Torna indietro PHILIPPE GAIUMONT "PRISONNIER DU DOPAGE" Torna alla Home Page

"...mi sono dopato per esistere..."

ANCORA UN LIBRO-RIVELAZIONE. GAUMONT "PRIGIONIERO DEL DOPING"

«Per tutta la mia carriera ho creduto fermamente che la felicità sportiva passasse per la vittoria, la gloria, il denaro...Mi sono dopato per esistere (...) per raggiungere degli ingaggi di volta in volta più elevati, ma ho anche perduto molto. Ora (...) ho realizzato che non so bene che atleta fossi (...) e quale punizione più grande della certezza che non saprò mai (...) quello che valevo vermante?». Dopo Christophe Bassons, Erwan Mentheour, Willy Voet, Bruno Roussel, tocca a Philippe Gaumont, ex professionista fino al 2004 vuotare il pesante fardello di un passato da corridore dopato. Le sue confessioni choc, riportate nel libro autobiografico "Prigoniero del doping", uscito da poco in Francia, rischiano di fare molto rumore, anche perché Gaumont fa nomi e cognomi, tira in ballo compagni ed ex colleghi fra cui Jo Planckaert e Franck Vandenbroucke. Il francese, 32 anni, professionista dal 1994 al 2004 ha corso con la Castorama, la Gan e da ultimo CON la Cofidis. E’ stato bronzo nella 100 chilometri a squadre delle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, due volte campione di Francia su pista (2000 e 2002, inseguimento individuale) ed ha vinto una Gand-Wevelgem. Arrestato il 20 gennaio del 2004 dalla brigata stupefacenti all’eroporto di Orly, ha smesso in quel momento di essere un corridore: per la sua terza volta era implicato in una vicenda di doping. Ed ha deciso di vuotare il sacco. Di raccontare tutto sul suo doping: dal cortisone fin dalle prime stagioni professionistiche, all’Epo, alla droga voluttuaria l’inverno, per fare festa (ancora un esempio di contiguità fra doping e droga...), per allenarsi o fuggire dal quotidiano. E, dal momento che ha coinvolto tutti gli altri si sono chiusi a riccio: Haumont è un bugiardo, un mentitore, uno squilibrato mentale. Ma le cose che dice il francese squarciano l’ennesimo velo. Dal caso Festina (1998) le cose non sono granchè cambiate nel ciclismo francese. La confessione di Gaumont dimostra come in questo sport non si sia fatto molto per risolvere il problema del doping. Molti corridori continuano a doparsi e a comprare le corse e i dirigenti in grande maggioranza fanno finta di non vedere. Per non parlare del ruolo inquietante di alcuni medici. Ma quello che più preoccupa è proprio il nesso, la contiguità del doping con la droga voluttuaria. Gaumont racconta che il belga Franck Vandenbroucke gli fornì una pasticca di "pot blege" (una mistura di anfetamina, efedrina, eroina e cocaina) alla vigilia di un interrogatorio della brigata stupefacenti, nel 1999. "Da quel momento, lui si è ripiegato su se stesso - racconta Gaumont nel libro - ed è divenuto dipendente da certi prodotti".
L’inferno del doping che sconfina nella droga. Così il sonnifero per prendere sonno e contrastare gli effetti della caffeina assunta il pomeriggio per gareggiare o allenarsi diventa un abuso: "Lo Stilnox ti faceva sballare se ne prendevi più pasticche". Circa Jo Planckaert, Gaumont scrive che il fiammingo gli aveva sconsigliato l’uso di una emoglobina sintetica che lui stesso aveva provato e che gli aveva fatto male allo stomaco. E c’è anche una "coté" italiana. E’ il medico Mauro Vezzani, indagato nel giugno del 2002 durante l’inchiesta doping di Brescia, all’epoca medico della Mercatone Uno di Marco Pantani. Poco prima del Tour del 1998, racconta sempre Gaumont il medico: "Vezzani arrivò credo nel maggio 1998. Noi eravamo nel pieno della preparazione per il Tour e lui si occupò dei corridori che avrebbero dovuto disputarlo. Fra gli altri c’erano Julich, Livingstone, Rinero, Desbiens e io. Ci vnviava dall’Italia in speciali pacchi-espresso Epo e Gh, imballate in contenitori refrigerati con ghiaccio. Noi ricevevamo il prodotto assieme alle istruzioni per l’uso". "A quei tempi - continua - ingurgitavo tutto quello che i medici mi somministravano, senza fare domande. Buttavo giù tutto quello che avrebbe potuto farmi andare più veloce. In nessun momento, in dieci anni di carriera, ho immaginato che si potesse fare del ciclismo diversamente. Ho cominciato a farmi di "pot belge" nell’inverno del 94-95. Chiedevo agli "anziani" se questo non mi avrebbe condizionato. Mi rassicurarono (...) più tardi, ho cominciato a prendere anfetamine per disputare i criterium (...) infine perfino per andare agli allenamenti. La dipendenza era terribile".
Molti corridori, secondo Gaumont, non avevano limite ed abusavano pericolosamente "Nel 1995 uno dei leader della Castorama ha rischiato di morire al Giro d’Italia; il suo sangue era diventato marmellata e sono dovuti intervenire d’urgenza. Loro (gli stranieri nella Cofidis nel 1997) utilizzavano prodotti vietati solo per migliorare le prestazioni. Noi, i francesi, non solo ci dopavamo, ma ci drogavamo regolarmente a colpi di anfetamine e pot belge".
Farmaci e doping, farmaci e droga. Droga, farmaci e imbrogli. "Nella Parigi-Nizza del 2003 il nostro compagno Kiviliev morì per una caduta durante una tappa. Due giorni dopo la corsa arrivava al Mont Faron e Vinokourova, miglior amico di Kiviliev, era ben piazzato per vincere la corsa. C’era fuori una fuga con un grande vantaggio, Ho chiesto al direttore sportivo. allora? Cosa facciamo? Diamo una mano a inseguire ai Telekom di Vinokourov? Il direttore sportivo si è messo in contatto con l’ammiraglia Telekom, poi è arrivato l’ordine via radio: sta bene, date pure una mano; ho contrattato per voi 3000 franche al giorno (da dividere in sette) fino a domenica. Noi abbiamo corso per tre giorni a favore dei tedeschi, senza fare domande. Vinockourov ha vinto la Parigi-Nizza e noi abbiamo avuto il nostro denaro. I giornali hanno scritto della beltà del nostro gesto...".

 

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