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"Le mie prigioni" sarebbe andato benissimo.
Così Willy Voet, ex massaggiatore-tecnico-factotum-contrabbandiere-pusher della Festina, avrebbe potuto titolare il suo libro "Massacro alla catena", tradotto dal francese a cura della Bradipolibri nel 2002 e di cui già al suo apparire in Francia "SportPro" aveva dato ampia sintesi, riportando i brani più interessanti.
Quel
titolo avrebbe reso pienamente e con immediatezza il contenuto e lo spirito di
questo libro nel quale l’autore descrive il suo dramma. Che è quello di una
persona comune, perfino un buon padre di famiglia, che si trova coinvolto e
travolto da vicende più grandi di lui e finisce addirittura in galera.
Da massaggiatore-tecnico-factotum di una famosa squadra ciclistica d’improvviso
scopre di esse un mostro: contrabbandiere-pusher, un malfattore comune da
sbattere in galera. Un mostro finito in prima pagina, senza aver mai sospettato
di essere un mostro. Anche se le cose che confessa di aver fatto sono
gravissime.
E’ lui uno dei tanti protagonisti (quanto cosciente o meno non lo sapremo
mai...) di un meccanismo e di una abitudine talmente diffusa nel ciclismo da
essere eletta a sistema.
Il ciclismo si faceva così: allenamento, corse e tanta farmacia proibita. Tanto
doping.
Al resto - che fosse vietato, che in Francia una legge particolare
ponesse più attenzione a certi eccessi, che in ballo ci fosse la salute di
uomini, persone, individui - non si pensava. Era il sistema a chiederlo in nome
del dio denaro e per chi vi si trovava all’interno era tutto così d’abitudine
da sembrare perfino normale, logico. La sola via da seguire per la caccia ai
risultati da cui discendevano sponsorizzazioni, premi e soldi, in definitiva.
Se qualcuno si chiede come mai uno del
"sistema" si è deciso a vuotare il sacco, può trovare una risposta
sia nelle ovvie pressioni degli inquirenti francesi che lo hanno
"pizzicato" alla frontiera col Belgio con una "ammiraglia"
stracarica di prodotti dopanti e vietati (stare in prigione due settimane fa
sciogliere la lingua, evidentemente...); sia nel dramma che c’è dietro il
doping, cioè le morti sospette, come Voet racconta nella seconda e quarta di
copertina.
Osservazioni che riscattano almeno in parte un personaggio dai contorni
nebulosi.
"…Forse non si potrà mai stabilire che il doping ha causato delle morti. Come non si potrà mai provare il contrario. Allora, penso a tutti quei corridori il cui cuore ha ceduto. Lo spagnolo Vicente Lopez-Carril, morto a trentasette anni; il belga Marc Demeyer, morto a trentadue anni; il belga Geert Van de Walle, morto a ventiquattro anni; l’olandese Bert Oosterbosch, morto a trentadue anni; il polacco Joaquim Halupczok, morto a ventisei anni; L’olandese Johannes Draaijer, morto a ventisette anni; Paul Haghedooren, ex campione del Belgio, morto a trentotto anni; l’olandese Connie Meijer, morta a venticinque anni. Penso a loro, che ho conosciuto bene, e agli altri, scomparsi nell’anonimato su una strada di allenamento. Con loro, è il cuore del ciclismo che ha cessato di battere. Quanti morti saranno ancora necessari perché si arresti il massacro?"
Queste morti nessuno potrà mai collegarle ad una causa certa e comune. Da lasciano un’ombra scura attorno ad uno sport popolare e nel cuore della gente. Su questo esercito di giovani e giovanissime vittime nessuno si ferma a riflettere.
Non ci si ferma Willy Voet nei suoi anni allegri alla Festina passati tra corticoidi, epo, anfetamine e cocaina; lui stesso - racconta - non esita ad ingurgitare uno dei famigerati "pot belgi" (un condensato di amfetamina ed eroina) solo per essere in grado di guidare l’automobile per venti ore filate dopo una notte passata in bianco a far baldoria per una vittoria. Non esita neppure a provare su sé stesso il contenuto di una fiala anonima dal contenuto non dichiarato prima di iniettarla ad un atleta.
Nomi ed avvenimenti citati appartengono alla cronaca giudiziaria che in troppi oggi vorrebbero dimenticare. Prodotti farmaceutici e sistemi di assunzione descritti sono già l’archeologia del doping, ma ciò che colpisce è il meccanismo mentale che sottintende la diffusione del doping: per tutti quelli che non sono stati pizzicati con le mani nel sacco vale il sillogismo citato da Voet: "…C’era sempre un aforisma preferito dai corridori: nessun controllo positivo, nessun doping. Hanno finito per convincersene. Un po’ come se si ponesse la seguente equazione: 180 kmh in autostrada, nessun radar, velocità rispettata." anche se il controllo era stato superato col raggiro del nastro "double face" o con quello del preservativo nell’ano.
Dice ancora Voet:
"Scrivere
un libro verità sulle menzogne del ciclismo, passare al setaccio trent’anni
di silenzio, testimoniare l’altra faccia di un ambiente al quale sono a lungo
appartenuto, no, credetemi, non è stato facile. E poi, sento già i sarcasmi:
iconoclasta, ingrato, affossatore di uno sport popolare. Si, è così che si
può reagire se non si vuol sapere nulla, purché la ruota continui a girare. Ma
a quale prezzo...
No, non è facile svelare queste pratiche. No, non è facile mettersi a nudo
affrontando l‘opinione pubblica. Spesso, mi sono interrogato. Hai il diritto
di fare ciò che nessuno prima di te aveva fatto? Puoi accollarti la gravosa
responsabilità di spezzare la legge del silenzio? Avresti redatto questo libro
se, l‘8 luglio 1998, non fossi stato indiziato dai doganieri? Ho riflettuto,
ho esitato. Perché, lo riconosco, senza l’arresto, senza i miei sedici giorni
di prigione, non avrei mai compreso. La forza dell’abitudine, la routine, la
comodità. Poi, ho realizzato che era necessario. A rischio di infrangere
leggende. A rischio di far soffrire."
Ecco serviti quei professionisti che
mentono ai loro tifosi proponendosi per quegli eroi che non sono.
Ecco serviti quei dilettanti, più incoscienti che idioti, che imitano quei
professionisti senza neanche l’alibi dei tanti soldi in gioco e che si
avvelenano giorno dopo giorno per una medaglietta di latta.
Ecco serviti quei tifosi che non vogliono mettere in discussione quei
professionisti e quei dilettanti purché lo spettacolo continui.
La legge del denaro e del risultato a tutti i costi al posto dei valori dello
sport. Fingendo che questi valori ci siano ancora. Cioè barando, ingannando.
Voet è contabile freddo e implacabile. Registra e scrive tutto, giorno per
giorno: le assunzioni di ciascun corridore, dosi e antidoti. Tanto doping, tanti
soldi da pagare e prelevare dalla cassa comune. A fine mese con nello stipendio
anche le "detrazioni" della farmacia. Così chiaro ed accettato da
sembrare perfino "normale".
Chi torna tutti i giorni a casa stanco dopo una giornata d’ufficio si chiede come un uomo possa ridursi a far da magazziniere di sostanze stupefacenti conservandole nel frigo di casa, assieme ai fiocchi d’avena e alla Nutella dei figli. Si domanda come questo uomo possa aver indossato i panni di contabile, tenendo per anni con scrupolo e pignoleria conti e registri. La risposta è nel libro stesso, o meglio nella molla che ha spinto Voet a scriverlo: il brusco risveglio alla realtà dovuto all’arresto, il contatto con gli orrori della macchina giudiziaria.
E quindi tutte le conseguenze di questa presa di coscienza: la vergogna per la famiglia, la constatazione di essere l’unico a pagare, i voltafaccia degli amici di una volta che lo accusavano di essere un trafficante (gli stessi corridori ai quali lui applicava i "trattamenti" !), ed infine la totale esclusione dal sistema", la sua rottamazione come uomo di sport.
Questo libro, tradotto in un mediocre italiano da un mediocre francese, altro non è che l’atto di vuotare il sacco senza l’intenzione di voler danneggiare alcuno. E’ un "basta" urlato con la forza di chi non ha nulla da perdere e che non può più sopportare la cappa di ipocrisie che soffoca il mondo del ciclismo.
Servirà a scuotere l’ambiente?