Rivista telematica diretta da Eugenio Capodacqua   -   On line da giorni

HOME PAGE

Oggi è


editoriale di Eugenio Capodacqua


ARCHIVIO


archivio 1999-2000  archivio 2000-2001  -  archivio 2002  - archivio2003 - archivio 2004 - archivio 2005 - archivio 2006 - archivio 2007 - archivio 2008 - archivio 2009

COSI' SCOMPARE L'ANTIDOPING DELLA SANITA'  

DOPING FRA I GIOVANI: CHE SPORT E' SE PESA COSI' TANTO LA FARMACIA?

LA VERGOGNA DI VANCOUVER: SE LO SPORT NON SI FERMA NEPPURE DAVANTI ALLA MORTE

COSI' SCOMPARE L'ANTIDOPING DELLA SANITA Torna su

Come ogni anno, la Cvd, la commissione per il controllo sulla legge antidoping (376/2000) ha presentato al Parlamento il suo rapporto stagionale. I dati si riferiscono al 2008 e sono - secondo quanto riporta lo stesso Ministero della salute - preoccupanti. Molto preoccupanti perché, mentre il fenomeno doping cresce in ragione geometrica, come evidenziano le cifre sul mondo degli amatori e dei master, i due settori sui quali si è concentrata l'attività della commissione, i controlli diminuiscono di numero per i soliti problemi di taglio di fondi e contemporaneamente aumentano le positività. Positività gravi, pesanti: fatte di anabolizzanti e ormoni principalmente, cioè il doping più duro e crudo. In poche parole: una situazione allarmante perché parliamo della fascia di praticanti più numerosa dello sport nostrano (sono milioni gli amatori nelel varie discipline), il vero "mercato" del doping, come prova la pioggia di sequestri fatta registrare anche in questa stagione dalle forze dell’ordine: Nas, Polizia, Guardia di Finanza, ecc.

La Commissione lamenta il taglio di fondi. Non ce la fa più ad andare avanti. Si fa riferimento a decurtazioni dell'ordine del 20%, che - recita il rapporto al Parlamento - "si vanno ad aggiungere a quella operata nell'esercizio finanziario corrente ammontante ad un ulteriore 30%". Come dire che la Cvd non è più in grado di "garantire neppure il minimo delle attività di prevenzione, contrasto, ricerca e informazione sul fenomeno doping, proprio nel momento in cui si stanno ottenendo i primi tangibili risultati in termini di interventi e di maggiore conoscenza della preoccupante diffusione del doping soprattutto nello sport amatoriale".
Suona l'allarme rosso. E, crisi o non crisi, c'è da domandarsi come si sia potuti arrivare a tanto. Se il doping è un problema ormai di portata sociale, vista la sua enorme diffusione specie nelle fasce più basse della pratica; un vero e proprio problema di salute pubblica come riconoscono gli esperti, che senso ha non dotare l'unica struttura del ministero che fa fronte a questo problema del minimo indispensabile per sopravvivere? La già asfittica attività di controllo e prevenzione della Cvd rischia il blocco totale, rendendo vani gli sforzi messi in campo in questi anni da una legge che comunque è stata positiva perché ha permesso, grazie sopratutto alle intercettazioni, di smascherare le dimensioni di un fenomeno neppure immaginato. E qui c'è da riflettere sulle strategie di uno Stato che taglia perfino l'indispensabile: scuola, sanità (appunto), istruzione, sicurezza, ma continua a foraggiare lo sport di vertice con cifre milionarie. Nel valzer indiscriminato dei tagli solo il Coni ha potuto avere perfino un "ritocco" in alto da 950 a 955 milioni nella finanziaria. Soldi "giusti" perché si tratta dell'unico ente che si occupa seriamente dello sport in Italia, anche se, com'è evidente, la bilancia delle spese è troppo squilibrata verso il vertice. Semmai si tratterebbe, appunto, di orientare meglio gli interventi, specie in momenti di crisi come questo. Tanto più se poi i problemi della base finiscono poi per diventare anche problemi del vertice. Vedi i numerosi scandali-doping che non hanno risparmiato nessuno sport negli ultimi tempi.

Il Coni dal canto suo tiene in piedi attraverso la FMSI la federazione medici sportivi l'unico laboratorio italiano accreditato dal Cio, il comitato olimpico internazionale. Un laboratorio molto tecnologico e avanzato; che lavora in convenzione (onerosa) con la Cvd. Possibile che fra tanti milioni di euro destinati allo sport non si trovi il minimo per finanziare questa attività preziosa per la salute e si lasci soffocare l’unica struttura che controlla il mondo amatoriale e giovanile? Se antidoping è uguale a tutela della salute, perché si riduce quasi a zero l’attività di prevenzione e controllo della Cvd?  Quali sono le priorità che valgono più della tutela della salute pubblica?
Agli epigoni dello sport di vertice lasciamo per carità di patria ogni considerazione sul flop delle recenti Olimpiadi. Un fallimento che dice di un “modello Italia” - basato prevalentemente sulla prestazione - ormai consunto e non più in grado neppure di garantire il minimo ricambio per quelle medaglie che fino ad ora servivano come giustificazione per l’intero carrozzone sportivo. Un modello asfittico, come l’antidoping della Cvd. Prendete l’atletica, la “madre” di tutti gli sport. Che futuro può esserci se i giovani non fanno il minimo passo in avanti, sia come numero che come qualità? Per il numero basta guardare l'evidente crisi dei tesserati rispetto agli anni d'oro; per la qualità i record giovanili, quelli delle categorie sotto i 23 anni. Sono vecchi di 22 anni in media, con la “perla” di 38 anni del primato giovanile sui 200 che appartiene ancora a Pietro Mennea dal 1972 (20”30). Quello più recente (unico) è il salto in lungo di Howe 8,41 nel 2006. Per il resto nulla che risalga a dopo il 1998. Vuol dire che in questi anni non si è seminato, oppure si è seminato male. Molto male pur con un ente capace di “girare” dai 1000  ai 1200 miliardi di vecchie lire  ogni stagione. E il discorso potrebbe essere comune a tante altre discipline.

I dati del rapporto Cvd sono davvero preoccupanti, ancorché basati sui piccoli numeri che i controlli rarefatti su poche discipline (ciclismo, calcio, nuoto, principalmente) hanno consentito. 39 positivi su 955 controlli (se si pensa alle centinaia di migliaia di giornate-gara ogni stagione, ci si rende conto della reale incisività del sistema di controllo...): ci si dopa di più delle scorse stagioni: il 4,1% delle positività contro il 2,7% del 2003. Ci si dopa con prodotti “pesanti” e pericolosissimi; il 25% delle positività riguarda gli anabolizzanti che possono avere serissime ripercussioni su fegato (tumore) e cuore. Il 25,4% riguarda gli ormoni come l’eritropoietina, che aumenta la produzione dei globuli rossi del sangue consentendo i migliorare le prestazioni, ma provoca trombosi, infarti, e, in alcuni casi anche leucemie. Insomma un doping pesante e pericolosissimo a fronte di controlli fortemente sbilanciati verso il nord (53%); fatti quasi esclusivamente in manifestazioni e gare, mentre la stessa Wada, l’agenzia mondiale antidoping, raccomanderebbe soprattutto test fuori competizione e concentrati nei primi mesi dell’anno (marzo) piuttosto che nel culmine della stagione sportiva. La palma dello sport più dopato va ovviamente al ciclismo con 26 casi su 219 test; l’11,8%; mentre il calcio, che però, pur essendo lo sport più praticato, ha avuto solo 96 controlli si attesta sul 2% circa. Insomma l’immagine, sia pure embrionale, di uno sport dopato alla base; dopato come tutta la nostra società. Un fenomeno di fronte al quale ci si limita ad alzare le braccia e a tagliare fondi.

A questa situazione precaria si aggiunge la confusione che regna alla base. A cominciare dai dirigenti sportivi. Succede, ad esempio, che ad una corsa ciclistico-amatoriale sul litorale laziale, si presenti con tanto di tesserino autentico di un ente che va per la maggiore, un tizio, L.N. che risulta squalificato per doping fino al 29 agosto del 2011. Alle (giuste) rimostranze del giudice di gara ribatte che la tessera l’ha avuto dall’ente con l’assicurazione che può correre, perché la squalifica è stata data dall’Udace (ente sportivo diverso dal primo) e che dunque non avrebbe valore per le corse organizzate da un ente diverso. Assurdità, ovviamente. E bene ha fatto il giudice di gara a non accettare l’iscrizione del tizio squalificato. Ma resta appesa la domanda: con quale leggerezza vengono concesse tessere dagli enti, se non ci si preoccupa, al momento del tesseramento, neppure di verificare quali e quanti siano gli atleti squalificati? Un’operazione che su internet rich
iede solo pochi minuti. Non sarà che per la bramosia di un tesserino in più, di un numero in più, si chiudono tutti e due gli occhi? Un dirigente dell’ente in questione, cui è stato riferito l’episodio, ha ammesso che tutto cio “può succedere”; che potrebbe trattarsi una una “leggerezza”.  Che avrebbe provveduto subito. Intanto, però, l’immagine è finita tranquillamente nel fango.

LA VERGOGNA DI VANCOUVER: QUANDO LO SPORT NON SI FERMA NEPPURE DAVANTI ALLA MORTE  Torna su

ROMA -Se restava il minimo dubbio su cosa sia diventato lo sport oggi e cosa rappresenti truffaldinamente per il grande pubblico, ecco la tragica vicenda dello slittinista georgiano alle Olimpiadi invernali di Vancouver, Norad Kumaritashvili (accanto nella foto; sotto: il drammatico impatto), a darci gli ultimi sconcertanti chiarimenti. Business, soldi, denaro, spettacolo. E basta. Null'altro. Vale la pena di ripetere: NULL'ALTRO. Altro che valori etici e finalità socio-educative come spesso e volentieri gli affaristi dello sport sbandierano per continuare indisturbati la loro marcia verso il danaro. Altro che sport maestro e scuola di vita. Un bulldozer lo sport di oggi che passa sopra tutto e sopra tutti. Anche sopra alla vita umana che dovrebbe avere valore trascendente, cioè al di sopra di tutto, secondo quando ci viene tramandato dalla nostra amata società. Ma che invece si deve inchinare per l'ennesima, ributtante volta  davanti alle esigenze dello spettacolo. The show must go on. Lo spettacolo deve continuare. Poche ore dopo il tragico evento: un micidiale impatto a 144 all'ora contro un palo che forse (lo stabiliranno i tecnici) non doveva essere lì, o almeno avrebbe dovuto essere "protetto" in modo efficace, vista l'abnorme velocità di discesa, ecco la festa di bandiere e fuochi di artificio. Certo, bandiere a mezz'asta. Ci mancherebbe altro. Certo, il ricordo del presidente del Cio Rogge. Ci mancherebbe altro. Certo il lutto al braccio dei georgiani, il minuto di silenzio, e tutte le solite inutili cerimonie per salvare la faccia. Ma davvero era impossibile sospendere, magari per una giornata, tutto l'ambaradam in segno di lutto e di rispetto per una vita persa in modo e in circostanze assurde? Che segnale passa in questo caso? Che tutto il baraccone, che la contestazione canadese definisce l'ennesimo "party per ricchi" con nessuna ricaduta sulla popolazione, vale più di una vita umana. Cioè, lo spettacolo, i soldi valgono di più della vita umana. E allora non vengano più questi vecchi babbioni dello sport mondiale, che salivano solo quando si parla di denaro come il cane di Pavlov,  a riempirci le orecchie di cazzate. Quello che vorrebbero farci credere non esiste. O, almeno, se esiste è come se non esistesse tanto è condizionato dal business, dai soldi. Va tutto bene finché non disturba il meccanismo del guadagno. Altro che valori, etica e compagnia. Soldi, soldi, soldi. Eternamente soldi. Soldi, inganno, doping e morte. La vita di un giovane atleta NON vale la sospensione di qualche ora dello spettacolo dell'inaugurazione. E cosa sarebbe successo mai di tanto grave spostando il tutto di un giorno per dare finalmente un segnale positivo? Nulla, probabilmente, se non - appunto - un segnale forte di rispetto.
Ma che rispetto si vuole avere se addirittura adesso si parla - senza vergogna - di "errore umano"... Errore umano? Ma nello sport l'errore ci può essere e spesso, spessissimo c'è. Fa parte del gioco. E' nelle cose, è prevedibile, visto che gli atleti di una olimpiade vengono da paesi di tutto il mondo e non necessariamente tutti sono superspecialisti di questa o quella disciplina. Men che meno in condizioni così esasperate come sulla pista canadese. Non è l'Olimpiade il movimento sportivo universale per eccellenza? E allora l'errore DEVE essere previsto. E non basta trincerarsi dietro i soliti alibi: "la pista più difficile del mondo"; che solo qualche anno fa venivano sbandierati addirittura con orgoglio dai vertici della Stantec, la compagnia di Vancouver che ha realizzato l'opera milionaria. Ma intanto, l'inchiesta ufficiale condotta dalla Federazione internazionale dello slittino (FIL) e dal Comitato organizzatore dei Giochi (Vanoc) in ha 'assolto' la pista. La tragedia è stata provocata da un errore dell'atleta, che non è riuscito a correggere la traiettoria ed ha perso il controllo dell'attrezzo nella fatale curva 16. Il solito sport  che si inginocchia alle esigenze di cassetta. La solita versione ufficiale, che cozza con la ragione prima di tutto e anche con alcune dichiarazioni del tedesco Jospeh Fendt, presidente della FIL. "La pista è troppo veloce - riporta il quotidiano britannico Daily Telegraph - Avevamo pianificato che la velocità massima fosse di 137 km orari. Invece, è risultata superiore di quasi 20 km. Pensiamo che ci sia un errore di progettazione". Kumaritashvili avrebbe pagato il suo errore con la vita e di questo "errore" chi pagherà mai?

DOPING FRA I GIOVANI: CHE SPORT E' SE PESA COSI' TANTO LA FARMACIA?  Torna su

ROMA - Cambiare indirizzo alla base per sperare che qualcosa cambi al vertice. E l'auspicio che l'epoca degli scandali e delle positività a ripetizione al doping venga se non proprio chiusa almeno calmierata. Parli con i dirigenti del ciclismo nazionale e mondiale e su questi principi non puoi che trovare l'accordo generale. A parole. Perché poi i fatti dicono altro. Dicono, ad esempio, che nelle categorie giovanili - parliamo anche di ragazzi dai quindici ai diciotto anni - l'abitudine a "trattamenti" farmacologici talmente complessi e insistenti da rasentare l'accanimento terapeutico, è una prassi consolidata, riconosciuta e accettata da tutti. Atleti, dirigenti societari e ancor più dirigenti ed istituzioni sportive che fanno poco per risolvere il problema. Disintossicanti epatici, vitamine a dosi massicce, antidolorifici, sali minerali, amminoacidi, ferro, vaccini vari (antibatterici, antiinfluenzali), acido folico; e ancora; iniezioni intramuscolo ed endovenose in varie misture, pasticche in varia combinazione, prima, durante e dopo la gara, per restare solo nell'ambito delle pratiche e delle terapie lecite.

Se tutto questo diventa necessario in una società-tipo di giovani juniores come la toscana Ambra Cavallini Vangi - come è emerso nel recente caso di positività dello junior Eugenio Bani - c'è da chiedersi di quale sport parliamo e a quali valori e valenze educative facciamo riferimento in categorie dove il risultato agonistico, pure importante, non dovrebbe essere l'unico obbiettivo. La situazione emerge drammatica nelle carte del procedimento di sospensione per positività alla gonadotropina corionica (hcg), un ormone che stimola la produzione di testosterone (l'ormone della forza e del recupero), di una giovane e validissima promessa azzurra delle ruote a pedali: il diciottenne Eugenio Bani, fermato dopo il campionato italiano juniores del giugno scorso ad Imola. Una positività inspiegabile per tutti: atleta e dirigenti stessi. Che al momento ha una sola vittima l'atleta stesso, squalificato per 21 mesi.

Se è vero quanto afferma il giovane toscano e cioè che lui non ha subito altri trattamenti che quelli stabiliti con cadenza addirittura settimanale dalla società, c'è davvero da riflettere. Menzogne? I fatti riguardano una società chiacchierata ("perché vinciamo tanto", dicono i dirigenti); un collaboratore cacciato "perché parla troppo"; comportamenti discutibili, come l'uso del bicarbonato "per tamponare la formazione di acido lattico", spiega uno dei massimi dirigenti societari alla Procura Coni, pratica proibita secondo la legge 376/2000; un camper che segue i corridori, dove si somministrano pasticche e punture; uno zainetto con i medicinali e la sigla di un'altra società (per sviare eventuali controlli riportano i maligni) che viaggia avanti e indietro.

Ma, al di là delle responsabilità che non spetta a noi stabilire (l'atleta accusa la società che nega ogni addebito) c'è un fatto di cui tener conto di fronte a pratiche, sia pur lecite, che fanno pensare a trattamenti per polli da batteria: a te un tanto di chicchi di grano a te l'integratore, a te l'endovena, a te la pasticca prima della gara perché non sei potuto venire nella sede del ritiro infrasettimanale dove con regolarità cronometrica gli atleti a turno vengono sottoposti alla cosiddetta "reintegrazione": punture ed endovene a go-go. "Nelle mie visite - spiega il medico sociale Stinchetti alla Procura Coni - a novembre 2008, gennaio 2009 e aprile 2009 ho prescritto vaccini antinfluenzali, vaccini antibatterici per uso orale, complessi vitaminici di supporto (vitamina B12m B4, B1), acido folico e disintossicanti epatici (...) riguardo al Bani a gennaio un ciclo di Prefolic50 per 6 settimane (5 siringhe una per settimana), Mionevrasi per la durata di due settimane (6 siringhe suddivise due a settimana), vitamina E e C in compresse per sei-otto settimane (1 al giorno). Ad aprile ricordo di aver prescritto ancora Prefolic50, Tad 600 una fiala per due volte la settimana per circa tre settimane; vitamina B1, B6 per tre settimane (due volte la settimana). (...) Ai primi di giugno, mi sembra ma non sono sicuro di aver fatto una prescrizione simile a quella di aprile al Bani ad altri atleti, considerato che quello è il periodo di maggiore attività agonistica". Frase di per se rivelatrice: tutto è mirato non già alla cura di qualche patologia, come dovrebbe essere, ma alla prestazione, alla necessità di accelerare recuperi e ripristinare il prima possibile le capacità atletiche spingendo in qualche modo (nelle regole in questo caso) l'organismo degli atleti. Come se recuperare rapidamente e non in via fisiologica lasciando al fisico i tempi giusti fosse una necessità impellente, manco fossimo al più alto livello professionistico.

Tutto per cosa? Oltre alla vanagloria di dirigenti piccoli piccoli che litigano perché l'uno è seguito dai "media" locali e l'altro no, per poter dire allo sponsor: "abbiamo centrato tot vittorie"? Facendo i calcoli si vede che quasi ogni giorno l'atleta deve assumere qualcosa o sottoporsi a qualche iniezione o pratica. La domanda viene spontanea: ma che sport è uno sport dove la farmacia pesa così tanto? Che messaggio passa ai giovani con un simile sistema che Bani stesso definisce irrinunciabile: "Altrimenti non trovi posto né lì nè in nessun'altra squadra. Sono convinto che è così in tante se non proprio in tutte le formazioni giovanili. E' il sistema che è corrotto e ci corrompe e noi siamo costretti ad andare dietro a queste cose altrimenti non si arriva"? E ancora: che insegnamenti possono dare ex corridori coinvolti a loro volta in vicende doping, magari rei confessi e oggi collaboratori o dirigenti di società? Che valori si trasmettono alle categorie giovanili? Che senza l'aiuto o l'aiutino - lecito o meno che sia - non si va avanti? E cosa comporta questo clichet se non l'abitudine ad appoggiarsi a qualcosa di esterno (trattamento o farmaco che sia) nei momenti critici della vita sportiva? E cosa può portare questa consuetudine "sportiva", una volta usciti - per un motivo o per l'altro - dalla rutilante ribalta delle gare e delle vittorie, se non a far ricorso ad "aiuti" esterni che spesso si identificano con i famosi "paradisi artificiali" per dribblare la depressione? Esempi concreti e drammatici che fanno la storia triste del ciclismo attuale ce ne sono a bizzeffe. Siamo su uno scivolo molto insidioso e nessuno fa qualcosa per evitarne i rischi.

Torna su