senza contare che il problema degli impianti non è la loro realizzazione quanto il loro uso e, sopratutto, la loro gestione: questo nel mondo dello sport lo sanno tutti, meno la Booz Allen Hamilton. Mentre altri, come le statistiche delle medaglie olimpiche, tradiscono un andamento quanto meno singolare, con picchi in corrispondenza del periodo di massima floridezza della "convenzione" del Coni con il centro di Ferrara, attualmente sotto processo per fatti di doping, e cali improvvisi in corrispondenza dello scoppio dello scandalo. Si vedano le medaglie dei giochi invernali che a Lillehammer ’94 si raddoppiano (20 fra oro, argento e bronzo) rispetto a Albertville ’92, per dimezzarsi poi a Nagano ’98. E resta insoddisfatta la domanda che viene spontanea in questi casi: quanto ci sono mai costate queste medaglie in epoche in cui il Coni viaggiava sui 1.100 - 1.200 miliardi l’anno grazie al florido getto del Totocalcio? Quanti altri paesi avevano queste disponibilità? E’ cresciuto il mondo sportivo italiano in proporzione alla spesa? Ha risposto il Coni alla delega totale ottenuta dallo Stato? Non una riga nelle 76 pagine del dossier della Booz Allen Hamilton per tentare di dare una risposta.

Un dossier che pure individua una serie di mali nell’ente ben noti ai frequentatori del mondo sportivo, senza bisogno di grandi indagini conoscitive. E cioè: alta frammentazione e duplicazione di attività; polverizzazione di attività chiave; sbilanciamento dei livelli gerarchici; circa il 40% delle risorse degli uffici impegnata in attività di supporto; personale distribuito in modo non omogeneo; bassa efficienza organizzativa; non chiara attribuzione delle responsabilità; processi decisionali lenti; difficoltà di controllo dell’organizzazione; elevato costo del personale; duplicazione dei costi. In una parola, burocratismo e inefficienza "benedetta" per anni dal florido gettito dei pronostici. Insomma: una bocciatura, una stroncatura totale. Eppure gli artefici di quel disastro sono ancora tutti lì. Un castello di carte, crollato miseramente non appena i finanziamenti dei giochi sono andati in crisi. Senza che nella lunga agonia economica, che dura da più stagioni ormai, i massimi dirigenti - che ora si piccano di voler risanare l’ente - abbiano saputo fare qualcosa.

I rimedi sono presto individuati. Al di là delle roboanti definizioni americaneggianti come "governance", " allineamento su best practices interne", "efficienamento" ecc. la cura passa prevalentemente attraverso un drastico ridimensionamento del personale che complessivamente costa, secondo Pagnozzi, 112 miloni di euro l’anno. A regime, il nuovo Coni dovrebbe avere al massimo 670-770 dipendenti, dice la Booz Allen Hamilton. Ma le cifre scritte e quelle riportate a voce dal solerte segretario generale non coincidono. Il documento parla di 187 unità che passerebbero al Ministero del Tesoro che gestirà i concorsi a pronostico. Concorsi, che però - dice il segretario Pagnozzi - il Coni rivorrebbe gestire in proprio. Il che dà la misura di quanto le idee siano chiare al Foro Italico. Si taglia il personale deputato ai giochi (che negli anni ha maturato la sua esperienza) e nello stesso tempo si chiede di mantenere la gestione. Come? Con quali "risorse"? Non viene spiegato. Altre 169-190 "risorse" sarebbero "liberate" dal Coni centrale (a seconda degli scenari più o meno aggressivi) e 60-120 dalla periferia. Si tratta di persone messe in "mobilità". Il che vuol dire, nella migliore delle ipotesi, trasferiti ad altro ente (ove sia possibile). L'alternativa però c'è: è la cassa integrazione (finchè dura) e il licenziamento. Poi ci sarebbero i pensionamenti presso la Coni servizi: fra 105 e 130. Pagnozzi riferisce dei 187 addetti ai concorsi e di 330 unità complessivamente fra centro e periferia. Totale: 517 dipendenti "risparmiati". Contro i 521-627 dell’ipotesi Booz Allen Hamilton.

"Non lasceremo nessuno per strada", si affretta a spiegare Pagnozzi, ma il rischio resta e il passaggio di tutto il personale dal vecchio Coni alla gestione della Coni spa allunga ombre preoccupanti. Infine sulla stampa trapelano ancora altre cifre: sarebbero i 201 dirigenti (oltre il 10% del totale) la causa degli insostenibili oneri del personale Coni. Ma l’associazione sindacale fa sapere che sarebbero in tutto solo 93, pari a poco più del 3% dei dipendenti. E una lettera di protesta è partita verso il ministero della funzione pubblica. Ci sarebbero da scremare eventualmente - in prima analisi - i cosiddetti "comandati", i consulenti esterni a carico dell’ente. Ma la voce non compare chiaramente in nessuna parte del cosiddetto "piano industriale". 
Quanto agli esiti finali dei tanti "sacrifici" non c’è da farsi illusioni: il risultato netto fra ricavi e costi - fra un ondeggiamento e l’altro - non migliora. Anzi. Meno 185 milioni di euro per il 2005 contro i meno 147 dell’anno appena concluso. Insomma, tanti sforzi per nulla. 

Diminuire le spese (e qui la voce più "pesante" è quella del personale da alienare) e aumentare le entrate: questa l’elementare conclusione del dossier. C'era bisogno che lo dicesse la Booz Allen Hamilton? Via...E poi, le entrate. Quali al di fuori delle percentuali dei giochi? Valorizzare - recita il dossier - l’affitto degli ex immobili del Totocalcio (ma se il Coni rivuole la schedina...); aumentare i prezzi medi e i contributi dei singoli per l’uso egli impianti (ma a chi chiedere soldi, alle stesse società sportive che da sempre navigano fra mille difficoltà economiche al punto da ottenere persino sgravi particolari per legge?); valorizzare l’attività della Scuola dello sport con nuovi corsi a pagamento (chi li farà se si allontanano i dirigenti?), rivista a pagamento, formazione alle federazioni a pagamento. Ma se già adesso che corsi e formazione sono gratuiti sono pochissime le federazioni che frequentano, cosa succederà quando dovranno pagare? Insomma siamo sul velleitarismo spinto. Anche perché nella migliore delle ipotesi la possibilità in percentuale di incidere sui ricavi di queste voci è davvero minima.

Quanto alla gestione futura, il meccanismo sarebbe questo, stando a quanto dice il segretario Pagnozzi, nelle cui mani si sta raccogliendo gran parte del potere decisionale: il Coni decide e dispone del flusso di denaro; la Coni spa, decide a sua volta quello che ha già deciso il Coni. Per di più avvalendosi di una larga maggioranza (3 elementi su 5) di membri del proprio consiglio di amministrazione che siedono anche nella giunta Coni. Cosa potrà cambiare in queste condizioni?

CONI: IL DISASTRO DI PETRUCCI &C E LE LACRIME DI COCCODRILLO

Gennaio 2003 - Piangono. Pietiscono soldi. Si raccomandano. Il pellegrinaggio verso quelle che una volta erano le aborrite aule della politica è ormai quasi quotidiano. Al limite del fastidioso. Lo sport italiano affonda nei debiti e dal Foro Italico si alzano alti lai: "E’ vero, lo sport è malato ", pigola il presidente Petrucci dalle colonne del "Corriere della sera". E poi aggiunge serafico: "Ma se arrivano i soldi lo salviamo". 
Come sempre, benevoli, i "media" raccolgono il lamento. "Imbeccati" dal solito ufficio stampa puntualissimo quando si tratta di battere cassa per l’ente? Chissà. Il dato certo è che "quella" intervista lamentosa viene pubblicata il giorno stesso della visita dei due massimi responsabili dell’ente al sottosegretario Gianni Letta, il plenipotenziario berlusconiano addetto alle trattative sportive. Petrucci e il segretario Pagnozzi accompagnati dal loro mentore, il presidente della Federcalcio Carraro, tutti a lamentare il disastro economico comune e a chiedere aiuto. Per il calcio, una vera voragine da 1000 milioni di euro e il rischio, definito concreto, di dover fermare lo sport più popolare del Bel Paese. Addirittura in anticipo, il giorno prima, "La Repubblica" aveva dedicato ai conti del Coni una mezza pagina: "...un buco di 344 miloni" (di euro, naturalmente; cresciuto del 50% rispetto all’anno prima). Con osservazioni dall’allarmistico, al catastrofico, ma senza la domanda obbligatoria in questi casi: chi è, chi sono i responsabili di tale "caporetto"? Una disfatta abilmente mistificata e nascosta se solo un anno fa, nel dicembre 2001, annunciando una non meglio identificata "relazione programmatica", i massimi dirigenti del Coni sostenevano che con la "riforma" da loro progettata entro il 2003 ci sarebbe stato il pareggio fra entrate e uscite.
Ma se il Coni è vicino alla bancarotta, il calcio gli fa una bella concorrenza; risultato operativo del 2002: meno 948 milioni di euro (erano 677 nel 2001); i soli debiti della serie A toccano i 2459 milioni di euro contro i 1805 dell’anno precedente. Come dire: alla cattiva amministrazione precedente si assomma quella successiva, anno dopo anno, nonostante promesse di risanamento solo vagheggiate. Reiterata incapacità, o mancata volontà di gestire bene? Fate voi. In entrambi i casi il risultato finale non cambia: tutti in processione dal governo.
A Letta i massimi responsabili dello sport nostrano non possono che illustrare i termini di un disastro clamoroso. Un disastro di cui essi stessi sono stati per anni gli artefici. Fra i tanti esempi possibili, il caso più d’attualità è quello dei quasi mille assunti nei primi anni ’90 (per lo più amici, figli di amici e di dipendenti, n.d.r.). Per testimoniare la "necessità" di tali assunzioni basti considerare che molti di loro quando entrarono al Coni, non avevano nè ufficio né scrivania. Entravano, timbravano il cartellino e (i più solerti) passeggiavano per i corridoi. Petrucci oggi ammette che allora i soldi c’erano e non ci si preoccupava tanto: "Quando abbiamo assunto, gli ultimi nel ’92, il costo del personale era il 20% del bilancio, oggi siamo al 50%". Ora si parla di tagli, ovviamente. In ballo 1000 esuberi. Se basteranno.
Ma il bello è che in questa situazione da terremotati dell’economia, i nostri eroi si prendono perfino la briga (il lusso?) di farsi certificare il disastro. L’operazione, effettuata dietro il paravento del nuovo "piano industriale", è effettuata dalla Booz Allen Hamilton, società belga, per la modica somma di 250.000 euro (mezzo miliardo di vecchie lire). Ora, è quanto meno singolare che nello stato asfittico delle casse dell’ente si spenda tale non indifferente cifra per certificare ciò che si conosceva - che tutti al Coni conoscevano - e cioè il disastro di gestione dell’ente che ha portato quasi alla bancarotta. Di questo, il sindacato dirigenti del Foro Italico, che nel luglio scorso aveva presentato un proprio progetto di risanamento, si era lamentato ufficialmente.
Ed è altrettanto singolare che gli artefici dello stesso disastro si propongano, ora, senza alcun pudore, come i "salvatori" della patria sportiva. Cosa è successo nel frattempo? Hanno subito tutti una inspiegabile metamorfosi? Sono stati folgorati dallo Spirito Santo sulla via di Gianni Letta? Hanno acquisito abilità tecniche e manageriali di cui non c’è traccia in anni ed anni di loro dissennato governo? Chiedono soldi (direttamente o indirettamente) al governo; ma per fare cosa? Quello che non hanno saputo fare in lustri di florido, straripante benessere?
Già, perché la combinazione delle circostanze vuole che gli stessi responsabili del disastro come membri del governo Coni siano adesso - e con maggioranza assoluta (tre membri su 5) - anche nel consiglio di amministrazione della Coni Spa, cui la "riforma" Tremonti delega "in toto" la gestione economica dell’ente. Insomma, la crisi della Fiat qualcosa ha pure prodotto; vedi le dimissioni di qualche massimo dirigente. Nello sport tutto va avanti a tarallucci e vino: i responsabili del fallimento attuale sono gli abborracciati amministratori di una molto improbabile rinascita. E magari nella duplice veste di dirigenti Coni e amministratori della Coni Spa raddoppiano lo stipendio, come dice il tam tam dell’ente . Ma queste - ovviamente - sono solo malignità.

L'ANTIDOPING DELLA MATRIOSKA  

DICEMBRE 2002 - A che punto siamo con la lotta al doping? Tralasciando per un attimo il contraddittorio mondo dello sport, assai poco credibile nella su azione (sono sempre più le federazioni che rinunciano ai controlli per mancanza di fondi e siamo sempre nel perverso meccanismo controllato-controllore), cerchiamo di capire cosa ha combinato in due stagioni intere e con un finanziamento di circa 6 miliardi di vecchie lire, la commissione che gestisce la legge antidoping (376/2000). Non c'è molto da capire, perché tra una polemica e un rimando, la cosiddetta CVD, ha combinato ben poco. Nulla? Non proprio. All'interno della commissione c'è più di qualcuno che lavora con entusiasmo e buona fede. Ma si va vanti a singhiozzo. Ad esempio: viene approvata una lista di sostanze vietate incompleta e subito occorre procedere ad una integrazione che renda il tutto qualificante sopratutto a livello internazionale. Si individua questa nuova aggiunta, ma si incappa inesorabilmente nella  burocrazia: quanto ci vorrà perché passi il nuovo decreto? Nessuno lo sa e nessuno lo può dire. Tempi da era geologica, presumibilmente. Così, intanto, quelle sostanze pericolose e vietate potranno essere consumate a piacere. Non si progredisce, dunque. Non si riesce ad incidere che in superficie su di un fenomeno, sempre più sfrenato e dilagante, come conferma con cadenza quasi quotidiana l'attività di sequestro degli organi di giustizia. Il doping galoppa, si paventa già il terribile intervento genetico, di fronte al quale si è al momento totalmente scoperti (quando qualcuno comincerà a pensare seriamente e concretamente a cosa fare in merito?) ma l'ineffabile commissione, guidata dall'altrettanto ineffabile Zotta esita, tergiversa, rimanda, si incarta in mille rivoli burocratici. Fredda, gelida, insensibile. Uniche emozioni: quando all'ordine del giorno compare il tema di come distribuire i soldi. Soldi per la convenzione con la FMSI - innanzitutto - cui saranno affidati i test. Si parla ovviamente del prossimo anno e nessuno al momento sa dire in termini concreti quando si comincerà. Perchè? Perché il farraginoso meccanismo dei burocrati funziona come  la ben nota matrioska sovietica: apri una bambola  e ne trovi una più piccola; apri quella e ce n'è un'altra ancora e via dicendo. Con una differenza: per quanto riguarda la commissione il processo è senza fine. La bambolina più piccola non si trova mai. La convenzione, infatti è firmata, ma i test (ne avevano sbandierato ben 750 da fare entro l'anno 2002, ovviamente mai fatti) non può partire. Perché nelle norme attuative della legge, sta scritto -  encomiabile lungimiranza - che prima di far partire i test si deve mettere in piedi la commissione di vigilanza sui medici e laboratori che effettuano i controlli. Ci vogliono, cioè, i controllori dei controllori. Ultimo episodio del calcio a parte (le provette mal sigillate), nessuno nel mondo dello sport ha mai dubitato in passato della efficienza dei medici prelevatori e, tutto sommato, non si tratta di un lavoro particolarmente difficile, basta rispettare una procedura stabilita e codificata e poi ...osservare l'atleta mentre espleta il suo "bisogno". Cioè mentre fa pipì. Ma tanto zelo, se non ha una spiegazione ragionevole, un obbiettivo, tuttavia, lo centra. L'ISS (Istituto Superiore di Sanità) mette in moto i suoi ispettori e la CVD paga. Risultato: si sottraggono al già magro bilancio dell'antidoping ulteriori risorse. Non si tratta di cifre strabilianti, certo: 110 mila euro per un centinaio di controlli, 220 milioni circa di vecchie lire; ma per le magre finanze a disposizione della legge non sono pochi. Per fare cosa, poi? Mandare dei controllori a controllare che i medici prelevatori facciano bene i controlli. Insomma, una sorta di matrioska all'italiana. Ogni spedizione, infatti, fra spese e "consulenze" dovrebbe venire a costare circa 1000 euro (2 milioni circa di vecchie lire) e con 110 mila circa se ne dovrebbero fare un centinaio. Davvero troppo a fronte di 400 interventi preventivabili (se ciascun medico dovesse fare almeno 4 prelievi). Ma tant'è. Il dispositivo è passato. Per il rotto della cuffia (un solo voto), ma è passato.  
Comanda la burocrazia. A fronte degli immensi problemi del doping a cosa si pensa in questo momento? Niente popò di meno che allo "spoil sistem" una  formula fredda e anodina per nascondere i rimpasti di matrice politica. Mentre si è atteso per lunghissimi mesi di reintegrare importanti ruoli scoperti (vedi la nomina solo recentissima del dott. Calabrese), ora si vorrebbe fare una selezione le cui motivazioni sono tutte da chiarire e spiegare (prima vittima illustre nientemeno che l'olimpionica del judo Emanuela Pierantozzi); una cosa che ha poco a che vedere con le necessità e la funzionalità della commissione stessa. 
Piuttosto che cedere una spilla si preferisce che i controlli antidoping non vengano effettuati. Una prova? Proprio in questo periodo gli organizzatori della Maratona dles Dolomites, una delle più grosse manifestazioni cicloamatoriali italiane (8.500 iscritti), scottati dal blitz della Finanza nell'ultima edizione, hanno deciso di dare un importante segnale e di mettere nelle clausole d'iscrizione l'accettazione dei controlli antidoping, che, ovviamente pagheranno in proprio. Si sono rivolti ad un laboratorio di Padova, un laboratorio di livello internazionale con tutti i crismi quanto a strutture, metodi, macchinari, professionalità, capacità e affidabilità di analisi. Però sorge un dubbio. Può un laboratorio pubblico effettuare test antidoping pagato da un privato? Il tema è interessante. Nel marasma attuale verrebbe da dire che non solo può, ma trattandosi di un organizzatore di una grande manifestazione "a rischio", deve. E invece non si può. Cioè, non si può vietarlo, ma non si può autorizzarlo neppure. Lo si evince da uno scambio epistolare dell'ultimo settembre fra il presidente Zotta e il presidente dell'Udace, uno degli enti di promozione sportiva. Uno scambio in cui Zotta risponde a nome della commissione, senza che i membri della commissione siano mai stati interpellati in merito. L'attività antidoping, infatti, è disciplinata dalla legge che determina anche la divisione delle competenze alle regioni, che dovrebbero appoggiarsi a laboratori locali. Ma qui sta il punto: la commissione (CVD) a due anni dal varo della legge deve ancora stabilire quali siano i requisiti base perché un laboratorio regionale possa fare antidoping; cioè quali siano i laboratori regionali; dunque, non essendoci questo riconoscimento anche i laboratori tecnicamente più all'avanguardia non possono operare in merito. Questo è addirittura in contrasto con quanto prevedono gli ordini professionali (dei chimici, dei medici, dei biologi, ecc.) che abilitano all'esercizio dell'attività attraverso l'esame di stato. Non è, questa, un'altra bella matrioska? Morale: quei test antidoping probabilmente non si faranno.  Con buona pace di chi vuole continuare a doparsi.  
Sorvoliamo per carità di patria sul resto. Come il famigerato bollino sui farmaci. Ricordate? Il tanto indispensabile bollino che avrebbe dovuto segnalare sulla confezione e nel cosiddetto "bugiardino" il contenuto dopante dei farmaci a rischio? Sembrava che non se ne potesse fare a meno: è stato fra i primi punti all'ordine del giorno della CVD; prima della lista dei farmaci (approvata ed ancora incompleta...); prima dei criteri per individuare i laboratori regionali di controllo, strumento indispensabile per far funzionare la legge anche in quei settori (sport amatoriale, palestre, ecc.) per i quali era stata pensata; prima delle procedure dei test; prima della formazione e informazione: compiti pure assegnati dalla legge. E adesso? Adesso non se ne sente più neppure parlare. Pressioni delle case farmaceutiche che temono cali nelle vendite? Per carità! Honni soit qui mal y pense. 

 CVD E CONTROLLI ANTIDOPING, LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO

SETTEMBRE 2002  - A quasi due anni dal varo della legge antidoping (dicembre 2000), partono finalmente i primi controlli. Un lotto di 750 test, tutti a sorpresa, e poco altro costituisce il magro bilancio dell’attività tanto frenetica quanto poco concludente della CVD, la commissione di vigilanza sul doping. I test li farà la Federazione medici sportivi, con una convenzione da circa 950.000 euro (circa due miliardi di lire), così uno degli obbiettivi che erano nello spirito originario della legge, quello cioè di trasferire fuori dal mondo dello sport, sommerso dagli scandali doping, responsabilità e controlli cruciali (evitando il solito giro vizioso controllato-controllore) è stato vanificato. Inoltre, saranno semplici test sull’urina e per di più limitati agli atleti agonisti. Resta fuori la gran massa dei praticanti lo sport dagli amatori ai frequentatori delle palestre, esclusa da una limitante definizione nell’articolato della stessa legge che nessuno al momento pensa di ritoccare. E così un'altra fetta dello spirito della legge, il tentativo di tutelare la salute di tutti, se ne va a ramengo. In tempi di doping ematico dilagante e di nuove frontiere (genetico) è come uscire dalla trincea col fucile a tappi. Ma tant'è. Anche se, faticosamente e fra mille difficoltà, qualcosa sembra muoversi anche sul piano della ricerca con la presentazione di un pacchetto di studi che nei prossimi due anni dovrebbero portare a migliorare i mezzi tecnici per combattere il doping. Ovviamente se riusciranno a raggiungere gli obbiettivi promessi. 

L’importante, dicono in commissione, era partire subito. Bugia. Non sarà proprio così. Il presidente della FMSI, infatti, ha spiegato all’ultima adunata che ci vorrà tempo per istruire i medici. Se va bene si partirà fra un mese. Come poi si riescano a fare 750 test in soli tre mesi lo sanno solo loro. Quando questi esami - la cui procedura è lunga e complessa - erano affidati alla vecchia commissione del Coni (altra pratica, altra esperienza...) ci voleva un anno intero per farne 1.000. Ora, all’improvviso, si marcerà a razzo? Chissà.

Ma dove ha superato se stessa l’ineffabile CVD (commissione di vigilanza) è nella confezione della lista delle sostanze proibite. Pervasa dalla frenesia di mettere un inutile bollino che segnali sulla confezione farmaceutica i rischi doping dei prodotti contenuti (inutile perché, ovviamente, non vale per i farmaci acquistati all’estero); frenata da mille vuoti timori, ha finito per stilare una lista dalla quale - secondo gli esperti - non solo mancano qualcosa come 189 sostanze che hanno effetti dopanti; ma che, se possibile, è peggiorativa rispetto a quella della Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Ciò che la rende assolutamente inutile. Entro il 2003, infatti, dovrà essere buttata nel cestino. Per quella data tutti i regolamenti nazionali antidoping dovranno adeguarsi alla Codice Mondiale della Wada, pena l’esclusione dall’organizzazione dei Giochi Olimpici. E l’Italia non può rifiutare, avendo in ballo le Olimpiadi di Torino 2006. Dunque un anno di lavoro sprecato, perchè per approdare a quella lista, inferiore a quella proposta dal mondo dello sport, tanto c'è voluto. Un anno anche di risorse sprecate. Qualcuno renderà conto a qualcuno di tutto cio?
Insomma, siamo di fronte ad una legge che abbisognerebbe di qualche ritocco per funzionare meglio. Ma si pensa ad altro. La legge è mal finanziata (i pochi soldi vengono da un bilancio Coni sempre più asfittico, eppure nessun politico si sogna minimamente di intervenire per migliorare la legge in questo senso), il suo ambito è ristretto ai soli agonisti (e Dio solo sa quanto il doping sia diffuso fra gli amatori e le palestre...), la sua efficienza è limitata dai soli test sull’urina al momento e a cosa si sta pensando? A depenalizzare l’atleta che si dopa, togliendo così agli inquirenti importanti strumenti d’indagine. Vanificando, insomma, l’unico lato efficiente e operativo della legge. Si equivoca sulle richieste della Wada, che in nessuna parte del suo Codice mondiale fa cenno alla depenalizzazione dell’atleta. Anzi, lo responsabilizza ancora di più specificando che "gli atleti sono responsabili di tutte le sostanze che vengono trovate nei test antidoping" che li riguardano e a nulla valgono le intenzioni buone o cattive, gli errori o l’uso inconsapevole. Inoltre la Wada sanziona anche il semplice possesso di sostanze vietate e perfino il "tentativo d’uso". Per chi vuole cambiare la legge, invece, l’atleta è sempre innocente dal punto di vista penale. C’è una delega già pronta per far saltare del tutto il provvedimento e l’ultimo baluardo - le giuste esitazioni di AN - sembra sia stato spazzato via dalla spregiudicata decisione dei "forzisti". Amen. Del resto, con un governo che presenta personaggi molto vicini al vertice coinvolti in questioni di droga c’era da aspettarsi di meglio?