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Il libro di Willy Voet: tutto il male del doping |
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| "Révélations
sur 30 ans de tricherie" Calmann-Lévy - Paris Chi è Willy Voet |
"Rivelazioni
su trent'anni di imbrogli" |
ECCO DESCRITTI I METODI PER TRUFFARE I MEDICI AI CONTROLLI ANTIDOPING
Traduzione dal francese di E. Capodacqua
Cap. V - I corridori sanno tutto
Il mio tirocinio era empirico. Bisognava aprire le orecchie, gli occhi, rubare da certi segnali dellatteggiamento, dalle mezze frasi. E ricostruire con pazienza il "fil rouge", il senso. Parlare con i corridori era essenziale a questo scopo. Loro sapevano, loro sanno tutto. Quando io penso che oggi ancora, dopo un controllo positivo continuano a giurare sulla testa di loro madre che sono stati dopati a loro insaputa
Sanno. Sanno sempre cosa prendono. Forse meglio di me; perché conoscono il loro organismo, lo loro reazioni; a quale momento intervenire, che prodotto prendere e quale dose. Essere professionisti vuol dire esserlo a tutti i livelli. Per la verità soltanto il cosiddetto "pot belga" resta un mistero, anche per i corridori, perché gli ingredienti possono variare. E lamfetamina del povero. Nel 1980 i suoi antenati si chiamavano Tonedron e Pervitin, in gruppo il loro nome era facilmente mutato in "Tonton" e "Tintin", ma a confronto del "pot" sarebbero sembrati prodotti benefici.
In breve, quando le ruote sono bene oliate, il "soigneur" non è che un esecutore, cui spetta il compito di preparare le pozioni saggiamente dosate. Ma ci vuole tempo perché il tandem corridore-soigneur possa raggiungere il massimo del suo potenziale. Non è un caso se i migliori massaggiatori si occupano dei migliori corridori. Nel 1979 io ne avevo tre o quattro: Ward Janssens, René Bittinger, Jacques Michaud e Joaquim Agostinho. Allinizio io non facevo che massaggi. Ma presto cè stata una rapida evoluzione. La mia prima endovenosa, prodotti per il recupero, lho fatta su Janssens. "Devi farci la mano", mi diceva lui. Io ero bianco come un cencio. "Dai, infila lago; guarda. È una vera autostrada". Tremavo come una foglia. Allora mi ha preso il braccio e ha guidato la mia mano.
A quel punto mi mancava davvero poco per essere completo. Amfetamine sotto la cute al braccio o sulla pancia, corticoidi, steroidi e anabolizzanti, come il testosterone intramuscolo: gesti quotidiani, niente di più che la normalità. Il belo è che nessuno pensava alla frode, allinganno. Allora, solo le amfetamine in teoria erano proibite, ma solo perché suscettibili di essere individuate nelle urine. Ma fino agli inizi degli anni 80 i controlli antidoping erano davvero facili da aggirare.
D'altronde, per i corridori importanti e per preparare tutte le "scadenze" che si fissavano i corridori, si iniettava in più rispetto alla preparazione abituale una fiala di Deca-Durabolin 25 o 50. Un ormone maschile, un anabolizzante. Una iniezione una settimana prima della partenza del Tour e una poco dopo metà corsa, prima delle tappe di montagna. I vantaggi: leffetto durava quasi un mese. Svantaggi: il prodotto era facilmente individuabile nelle urine. Per le classiche i corridori si facevano una fiala si Synacten Retard o Immediato, uno stimolante delle ghiandole surrenali che favorisce la produzione di cortisone. Nel mese delle "classiche" una iniezione ogni tre giorni. Ma anche il ricorso alle amfetamine era frequente. Del resto i controlli cerano solo nelle corse importanti: grandi Giro, prove di una settimana, classiche e semi-classiche. Per il resto i corridori si "caricavano" in tutta impunità. Ma non era certo un Tour de France che avrebbe fermato questa escalation. Al contrario
Capitolo IX - Avremmo mentito a Richard...
Fu in Giappone, in occasione del campionato mondiale dilettanti di Utsonomiya, nel 1990 che Richard Virenque colpì locchio di Marc Braillon. Anche se bazzicava lambiente del ciclismo dal 1986 il nostro caro patron non sapeva nulla, ma la grinta, ancorché disordinata di Richard lo aveva colpito. Al punto che incaricò Bernard Vallet, allora direttore sportivo della RMO, di mettere sotto contratto quel giovane dal temperamento così focoso. Per nulla convinto, Vallet, aveva dovuto sottomettersi ai voleri del padrone. Ricordo ancora il nostro primo incontro nel 1991, prima del Giro dellAlto Var, a fine febbraio. Eravamo ospiti in un albergo di Draguignan. Lui sbarca al volante di una Golf nera con dietro due enormi altoparlanti che urlavano. Una vera discoteca ambulante. L'ho visto uscire con i suoi capelli mossi e la camminata sbilenca alla John Wayne. Non so perché, ma mi piacque subito. Gentile, timido allinizio, spontaneo. Sempre in movimento. Sempre a fare qualcosa, fosse sulla sua automobile che curava di persona, fossero le scarpe. A tal punto che o dirigenti della squadra qualche volta dovevano ammonirlo. Non si vergognava di fare domande. Perché si montava il 53 invece del 52; perché si usava tale pomata, perché quel tale calendario di corse. Ascoltava i meccanici, i massaggiatori, il direttore sportivo. Aveva una enorme voglia di apprendere e approfondire il suo nuovo mestiere, correggere i suoi difetti, progredire, migliorare sempre. Si comportava come un bambino che comincia a parlare. La nostra complicità è subito cresciuta naturalmente. A poco a poco siamo diventati inseparabili alle corse. Anno dopo anno, a tutti i livelli, Richard Virenque ha realizzato progressi spettacolari. Peccato che il suo acume tattico non ha seguito tali progressi.
Capitolo X - X, Z, P e la "speciale" cronometro
Nel corso dellinverno 1992 93 avevo avvicinato diversi direttori sportivi, fra cui Jean-Luc Vandenbroucke e Bernard Quilfen il braccio destro di Cyrille Guimard nella "Super U". Ero entrato a far parte delléquipe Festina grazie allinteressamento di Pascal Lino. Ma avevo dovuto attendere mesi. Poco tempo prima di Natale i dirigenti della società ci avevano riunito in un albergo di Andorra: corridori e personale, una cinquantina di persone in tutto. Andavamo avanti e indietro lungo un corridoio prima di passare uno per uno davanti a Miguel Rodriguez, il grande patron e Miguel Moreno, il direttore sportivo. La firma dei corridori era prioritaria e la sfilata durò fino alle quattro del mattino. Alla fine chi non era riuscito ancora ad avere il colloquio era invitato una quindicina di giorni più tardi, allinizio del 1993. Dopo le tribolazioni patite con il sedicente principe Icham, non andavamo tanto per il sottile. Ma qui non cerano né Mercedes né sontuosi banchetti per gettare polvere negli occhi. Finalmente laccordo fu raggiunto al secondo viaggio ad Andorra.
La squadra Festina era veramente cosmopolita. Era composta di tre gruppi: il primo era il vecchio nucleo della RMO (Virenque, Lino, Vermote, Roussel e io, essenzialmente); il secondo era il ramo olandese PDM (Rooks, Van Poppel, Van Lancker, Koerts e il dottor Rijckaert, che aveva interrotto per qualche tempo la sua attività); il terzo era la parte spagnola, matrice base della squadra che faceva capo allirlandese Sean Kelly.
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Noi arrivavamo dalla RMO con le nostre piccole preparazioni di corticoidi. E non tardai a capire che si trattava di un arsenale ben modesto paragonato a quello che si stava mettendo a punto. Qualche giorno prima delle gare Rijckaert ha voluto mettermi al corrente di certe "disposizioni" che erano duso nel clan olandese. Aveva bisogno di un uomo di fiducia per tramandare i suoi consigli. Dal momento che parlavo fiammingo ero il più adatto. E fu così che la vaga idea che al tempo avevo dellEPO si venne a precisare meglio. I corridori olandesi la usavano dallanno prima e Rijckaert mi spiegò i suoi effetti benefici e nefasti. Ma soprattutto come procedere. A dire il vero lui non si interessava dellapprovvigionamento; preferiva lasciare che i corridori se la sbrogliassero da soli per procurarsela. E debbo dire che se la cavavano piuttosto bene.
Ne parlò anche a Roussel, che, da principio era contrario. Roussel era un fautore della preparazione e della metodologia dellallenamento e larrivo dellEPO lo metteva a mal partito con le sue concezioni deontologiche. Ma ha dovuto arrendersi: voleva correre per stare dietro oppure per lottare alla pari con gli altri e vincere? Davanti alle ambizioni della squadra, davanti alla pura di sentirsi ridicolo Roussel non poteva resistere tanto. Così, sotterrata letica, alla partenza del Tour dal Puy du Fou (un qualche maniera il nostro "Pot du Fou") i corridori sapevano che lEPO sarebbe stata puntuale allappuntamento. Un battesimo del fuoco. I francesi della squadra: Lino, Virenque e Dojwa erano eccitati dalla prospettiva intanto perché le dosi erano gratis, interamente a carico della squadra. Soprattutto Dojwa, che soffriva di bronchite, e aveva dovuto fare molti antibiotici, utilizzò più EPO degli altri. Serviva per contrastare linfezione virale.
Il clan francese ignorava completamente il "giro" che lEPO compiva per arrivare a loro. Ma cera dellimpazienza, perché a quarantotto ore dal via non era successo ancora nulla e i corridori avevano già passato la visita medica obbligatoria al via del Tour. Per frenare la loro impazienza Bruno Roussel telefonò in Spagna. Dallaltro capo del filo un messaggio rassicurante: "Arriverà domani per aereo".
Effettivamente lindomani arrivarono un centinaio di dosi. Rijckaert cominciò la sua opera. Lo stesso giorno i corridori subirono un prelievo presso un laboratorio di Cholet. In funzione del tasso di ematocrito di ciascuno noi compensavamo. Il limite del 50% fissato dallUCI non era ancora in vigore (fu messo solo qualche anno dopo, nel 1997), ma Rijckaert non voleva oltrepassare il 54% per evitare comunque rischi eccessivi. I co5rridori avevano diritto ad una dose giornaliera di 2.000 unità. Una dose ragionevole, secondo Rijckaert. Poi siamo passati ad una iniezione ogni due giorni, fino ad una settimana dallarrivo a Parigi. Era inutile andare oltre, perché gli effetti dellEPO non sono immediati e durano più giorni.
Il pomeriggio del giorno di riposo ad Andorra, durante la siesta, io operavo come sempre nella camera che dividevano Richard Virenque e Jean-Philippe Dojwa. Avevo installato delle perfusioni endovenose di proteine, e i corridori vi si erano sottoposti. E una cura lunga: quaranta gocce al minuto, ci volevano almeno due ore per finire il trattamento. Allimprovviso il manager della squadra, Joel Chabiron entrò nella camera senza bussare. Il problema era che aveva con sé un giornalista spagnolo. Addio! Sapevamo che per il giornalista quella endovenosa, totalmente regolare e permessa, sarebbe diventata la prova di chissà quale doping. Mi gettai sulla porta e la bloccai con il piede; spiegai che il medico stava visitando i corridori. Ma Chabiron non voleva sapere nulla. Preso dal panico Virenque si catapultò nel bagno, trasportando a mano le ampolle della endovena. Non sapeva che fosse necessario tenerla verticale, perché la pressione facilita il passaggio delle sostanze nel sangue. Così leffetto fu immediato: il suo sangue passò di colpo nella perfusione, gettando il corridore nel panico. Fortunatamente Chabiron ad un certo punto comprese il suo errore. Dopo aver chiuso la porta ho rimesso a posto la perfusione per Virenque, davanti a Dojwa, che rideva come un matto.
La Festina finì il Tour con una sola vittoria di tappa e un quinto posto (Dojwa) nella classifica finale. Un bilancio deludente in rapporto alle "cure". Ma noi avevamo cominciato a fare lEPO troppo tardi, perché in gara il tasso di ematocrito è molto difficile che aumenti. Occorreva fare pratica, comunque.
Qualche mese dopo firmò per la Festina Pascal Hervè. Vecchio campione di Francia dilettanti, conosciuto per il suo coraggio, finalmente gli si presentava loccasione giusta. Una volta giunto da noi, non fece tanti giri di parole quando mi strinse la mano: "Ascolta, io ho ventinove anni, vale a dire che mi restano tre o quattro anni per guadagnare un po di denaro da professionista. Lho detto al dottore e lo ripeto a te: non bisogna farsi scrupoli per una puntura in più, con me. Io so come funziona la cosa, conosco il sistema. Con me non cè da farsi neppure la domanda". Ebbe il merito di essere chiaro.
Prima dellinizio della stagione 1994 la squadra al completo si ritrovò a Gruisson, alla fine di gennaio. Cerano tutti allhotel "Le Corail", sul porto. Lo staff dirigente - Bruno Roussel e Miguel Moreno, Michel Gros e Joel Chabiron, i dottori Eric Rijckaert e Fernando Jimenez ci riunì in un salone. Lordine del giorno era: messa a punto del sistema di doping della squadra e del suo funzionamento. Parlò per primo Bruno Roussel, che non aveva dormito per due notti: "Ho visto bene le trame del ciclismo e allora, piuttosto che dover piangere per un eventuale incidente abbiamo deciso di applicare ai corridori queste cure, sotto controllo medico; siete tutti invitati a prendere in considerazione le raccomandazioni del dottor Rijckaert".
Questa decisione che riguardava lEPO e un nuovo arrivato, lormone della crescita, non sorprese nessuno. I corridori erano daccordo con tale organizzazione. Fu convenuto che a fine stagione ciò che veniva consumato da ciascuno sarebbe stato trattenuto dai premi e dagli introiti delle corse di stagione. La squadra anticipava i fondi, circa 500.000 franchi (circa 148 milioni di lire n.d.r.); tutti i guadagni erano centralizzati e poi divisi da Joel Chabiron.
Un grosso consumatore dunque poteva vedersi trattenuto fino a 80.000 franchi (23.600.000 lire, n.d.r.) per le sue necessità. Per avere unidea del "movimento", la stagione 1997, particolarmente ricca di successi, ha prodotto circa 4 milioni di franchi di guadagni. Una volta tolto il 15% che spetta normalmente al personale (ovvero 600.000 franchi), restavano ancora 3.400.000 franchi da dividere fra 22 corridori. Non erano certo dei perdenti. Fu questo meccanismo che la stampa , durante il Tour del 98, chiamò "fondi neri".
Questa organizzazione, tuttavia, fu rimaneggiata un anno dopo, nello stesso periodo e nello stesso hotel. Avevamo constatato che i piccoli corridori avrebbero difficilmente potuto pagarsi certi prodotti 4-500 franchi (120-160.000 lire) per una fiala di EPO, 550 franchi (162.000 lire) per una dose di Gh, lormone della crescita - anche se, alla fine si adoperavano anche loro per il bene collettivo. Su richiesta di Virenque e Hervé, principalmente, ci fu una votazione a levata di mano, perché tutti i prodotti consumati venissero divisi equamente fra tutti i corridori. La decisione passò alla quasi-unanimità. Bassons, Halgand e Lefèvre, che non si sono mai dopati, non erano ancora in forza alla Festina. I neo-professionisti non erano coinvolti in questa divisione e quelli più esitanti finivano per piegarsi alla legge della maggioranza. Questa nuova disposizione generò qualche abuso. I corridori di medio calibro ne usavano più del necessario. Il fondo a disposizione era stato aumentato e toccava adesso i 600.000 franchi (177 milioni di lire).
Nel 1996 Virenque ed Hervé, ben assecondati da Dufaux, preferirono tornare al sistema originario. Dufaux, che proveniva dalla Once, non era affatto sorpreso della nostra organizzazione, come tutti gli altri corridori che arrivavano da formazioni spagnole: Hodge (1995), Stephens /1997) e Zulle (1998). Non insegnavamo loro nulla di più di quanto non sapessero già; solo cambiavano i modi di finanziamento. Daltronde fra "soigneur" poteva capitare di aiutarsi lun laltro. Con certi colleghi della Lotto, ad esempio, non era raro scambiare una fiala di EPO o di Gh. E spesso ho assistito a lunghe discussioni fra medici di squadre diverse, il cui soggetto era lo stesso per tutti: la "preparazione". Grosso modo larmamentario era lo stesso per tutti.
| Willy Voet è stato luomo cardine del grande scandalo al
Tour 98. Da più di 30 anni nel "milieu", nel mezzo del movimento
ciclistico, ha vissuto in prima persona tutti i problemi legati alle più disparate e
diffuse pratiche doping. Lui non era un semplice massaggiatore, ma anche un
"soigneur", un "curatore" dei corridori; uno che aveva il compito di
dare e somministrare i prodotti. E colpisce nel suo racconto la naturalezza con cui
descrive pratiche e materiali. Arrestato l'8 luglio 1998 alla frontiera franco-belga
con un enorme carico di prodotti dopanti alla vigilia della partenza del Tour (centinaia
di confezioni di anabolizzanti, EPO, amfetamine, ecc.) e, per di più, su una macchina
ufficiale della corsa francese (cosa che ha del sacrilegio per l'immagine del Tour in
Francia), lex massaggiatore della Festina - amico intimo di Richard Virenque - è
stato a lungo in galera. In Francia, infatti, il doping è reato penale. "Non è
stato facile rivelare certe pratiche - dice adesso - mettersi a nudo e affrontare il
giudizio dell'opinione pubblica. Spesso mi sono interrogato: che diritto hai tu di fare
ciò che nessuno ha fatto prima di te? Puoi prenderti la responsabilità di spezzare la
legge del silenzio? Avresti mai scritto questo libro se quell' 8 luglio 1998 non fossi
stato fermato ed arrestato dai doganieri al confine belga? Ho riflettuto. Esitato. E debbo
riconoscere che senza il carcere non mi sarei mai deciso. Per forza di abitudine, perché
non è facile rinunciare al comfort. Poi ho pensato che fosse necessario". Il libro è assai interessante perché spiega e fa capire come il doping nel ciclismo "venga da molto lontano", sia una pratica quasi connaturata alla disciplina stessa. Un qualcosa di "normale" e universalmente accettato come tale. Limbroglio comincia ben prima che si sia manifestata la palese inefficacia dei controlli antidoping tradizionali di fronte al dilagare dei nuovi prodotti (EPO, Gh, ecc.) introvabili nelle urine. Comincia col tentativo di frodare i pochi test che allora si facevano solo sulle urine e solo nelle grandi corse. Con le mille alchimie (talune anche assai ridicole) per portare a termine impunemente l'imbroglio. Tecniche e "medicine" che, con lavvento del doping ematico, ora sembrano preistoria. Ma che sono il naturale prologo al lievitare di pratiche e ricorso a sostanze proibite fino ad arrivare ad un vero e proprio sistema-doping che nella Festina era organizzato e finanziato addirittura dalla squadra. Voet parla a viso aperto, fa nomi e cognomi; racconta fatti e circostanze, illustra come il doping si sia trasformato negli anni, trovando terreno fertile in una disponibilità e una serie di complicità tacite o meno dellambiente intero. Fino al doping organizzato e finanziato dalla squadra. Si fa ma non si deve dire: si fa ma non se ne deve parlare; una testimonianza drammatica dellipocrisia che regnava nell'ambiente. Che regna ancora? |
Puoi dirci per cortesia, in forma del tutto anonima, se giudichi interessante questa presentazione ?