EDITORIALI 2004 Torna alla Home Page

MA COSA C'ENTRANO PESCANTE E IL CONI CON LA LOTTA AL DOPING? IL CICLISMO TORNA ALL'ANTICO: RIECCO LA VECCHIA EMOTRASFUSIONE
I COLLARI D'ORO DEL CONI: DOPATI PURE, CHE POI TI PREMIO... LA CONDANNA DELLA JUVE; SERVIRA' LA LEZIONE?
ATENE, SENZA LE SQUADRE MILITARI PER IL CONI SAREBBE UN FLOP DAL MONTE E LA LEGGE 376: “NON SONO LE TAVOLE DI MOSE’” 
GLI ORI DI ATENE E LE "ILLUSIONI"  DEI MEDIA LA MORTE DI PANTANI E GLI EQUIVOCI SU UNA PERIZIA
DAL MONTE, LA LOTTA AL DOPING E L'ATLETA CHE "INVECCHIA"  LE CONFESSIONI DI CHRISTINE: FACILE ORA SPARARE SUL MORTO 
DAL CASO PIERI ALLA TUTELA DELLA SALUTE: CHI CI PENSA?

PANTANI, LA MORTE, LE LACRIME E L'IPOCRISIA

CARRARO, IL CALCIO, LA CRISI E IL "GRIDO DI DOLORE" DOPING NELLO SPORT: LE MIRABOLANTI CIFRE DEL MINISTERO 

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MA COSA C’ENTRANO PESCANTE E IL CONI CON LA LOTTA AL DOPING?

ROMA - "Le vigenti norme in materia di antidoping, di fatto, non tengono conto della vera 'dimensione sanitaria' del problema giacché non viene perseguito l'uso di sostanze dopanti nelle palestre e nemmeno nel mondo dilettantistico giovanile ma solo nelle gare ufficiali a tutela dei numerosi interessi patrimoniali che vengono messi in gioco". Lo afferma il capo del Dipartimento nazionale per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio (Dnpa), Nicola Carlesi, in merito all'inchiesta aperta sull'improvvisa morte della culturista Claudia Bianchi, scomparsa a 34 anni l'8 marzo scorso. Una morte, sottolinea Carlesi, che "deve far riflettere su uno spaccato della nostra società dove il comune cittadino che pratica attività sportiva, non per 'prestazioni agonistiche' ma solo per motivi estetici o per semplice hobby, può tranquillamente morire di doping". "Invece -aggiuge Carlesi- la tutela della salute umana in ambito sportivo deve essere ricondotta al centro di una auspicabile revisione della attuale legge (376/2000), al fine di trattare unitariamente, così come accade per la droga, il fenomeno del doping ovunque si manifesti, prevedendo non solo interventi di prevenzione ma anche un più capillare sistema di controlli ovunque si pratichi attività sportiva".

Carlesi ha concluso annunciando che "il Dipartimento nazionale per le politiche antidroga intende progettare nei prossimi mesi interventi finalizzati ad affrontare il problema dell'uso di sostanze dopanti tra i dilettanti e gli amatori che appare sempre più spesso come un fenomeno di vera e propria dipendenza".

Qualcosa si muove, dunque. Ma ci permettiamo di suggerire a Carlesi di guardarsi bene attorno e di saper discernere altrettanto bene. Perché sul carro della notizia sono pronti a salire immediatamente i soliti politici dell’ultima ora.

Mario Pescante, l’ex presidente del Coni tristemente famoso per le dimissioni dopo l’impeachment per i fatti del laboratorio romano (dove venivano gettate le provette dei calciatori...), ed ora "promosso" a referente governativo (sottosegretario) di FI per lo sport, si precipita a precisare che loro, quelli del governo, hanno già pronta una modifica della legge, che presenteranno a febbraio. «Preso atto che anche il Cio - dice Pescante - ha segnalato la necessità di modificare la legge italiana per allinearla al nuovo codice dell’agenzia mondiale, stiamo elaborando una proposta di modifica della legge che verrà sottoposta all’attenzione del Ministero della salute: vogliamo dare una risposta adeguata alle richieste del Cio, ma anche e soprattutto alla necessità di prevenzione e repressione del fenomeno nelle fasce giovanili e nelle attività attualmente non disciplinate dalla normativa, perché non riconosciute dal Coni". Già, il Coni; come se il Coni fosse o potesse essere la chiave vincente per debellare il fenomeno. Come se il suo passato fosse irreprensibile in tema di lotta alla farmacia proibita; come se il massimo ente sportivo - e il Cio per altri versi - non abbiano più di qualcosa da farsi perdonare. Come se fosse la prima morte nel body building (cosa si è fatto dopo le precedenti?); come se negli anni il Coni, il Cio e lo sport in generale fossero mai riusciti in qualche modo ad arginare o quanto meno a tamponare il fenomeno doping. Un esempio su tutti: il sollevamento pesi, disciplina "confinante" con il body building, che è da anni al centro dei più clamorosi casi di doping nazionali ed internazionali. Per non parlare dei continui e clamorosi casi nell’atletica, nel ciclismo, nel calcio, ecc. segnale di un fenomeno diffuso nel vertice che scende a pioggia perfino fra gli amatori e i non tesserati. L’esempio, il "modello" proposto evidentemente trascina, nel bene e nel male. E cosa ha mai fatto nel tempo il Coni per cercare di cambiare questo modello? Vogliamo, poi, parlare della assoluta insufficienza, per non dire mancanza, di controlli sulle categorie giovanili di tanti sport che sono pure sotto l’egida del Coni? Un Coni che pure in questi tempi difficili è riuscito in un modo o nell’altro ad accaparrarsi dallo Stato il "minimo garantito", una cifra non indifferente, vicina ai 1000 miliardi dei tempi d’oro.

Un Coni che spesso ha assolto dove invece la giustizia ordinaria ha condannato. Come illustra il caso Agricola, scagionato con formula piena dalla Procura antidoping del Coni e condannato, sia pure in primo grado, dalla legge ordinaria. Ora siamo veramente all’assurdo. Il Cio, cioè un organismo sportivo internazionale, secondo Pescante, vorrebbe dettare le linee di comportamento in tema di leggi ad uno stato libero e indipendente. E il tutto dopo aver manifestamente fallito la lotta al doping. Come prova la misera e costante negli anni percentuale delle positività: poco più dell’1%. Se fosse reale quell’uno per cento vorrebbe dire che il doping nello sport non esiste. E, invece, la gente anche quella comune, non solo gli "eroi" di stadi, piscine e palestre continua a morire per doping.

Francamente non si capisce con quale improntitudine un personaggio come Mario Pescante, a suo tempo firmatario (assieme agli altri dirigenti del Coni) delle convenzioni con il famigerato laboratorio di Ferrara, dove venivano scientificamente dopati gli azzurri di varie discipline, abbia ancora la faccia tosta di farsi avanti con proposte che tendono solo e semplicemente a mantenere lo squallido monopolio dello sport anche in un settore delicato come quello della tutela della salute.

Dopo aver fallito miseramente nella lotta al doping nello sport (sotto la sua gestione gli scandali più clamorosi...), con quale "competenza" si ripropone anche su un tema delicatissimo come la prevenzione e la tutela della salute? Possibile che nell’universo politico italiano, che pure non manca certo di risorse e "cervelli", non ci siano forze e intelligenze capaci di farsi avanti con una credibilità un poco meno compromessa?

Prima ancora di modificare la legge occorrerebbe verificare l’operato della Cvd, la commissione di vigilanza della 376, ormai succube delle strategie Wada-Coni al 100%, al punto che se la Wada decide - senza alcuna motivazione scientificamente accettabile - di non ricercare cocaina, cannabinoidi e stimolanti o di depennare la caffeina, i nostri bravi "vigilantes", si allineano ossequianti come scolaretti. Senza neppure chiedersi perché.

Con il bel risultato che proprio per la categoria che dovrebbe essere di riferimento e di esempio per gli altri giovani, gli sportivi, si ammette e si tollera che, lontano dalle gare ci si possa impasticcare o si possa sniffare a piacimento. Insomma la "tutela della salute" che pure impone la legge stessa nel suo primo comma è a termine, vale solo nelle gare. Che fine ha fatto la "tolleranza zero" più volte sbandierata dal senatore Cursi? Parole, parole, parole... E il solito pateracchio. Come la gestione dei test affidata in toto allo sport, attraverso una convenzione con la Fmsi, la federazione medici sportivi. La legge consente alternative; parla di un accredito del laboratorio di controllo anche da "altro organismo internazionale riconosciuto" (ma Sinal e Oms cosa sono, cacca rispetto al Cio?), invece la convenzione è fatta solo con il laboratorio accreditato dal Cio, senza neppure un’asta europea come la non irrilevante entità delle cifre impiegate (senza che neppure i membri Cvd conoscano le procedure d’esame) richiederebbe secondo le normative europee.

IL CICLISMO TORNA ALL’ANTICO, RIECCO LA VECCHIA EMOTRASFUSIONE 

DICEMBRE 2004 - Qualcosa cambia nel ciclismo e nello sport all’ombra degli scandali doping? Poco. Pochissimo. Anzi, quasi niente se sono vere le voci che giungono dal tam tam del plotone solitamente molto ben informato. Mentre si stringe il cerchio attorno a certe sostanze “regine” del doping negli anni passati, come epo e gh, cosa si fa in gruppo? Dopo gli scandali le perquisizioni, gli arresti i processi clamorosi (Conconi, Ferrari, ecc.) ci si aspetterebbe quanto meno un momento di riflessione. E di fatto riflessione c'è stata, ma non nel senso che si potrebbe credere e cioè di autocritica e di ritorno verso uno sport più pulito. Se sono fondate alcune indiscrezioni, la riflessione sarebbe pure avvenuta, ma solo sul modo con cui continuare ad imbrogliare. Cosa c’è di “sicuro” adesso che da un momento all’altro ti possono scodellare un metodo per individuare il gh e i suoi precursori? E per ingannare il controllo dell’ematocrito, fissato al 50% senza rinunciare ad arricchire il sangue in modo da guadagnare in fiato, potenza e resistenza, come ai “vecchi tempi” dell’epo? Facile ed elementare: per evitare rischi si può ritornare all’antico. La strada è già segnata, è quella della vecchia cara emotrasfusione. Anzi autoemotrasfusione, quella fatta con il proprio sangue. Segnali di un incipiente diffondersi nel plotone di questa pratica si erano già notati qualche anno fa, quando, nel mega sequestro di Sanremo, al Giro 2001, fra l’enorme quantità di materiale precipitosamente gettato nei secchi della immondizia furono rinvenute delle provette con tracce di sangue che, ad una successiva (e tardiva, purtroppo) analisi rivelarono la caratteristica distribuzione bimodale (due picchi) della trasfusione omologa (da donatore compatibile). Erano gli anni in cui si affacciava alla ribalta il primo test anti-epo. E così, la vecchia, collaudata emotrasfusione, non ricercata nei test, cominciava a tornare in auge. Fino ad esplodere ai nostri giorni nei casi clamorosi, come quello dell’americano Hamilton, e dello spagnolo Perez, pizzicati quest’anno, quando è stato adottato un nuovo metodo per scoprire l’emostrasfusione eterologa (da donatore compatibile). Ma resta ancora fuori a tutt’oggi la emotrasfusione nella forma autologa, cioè fatta con il proprio sangue. La tecnica è nota: si effettua un prelievo qualche mese prima dell’avvio della stagione delle gare, si conservano i globuli rossi in modo opportuno (con un particolare solvente), quindi si scongela, si diluisce di nuovo (con plasma o simile) e lo si inietta a ridosso del clou della stagione. E siccome in globuli rossi durano 90 giorni ce n’è abbastanza per truccare un’intera stagione. 

L’effetto è lo stesso dell’epo: l’aumento del numero dei globuli rossi. Ma con la sicurezza dell’impunità. E qualche rischio, ovviamente; quello dell’epatite è il più comune. Alcuni casi si sono avuti in passato in varie discipline, specie nello sci di fondo. Ma non ci sarebbe da meravigliarsi se ne emergessero anche nel ciclismo. Una pratica che non è poi così complicata come sembrerebbe specie per gli sportivi di resistenza, adusi talvolta a farsi perfino le flebo da soli. A quanto riferisce il tam tam del plotone in alcune formazioni di primo livello tale pratica troverebbe numerosi adepti. Con qualche inevitabile incerto. Non resta che aspettare le prime gare per saperne di più.

LA CONDANNA DELLA JUVE: SERVIRA' LA LEZIONE? 

NOVEMBRE 2004 - In attesa delle motivazioni dopo la condanna del medico sociale della Juve, Agricola e l'assoluzione dell'amministratore delegato Giraudo; in attesa degli sviluppi ulteriori della vicenda (siamo solo al primo grado di giudizio), restano, comunque vada a finire, le ombre più scure sul calcio italiano, un calcio in cui il medico sociale della squadra più in vista per la prima volta nella storia è condannato per frode sportiva e somministrazione di farmaci pericolosi per la salute. E per doping, naturalmente; quello più pesante, quello che ha distrutto negli ultimi 10 anni la credibilità di tanti sport, ciclismo in testa: il doping da epo, da eritropoietina. Non c'è male per un'inchiesta che molti in partenza (specie nella dirigenza sportiva e taluni media) dicevano finisse in farsa;  un buco nell'acqua; un vaneggiare velleitario di un pm criticatissimo e accusato dai soliti soloni di volersi servire del calcio solo per fare passerella. E invece questa volta il tanto bistrattato Guariniello è andato a dama. Una volta di più per chi non fa ostinatamente finta di non vedere il resto delle vicende di cui si è occupato in questi anni. Sempre puntualmente concluse, sia pure con i tempi spropositati - che tutti conoscono - della giustizia nostrana. Una sentenza epocale. Un'inchiesta  megagalattica. Dai mille risvolti e dalle mille sorprese. Con un inquietante "fil rouge": l'assurdo legame fra farmaci e prestazione sportiva; fra calcio e doping.

Da questa inchiesta, non  dimentichiamolo, è nata l'indagine epidemiologica che ha portato a scovare decine di morti sospette nel mondo del pallone. E a chiedersi tanti perchè ancora senza risposta. Dietro, sempre il solito scenario: la troppa fatica, l'incidente, la necessità di guarire rapidamente e di fornire la prestazione migliore; l'imperativo di giocare "a mille" due-tre volte la settimana, di emergere, di fare spettacolo. Il doping è figlio anche degli eccessi di calendario, e cosa sia diventato il calcio negli ultimi anni non lo si scopre adesso. Ora c'è da chiedersi quanto i calciatori fossero coscienti di tutto quello che succedeva attorno a loro. Se si rendessero conto del tourbillon dei farmaci e di flebo. Quanto una società che in anni non lontani aveva cercato allenatori di dubbia fama (ricordate il duo-Germania Est, Laich e Krajenoof, la cui venuta in bianconero fu fermata dalla denuncia di qualche giornale - Repubblica e fra questi - sul passato da dopatori della coppia?) fosse estranea al meccanismo. Quanto poco erano credibili test antidoping di ieri in cui non si ricercavano gli anabolizzanti. Quanto sono ancora poco incisivi quelli di oggi che al di là della cannabis (o poco più) non riescono a scavare, fermandosi a percentuali di positività (attorno all'1%) che non dicono nulla sulla reale entità del fenomeno, anche nel mondo del calcio. Un calcio che ancora gioca con un argomento così delicato. A proposito: che fine hanno fatto i tanto decantati controlli sangue-urina anti epo della Federcalcio? Quante positività sono state riscontrate con quel criticatissimo metodo messo in campo (due parametri su tre alterati nel sangue per procedere al test sull'urina, quando, secondo gli esperti ne basterebbe uno)? Per ora non si ha notizia di alcun caso. Cosa vuol dire: che non c'è epo nel calcio? Alla Juve sostengono che "così fan tutti". Oppure vuol dire che il metodo di ricerca è blando per non dire inefficiente? E che fine ha fatto il nuovo test che avrebbe dovuto mettere in campo la speciale commissione "interforze", fatta anche con l'apporto di membri della Cvd, la commissione di vigilanza della legge antidoping? Silenzio. Ecco, questa sentenza  dovrebbe servire a cancellare per sempre questi silenzi. Assurdi, come lo sfruttamento dell'uomo, sull'uomo, dell'atleta-oggetto, del calciatore, diventato per pochi (o tanti) denari il meschino ingranaggio di uno spettacolo tritatutto.

Questa sentenza dovrebbe far riflettere. Per ora c'è un punto fermo che costituisce un buon passo in avanti: la condanna della Juve allarga il concetto di doping anche ai farmaci leciti, ma usati fuori dalle loro indicazioni terapeutiche al solo scopo di migliorare fraudolentemente la prestazione degli atleti. Un altro punto fermo è che il doping può portare alla condanna per frode sportiva. Ed è la prima volta che accade. Cosa succederà adesso? La logica vorrebbe che quei titoli guadagnati in quegli anni fossero cancellati, come succede nell'atletica, dove ai dopati i dirigenti del Cio hanno tolto medaglie e onori. Ma sarà mai possibile? Occorrerebbe riscrivere campionati su campionati. E al massimo avremo una commissione federale, l'apertura dell'inchiesta e poi... l'oblio, come per decine e decine di inchieste della Figc. Ma sarebbe un caos impensabile, che saremmo ben felici di barattare con una vera svolta. Con un atteggiamento finalmente serio davanti ad un problema che era serio da anni e che per anni i dirigenti dello sport non hanno voluto vedere, hanno nascosto e, prima ancora, hanno addirittura favorito. Non dimentichiamo che il Coni, mentre da una parte finanziava il traballante laboratorio di Roma (quello dei test non regolamentari nel calcio, scartati e/o non effettuati) con fior di miliardi, dall'altra mandava i propri atleti a Ferrara. A fare cosa? A seguire consigli per fare il miglior doping. Cioè a doparsi. Da allora qualcosa è cambiato, ma non è cambiata la filosofia, la caccia al risultato, che è una delle molle principali che spinge al doping. Non si parla quasi sempre e solo di medaglie, di risultati? Non sono cambiati i dirigenti. Sono sempre gli stessi. Sono sempre in sella. Passano i quadrienni olimpici, passano governi e correnti e loro sono sempre là. Immarcescibili. Impuniti. Sono quelli che, pur sedendo in una commissione antidoping, fanno capire ai quattro venti che è inutile lottare, tanto si può vincere tutt'al più qualche battaglia, la guerra è già persa.  Vero professor Dal Monte? Sono quelli che dopo aver assunto la pesante eredità di una commissione (la vecchia "scientifica" del Coni) che aveva lanciato in tempi ormai lontani allarmi serissimi sul tema farmaci-salute-atleti di vertice, si sono defilati nell'ombra e nell'anonimato. Vero professor Frati? Che fine ha fatto la tanto decantata campagna "la mia salute  prima di tutto"? Quali risultati ha portato? Perchè non se ne è mai parlato? Perchè non se ne parla? Passano gli anni e resta il silenzio.

A questi personaggi si dovrebbe ora chiedere di mettere mano seriamente al problema doping nello sport? Ma con quale credibilità? Con quali garanzie? Questa dirigenza non ha neppure la dignità di dimettersi dopo che vicende di gravità inaudita sono emerse, prove alla mano. Sentenze alla mano. Con una sola eccezione in questi ultimi anni: quella dell'ex presidente Pescante, sbalzato di sella dalla vicenda del laboratorio romano. Resterebbe la politica. Ma i politici, quelli cui interessa lo sport solo come bacino elettorale, fanno finta di non vedere e non sapere. Intanto il doping dalle "alte sfere", dove pure è controllato dai medici, dunque è meno pericoloso, è sceso fino agli amatori più deboli ed indifesi. Che sono la grande massa dei praticanti lo sport. Che sono fuori da ogni controllo (per un assurdo cavillo anche la legge 376/2000 non si occupa di loro). Che fanno doping " a orecchio", per "sentito dire". Che muoiono o subiscono danni tremendi al fisico.  Il doping si è ormai trasformato in un problema sociale. La Juventus è solo un segnale. Lo sport di vertice nel suo insieme è  solo la parte emergente dell'iceberg. Dunque, non può essere lo sport, che ancora monopolizza test e controlli, che ha irrimediabilmente compromesso la propria credibilità, a gestire (o meglio non gestire) la salute delle persone. Ma purtroppo non si intravedono cambiamenti all'orizzonte. Anzi, sapete chi è l'organismo nazionale primario (Nado) che in Italia si occupa di doping per il Cio, il massimo organismo sportivo internazionale ? Il Coni, naturalmente. E quanti operano nell'ambito della legge 376/2000, quella che dovrebbe tutelare la salute degli sportivi, non fanno parte che di un organismo (Ado) sottomesso al Cio-Coni-Wada al punto da recepire le ondivaghe conclusioni di una lista di prodotti proibiti che - non bastassero i sistemi di controllo inefficienti - lascia fuori fior di sostanze pericolose per l'individuo. Come la caffeina, la pseudoefedrina, ecc. E adesso si parla anche della cocaina, che il Cio non controllerà più a sorpresa, fuori dalle competizioni. Una vera e propria istigazione all'illecito. Sostanze per l'uso delle quali - tra l'altro - solo qualche tempo fa fior di atleti hanno pagato uno scotto piuttosto oneroso. Il bicampione del mondo Gianni Bugno nel 1994 dovette rinunciare ad un mondiale perchè positivo alla caffeina. Oggi la caffeina è depenalizzata dal Cio (nel nome di una non meglio definita indagine epidemiologica). La Cvd, ovviamente si è allineata. Anche lei è per l'indagine epidemiologica che dovrebbe essere in piedi da mesi e mesi. Ma i risultati dove sono? Eppure non c'è al momento un documento ufficiale che dica che la Cvd debba stare sotto il Cio e la Wada, l'agenzia antidoping mondiale. Dunque non si capisce questa assurda sudditanza che non rende certo efficiente la legge.

Sarà così, purtroppo, finché non si capirà che occorre un struttura "terza" sganciata completamente dall'ambito sportivo, sia per avere controlli più credibili, svincolati dagli interessi di parte; sia, sopratutto, per una migliore tutela di quello che la costituzione italiana garantisce come diritto inalienabile: la salute.

DAL MONTE E LA LEGGE ANTIDOPING: “NON SONO LE TAVOLE DI MOSE’ ” Torna su

NOVEMBRE 2004 - La lotta la doping è difficile, ardua, piena di ostacoli. Lo sa bene chi da anni è schierato su questo fronte. Ma è indubbio che qualche passetto in avanti negli ultimi tempi è stato fatto, non fosse altro che nella percezione generale de fenomeno, fino a qualche tempo fa addirittura negato nelle dimensioni reali, che le indagini recenti (Nas, Finanza, Polizia, ecc.) hanno poi svelato drammaticamente. Che la lotta sia lunga e irta di imprevisti è abbastanza scontato. Che però la guerra continui e debba continuare sono tutti d’accordo. Proprio per questo si immagina che chi fa (dovrebbe fare) la lotta al doping perché addirittura membro di una commissione ministeriale preposta all’applicazione della legge antidoping (Cvd) debba rimboccarsi le maniche con energia e grande buona volontà; debba mettere in campo il massimo della determinazione. Dare segnali di attivismo e di ottimismo. Di tutto ci si aspetterebbe, poi, meno la rassegnazione quasi passiva.

Invece, questo sentimento, accanto ad alcune affermazioni che lasciano piuttosto perplessi, gronda a cascata dalle recenti apparizioni del professor Antonio Dal Monte sul piccolo schermo. Il personaggio è di quelli che non tralascia occasione per apparire in tv. Nella sua veste di ex direttore dell’Istituto di Scienza dello sport del Coni si porta appresso il marchio di “esperto” per definizione (non è questa le sede per stabilire realmente quanto); dal microfono semplifica, banalizza, volgarizza, dunque è perfetto per certa informazione a sua volta semplificata, superficiale e banale. Ed è forse proprio per questo che è stato delegato come “voce ufficiale” della Cvd, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping, a trattare con i media.

Ci si aspetterebbe, dunque, che un autorevole membro della commissione, per di più “esperto”, sostenga e corrobori il dettato della legge (376/2000) che è chiamato a rappresentare. E invece non è così.  

Il nostro ineffabile Dal Monte, davanti alle telecamere di MT Channel, in una trasmissione andata in onda domenica 14 novembre scorso non esita a esprimere pareri contrari alla legge e perfino a smontarne l’autorevolezza, dunque la credibilità. L’argomento? La creazione, prevista proprio dalla legge, dei laboratori di controllo regionali (operazione, peraltro meritoriamente in stato avanzato e ora all’esame della Conferenza Stato-Regioni). 12 milioni di praticanti sono attualmente senza controllo, fuori da ogni tutela della salute pure obbiettivo dichiarato della legge, che limita la sua operatività solo sulle categorie agonistiche, gli obietta Alessandro Casale, l’ottimo intervistatore.

“Parlo a titolo personale – premette prudente il professore – parlo come Antonio Dal Monte”. E attacca: “Conoscendo la complessità delle apparecchiature e il livello di professionalità richiesto e quanto è difficile mantenere un solo laboratorio al massimo livello; averne molti regionali per svolgere un ruolo completo, uno ciascuno per ciascuna regione credo che sia una spesa insostenibile”. 

Ma, rileva ancora l’intervistatore, la legge lo prevede comunque. “La legge – ribatte secco il professore - non sono le tavole di Mosè. Potrebbe anche non essere del tutto perfetta. Io faccio parte della Commissione e ne condivido le responsabilità al massimo, ma nutro anche qualche perplessità che sia economicamente possibile... Saremmo il primo paese al mondo”.

Un atteggiamento singolare per uno che dovrebbe difendere la legge e fare di tutto perché sia applicata. Oppure adoperarsi per cambiarla senza minarne la credibilità. Sembrerebbe proprio che la salute di milioni di persone completamente abbandonate a se stesse e ai rischi di pratiche doping fuori da ogni controllo (non a caso è lì vero “mercato”, quello che è ormai entrato sotto la cupa ala della mafia e della camorra) interessi poco al professore. Perché? Perché Dal Monte – la cui carriera all’interno del mondo sportivo e del Coni è ben nota a tutti - critica anche la semplice ipotesi dei laboratori regionali? Davvero non esiste un’alternativa “economica” al pur validissimo laboratorio romano? Un monitoraggio – ad esempio - con semplici screening?

E’ possibile che, in nome della tutela della salute,  la lotta al doping si affranchi - in parte almeno - dal monopolio assoluto di strutture che rientrano pur sempre sotto l’egida dello sport? Lo spirito della legge, nata sulle ali del famoso scandalo del laboratorio di Roma (i controlli sul calcio non fatti o fatti al di fuori dei protocolli stabiliti dal Cio), era originariamente quello di creare un qualcosa di “terzo” rispetto al mondo dello sport. Oggi la maggior parte dei controlli (circa 9.000 l’anno) è in mano allo sport. Non solo, ma al laboratorio del Coni fa riferimento, attraverso un’apposita convenzione, anche la legge 376. Perché? Semplice: la legge prevede che il laboratorio di riferimento sia accreditato dal Cio o da “altro organismo internazionale”. Ma nessuno si è mai preoccupato di battere la seconda strada, quella dell’"altro" organismo internazionale. Perché un laboratorio accreditato, ad esempio dall’Oms o dal Sinal non dovrebbe poter “lavorare” per la legge? Sono domande che attendono da tempo risposte. Che non arrivano.

E ancora: la legge dovrebbe tutelare la salute degli sportivi (art. 1 comma 1), ma quelli che fanno sport fuori dalle strutture Coni - che sono la stragrande maggioranza: 12 milioni contro i 3 milioni di tesserati per le varie federazioni - sono praticamente abbandonati a se stessi. La legge è profondamente disattesa in questo ambito. Eppure, per assurdo, sarebbe il Coni, cioè lo sport agonistico, secondo quanto fanno intendere informalmente dall’interno della stessa Cvd, il massimo organismo antidoping nazionale (Nado). Abbiamo richiesto formalmente di visionare un documento, un qualcosa che attesti concretamente tutto questo. Siamo ancora in attesa di ricevere segnali. Per il momento non esiste risposta. Siamo cioè al solito “aumma aumma”, a regole non codificate, ballerine, ondivaghe.

Con una costante: l’asservimento totale della legge alle regole del mondo agonistico maggiore (Wada, Cio, Coni), con buona pace di ogni tutela della salute per la grande massa di sportivi. E con evidenti contraddizioni. Così se la Wada arriva perfino ad abolire i controlli a sorpresa fuori delle competizioni per alcune sostanze “pesanti” come la cocaina e taluni stimolanti, subito la Cvd punta all’immancabile adeguamento. In barba ad ogni “tolleranza zero” ribadita di più fonti politiche. Non controllare queste droghe fuori competizione, significa giustificarle, cioè ammetterle, cioè istigarne l’uso. Questo sarebbe il bel risultato a quattro anni quasi dal varo della legge antidoping?

“Non mi risulta una simile proposta - ribatte il senatore Cursi, il sottosegretario del ministero della salute, interpellato telefonicamente -  la legge deve restare quello che è”. Come dire: la nostra lista non si tocca. Del resto, come dimostrano i fatti, si tratta di una lista ben più avanzata ed esaustiva di quella della Wada, costretta proprio di recente a inserire fra quelle vietate sostanze che gli esperti della Cvd avevano già a suo tempo messo nel mirino di quelle proibite. Come, ad esempio, la finasteride, solo di recente immessa dalla Wada nell’elenco. Perché dunque adeguarsi sempre al peggio?

Si può fare una lotta seria al doping, con tutto quello che comporta, in questo modo? “Contro il doping – chiosa Dal Monte dal video - possiamo vincere qualche battaglia al massimo, ma mai la guerra”. Niente male per un paladino della legge. Niente male come determinazione nella lotta.

I COLLARI D'ORO DEL CONI: DOPATI PURE, CHE POI TI PREMIO... Torna su

NOVEMBRE 2004 - C'erano proprio tutti; dagli eroi della spada a quelli dl remo, dagli stakanovisti del pedale ai fachiri della marcia, ai rappresentanti delle squadre più nobili dello sport più in voga: sua maestà il calcio. "Un atto di riconoscenza verso chi ci rende popolari nel mondo", ha stigmatizzato il presidente del Coni Petrucci, riassumendo, con la consueta leggerezza, il significato dei collari d'oro e dei diplomi d'onore conferiti alle società ed agli atleti che si sono distinti in campo internazionale negli ultimi quattro anni. C'erano tutti al Foro Italico; perfino il presidente del Cio, Jacques Rogge (premiato anche lui con il prestigioso collare, combinazione...), e, ovviamente l'onnipresente "mediatore", nonché "angelo protettore" dello sport nostrano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, oltre che il vivacissimo sottosegretario ai Beni culturali con delega allo sport, Mario Pescante; quest'ultimo per ovvi motivi di vecchia militanza a vari livelli nell'Ente che monopolizza tutto nello sport nostrano. Sorrisi a 34 denti, inchini, omaggi, parole di circostanza: "Se lo sport italiano ha successo, è per merito della sinergia positiva che si è creata tra atleti, tecnici e dirigenti", dice ancora Petrucci. Un messaggio che gli arriva dalla bistrattata periferia? E Letta continua  nel solco: l'importanza dello sport italiano che fa risultati, l'autorevolezza del ruolo del Coni, e via col vento in poppa delle medaglie di Atene: "Il Coni? Un'istituzione prestigiosa e condivisa da tutti in un Paese spesso diviso". Condivisa? Sarà. Quanto a Rogge, per Petrucci si tratta di "Un dirigente che sta ottenendo risultati concreti con classe e discrezione". Prezioso, si potrebbe dire anche, nel segnalare all'inclita e al volgo come stesse languendo la promozione nostrana delle Olimpiadi invernali Torinesi, aprendo di fatto quella crisi del Comitato direttivo (Toroc) che è sfociato - combinazione - nella nomina di un sagace commissario: l'eterno Pescante (e chi sennò?)  riportando di fatto sotto la "cappella" Coni-sport la prestigiosa manifestazione mondiale; onori ed oneri (leggi deficit) compresi. Non sia mai qualcosa sfugga.
E' stata comunque una passerella rutilante. Tra i premiati, anche Valentino Rossi. Vorrebbe, l'ingenuo "centauro" marchigiano, vedere il motociclismo alle Olimpiadi. Ma il presidente Rogge, pur riconoscendo il valore universale del campione delle due ruote, ha ribadito la stretta osservanza delle regole Cio. "Niente sport meccanici ai giochi olimpici": una porta drasticamente serrata. In attesa che lievitino interesse di media, tv e relativi diritti?
"Un atto di riconoscenza verso chi ci rende popolari nel mondo", ribadisce Petrucci distribuendo collari e diplomi. Del resto, c'è da capirlo. Meglio tenerseli buoni, gli atleti e le società sportive. Senza le loro medaglie e i risultati come si giustificherebbe l'intero carrozzone multimilardario? Una cambiale pagata, dunque, come non molti anni fa, sempre a caccia di medaglie e risultati ad ogni costo, si pagavano le convenzioni con quella struttura che i giudici della magistratura hanno dipinto come l'equivalente nostrano del doping di stato nella vecchia Germania dell'est. Ma, si sa, siamo in tempi di magra e la crisi incombe...
Nessun problema. Nel paese dove è stata praticamente depenalizzata la truffa ci si meraviglia che si diano importanti riconoscimenti anche ad atleti che hanno navigato ai confini della "truffa flagrante" e qualcuno addirittura nel bel mezzo? Per una volta e per carità di patria eviteremo di fare nomi e cognomi, però fra gli atleti cui Petrucci &C sono grati in virtù del fatto che "ci rendono popolari nel mondo", ci sono personaggi che sono incappati più di una volta nell'antidoping, che hanno frequentato (frequentano ancora?) medici coinvolti in pesantissime accuse (sempre di doping) della magistratura, che si sono presentati a Olimpiadi col sangue denso come melassa (condizione certamente non "fisiologica"), pur di rincorrere la prestazione e la medaglia; che hanno vissuto l'ebbrezza del baratro, sfiorando in modo assai poco fisiologico i limiti tollerati dal regole; in una parola hanno barato, ingannato, e truffato. Naturalmente non si può e non si deve generalizzare. Atleti e dirigenti degni di un onesto e meritato riconoscimento ci sono pure, non lo mettiamo in dubbio; lo sport per fortuna non è del tutto marcio; però ci si chiede quale messaggio può mai passare presso il grande pubblico se atleti di cui tutti sanno tutto (magagne e "malefatte" comprese) vengono onorati e celebrati dalle massime autorità politiche e sportive come fossero eroi. Dòpati pure che poi, anche se ti beccano, basta che trascorra un po' di tempo e tutto passerà; tutto sarà cancellato e, vedrai, potrai perfino essere premiato.
E che dire del riconoscimento ad una formazione del pallone i cui dirigenti sono coinvolti in un penoso processo per uso ed abuso di farmaci (anche dopanti)? Prevengo immediatamente l'ovvia obiezione. Certo: finché non c'è sentenza passata in giudicato nessuno può essere ritenuto colpevole. Ma c'è anche una questione di opportunità. E' opportuno che il presidente della Fifa Blatter proprio quando sta per celebrarsi la fase finale di un processo in cui una potentissima e blasonatissima squadra di vertice è pesantemente coinvolta in discutibilissime vicende farmacologiche intervenga nel dire che "nel calcio non c'è epo"? Combinazione, proprio l'uso di epo era uno dei capi d'accusa... E' opportuno che la stessa società venga addirittura premiata "perchè ha dato tanto allo sport italiano", come sostiene uno dei suoi augusti (e discussi) dirigenti, e proprio in questi frangenti, addirittura prima che esca una qualsiasi sentenza? Forse per qualcuno tutto ciò è certamente opportuno. Ma vedendo talune facce sorridenti e trionfanti alla premiazione del Coni vogliamo (e possiamo) ancora parlare di valori? E di valori attribuiti allo sport?

L'ORO DI ATENE: SENZA LE SQUADRE MILITARI PER IL CONI SAREBBE UN FLOP  Torna su

SETTEMBRE 2004 - L'Italia dello sport torna da Atene con le insegne al vento. Trentadue medaglie conquistate, poco meno di Sydney: 10 ori, 11 argenti, 11 bronzi. Una forza individuale e di squadra (quattro in zona medaglia, su otto, solo gli Usa hanno fatto meglio, n.d.r.) che non ha precedenti e che colloca lo sport del Bel Paese all'ottavo posto della graduatoria mondiale  dietro a colossi come Usa, Cina, Russia, Australia, Giappone. Appena dietro a Germania e Francia. E, naturalmente, quando si parla di medaglie conquistate è sempre il Coni a rivendicarne per primo il merito, anche se Petrucci, il presidente che mai si sbilancia, questa volta si è sperticato negli elogi ai singoli e agli atleti. Bontà sua. I proclami orgogliosi della dirigenza sportiva nostrana, dal segretario Pagnozzi al presidente Petrucci, cui si è accodata complimentosa la politica intera da Berlusconi a Ciampi (salire sul carro del vincitore è uno sport in cui davvero non ci batte nessuno...)  si sono inseguiti nell'etere. "Abbiamo fatto un miracolo e compostamente - ha detto Petrucci - vogliamo cercare di farlo ancora. Questo è frutto del lavoro delle Federazioni e dei Presidenti. I premi in più da pagare? ( solo per i premi-medaglia l'ente del Foro Italico dovrà sborsare 7.175 euro, avendone preventivato poco più di 4.0000, n.d.r.). Mai spesa è stata più gioiosa di questa. I soldi si troveranno: è più facile trovare soldi che vincere medaglie. Soprattutto dobbiamo dialogare con il Governo e dimostrare come se si fa più sport si eliminano altre spese sociali". Come dire: lo sport italiano vince e fa medaglie, dunque il sistema italiano funziona e se ci date l'ossigeno giusto lo faremo funzionare sempre meglio.

Ma,  se un pizzico di orgoglio non guasta (l'Italia che vince non puo' che far piacere a tutti) bisogerebbe - anche nel momento della gloria - avere un minimo di freddezza e saper distinguere. Un conto sono le medaglie, un conto è la crescita sportiva di un paese. Contrabbandare le prime come il risultato della seconda è non solo sbagliato, ma addirittura falso. Checchè ne dicano i soliti superficiali cantori che, vedono solo risultati e medaglie e, ovviamente, non hanno perso l'occasione per portare incenso al Foro Italico. Ma, si sa, il Coni non difetta certo quanto a professionisti dell' epinicio che, in modo in po' contraddittorio, parlano di bontà delle scelte dell'Ente e poi di vittorie trovate, "insperate e travolgenti" (se non erano sperate come potevano essere previste ed essere conseguenza delle "buone scelte"?). Come sempre si confonde il risultato con tutto il resto. Cioè il risultato annebbia tutto il resto. 

Anche limitando il discorso alle medaglie vinte, quanto all'apporto del Coni, occorrerebbe essere prudenti se si vuole raccontare la realtà. Possiamo anche ammettere che una certa regia del Foro Italico ci possa essere per gli atleti inquadrati nelle società sportive facenti parte delle varie federazioni, le quali, peraltro ricevono solo contributi (di anno in anno sempre più magri) dal Coni che, dal canto suo, fagocita oltre il 50% delle proprie risorse per mantenere se stesso. Ma anche qui bisogna vedere caso per caso. Esempio: cosa c'entra l'oro di un professionista come Bettini nel ciclismo con l'attività della Federcilismo? Può essere quello del toscano il punto di arrivo di un movimento che invece ha i suoi bravi problemi, vedi la pista ormai defunta? Chi sa di sport e di ciclismo conosce bene la risposta.

Ma, sopratutto, cosa c'entra il Coni con i successi degli atleti che fanno parte delle squadre militari? Facciamo quattro soldi di conto e scopriamo che con molte delle medaglie raggranellate dagli azzurri su campi, piste e pedane olimpiche, Petrucci, Pagnozzi & C, c'entrano minimamente. Quasi per nulla. Basti pensare che su 10 medaglie d'oro, 4 sono venute da atleti dei corpi militari, ovvero: il 40% degli ori; all'incirca la stessa percentuale si è registrata per gli argenti, mentre, per quanto riguarda i bronzi, l'incidenza degli atleti delle squadre militari supera il 50%. 4 ori su 10; 4 argenti su 11; 6 bronzi su 11. In assoluto Su 32 medaglie singole ben 22 hanno la targa Forze Armate: Carabinieri, Polizia, Finanza, Forestale, ecc.
Provate a togliere dal medagliere questi risultati e vedrete il vero il peso delle federazioni e del Coni. Un flop totale, perchè il bottino del Foro Italico si ridurrebbe a 6 ori, 8 argenti e 5 bronzi. Ovvero 19 medaglie in tutto. Ovvero: il precipizio assoluto, altro che "miracolo". Il "miracolo", come vedremo appresso, lo ha fatto...Pantalone.

Del resto è cosa risaputa: già alle Olimpiadi invernali di Nagano i 2/3 della spedizione azzurra erano costituiti da atleti dei corpi militari. Ora, è vero che i corpi militari ricevono un contributo dal Coni (tutti insieme per "impianti e attività sportiva" raggranellavano all'inizio dell'ultimo quadriennio olimpico circa 7 miliardi di vecchie lire (3,5 milioni di euro), ma non è certo quello che fa la differenza, perchè parliamo di circa di 2.000 impianti (dati Coni 1999) e di 3.000 atleti dislocati nelle società sportive militari il cui stipendio da appuntato, maresciallo, tenente, ecc. è pagato dallo Stato. Cioè dalle tasse; meglio: da chi paga le tasse. Men che meno dal Coni. Per carità, nessuna meraviglia e nessuno scandalo, perchè per arrivare a certi risultati occorre essere  professionisti a tempo pieno dello sport. E la tranquillità economica di poter arrivare al 27 del mese senza patemi e con il futuro (sia pure al minimo) assicurato vuol dire non poco nella caccia al risultato.  Parliamo, dunque, di una forma "sui generis" di professionismo di Stato dello sport. Ma in tutto questo il Coni cosa c'entra? Eppure il signor Petrucci si prende il lusso di bacchettare questa o quella federazione. Quando negli ultimi anni, non ha attuato che una politica di tagli, tagli e solo tagli economici. Salvo garantire per se e per i suoi due vice la bella somma 440.000 (circa 880 milioni di vecchie lire) euro l'anno di emolumenti. Se l'è presa con l'atletica, Petrucci, perchè "nelle finali non ho visto molte maglie azzurre". Ma se l'atletica diventa sempre meno appetibile perchè il Coni investe poco o nulla il quella direzione come lamentarsi della mancanza di talenti e di risultati?

Montano, Carabinieri, oro nella sciabola individuale; argento nella sciabola a squadre
Vezzali, Fiamme Oro, oro nel fioretto individuale
Brugnetti, Fiamme Gialle, oro nella marcia 20 km
Cassarà, Carabinieri, oro nel fioretto a squadre e bronzo nel fioretto individuale
Sanzo, Carabinieri, oro nel fioretto a squadre
Vanni, Fiamme Oro, oro nel fioretto a squadre
Zennaro, Carabinieri, oro nel fioretto a squadre
Sanzo, Carabinieri, argento nel fioretto individuale
Trillini, Corpo Forestale dello Stato, argento nel fioretto individuale femminile
Pastore, Carabineri,argento sciabola a squadre
Montano. Carabinieri, argento sciabola a squadre
Tarantino, Carabinieri, argento sciabola a squadre m.
Bonomi, Fiamme Gialle, argento K2 1000 mt
Rossi, Fiamme Gialle, argento K2 1000 mt
Cassarà, Carabinieri, bronzo nel fioretto individuale
Morico, Fiamme Gialle, bronzo nel judo 78 kg
Agamennoni, Fiamme Gialle, bronzo canottaggio 4 senza
Sartori, Fiamme Gialle, bronzo nel 2 di coppia (canottaggio)
Bertini, Fiamme Oro, bronzo 4 senza p.l. (canottaggio)
Amitrano, Fiamme Oro, bronzo 4 senza p.l. (canottaggio)
Amarante, Fiamme Gialle, bronzo 4 senza P.L. (canottaggio)
Gibilisco, Fiamme Gialle, bronzo asta maschile
 

Un esempio concreto viene dal ciclismo su pista. Ad Atene l'Italia si è presentata con 2 atleti due, un uomo e una donna. Con risultati men che modesti. La pista, si dice, non invoglia, perchè i corridori preferiscono dedicarsi alla strada che offre loro soluzioni concrete per risolvere il non trascurabile problema della pagnotta quotidiana. Analisi corretta. Dunque chiunque capirebbe che occorre investire in questa direzione. Creare un qualcosa di solido perchè l'atleta possa avere in minimo di tranquillità. Quella che viene cercata e trovata nei corpi militari. Chi deve provvedere? ? La Federazione ciclistica che, fra mille equilibrismi di bilancio (spesso non propriamente limpidi)  riesce a malapena a far quadrare il cerchio? Oppure la casa-madre, cioè il Coni che dallo Stato ha avuto la delega totale per lo sport e che  si è garantito un minimo fisso non indifferente, dal momento che Totocalcio e scommesse non bastano più per tener in piedi il carrozzone? E se la Fci non ce la fa, cosa si fa? Si fa morire una disciplina dalla tradizione centenaria (che, tra l'altro, contribuirebbe non poco alla "salute" dei cittadini, come, secondo i canoni di Petrucci dovrebbe essere per tutto lo sport nostrano)? Purtroppo è già successo. Il fallimento delle vocazioni di una federazione è un fallimento anche del Coni, e della sua politica di (non) promozione. Non dimentichiamolo. 

GLI ORI DI ATENE E LE "ILLUSIONI" DEI MEDIA Torna su

AGOSTO 2004 - Ci deve essere una forte componete schizoide o schizofrenica nel modo con cui giornali, giornalisti e "media" in genere trattano lo sport e i problemi ad esso connesso. Un’affermazione che può sembrare pesante, ma che trova forti indizi di conferma nel modo con cui è stato offerto al grande pubblico l’avvenimento sportivo più grande ed importante del globo terracqueo: le Olimpiadi. Nel modo con cui sono state  confezionati racconti, immagini, storie.

Partiamo da un dato certo: i Giochi di Atene sono stati i Giochi del doping scoperto. Un record di positivi e di atleti che hanno violato il regolamento antidoping eludendo o rifiutando i test (oltre 20 i casi registrati) che non ha precedenti e che è il segnale di una diffusione clamorosa del fenomeno nello sport d’élite. Verrebbe naturale chiedersi il significato generale di un carosello come quello olimpico che dichiara di voler riscoprire gli antichi valori dello sport e della Grecia storica e che, invece, si scopre profondamente imbroglione e corrotto. E invece, si viaggia con i soliti clichet pieni di vuota e inutile retorica. Le medaglie, i risultati, i "miti".

L’atleta che si macera nella notte della vigilia della gara è una specie di eroe idealizzato nella cui testa mulinano mille pensieri, che rivede in un attimo tutta la sua vita precedente. Proprio come nei film. Peccato che la realtà sia ben diversa e che l'Immagine ben difficilmente si attagli a professionisti del gesto sportivo cui è concesso di dedicare un periodo più o meno lungo della propria vita solo ed esclusivamente allo sport. Dei fortunati, tutto sommato, che se la cavano con qualche ora di allenamento al giorno (spesso ben retribuito) e che poi, se falliscono l’obbiettivo, hanno sempre il massimo della comprensione e la prova di riserva. Al punto che qualcuno arriva perfino a dire che "se e frega" di essere stato eliminato da questa o quella qualificazione.

Ma questo - in molti casi (generalizzare non è giusto né corretto) - è il vuoto giornalismo degli epigoni dello sport tutto latte e miele. Tutto eroismo e sacrificio. Tutto lealtà (finta) e rispetto delle regole (continuamente calpestate). Uno sport che non esiste. O meglio, esiste solo per loro, incuranti dei segnali più crudi e ripetuti. E allora via con "la musica delle onde"; con i 100 che "sono il respiro di un cane" (che, oltretutto, è affannoso, e lo sprint invece si corre in apnea); con il getto del peso che fa "brillare l’oro di Olimpia" (salvo poi scoprire che è un oro dopato); con l’atleta che affronta la "gara della vita"; con il risultato che è il "coronamento di un sogno", anche se dietro c’è l’ombra della farmacia proibita. Per non parlare dei lirismi grondanti poesia raccogliticcia che tracimano dal video. Absit iniuria verbis.

Insomma, ci dipingono eroi e protagonisti come vorrebbero che fossero non come sono. Ci raccontano un’altra realtà che non è quella reale. Quella vera è ben più prosaica, se addirittura in un armo del canottaggio le compagne avrebbero voluto gettare in acqua come una zavorra la collega andata improvvisamente in crisi. Bel messaggio di lealtà e rispetto. Ma questo è lo sport oggi: il risultato davanti a tutto, anche all’uomo (nel caso alla donna...).

Poi, di tanto in tanto, c’è il richiamo della realtà vera: quella del doping diffuso a macchia d’olio, quella delle (finte) fughe notturne in moto per eludere i controlli, quella dell’atleta che mimetizza nel corpo una sorta di mini-impianto "idraulico" da astronauta pur di ingannare i test. Ma dura poco. Un attimo, il fastidio di una brevissima cronaca, il compiacimento che "finalmente l’antidoping funziona" (anche se sfuggono decine di sostanze: per uno beccato 100 la fanno franca) e di nuovo si ritorna ai soliti clichet. Bisogna "parlare bene dello sport". Necessariamente. Perché? Sarà solo una combinazione che questa "bella immagine" dello sport nostrano fa comodo a chi, come il potentissimo Coni, gestisce a suon di miliardi questo sistema sportivo? Un carrozzone che - pur avendo avuto una delega totale dallo Stato - al di là di uno sterile discorso di medaglie (ma quanti milioni di euro l’una vengono poi a costare?) non riesce ad andare.

Un sistema che contrabbanda i risultati dei Giochi come il frutto di un proprio eccellente lavoro quando, invece, sono in larga parte frutto di altre situazioni. Sono o non sono gli ori, gli argenti e i bronzi d’Italia patrimonio al 99% di formazioni sportive militari (Carabinieri, Finanza, Forestale, ecc.)? Chi paga lo stipendio di centinaia di atleti che, nel tranquillo ventre di un organismo militare, possono allenarsi a piacimento senza doversi preoccupare del 27 del mese? Così si crea questa duplice curiosa situazione: da una parte lo stato finanzia il Coni che dovrebbe provvedere a sostenere lo sport (tutto, non solo quello di vertice...) e poi rifinanzia lo sport attraverso le varie squadre militari. Se vuole vincere medaglie, ovviamente.

Quanto al doping, la dissociazione dei "media" è evidentissima: un giorno si denunciano casi tanto clamorosi quanto ipotetici, come le "voci" sulla finale dei 100 metri. Il giorno dopo sulla vicenda cala un silenzio tanto pesante quanto inquietante. Che lascia in sospeso tanti interrogativi. Nonostante i continui richiami di una realtà ormai sotto gli occhi di tutti si registra ancora, specie in queste grandi occasioni come le Olimpiadi, un generale fastidio di fronte all’argomento. Basta considerare il (relativo) rilievo che i massimi giornali danno al tema. Il caso del secondo oro (quello del disco maschile) l’ungherese Fazekas che cerca di eludere i test antidoping - sedicesimo della serie - viene pubblicato con un articoletto di poche righe sia dal "Corriere della sera" che dalla "Stampa". Insomma, l’azione dell’antidoping ai Giochi, finalmente mette in evidenza un fenomeno diffuso e importante nella massima manifestazione mondiale dello sport e i media minimizzano. Come se circolasse un unico "passaparola", si limitano al puro "dovere" di cronaca. Salvo rare eccezioni, ovviamente.

DAL MONTE, IL DOPING E L’ATLETA CHE "INVECCHIA" Torna su

AGOSTO 2004 - Ad un passo dalle Olimpiadi fioriscono interventi e commenti di stagione, sul tema più caldo che sempre accompagna i Giochi: il doping e la (presunta) lotta del mondo sportivo nei confronti del medesimo. Ultimo e particolarmente curioso per le suggestive tesi sostenute, quello del professor Dal Monte, ex direttore dell’Istituto di Scienza dello sport del Coni. Dal Monte, che è un biomeccanico, è bravissimo nel "volgarizzare" e semplificare concetti tecnico-sportivi spesso poco accessibili da parte dell’opinione pubblica; ed è forse per questo che viene interpellato di frequente (la Rai, addirittura lo ha eletto a "massimo esperto" anche per le prossime Olimpiadi). Il buon professore è uno che lo sport lo conosce; un grande inventore-innovatore di tecnologia variata, che va dagli aerei (la sua passione: ne possiede uno personale), alla motonautica, dal calcio, al bob, al nuoto, ciclismo e quant’altro. Insomma, un perfetto "tuttologo" con il pallino dell’innovazione: si pensi al bob avveniristico per studiare il quale il Coni - a suo tempo - investì fior di denari (a proposito, che fine ha fatto?); si pensi al progetto-brevetto di arco speciale per favorire il tiro degli arcieri olimpici (anche di questo non si è saputo più nulla...); alle ruote lenticolari nel ciclismo, con cui Moser fece il primo record dell’ora: 51,151 (se poi lo stesso Moser non avesse ammesso di essere ricorso all’emotrasfusione, allora ancora non espressamente vietata); alla bici-fucile dei record in pista (con atleti che all’epoca erano seguiti dallo steso medico abruzzese recentemente arrestato per fatti di doping); alla galleria fluidodinamica messa a punto all’Acquacetosa e (purtroppo) non frequentata come ci si aspetterebbe da una costosa struttura di quel tipo; agli esperimenti con i cicloamatori per testare integratori salini. Di doping, anzi di antidoping, l’emerito professore si è sempre occupato marginalmente. Ma non per questo rinuncia a dire la sua sull’argomento. Del resto, fa parte della Cvd, la commissione di vigilanza sulla legge 376. E, da buon sportivo, sparge fiducia a piene mani.

"Tutte le Olimpiadi - dichiara Dal Monte in una intervista a Datasport - sono molto controllate dal punto di vista del doping, ma sembra che questa lo sia più delle precedenti. Ormai il problema degli illeciti sportivi legati all'uso di sostanze proibite è diventato di fatto statale visto che la Wada e il Cio si appoggiano ormai anche alle singole nazioni e ai loro governi". Non cita, Dal Monte, dati o elementi precisi. Ma insiste sul tema caro all’ambiente dello sport: i controlli. Non dice, però, che i controlli attuali sono del tutto impotenti nei confronti di alcune potentissime sostanze doping come il gh, l’ormone della crescita per cui Wada e Cio non hanno ancora "validato" un test, nonostante da prima delle olimpiadi di Sydney esistesse uno studio avanzatissimo ed efficace, inspiegabilmente non più finanziato dai massimi enti sportivi. O come l’insulina, vietata ma praticamente irrintracciabile ai test. O come i tanti anabolizzanti sconosciuti, che non sono immediatamente identificabili, come insegna l’esempio del Thg, passato per anni e anni indenne sotto le macchine che fanno le analisi e come illustrano bene le vicende degli atleti Usa legati alla Balco. O come lo stesso test sull’epo, sbandierato come un successo definitivo, quanto tutti sanno che ha una efficacia ridotta: un raggio d’azione di pochi giorni.

Per non parlare della caffeina, "liberalizzata" dalla Wada e dal Cio senza che ci sia una seria motivazione scientifica (decisione subito "copiata" dalla Cvd nostrana in barba ad ogni tutela della salute, obbiettivo primario indicato dalla legge italiana: art. 1 comma 1). A cosa serve parlare di controlli se sono largamente inefficienti?

Negli anni in cui nel laboratorio di Roma non si effettuavano i test sugli anabolizzanti nel calcio, in barba a regole e regolamenti ("problema" di cui Dal Monte non ebbe alcuna percezione, all’epoca, ma che portò alla chiusura per oltre un anno del laboratorio stesso e alla perdita dell’accredito del Cio) al Coni si andava fieri degli oltre 10.000 controlli. Che portavano a percentuali di positività insignificanti e che, ovviamente, non sono serviti né a risolvere il problema della diffusione del doping nello sport, né a contenerlo minimamente.

"Il doping - continua Dal Monte - è in effetti un reato nazionale e internazionale. E' inevitabile che, come in ogni grande manifestazione, in cui ci sono di mezzo forti interessi, il problema si ripresenterà". Ma, come sa benissimo Dal Monte, sono molti i paesi che non hanno una vera e propria legislazione antidoping, a parte Italia, Francia, Belgio e poche altre nazioni. Altro che reato nazionale e internazionale. Giudizio discutibile.

A maggior ragione il giudizio di Dal Monte non è condivisibile quando dice che: "Gli atleti stessi devono poter utilizzare tutti i mezzi legali per compensare le carenze a cui vanno incontro per via della loro attività come vitamine e sali minerali e altre sostanze che prevengono l'invecchiamento precoce a cui è soggetto chi ha un'intensa attività muscolare".

"C'è chi però - continua Dal Monte rispondendo a Datasport - vuole estendere l'antidoping anche a sostanze che attualmente sono consentite e che servono proprio a compensare queste carenze. Un regime di questo tipo condanna l'atleta ad un invecchiamento precoce che è assolutamente evitabile. Io sono uno dei più feroci avversari del doping, ma purtroppo a volte l'eccessivo 'estremismo' da parte di chi prende le decisioni in materia non tiene conto della salvaguardia degli atleti". Anche in questo caso non ci sono esempi concreti. Se il problema riguarda vitamine e sali minerali il professore sa benissimo che non c’è alcuna proibizione. Ma allora, quali altre sostanze attualmente "lecite" evitano l’invecchiamento "precoce" dell’atleta senza avere effetti dopanti? E, soprattutto chi le vorrebbe proibire? Dal Monte non specifica.

L’affermazione - se Datasport ha riportato correttamente il pensiero del professore - è comunque pericolosa sulla bocca di un "esperto", perché abbina il concetto di attività sportiva agonistica alla necessità di assumere comunque qualche sostanza, per "reintegrare", "ricostruire", evitare danni presunti. E’ un concetto molto diffuso nel mondo dello sport. Su di esso si basano le poco credibili teorie (e gli affari multimiliardari) che portano all’uso degli integratori, molto spesso inquinati se non addirittura contenenti prodotti dopanti. Ma, il vero pericolo è l’abitudine psicologica all’aiuto framacologico esterno che un tale comportamento induce. Che è l’anticamera del doping. Quanto all'atleta che invecchia, se le cose stanno così, bisogna dire chiaro e tondo che lo sport fa male alla salute. E battersi per abolire o trasformare quello sport che fa male alla salute. Questo ci si aspetterebbe da un membro della commissione che governa la legge antidoping, la quale a sua volta punta sopratutto a tutelare la salute degli sportivi. "Gli interventi politici - dice invece Dal Monte - che sono del tutto auspicabili, devono però essere basati sui pareri di chi di queste cose ne capisce".

Sul fronte della cosiddetta lotta al doping Dal Monte, come sportivo, c’è stato per tanti anni. I risultati non sono certo da brivido. Ha vissuto un momento di grande notorietà quando nei laboratori dell’Acquacetosa transitò per un lungo periodo un calciatore famoso come Diego Maradona. Dal Monte lo sottopose ai test più vari e complessi, puntualmente ripresi e riportati con grande evidenza dalla stampa e dai "media". Ma, nonostante la girandola di valutazioni funzionali, attitudinali, esami, test, ecc,, al buon professore sfuggì un particolare non di secondo piano: Maradona era tossicodipendente da cocaina.

LA MORTE DI PANTANI E GLI EQUIVOCI SULLA  PERIZIA  Torna su

LUGLIO 2004 - Spiace dover tornare su un argomento sul quale sarebbe meglio stendere un pietoso velo di silenzio. Ma ci costringono le recenti vicende di cronaca. Segnatamente: la consegna della relazione del professor Fortuni agli inquirenti nel procedimento giudiziario sulla morte di Pantani. Nei giorni scorsi c'è stato un fiorire di prese di posizione scandalizzate, perchè, secondo quanto avrebbe riferito nelle anticipazioni il medico legale, nel corpo di Pantani non c'era traccia di sostanze dopanti (epo e quant'altro) ed il suo midollo osseo era integro, il che portava alla frettolosa conclusione che non avrebbe MAI assunto epo.  Immediata è stata la reazione di tifosi e ultrà del Pirata. Era innocente, non si era mai dopato, era una vittima; costretto a drogarsi per lo scorno di essere finito al centro di accuse che il documento del medico legale rivelerebbe infondate. Non intendo entrare nel merito di questa questione, avendo deciso, per rispetto del dolore della madre, che mi ha telefonato l'ennesima volta anche in questa occasione e con la quale, per l'ennesima volta, ho cercato di spiegare e chiarire. Anche se non mancherebbero gli argomenti. Ma, in attesa di poter esaminare "de visu" l'elaborato che ha risollevato l'ennesimo polverone, mi limito a pubblicare alcune agenzie che chiariscono meglio la posizione e l'assunto del medico legale, professor Giuseppe Fortuni. Quelle che trattano l'argomento con maggiore profondità (Ansa e Agi, le due più importanti agenzie italiane) riferiscono che (riporto letteralmente): negli ultimi mesi Marco Pantani non fece uso di eritropoietina, "ma stiamo parlando dell'ultima fase della sua vita, senza nessuna pretesa di poter valutare quello che è stato il suo passato e quello che sono state le esperienze giudiziarie che tutti conosciamo". Ed è un assunto perfettamente credibile: il Pirata non gareggiava dalla fine di maggio del 2003, cioè: ben nove  mesi prima del tragico evento. Dunque perchè mai avrebbe dovuto assumere Epo? Logico che il suo midollo osseo non presentasse alterazioni. Più oltre l'agenzia precisa: Ma cosa significa l'ultimo periodo di vita?, hanno insistito i giornalisti: "Parliamo di mesi. E se parliamo dell'ultimo periodo della sua vita, sicuramente non ha fatto uso di eritropoietina". Come si può rilevare, lo stesso medico legale precisa che non può spingersi a valutare periodi superiori a pochi mesi. Oltre - se si vuole proprio essere generosi - resta quanto meno l'ombra del dubbio. Mi fermo qui, per rispetto del dolore della madre del Pirata. Rilevo soltanto che non ha alcun senso parlare DEGLI ULTIMI MESI, assumendo tale affermazione come prova di un comportamento da estendere a tutta la vita. Nè - su basi scientifiche - potrebbe sostenersi tesi diversa. Oltretutto, ci pare di rilevare dalla successiva precisazione del medico legale, non è questo l'assunto dell'elaborato consegnato ai giudici. C'è stato, nella migliore delle ipotesi, un fraintendimento.

Resta solo un'osservazione: continuare a incaponirsi su tesi difficilmente sostenibili sul piano delle prove e dei documenti agli atti, non solo non serve a nulla, ma finisce per danneggiare ancora di più l'immagine di un atleta che, per quanto discusso, ha in ogni caso il merito di aver scatenato nell'inconscio collettivo una serie di emozioni e di affetti irripetibili. Emozioni ed affetti che traspaiono ancora oggi dal tifo cieco e assolutamente irrazionale (può essere bello in qualche caso lasciarsi andare alla "non ragione"), che arriva a contagiare anche eminenti operatori del mondo mediatico, portandoli a conclusioni frettolose e assolutamente non condivisibili.  Alludo all'articolo dei giorni scorsi di Aldo Grasso sul "Corriere della sera": un attento e stimato osservatore delle cose del mondo, di cui, in questo caso, non condivido - ovviamente - le conclusioni.

Grasso  scrive che non c'è, in questa tragica morte, correlazione tra doping e cocaina, ma il discorso non è sostenibile perchè si prende in considerazione un periodo troppo breve:  oltre pochi mesi non è possibile andare, lo spiega lo stesso medico legale. E le vicende doping di Pantani risalgono ad anni e anni avanti. E' poi facilmente dimostrabile - e ora parlo in generale - come l'uso di sostanze dopanti provochi dipendenza, non solo fisiologica. Gli anabolizzanti, ad esempio, provocano depressione, che è una vera e propria malattia e spesso per uscire dalla depressione si sconfina nella droga. Sono cose note, scientificamente provate. Inutile precisare - ripeto: parlo in generale - che gli anabolizzanti nel ciclismo sono usatissimi. Inoltre, è dimostrato come - in ogni caso - ci sia quanto meno una dipendenza psicologica. Il meccanismo - spiegano gli esperti - è semplice: se nello sport, nei momenti decisivi (quando serve la prestazione, il risultato) ci si appoggia per abitudine al farmaco, al fine di  sentirsi più forti, fino a farne una necessità imprescindibile (mi ha raccontato una volta un allenatore di un ragazzo, dalle notevoli doti naturali, cui era costretto a dare pasticche di placebo: "perchè quello se non ha l'armadietto di farmaci pieno, non solo non vince, ma non arriva neppure al traguardo"); è facile che anche nella vita, quando ci si trova di fronte a difficoltà o a momenti critici particolari si senta un identico bisogno e si possa ricorrere alla droga. Lo dicono fior di ricerche e indagini. Una inchiesta francese di qualche tempo fa sui drogati in cura presso alcune cliniche specializzate riportava come oltre il 40% fossero sportivi e di alto livello. Tutti tossicodipendenti. Molti di costoro hanno ammesso di essersi a lungo dopati durante gli anni della loro carriera agonistica. Il francese Erwann Mentheour, autore del libro-bestseller sul doping "Sécret défonce" (il segreto svelato) nel quale racconta tutte le sue esperienze doping, dalle anfetamine, agli anabolizzanti, appunto, all'epo, mi confessò in un'intervista di qualche anno fa di essere stato per mesi e mesi "farmacodipendente" e che per uscire da quel tunnel ha dovuto sottostare allo stesso procedimento di disintossicazione dei tossicodipendenti. Questi i dati di fatto.

Mi astengo su altre osservazioni, cui pure l'articolo di Grasso si presterebbe, perchè non intendo riaccendere dolori e sofferenze che ritengo sia meglio sopire. Aggiungo solo che quell' intervento vanifica uno dei pochi messaggi positivi che la morte di Pantani avrebbe potuto trasmettere ai giovani (ammesso che da una morte possa venire qualcosa di positivo) e cioè la segnalazione dei pericoli che certe pratiche comportano nello sport e, successivamente, fuori dallo sport. Pericoli che avvolgono talvolta come una spirale da cui può essere impossibile uscire. Negare il possibile e probabile nesso fra doping e droga significa prima di tutto negare le responsabilità di quel mondo sportivo che pure Grasso si affretta a condannare - giustamente - per la sua palese ipocrisia.  Così veramente sarà stato tutto inutile. Anche la tragedia di Pantani.
Infine un'osservazione sulle agenzie che riporto qui sotto. Da notare che mentre Ansa e Agi citano fra virgolette le dichiarazioni di Fortuni che precisano in modo inequivocabile il pensiero del medico legale circa il periodo cui si riferisce il "non uso di epo",  nella Italpress si fa un generico riferimento: "
Un esame del midollo osseo del vincitore di Giro e Tour esclude anche l'uso abituale di eritropoietina (Epo)". Il che, senza opportuna precisazione sul periodo che l'esame autoptico può coprire, può ovviamente ingenerare proprio quegli spiacevoli equivoci che hanno caratterizzato alcune pubblicazioni nei giorni scorsi. Questa confusione non rende un buon servizio a nessuno, tantomeno alla memoria di Pantani.

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PANTANI: MEDICO LEGALE, NON USO' EPO NEGLI ULTIMI MESI CONSEGNATA RELAZIONE: COCAINA MOLTO SUPERIORE A DOSE LETALE (ANSA) - RIMINI, 28 LUG - Negli ultimi mesi Marco Pantani non fece uso di eritropoietina, "ma stiamo parlando dell'ultima fase della sua vita, senza nessuna pretesa di poter valutare quello che è stato il suo passato e quello che sono state le esperienze giudiziarie che tutti conosciamo". Lo ha detto, rispondendo alle domande dei cronisti, il professor Giuseppe Fortuni, il medico legale che in mattinata ha consegnato alla Procura di Rimini la relazione finale sulle cause di morte del Pirata.
"Marco Pantani aveva un midollo osseo in condizioni tali che, per quanto riguarda l'ultimo lasso della sua vita, senza poter essere più precisi in termini temporali - ha spiegato Fortuni - con ogni probabilità non ha assunto sostanze dopanti sportive, per intenderci l'eritropoietina". Ma cosa significa l'ultimo periodo di vita?, hanno insistito i giornalisti: "Parliamo di mesi. E se parliamo dell'ultimo periodo della sua vita, sicuramente non ha fatto uso di eritropoietina".
Consegnando la relazione di 230 pagine, il medico legale ha poi confermato le anticipazioni di lunedì scorso sull'esatta causa di morte del campione: "Pantani è morto per un'overdose di cocaina, nell'ultimo periodo ne ha assunte quantità elevatissime: basti pensare che nel suo organismo ce n'era una quantità molte volte superiore alla dose minima letale.
Nell'ultima fase della sua vita soffriva di una grave psicopatologia che viene definita come delirio da cocaina in cui anche i poteri critici superiori della mente sono offuscati, obnubilati". Per questo il professor Fortuni ha escluso qualsiasi intenzione di Pantani di farla finita: "In queste condizioni immaginare un progetto suicidiario lucido e razionale è assolutamente non pensabile".(ANSA).

MORTE PANTANI, DEPOSITATA PERIZIA IN PROCURA A RIMINI = (AGI) - Rimini, 28 lug. - E' stata depositata in tarda mattinata in procura, a Rimini, la perizia medico legale che accerta in via definitiva le cause della morte di Marco Pantani, avvenuta in un residence di Rimini il 14 febbraio scorso. La relazione firmata dal professor Giuseppe Fortuni - 230 pagine, risultato di diversi mesi di lavoro - attribuisce la morte del ciclista a un dose massiccia di cocaina purissima (oltre il 70%): esclusa dunque la dose tagliata male e anche la volontà di togliersi la vita del "Pirata", che negli ultimi tempi era in preda a quello che viene definito "delirio" da cocaina. Inoltre, nel midollo osseo del ciclista non sono stati trovati segni di un uso massiccio e cronico di sostanze dopanti: una situazione che fotografa gli ultimi mesi di vita del campione di Cesenatico, riabilitandone almeno in parte la figura di sportivo, anche se la perizia medica non può ovviamente riferirsi a quello che è stato il passato di Pantani. Intanto, anche l'inchiesta penale sulla morte di Pantani, coordinata dal pubblico ministero Paolo Gengarelli, sarebbe ormai alle battute finali: in carcere resta solo il napoletano Fabio Miradossa,l'uomo che gli inquirenti hanno individuato come il fornitore della droga a Pantani. (AGI) Red/Ari
281526 LUG 04


CICLISMO: PANTANI. PERIZIA MEDICO LEGALE DEPOSITATA A RIMINI RIMINI (ITALPRESS) - La perizia medico-legale sul decesso di Marco Pantani è stata acquisita agli atti della Procura di Rimini nella tarda mattinata di oggi. La relazione sull'esame autoptico compiuto sul corpo del campione romagnolo, morto lo scorso San Valentino nel residence riminese "Le Rose", consta di 230 pagine ed è stata firmata dal professor Giuseppe Fortuni dell'Università di Bologna. Il medico legale attribuisce la fine del Pirata ad una overdose di cocaina purissima, escludendo che a stroncare Pantani sia stata droga tagliata male e che il romagnolo abbia tentato il suicidio. Un esame del midollo osseo del vincitore di Giro e Tour esclude anche l'uso abituale di eritropoietina (Epo). Sul capitolo indagini, affidate al pm Paolo Gengarelli, resta in carcere soltanto il napoletano Fabio Miradossa, accusato dagli inquirenti di aver ceduto a Pantani la dose letale di cocaina.
(ITALPRESS).

PANTANI E LE CONFESSIONI DI CHRISTINE: FACILE ORA SPARARE SUL MORTO  Torna su

Forse adesso che sono passati poco più di due mesi e che cominciano ad affiorare le prime "sconvolgenti" confessioni, il quadro di chi e cosa possa in qualche moda aver fatto da contorno alla drammatica morte di Marco Pantani si fa leggermente più chiaro. Sempre che in una tormentata vicenda come quella si possa mai fare chiarezza. Ma ora risulta sempre più evidente, specie dopo la squallida confessione di Christine, la ex fidanzata, che il Pirata era davvero solo. Senza bisogno, ovviamente, di scomodare i soliti giornalisti (si sa, la colpa è sempre loro...) o i soliti magistrati che "si accaniscono". lo era da tempo: non doveva avere molti amici vicino a sé. Amici veri. 
La freddezza meccanica con cui la ex cubista, ora aspirante pittrice, descrive nei minimi particolari l’intimo di un Pantani dopato e drogato ha un che di indisponente e perfino di nauseante. Non che le cose che la "fidanzatina" racconta non abbiano una forte base di verità (anche se molti particolari lasciano un po’ perplessi), ma la prima cosa che ci si chiede è perché mettere in piazza in modo così crudo ("si faceva le iniezioni, gli tenevo il braccio"...) una storia che bene o male si conosceva. Ora che lui è così tragicamente morto. Perché proprio lei, che dice di averlo amato. In base a quali impellenti necessità o bisogni? Perché tirare fuori ora cose che tutti sapevano? E che solo gli ultrà più sfegatati e miopi, che ancora oggi piangono lacrime sconsolate sul sito internet del Pirata, si rifiutano di conoscere o sapere. A chi giova, il solito clangore dei media? A che pro rimestare nei sentimenti? E quali sono in realtà questi sentimenti?
Christine dice di aver amato Pantani. Ma come si fa ad amare una persona ed accettare di "suicidarsi" assieme a lui assecondandolo sulla china della coca, per poi andarsene quando sotto il Pirata si spalanca il baratro?
Come si fa a non muovere una foglia ("i giornalisti fuori e noi dentro casa a drogarci...") per cercare almeno uno spiraglio di luce? Per tentare, almeno...
Sono tante le domande e le perplessità che riaccende questa intervista. Interrogativi dai quali emerge un solo, unico fil rouge: la solitudine del Pirata. E l’impressione che si ricava oggi è che fosse solo proprio perché avvertiva che anche quelli che riteneva essergli più vicini in realtà erano lì solo per comodo. Per approfittare del nome. Della fama, della notorietà, dei...soldi, di quanto Pantani muoveva attorno a sé. La tentazione di pensarlo è fortissima.
Così come è forte la sensazione che molti di quanti stavano nelle immediate vicinanze del Pirata ben poco abbiano saputo e/o potuto fare nelle sue travagliate vicende.
Due grandi occasioni almeno sono passate invano senza essere colte. A cominciare da quel drammatico giugno 1999. A fine mese, poche settimane dopo Madonna di Campiglio, Pantani è a Roma per essere premiato dal Coni con il "collare d’oro", per i risultati della stagione precedente. A chi si interroga sul perché la massima autorità sportiva si "spenda" in quel modo a pochi giorni dallo scandalo del Giro, i dirigenti del Foro Italico spiegano che potrebbe essere l’occasione giusta per dare una svolta al ciclismo e allo sport più in generale. Pantani - nelle intenzioni dei dirigenti - viene premiato, ammette le debolezze sue e del "sistema" e volta pagina, diventando il paladino del ciclismo (e dello sport) che vuole cambiare e ricostruirsi. Chi non lo avrebbe abbracciato e baciato, di fronte ad una simile iniziativa? Ma nessuno riuscì a convincerlo, neppure quelli che gli stavano più vicini. E prevalse la rabbia.
E che dire del fallimento delle trattative della fusione con la squadra di Cipollini, nel 2002, sfumata - a quanto riferirono allora i giornali - per un banalissimo mancato accordo sui diritti di immagine? Non sarebbe stata una occasione d’oro, per il Pirata, correre con il campione del mondo senza pressioni e affanni da risultato? Non sarebbe stata una occasione d’oro per uscire dal circolo vizioso che già lo stava stritolando? Piangere adesso è fin troppo facile. Come "sparare" sul morto.

DAL CASO PIERI ALLA TUTELA DELLA SALUTE. CHI CI PENSA ? Torna su

Ormai è un braccio di ferro snervante. Da una parte Dario Pieri, il popolare toscano che ha raccolto l'eredità di Ballerini come uomo-Roubaix, che quest'anno non è riuscito a rendere come avrebbe voluto; dall'altra la società, la Saeco che lo accusa senza mezzi termini di essere un lavativo senza alcuna professionalità. In mezzo un discorso delicato. Molto delicato. Che è quello della tutela della salute degli atleti in generale. Pieri ha raccontato ad un paio di quotidiani ("Repubblica" e "La Nazione") il perché di quel modestissimo 70° posto all'ultima Roubaix. I problemi di una grave infezione al soprassella ne avrebbero condizionato drasticamente il rendimento. Addirittura gli avrebbero fatto correre un rischio serio per la sua salute; addirittura un pericolo la vita. Di ritorno dalla Francia, Pieri, febbricitante, è stato ricoverato d'urgenza nella Clinica di San Rossore e subito operato dal professor Mosca. "L'infezione si era propagata all'interno - ha spiegato il corridore -  molto in profondità. Ancora poco e sarebbe arrivata all'uretra e all'intestino con rischio mortale". 
Diverse le valutazioni della società che precisa in un comunicato: "L'atteggiamento assunto da Dario Pieri è da considerarsi assolutamente strumentale. Amplificare la portata dell'intervento subito, fino addirittura a parlare di pericolo di vita, denota da parte dell'atleta l'intenzione di mascherare la vera natura del problema, anziché assumersi le proprie responsabilità. Fin dall'inizio della stagione, in occasione dei primi raduni collegiali, la società ha contestato a Dario Pieri l'eccessivo soprappeso, dovuto ad una pessima gestione del regime alimentare e più in generale ad uno stile di vita non propriamente adatto alle esigenze di un corridore professionista. Per questo motivo, Pieri ha ricevuto diversi richiami verbali ed una lettera raccomandata di diffida da parte del Team Manager Claudio Corti in data 22 marzo", sottolinea il Team Saeco. "Nel corso dell'inverno e della primavera, assorbito da attività diverse che nulla hanno a che fare con il ciclismo, Pieri ha condotto una preparazione insufficiente e non ha provveduto a risolvere il problema al soprassella già lamentato nel corso della stagione 2003. Al contrario, in assenza di cure appropriate, l'infezione è tornata a manifestarsi, accentuata dal soprappeso. Da notare che Dario Pieri ha segnalato l'insorgere del fastidio nel corso della "Tre Giorni di La Panne", subito assistito dallo staff medico societario che gli ha consigliato una terapia antinfiammatoria con impacchi locali".
"Il medico sociale Dr. Pallini, presente in Belgio al seguito della squadra, ha potuto verificare come Pieri abbia seguito questa terapia solo in minima parte, nonostante i ripetuti inviti ad attenersi alle disposizioni del medico", si afferma nella nota. "Già alla vigilia del Giro delle Fiandre il corridore aveva peraltro reso noto un miglioramento, tale da poter affrontare gli impegni previsti senza ulteriori difficoltà. Non avendo i nostri medici constatato un'evoluzione anomala del fenomeno infiammatorio, né l'atleta manifestato particolari preoccupazioni, la sua partecipazione alla Parigi-Roubaix non è mai stata in discussione, benché lo staff tecnico fosse consapevole di come la precaria forma atletica non avrebbe consentito a Pieri di essere competitivo. Va inoltre sottolineato come uno stato infiammatorio al soprassella, dopo la disputa di una gara come la Parigi-Roubaix, sia normale per la gran parte dei corridori, nelle 48/72 ore successive. Le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate da Dario Pieri, in buona sostanza, sembrano essere uno stratagemma per distogliere l'attenzione dal vero problema di questo atleta, ovvero l'incapacità di condurre uno stile di vita da vero professionista. L'assenza di una condizione di forma adeguata, d'altronde, lo ha indotto già altre volte ad accampare scuse improbabili, come alla Gand-Wevelgem, dove si è ritirato dopo 100 km. lamentando un problema tecnico alla bici, poi risultato del tutto inesistente. Allo stato attuale delle cose, è evidente che il Team Saeco - ritenendo di aver agito con piena correttezza e senso di responsabilità - chiederà conto al Sig. Dario Pieri del contenuto delle sue affermazioni, riservandosi ogni possibile decisione in merito alla sua posizione contrattuale".
Ma qui non è importante stabilire se Dario Pieri sia o meno un lavativo; un professionista scrupoloso o no. C'è solo da rilevare che ha comunque preso parte a quella durissima Corsa di Coppa del mondo in quelle condizioni. Gravi al punto da consigliare uno stop? I medici della squadra evidentemente hanno ritenuto di no. E infatti lo hanno fatto correre, sia pure imbottito di antidolorifici e di anestetici locali. Logico per chi non poteva appoggiare la parte "malata" senza dolore sulla sella. Ma subito dopo la gara e l'intervento, lo stop c'è stato per forza.
Ed è proprio qui che sorgono subito alcune domande. Che prescindono ovviamente dal caso specifico. Domande legate all'uso (e talvolta all'abuso) di taluni farmaci (non c'è solo il doping, purtroppo...) nel ciclismo come in tanti altri sport. La prima di tutte: è giusto che un atleta che ha un problema fisico venga "anestetizzato" per non sentire il dolore senza che la causa del dolore venga risolta? Non sentendo dolore non c'è il rischio che l'atleta si procuri dei danni ancora più gravi e che metta a rischio la propria salute? Non è un problema da poco, perché riguarda più  in generale l'etica dello sport moderno. Uno sport in cui l'atleta sembra diventare sempre più una semplice "rotella" dell'ingranaggio che produce spettacolo, dunque soldi, danaro, business. Deve giocare (quante "infiltrazioni", anestetici, antidolorifici, nel calcio, ad esempio...), deve correre, saltare, pedalare, nuotare. The show mast go on. L'esigenza dello spettacolo va sopra ogni altra considerazione. E, quel che è peggio, oggi non ci sono freni. Tutto questo è divenuto ancora più facile dal momento che il Cio, senza alcuna motivazione scientifica, ha praticamente tolto dalla lista dei prodotti vietati la caffeina e/o i farmaci soggetti a restrizione d'uso, come, appunto, gli anestetici locali. Prima occorreva una denuncia preventiva per farvi ricorso, oggi sono di libero uso. Ma, mentre il Cio palesemente sembra assai poco sensibile al discorso che riguarda la salute dei propri atleti (le parole "tutela della salute" non figurano in alcun regolamento...),  altrettanto non si dovrebbe dire per chi, come la Cvd, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping (376/2000) a questo compito è deputato proprio per legge. Questa ineffabile commissione, della quale pure fanno parte personaggi qualificati e molto attivi (non tutti) sul fronte della lotta al doping, non ha trovato di meglio in una delle ultime riunioni di adeguare la propria lista di sostanze vietate o soggette a restrizione a quella del Cio (o della Wada, l'agenzia antidoping mondiale, che è la stessa cosa). Via, dunque anche per la legge italiana la caffeina (divieto sostituito da un'indagine epidemiologica sul suo uso), via gli anestetici locali e quant'altro la Wada ha deciso di cassare. La legge italiana si piega al dispositivo dell'organizzazione sportiva senza tener conto dei due differenti obbiettivi: da una parte la tutela della regolarità delle competizioni agonistiche, cosa che interessa primariamente la Wada e il Cio; dall'altra la semplice, ma importantissima tutela della salute individuale, compito che la Costituzione stabilisce come primario per lo Stato e la legge 376/2000 sottolinea fin dal primo articolo. La domanda che sorge spontanea è: perché? Perché una legge dello Stato italiano deve inchinarsi ad un semplice regolamento sportivo? E ancora: a cosa serve una commissione di 20 componenti, solo per ratificare quello che decide la Wada?  Ma sono domande che cadono ovviamente nel vuoto. I signori della commissione (minuscolo) hanno altro a cui pensare.  

CARRARO, IL CALCIO, LA CRISI E IL "GRIDO DI DOLORE"  Torna su

APRILE 2004 - Salvate il calcio italiano. Mai come di questi tempi il presidente della Federcalcio, Franco Carraro, sì è "speso" su giornali e tv (dallo speciale di TV7, a "Domenica in" di Bonolis, al fatidico "Porta a porta" di Vespa, ecc.) per perorare la causa del pallone nostrano. Un pallone che sta pagando drammaticamente una crisi economica alle cui radici c'è soprattutto l'incapacità di gestione e la sciocca "furberia" spicciola di certi dirigenti societari italiani, oltre che l'inettitudine (volontaria o meno) di chi avrebbe dovuto controllare. Spiega Carraro, con toni accesi e sostenuti come raramente lo si è visto adoperare, che "Il calcio è l'unica attività di svago non finanziata dallo stato, ma che produce soldi. Ci sembra ingiusto trattarci come dilapidatori dei soldi pubblici, perché semmai le società di calcio dilapidano soldi privati". Precisa, l'ineffabile presidente della Figc, cioè, che il calcio non usa soldi pubblici. E specifica (lo fa in più occasioni) come con il calcio lo Stato abbia incassato migliaia di miliardi nel corso degli anni, specie quando il Totocalcio "tirava", producendo entrate globali dell'ordine di 3.000 miliardi di vecchie lire l'anno. Per tanti anni, prima della crisi del "Toto". Va subito detto che si tratta di affermazioni di parte e in (molta) parte imprecise. E chi conosce la situazione dello sport nostrano dal dopoguerra in avanti lo sa bene. 
Non meraviglia certo che il presidente di una federazione così importante e così in crisi difenda a spada tratta la propria "creatura". È normale e naturale che lo faccia. Ed è anche encomiabile, perché vuol dire che il futuro di questo sport che è l'emblema di tutto lo sport nazionale, tutto sommato, lo interessa. In fondo, Carraro aveva promesso che a giugno si sarebbe fatto da parte ("sono vicino alla pensione", ha detto da Vespa) ed adesso, invece, eccolo gettarsi con foga inusitata nella mischia per difendere il mondo del pallone. Ciò che meraviglia (ma fino ad un certo punto, purtroppo) è che ad ogni osservazione o notazione pubblica del solerte dirigente nostrano non corrisponda quasi mai o raramente una qualsiasi obiezione da parte dei suoi interlocutori. Siano essi conduttori televisivi o giornalisti di autorevoli testate, rappresentanti del governo o politici di ogni corrente, a nessuno viene il minimo dubbio. 
Eppure non è del tutto esatto che il calcio non usi soldi pubblici. Non fa parte, infatti, la Figc, delle federazioni del Coni? E non riceve dalla quota del Coni i contributi annuali come tutte le altre federazioni e, ovviamente, in proporzione assai maggiore, viste le dimensioni di questo sport nel Bel Paese? Alcuni dati (fonte Coni): nel 1997 i miliardi erano 199,1, pari al 20,20% delle entrate dei concorsi; 191,1 nel '98 (22,39%); 128,7 nel '99 (20,06%); 139,5 nel 2000 (20,48%); 148,8 nel 2001 (20,43%); ecc. Solo la crisi nera del Totocalcio ha provocato un calo nelle ultimissime stagioni, pur riconoscendo sempre, il Coni, al calcio una quota importante delle proprie entrate. 
I soldi del Coni, ente pubblico, sono ovviamente pubblici. E i contributi del Coni alla Federcalcio non vanno (in parte) alla Lega, che a sua volta ne gira buona parte alle società calcistiche? Non era questa l'anomalia - da più parti denunciata - al momento della trasformazione delle società calcistiche in Spa a fine di lucro? E cioè che si finisse per finanziare con soldi "pubblici" attività ormai privatizzate? E, quanto al fatto che il calcio faccia guadagnare cifre da capogiro allo Stato, che "mantenga", cioè, come spesso si sente dire, tutto il resto dello sport italiano, non c'è forse una legge istitutiva del Coni (426/1942) che stabilisce le modalità di un accordo per cui lo Stato, che è sovrano sul suo territorio, conferisce all'ente del Foro Italico il coordinamento e la disciplina dell'attività sportiva "comunque e da chiunque esercitata" (art.3/2)? Non è dunque lo Stato che concede al Coni e alle federazioni che ne fanno parte l'attuazione di una serie di manifestazioni (campionati vari) che diventano per l'ente fonte di finanziamento (art. 4: il Coni "provvede al conseguimento dei suoi fini (…) e con i ricavati dalle manifestazioni sportive"? Fu questa la singolare (e felice fino ad un certo punto) strategia scelta dai governanti nostrani, auspice un dirigente illuminato come il primo presidente del Coni, Giulio Onesti. Ma - essendo appunto lo stato sovrano - gli accordi avrebbero potuto anche essere diversi. Si è scelta quella formula: un accordo per cui lo Stato dà la concessione del gioco sul suo territorio e il calcio concede che, attraverso il Totocalcio, una parte degli introiti delle scommesse vada allo Stato. Si dice: se non ci fosse stato il campionato di calcio lo sport italiano non si sarebbe potuto finanziare. Ma senza concessione dello Stato ci sarebbe stato campionato? E se non si fosse finanziato in quel modo "l'altro sport", lo Stato non avrebbe dovuto comunque provvedere in qualche modo (vedi lo stesso art. 4 legge 426/42)? Come hanno fatto le altre nazioni del mondo? E ancora: lo Stato stesso non spende fior di milioni di euro l'anno per garantire l'ordine pubblico durante queste manifestazioni? E per ripianare i danni, spesso ingenti, che provocano i disordini intorno agli stadi e le sciagurate trasferte dei tifosi-teppisti? E i soldi delle tasse non pagate non sono "soldi pubblici"? Dunque non è del tutto esatto dire che il calcio non riceve nulla dallo Stato, anzi, dà qualcosa. Eppure davanti al "tribunale" di Vespa a "Porta a porta" - dove ormai si celebrano, molto impropriamente, i "processi" sui temi di maggiore attualità - solo il focoso Vittorio Cecchi Gori è stato capace di rinfacciare a Carraro che anche il calcio "usa" soldi pubblici. Un silenzio inquietante è sceso fra gli altri, rappresentanti dell'attuale governo, di "media" ed esperti. Come mai? Non sanno? Non conoscono lo sport italiano? Oppure fingono di non sapere? Difficile dirlo. Il risultato è che dal piccolo schermo, che rappresenta uno dei "media" più potenti e convincenti, passa prevalentemente un messaggio, quello disperato (o quasi) del numero uno di Via Allegri. Aiutateci, dilazionate i nostri debiti, non fateci fallire, altrimenti sono guai per tutti. Ma è davvero uno scandalo che società per azioni a fine di lucro, private, anzi, privatissime, vadano a fondo per essere state amministrate in modo folle? Mai, infatti, come negli ultimi anni è entrato tanto danaro nelle loro casse, grazie ai diritti tv e, nonostante questo, ci si trova sul baratro del fallimento. 
Che Carraro difenda il suo orticello è naturale e normale. Lo è meno la straordinaria accondiscendenza dei suoi interlocutori, fra cui spiccano ovviamente esperti, tecnici, rappresentati dei "media". Si dice: "il calcio è un fenomeno sociale; interessa 20 milioni di italiani". Vero. Ma lo è solo quando deve ricevere qualcosa (leggi, decreti, attenzioni varie, ecc.) dallo Stato? Siamo davvero sicuri che da questo calcio in fallimento non solo dal punto di vista economico (basti pensare alla violenza, dentro ed attorno agli stadi) giunga qualcosa di veramente utile e fruibile per la nostra società? 
E gli altri 30 milioni che del calcio se ne fregano largamente non contano? Carraro minimizza e spesso si contraddice: prima sostiene che solo poche squadre sono in cattive acque, poi ammette che sarebbero il 60% quelle che difficilmente otterrebbero con le attuali norme l'iscrizione al campionato. Cioè ben più della metà. Il bello è che nessuno obietta. Alla fine, inchieste demoscopiche alla mano, Carraro deve incassare il no del governo. E allora ecco il guizzo d'orgoglio: "La Figc non ha mai chiesto finanziamenti allo Stato". Ma allora perché tutto questo can-can per ottenere un decreto? "Nessuno - ribatte il numero uno della Figc - ha mai pensato di chiedere regali per coloro che non hanno pagato il fisco. C'era l'ipotesi che il creditore, a tutela del suo credito, mettesse dei vincoli per il debitore e recuperasse il suo debito, ma non c'è la volontà di dar vita a una norma che provveda per le società in situazione debitoria a rateizzare i debiti attraverso il rilascio di garanzie reali". Già: garanzie reali. Quali, se nessuna banca - oggi come oggi - farebbe il minimo prestito ad una società di calcio in crisi?

PANTANI, LE LACRIME E L'IPOCRISIA Torna su

FEBBRAIO 2004 - E’ il momento del dolore, della compassione e della comprensione. Di fronte alla morte di un uomo, specie se così tragica e inattesa come quella di Pantani, sarebbe meglio tacere comunque. Sarebbe di gran lunga meglio il silenzio e la riflessione in attesa che i sentimenti si stabilizzino, si stratifichino, sedimentino. Eppure sono giorni, che sul povero Pantani non si assiste ad altro che ad un ridondante giro di retorica. L’asso, il campione in tutte le sue sfaccettature agonistiche, l’innocente vittima di un sistema giudiziario cieco e malevolo, l'agnello sacrificale di un sistema sportivo corrotto e feroce, che lo ha schiacciato e che, come ripetutamente rilanciato da qualche ignobile operatore dei media e qualche ignobile programma tv, “ogni volta che cercava di riemergere e ricostruirsi faticosamente dai molteplici guai della vita, lo ricacciava impietosamente indietro”.  Facile per questi professionisti dell'ipocrisia trovare i colpevoli di quella morte: i giornali, i media, i giornalisti. Anzi: “certi” giornalisti. Facile capire quali: quelli che hanno “sporcato” l’immagine di Pantani con il doping. Come se a sporcare non fosse il fatto di "fare" doping, bensì quello di denunciarlo. 
Lo so che rischio l’impopolarità e l’accusa di cinismo, ma sono convinto che non è certo esaltando solo le gesta atletiche (salvo poi a massacrare il campione sulle sue debolezze umane...) e glissando su tutto il resto che si fa un buon servizio alla memoria del Pirata. Ho conosciuto Pantani attraverso anni di frequentazione: Giro d'Italia, corse varie, perfino i ritiri a Terracina, due passi da Roma, nei quali ho pedalato con lui. Sono convinto, per l’idea che lui ha sempre avuto di sé, come leader, come primo in tanti campi, come vincente, che sarebbe contento, invece, se il suo terribile gesto potesse contribuire a cambiare le cose nel travagliato ciclismo di oggi. Quel ciclismo che ha rifiutato così drammaticamente. 
Obbiettivo che svanisce miseramente di fronte al turbinio di retorica vittimista che ha accompagnato tanta cronaca di questi giorni. Perché il messaggio che passa è che, in fondo, il “modello” proposto dal Pirata sia comunque un modello valido, da accettare, seguire e imitare: il campione, il mito. E invece, no.
Dispiace dover ricordare anche l’altra faccia della medaglia, ma bisogna anche avere il coraggio di dire che Pantani quei risultati e quei clamorosi exploit li ha raggiunti imbrogliando. E’ il termine giusto. Non è che la morte, per tragica che sia, possa cambiare questa realtà. E poco importa se anche altri imbrogliavano. Resta il fatto che non avrebbe dovuto imbrogliare e se non lo avesse fatto non ci sarebbe stata alcuna ragione perché la giustizia istruisse i tre processi penali che lo hanno visto al centro delle polemiche e delle indagini. Processi penali, va ricordato, in cui il romagnolo è stato assolto, ma non perché “il fatto non sussiteva”, bensì perché allora (1995 e 1999) “il fatto non costituiva reato”. Non c’era ancora, infatti, la legge 376/2000. Ma c'era un fatto, cioè il doping, che al tempo fece scattare i rigori della legge 401, quella della frode sportiva. 
Non è un’opinione: ci sono dati oggettivi che lo dimostrano. Quando vinse la prima tappa al Giro (Merano, 1994) Pantani era certamente sotto “trattamento” perché il suo ematocrito superava ampiamente i massimi valori concessi dall'Uci, la federazione internazionale (50%): lo dice il file “dblab” sequestrato nel centro di Ferrara che raccoglie i test ematici di decine e decine di atleti azzurri. Quando subì il doloroso incidente alla Milano-Torino del ’95, il suo ematocrito sfiorava addirittura il 60%. A Madonna di Campiglio, l’episodio chiave che ha dato il via al suo tragico declino, viaggiava attorno al 52% quando i suoi valori “normali” non superavano il 42%. Dunque Pantani ha sbagliato: una, due, tre volte. Ed ha sbagliato ancora dopo, una quarta volta, quando, superata la tempesta di Campiglio, nel 2001 si è ripresentato al Giro. Nella sua camera dell’albergo di Montecatini fu trovata una siringa di insulina usata (prodotto vietato). Ancora il doping, dunque. 
Allora viene spontaneo chiedersi, ma non sarà che questo "povero" Pantani dello sbaglio, dell’errore, dell’imbroglio ha fatto un metodo di vita (almeno sportivamente parlando)? Così facevano tutti? Lo so che è la filosofia attualmente in auge ma, se rubano tutti non vuol dire che sia lecito rubare.
Per tutto questo Pantani ha pagato. Tanto. Troppo. Specie se si considera l’ipocrisia dell’ambiente. Quelli che adesso piangono e si battono il petto sono gli stessi che non si sono vergognati nel settembre scorso di precipitarsi a correggere l’intervista (a “La voce di Romagna”) con cui lo scalatore di Cesenatico annunciava sfinito di voler smettere con il ciclismo. Pantani era disperato, non ne poteva più, ma non bisognava dirlo perché c’era ancora qualche mese di contratto degli sponsor da sfruttare. 

DOPING NELLO SPORT: LE MIRABOLANTI CIFRE DEL MINISTERO DELLA SALUTE   Torna su

GENNAIO 2004 - Di tutto avrebbe avuto bisogno la legge antidoping (376/2000) per sollevarsi dalle contraddizioni di un funzionamento a corrente alternata a ben quattro anni dal suo apparire, meno che perdere di credibilità e di attendibilità presso l’opinione pubblica. Però tanto è l'invidiabile risultato che sono riusciti ad ottenere gli augusti dirigenti del ministero cui spetta la cura dell'applicazione della legge: quello della salute. Il "fattaccio", se così si può dire, è fatalmente accaduto durante il megaconvegno di Roma in cui il ministero ha strombazzato dati roboanti sulla diffusione del doping nello sport. Il 3% degli agonisti risulterebbe positivo ai controlli antidoping, secondo le magre cifre fornite dai test fin qui effettuati: 735 analisi e 22 positività. Cifre piccole, minime, che qualsiasi analisi statistica considererebbe insignificanti, che però sono state abilmente sfruttate, lasciandole calare senza commenti fra i media, per lanciare un allarme che come unico risultato ha ottenuto una reazione inferocita del Coni e delle varie federazioni “incriminate”.
Chiariamo subito. La nostra non è una difesa a scatola chiusa della purezza dello sport. E tantomeno del Coni che su questo fronte ha di che farsi perdonare, eccome! Lungi da noi l’idea. Conosciamo il problema e la sua drammatica portata nella nostra società. E siamo convinti che analisi e statistiche più estese, omogenee ed approfondite, dunque più affidabili, arriverebbero a conclusioni probabilmente ancora più crude, per come ci è noto il fenomeno. Ma non si può proporre una semplice media matematica come una statistica attendibile. Lasciarla galleggiare in un convegno senza spiegazioni e chiarimenti doverosi.  Dire che in uno sport si dopa il 50% degli atleti solo perché su 4 controlli 2 sono risultati positivi (e magari fra questi sono ricompresi anche i test sulle sostanze soggette a restrizione d’uso, dunque non vere e proprie positività) è una autentica eresia dal punto di vista della statistica. Non è serio. Non è credibile. Non è consono ad un apparato che pure ingoia 1,5 milioni di euro l'anno oltre ai nuovi contributi di legge. Applicando lo stesso principio, pur corretto dal punto di vista strettamente matematico (2 rappresenta pur sempre il 50% di 4...), ma certamente poco corretto per individuare un fenomeno complesso e dalle mille sfaccettature, si potrebbe mai dire che se si trova un solo positivo nell’unico test antidoping effettuato in quel determinato sport si dopa il 100% degli atleti? Via, siamo seri! La statistica è una scienza precisa, che si basa su un principio fondamentale: più cresce il numero dei campioni analizzati, più l’analisi risulta significativa. Ciò vuol dire che l’analisi di pochi campioni ha significato scarso o addirittura nullo, anche se esistono test statistici atti a valutare questo particolare ambito. Ma non risulta siano stati applicati.
I dati del ministero sono dati reali, anche se nel calderone sono finite – a rinforzare cifre esili esili – perfino le non negatività per le sostanze a restrizione d’uso (lidocaina) che normalmente non vengono annoverate come test positivi. E anche casi non definitivi di positività, come quell’unico automobilista, il cui procedimento di accertamento è tutt’ora in corso.  
Ma ciò che non è corretto è il raffronto dei dati della Cvd con altri dati – quelli del Coni rilevati in condizioni e in quantità diverse e assolutamente non omogenei. E’ stato come lasciar paragonare le patate con i polli facendo finta che siano la stessa cosa. Un fatto grave per chi intende far passare al grande pubblico messaggi seri sulla salute e sulla necessità della sua tutela.  

Forse ha giocato un ruolo di peso l’ansia un po’ meschina di “far vedere” quanto si è bravi, oppure di giustificare le non indifferenti spese a fronte dei pochi controlli. Eppure, per non cadere nella trappola, bastava chiedersi come fosse possibile che – a proporzioni fatte – il Coni avesse statisticamente un’efficienza che risultava essere solo il 20% di quella della Cvd (0,6% di positività contro 3%), pur operando sullo stesso laboratorio - quello dell'Acquacetosa - parimenti convenzionato con le federazioni sportive e con la Cvd (il vecchio meccanismo controllati-controllori, ahimè...) - e, crepi l'avarizia, perfino con gli stessi protocolli di analisi. Era chiedere troppo ai soloni che governano la legge? Meglio lasciar galoppare la fantasia dei “media” e poi, magari, scaricare la responsabilità del terribile equivoco alle interpretazioni dei giornalisti. Si sa, la colpa è sempre la loro. Restano, però, i segnali di una strategia equivoca, assolutamente fallimentare sul piano della comunicazione mediale,  abborracciata, qualunquista che dovrebbe indignare chi pure all’interno della commissione dedica sforzi e fatica. Un vero avvilimento a fronte dei tanti problemi sul tappeto!!

 

 

 

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