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"Libertà: quando ho iniziato a prendere coscienza, ho sentito il bisogno di conoscerti..." |
| Stakanovista nello sport, dove ha raggiunto le vette più alte (il suo record del mondo sui 200 metri è durato ben 17 anni anni), Pietro Mennea da Barletta si dimostra altrettanto determinato e deciso quando punta su un obbiettivo nella vita di tutti i giorni dove - plurilaureato nelle discipline giuridico umanistiche - esercita con successo la professione di avvocato commercialista. Questa è la sua decima fatica letteraria, forse la più complessa e scabrosa perchè tocca un tema difficile e poco gradito allo stesso mondo dello sport che - ormai regolato dalle sole, ipocrite leggi del business - preferisce non vedere o far finta che tutto vada bene, piuttosto che tutelare il sacrosanto diritto alla salute di ogni cittadino-atleta. Un diritto violato e negato continuamente dal meccanismo infernale che ruota attorno a sponsor, diritti tv, business, denaro, doping, imbrogli e falsità di ogni tipo. Quello che andava dicendo in tv, a proposito del ricorso ad una farmacia sfrenata, un noto dirigente calcistico a commento dell'assoluzione della sua società in un altrettanto noto processo sull'uso e abuso di farmaci, appartiene ormai al sentire comune: "Il calciatore (leggi: lo sportivo di vertice, n.d.r.) è come la Ferrari, ogni tanto ha bisogno di rientrare ai box e fare il pit-stop". E' la filosofia degli uomini-oggetto; uomini-cose, rotelle di un ingranaggio spesso più grande di loro, da usare e spremere - se non perfino sacrificare - sull'altare del dio denaro. E' un mondo, dove troppo spesso l'unico diritto che si ha in cambio dei soldi (ma non sempre...) è quello di dannarsi anima e fisico per una prestazione ogni giorno più intensa ed esagerata. Costi quel che costi. Succeda quel che succeda della salute e delle regole etico-morali, di cui pure lo sport dovrebbe essere vetrina. Pietro Mennea mostra coraggio (del resto non gli è mai mancato sulle piste di tutto il mondo e anche fuori pista...), determinazione e grande lucidità nel mettere insieme tutte le tessere del complesso mosaico sport-doping-leggi-istituzioni sportive e non (emblematico il capitolo sul Coni...). Ne viene fuori un testo molto pacato, ma che sottintende una durissima denuncia, come tradisce anche la dichiarazione d'intenti dell'ex campione, che punta a: "Scalfire l'imponente muro di silenzio eretto per nascondere agli occhi del mondo l'incontestabile realtà della massiccia diffusione della pratica del doping". Su questo fronte trova un alleato prezioso anche nelle cronache attente e puntuali di "SportPro" e questo non può che inorgoglire chi da anni combatte questa durissima battaglia. |
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"Il doping non è confinato solo all'agonismo; le sue dimensioni ne fanno una vera e propria piaga sociale" |
Nel corso della mia lunga peregrinazione professionale, prima in qualità di atleta, poi come libero professionista e anche in quella di uomo politico, ho sempre tentato di centralizzare la battaglia contro il doping, per quanto spesso la cosa mi abbia provocato, mio malgrado e con grande dispiacere, numerose inimicizie. Fatto e che questo problema e preso in considerazione soltanto quando si palesa in forme gravi, come, ad esempio, in caso di morti repentine o di patologie "inspiegabili": per il resto si tende ad occultarlo usando l'atteggiamento del cane che, con le zampe posteriori, tenta di coprire i bisognini che ha sparso lungo la strada. Credo che non esista ancora in Italia, ma anche a livello internazionale, una vera cultura contro il doping. I giovani sono informati poco e male ed anche in ambiente scolastico il fenomeno è poco studiato e approfondito. Alcuni autori, i quali hanno scritto su questo argomento, hanno pubblicato libri che affrontavano il problema, facendo nomi, cognomi e citando episodi con dati inoppugnabili; ebbene, molti di questi libri sono stati posti in vendita per pochissimo tempo, poi sono stati tolti dalla circolazione e ancora oggi molti si chiedono il perché. Noi addetti ai lavori ne conosciamo la ragione: quei libri rivelavano troppe verità scomode.
I mezzi d'informazione come si sono comportati? In Italia
la maggior parte dei quotidiani, sportivi e non, sono schierati politicamente;
nelle reti televisive pubbliche il potere politico e sportivo ha disseminato i
suoi uomini, conducendoli all'occupazione dei "posti chiave" infatti, in cambio
di "promesse" di vario genere, essi si schierarono con la parte politica che va
a governare il paese; quelle private, invece, appartengono a "comuni cittadini"
e quindi si comportano di conseguenza; è singolare l'episodio del proprietario
di alcune reti televisive che minacciò un uomo politico della stessa coalizione,
con il quale si trovava in disaccordo, di scagliargli contro le televisioni di
sua proprietà, come segugi dietro la preda. Evviva dunque la libertà
d'informazione.
Si può anche constatare che alcuni quotidiani hanno dedicato pagine e pagine a
sportivi che erano in odore di doping e che invece sono stati presentati come
esempi da imitare, perché essi, in quel determinato momento, erano funzionali
alla divulgazione e alla pubblicità di un determinato sport o di un qualche
evento di grande importanza (specialmente economica). Nel contempo, gli stessi
media adottano l'atteggiamento dei mastini nella ricerca della foto o del
filmato clamoroso, dello scoop, di documenti spesso privi di verifica, che
potrebbero distruggere in un secondo anni di sacrifici compiuti da un atleta che
è riuscito a diventare personaggio e che non è protetto da "particolari tutele".
Una via di mezzo, equa e rispettosa tanto dei problemi quanto degli uomini, non
sembra esistere nel mondo dell'informazione. Comunque la vicenda del doping ci
insegna che la società in cui viviamo, invece di tentare di risolvere il
problema alla fonte, lo evita e pensa di poterlo affrontare semplicemente non
parlandone e facendo in modo che nessun altro ne parli: in tal modo coloro i
quali si battono per trovare una soluzione concreta e praticabile sono spesso
stati isolati e allontanati dagli incarichi ricoperti in ambito sportivo.
I mezzi usati per neutralizzare queste "mine vaganti" sono stati molteplici e
quasi tutti moralmente eccepibili: si è passati dalla radiazione,
all'isolamento, alla ghettizzazione, all'uso di calunnie infamanti. Quasi per
contrappasso, si è verificato il caso di taluni che sono stati messi a tacere
inficiando la loro immagine pubblica: chi ha combattuto il doping si è talvolta
ritrovato a dover dimostrare la sua estraneità dallo stesso, perché i detentori
del potere sportivo avevano tentato di imbavagliarlo insinuando sottilmente, pur
senza formulare accuse precise perché palesemente infondate, il dubbio sui suoi
comportamenti. La qual cosa si è potuta verificare in grazia della già citata
connivenza tra i centri di potere e le lobby dell'informazione.
Molti altri non hanno trovato nessuna collocazione nel
mondo dello sport, ovvero nel settore che conoscevano meglio e sono stati
costretti ad intraprendere un'altra attività, che nulla aveva a che fare con
l'attività sportiva svolta e ciò perché chi gestiva il potere sportivo aveva
deciso di chiudere loro ogni porta. Io stesso, quando ancora praticavo
l'atletica, mi sono ritrovato a dover fronteggiare un attacco denigratorio
furibondo da parte di un quotidiano: in quella occasione fui costretto a
chiedere aiuto all'Avv. Gianni Agnelli (in quanto ex atleta che aveva corso con
la maglia IVECO), affinché intervenisse per far porre fine all'assurdo
accanimento nei miei confronti. Sono legittimato a parlare in questa maniera dai
numerosi ostracismi subiti a causa della mia propensione a parlar chiaro, a non
"aver peli sulla lingua", specialmente quando si è trattato di denunziare gli
abusi degli organi sportivi istituzionali ed il loro acquiescente e poco
incisivo modo di affrontare il problema del doping. Non c'è, da parte mia,
alcuna volontà di autocommiserazione e nessun intento di elevarmi a vittima
sacrificale del sistema: ciò che ho vissuto lo debbo innanzitutto al mio
profondissimo amor di libertà, oltre che al mio spirito assolutamente alieno
tanto dal "servo encomio" quanto dal "codardo oltraggio". Nei fatti io non nutro
alcun risentimento nei confronti degli individui, ma non posso fare a meno di
deprecare pubblicamente e senza nascondermi quelle che sono le carenze
strutturali delle organizzazioni preposte all'esercizio del potere. Un potere
che avviluppa chi lo prova nei suoi tentacoli di piovra: cosa non si riesce a
fare per detenerlo.
Non è quindi strano che talune mie azioni abbiano provocato, per una legge della
fisica, reazioni contrarie quanto meno di ugual portata. Nel 1984, durante in
una conferenza stampa tenuta in occasione del mio ritiro dall'attività
agonistica, denunciai la presenza del doping nello sport; per l'esattezza feci
presente che mi ritiravo poiché: "...mi sono accorto che le prestazioni
agonistiche non sono soltanto frutto di allenamento e che alcuni atleti per
andare avanti prendono sostanze che sono ritenute illecite". Ebbene, molti
quotidiani, invece di apprezzare una tale denuncia, mi hanno descritto come
colui che "sputava nel piatto dove aveva mangiato" per 15 anni. Di qui la
definizione di "personaggio strano e difficile" che mi ha accompagnato per tanti
anni. Alcuni giornalisti, all'epoca, scrissero: "...Esce di scena con una
violenta accusa uno dei grandi dello sport mondiale "; "...Polemico addio di
Mennea all'atletica..."; "...ma un addio pieno di «ma», di «forse», di ipotesi,
di verità dette e non dette. Cosi ha voluto il campione e chi eventualmente lo
consiglia. Amen " "Ma ha anche lanciato pesanti accuse al mondo dell'atletica".
Come già detto, i casi di ostracismo, a causa anche di quelle esternazioni, li subisco ancora oggi, come quando, essendo stato chiamato a ricoprire l'incarico di direttore generale della Salernitana Calcio S.p.A. (campionato 1998/1999), dopo alcuni giorni soltanto dal conferimento dell'incarico, al Presidente del club arrivo una telefonata dal CONI che consigliava il primo dirigente di mandarmi via. Il tutto mi fu riferito dal Presidente della Salernitana, durante la solita cena che, quando giocavamo in casa, facevamo alla vigilia di una partita. Nel 1994, venuto a sapere del bando di concorso indetto per l'assegnazione di alcune cattedre all'ISEF di Roma, partecipai a questo concorso; ma mi sono dovuto scontrare per l'assegnazione di una cattedra con un alto dirigente del CONI dell'epoca. Infatti, per escludermi dal concorso, sono stati costretti a falsificare i verbali. (Per saperne di più su questa vicenda consiglio di leggere il libro: "Storia di un concorso" di cui sono anche l'autore). Ho sempre saputo che per me, una volta smessa l'attività agonistica, sarebbe stato difficile se non impossibile partecipare al governo della FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera. La conferma arrivò nel 1994. Mentre uscivo dalla stanza di un alto dirigente CONI che si trovava nel Palazzo H, sede del massimo ente sportivo italiano, mi stava aspettando un altro dirigente CONI, che in passato aveva ricoperto anche un ruolo importante nella FIDAL, il quale mi apostrofò, dicendo testualmente, che "non sarei mai diventato Presidente della Federazione senza il suo aiuto". Di rimando lo mandai "al diavolo", ma devo ammettere che aveva ragione: io che ritengo di aver dato molto all'atletica italiana mi occupo di altro nella vita, mentre questo personaggio, ancora oggi, si occupa di sport, ricoprendo un ruolo dirigenziale nel Toroc di Torino 2006 (se non erro, collabora anche con i Comitati Olimpici Europei).
Questo episodio è indicativo per comprendere come persone discutibili ancora oggi si occupano di sport, e ciò può accadere perché il potere politico, accanto a quello esercitato dai media, favoriscono questo modo di fare clientelare, che permette a taluni individui (senza aggettivi) di occupare posti strategici in settori importanti della vita sociale del nostro Paese. In occasione dell'anniversario dell'atletica leggera italiana, i dirigenti federali dell'epoca organizzarono un grande evento chiamando a raccolta ed invitando tutti gli atleti che avevano offerto un contributo alla storia di questo sport. Sarà stato un disguido, ma l'unico atleta che non invitarono fu il sottoscritto o, forse, quei dirigenti avevano ritenuto che quello che io avevo fatto per l'atletica leggera italiana non era degno di essere ricordato. A poche ore dall'inizio dell'evento, anche pressati dalla stampa, si accorsero del grande errore fatto e cercarono invano di rimediare. Questa vicenda fu oggetto di attenzione da parte del Parlamento italiano, tanto che alcuni deputati presentarono delle interrogazioni parlamentari, denunciando il comportamento scandaloso, facendo presente che quei dirigenti, dal momento che non avevano avuto rispetto di chi ha fatto la storia dell'atletica, non potevano occuparsi più di sport. Inoltre, a noi atleti con la qualifica di dilettanti, durante il periodo di attività agonistica che precedeva un'olimpiade, ci venivano riconosciute delle borse di studio, ma dopo quella denuncia (1984), "inspiegabilmente", io non ricevetti più la borsa di studio che mi spettava in quanto atleta olimpico. E si tratta soltanto di una breve carrellata di angherie subite dal sottoscritto, che ha condiviso la stessa sorte dei molti che, per giunta, non hanno neppure la fortuna di poter far sentire la propria voce. Questo mi è costato dire, all'epoca, ciò che oggi è universalmente conosciuto e riconosciuto per vero.
Come è vero che nell'atteggiamento delle istituzioni sportive, rispetto al problema del doping, poco è mutato nel corso di tutti questi anni. Alla luce delle ultime vicende che hanno colpito lo sport mondiale, si comprende che finora non è stato fatto molto per combattere il doping e le poche iniziative sono state fatte senza una vera volontà di debellarlo; a tale proposito è emblematica la vicenda che anni fa coinvolse il laboratorio antidoping dell'Acquacetosa del Coni di Roma. Infatti, il laboratorio antidoping del Coni (Acquacetosa), l'unico in Italia accreditato dal CIO, venne chiuso a seguito di irregolarità riscontrate nel marzo 1998, poiché l'attività di analisi non veniva espletata in modo corretto; in molti controlli, di proposito, non venivano ricercate alcune sostanze "dopanti" comprese nella lista delle sostanze vietate. Lo scandalo costrinse l'allora Presidente del CONI, Mario Pescante, alle dimissioni." Solo nel 1999 (marzo) il suddetto laboratorio è riuscito a riottenere l'accredito dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e ha ripreso la sua piena attività e cioè quella di routine (analisi di routine), ed eventuali controanalisi, dei campioni, sia nazionali che internazionali, anche se sono rimaste alcune perplessità, poiché si teme che in futuro i responsabili di detto organismo possano compiere ancora quelle irregolarità che indirettamente hanno lasciato ombre sui risultati agonistici di molte discipline sportive.
Nel contempo, vi sono alcuni quotidiani che direttamente o indirettamente sono legati ad alcune discipline sportive, in cui si sono verificati molti casi di doping. Quando si verifica un caso "clamoroso di doping", un po' tutti i mezzi d'informazione fanno quadrato e si schierano nel condannare il comportamento delittuoso (se si tratta di norme ordinarie), o l'illecito sportivo (se sono state violate norme sportive): peccato soltanto che la loro azione informativa si faccia sentire soltanto in presenza dell'assoluta evidenza. Sarebbe auspicabile che il mondo del giornalismo ritorni al suo ruolo di "moralizzatore" dei costumi, di veicolo dei valori sociali prima che meramente sportivi. Qualche voce già si può udire nel coro caotico: speriamo che esse vengano amplificate.
Pietro
Mennea, è nato a Barletta il 28 giugno del 1952. E' stato per anni un
atleta di vertice mondiale, conquistando fra le tante vittorie anche il record
del mondo dei 200 metri (Mexico City 1979) e l'oro olimpico sulla stessa
distanza a Mosca 1980. Diplomato Isef e laureato in Scienze Politiche, ha
abbandonato lo sport attivo nel 1988 dopo la quinta olimpiade (Seoul).
Successivamente si è laureato in giurisprudenza, scienze motorie e lettere,
dedicandosi all'esercizio dell'attività di avvocato e dottore commercialista,
nonché allo studio del diritto con una attenzione particolare all'ottica dello
sport nelle sue varie sfaccettature giuridico-legali. Nel 1999 eletto deputato
al Parlamento europeo è stato relatore del rapporto sullo sport votato nella
seduta del 7 settembre 2000.
Pietro Paolo
Mennea
"Il doping e l'ìUnione
Europea"
Fondazione Pietro Mennea
&
Delta 3 Edizioni
175 pagine 20,00 euro