28 gennaio - NADAL SCOPRE ADESSO GLI OBBLIGHI DEL CODICE WADA E SUBITO PROTESTA
ROMA - Fino a ieri, quando l'argomento
toccava in fondo sopratutto quei "quaquaraqua" del ciclismo e la loro
inveterata predisposzione all'intruglio chimico o alla pratica dopante
"furbetta", tutto andava bene. Niente da dire sul codice antidoping della
Wada, approvato da tutti gli sport e da tutti i Comitati Olimpici
mondiali, nonché sottoscritto anche da numerosissimi governi europei e
mondiali, compreso quello spagnolo, ovviamente. Ora che, fatti due soldi di
conti, l'ipotesi che i controlli arrivino davvero diventa concreta, come da
anni accade per i ciclisti (anche alle 6 di mattina...), ecco immediate le
proteste. Hanno cominciato alcuni calciatori belgi, che hanno
presentato addirittura un esposto alla magistratura; ha proseguito
addirittura il n. 1 del tennis mondiale, lo spagnolo Raf Nadal che si
lancia in una vera e propria intemerata: "Il nuovo codice antidoping
perseguita il tennis e non ha rispetto per la privacy". Come se un certo
dottor Fuentes, per anni (ancora oggi?) ombelico del mondo-doping nel
ciclismo e in molte altre discipline per sua stessa ammissione, non fosse
spagnolo come lui e come se il problema doping non riguardasse anche il
"nobile" sport di racchetta e pallina. Poi, ma in modo meno marcato, si
sono allineati anche i nostri ciclisti con un comunicato della loro
associazione: "L'Accpi si è sempre manifestata a favore del passaporto
biologico a patto, però, che vengano garantiti rigore scientifico, certezza
dei risultati e pari applicazione a tutti i corridori. Ciò premesso, alla
luce di quanto emerso nei giorni scorsi dal botta e risposta tra Robin
Parisotto (l'esperto che ha parlato di 30 casi sospetti di doping) e l'Unione
Ciclistica Internazionale, è lecito porsi degli interrogativi. Quale
serietà e rigore scientifico vi può essere nel comportamento di chi, in
qualità di esperto della commissione Uci sul passaporto biologico, anticipa
ad un'emittente televisiva tedesca le conclusioni a cui è pervenuto prima
che queste siano state valutate, discusse ed eventualmente condivise dall'Uci?".
Ecco fatto: pronto e delegittimato l'intero sistema.
Ora c'è di che rimanere sconcertati perché di questo problema si discute
da mesi e mesi. La disposizione è venuta al termine di un lungo
processo di aggiustamento e di modifica del regolamento Wada, cui hanno
collaborato tutti. Condiviso e accettato. Dov'erano tutti questi emeriti
signori nel momento della discussione? Perchè si scopre solo oggi che -
udite udite - dare la disponibilità per un eventuale controllo a sorpresa
un'ora al giorno turberebbe irrimediabilmente la privacy degli atleti? "E'
una vergogna - si infervora adesso Nadal che è anche vicepresidente del
consiglio dei giocatori Atp - soprattutto se si pensa al nostro sport.
Nemmeno mia madre o mio zio (il coach, ndr) a volta sanno dove mi trovo. Mi
sembra un'esagerazione totale dover mandare un messaggio o angosciarmi se
c'è un cambiamento improvviso di programma". E subito la ovvia proposta:
"Questa situazione deve cambiare. Noi abbiamo dimostrato che questo sport è
pulito, i casi di doping si contano sulle dita di una mano".
A parte il fatto che per corroborare una simile affermazione l'ineffabile
Nadal dovrebbe aver accettato migliaia e migliaia di controlli e analisi
come hanno fatto senza batter ciglio tanti altri atleti (ciclisti in
primis); e invece risulta che nel suo mondo fino a pochissimo tempo fa si
rifiutavano persino i controlli in gara, oggi giudicati inefficienti da
tutti gli esperti per una vera lotta al doping. Di qui l'allargarsi
dell'orizzonte dei controlli a sorpresa, anche questa una strategia
a lungo dibattuta, definita, stabilita e finalmente accettata da tutti,
mentre Nadal era evidentemente impegnatissimo a scalare la classifica
mondiale e a rimpinguare il suo florido conto in banca. Lo spagnolo è
preoccupato delle sanzioni: se un atleta risulta irreperibile per 3 volte
nell'arco di 18 mesi rischia di incorrere in sospensioni e squalifiche. Il
che vuol dire, sopratutto, denaro perso.
Ma nell'era degli sms e dei messaggini di ogni tipo, nell'era della
comunicazione globale è davvero un problema comunicare con assiduità la
propria disponibilità quotidiana? Dice:c'è la privacy: Certo, un diritto. Ma
proprio in garanzia della privacy e non senza numerose polemiche che il
serafico Nadal, tutto concentrato nei suoi serve-and-volley e nei suoi smash
fruttiferi, ignora disinvolto, che si è addivenuti alla disponibilità di
un'ora al giorno. Da stabilire a piacere dell'atleta. Forse sua maestà Nadal
si è infastidito perché recentemente gli ispettori della Wada sono andati a
cercarlo a casa, in quel di Palma dia Mallorca? Ma se non controllano il
numero uno del tennis, quei poveracci della Wada, chi mai devono
controllare? Evidentemente quello che altri atleti considerano una
situazione perfettamente normale, per lui rappresenta violazione di chissà
quale privacy. Quella di fare i propri comodi senza dover rendere conto a
nessuno?
Quanto ai nostri ciclisti, ancora una volta la benemerita associazione che
li rappresenta (ACCPI) ha perso un'occasione per fare bella figura. Se la
sono presa non tanto con il "whereabouts" (l'indicazione obbligatoria
nel codice Wada di fornire le proprie coordinate con precisione quotidiana),
"strazio" cui ormai sono abituati (e va dato loro atto di aver accettato
più o meno senza remore...), quanto per le dichiarazioni, poi
ridimensionate dall'Uci, dell'australiano Parisotto, uno degli emeriti
inventori del "sistema" matematico per individuare l'uso di epo esogena,
secondo cui ci sarebbero stati sospetti di doping su oltre 30 corridori. "Ci
chiediamo - recita il comunicato associativo - quale credibilità e certezza
può offrire una misura come il passaporto biologico, se i giudizi profferiti
con tanta effimera sicurezza dal signor Parisotto vengono poi recisamente
smentiti proprio da quel soggetto (l'Uci) che dei giudizi dell'esperto
dovrebbe avvalersi? Alla luce dell'evidente confusione che al momento vi è
sull'argomento, sarebbe forse opportuno che per una volta le parole
lasciassero spazio a fatti. E i fatti, in questo caso, si dovrebbero
sostanziare in un maggior rispetto verso gli atleti e lo sport del
ciclismo". Giusta la tirata sul rispetto, ma c'è un piccolo particolare:
Parisotto, a quanto ci risulta, non ha parlato di 30 casi legati al sospetto
di doping, ma di 30 casi da approfondire: "Quanti di questi siano dopati è
un'altra domanda" avrebbe detto secondo fonti di agenzia. E francamente non
si è capito bene a cosa mirasse la "smentita" dell'Uci che nella realtà non
poteva smentire quello che Parisotto non aveva detto.
28 gennaio - ECCO LE SQUADRE PRESELEZIONATE PER LE CORSE RCS (TIRRENO, SANREMO, GIRO)
MILANO -A 100 giorni dal “via!” del Giro d’Italia del Centenario (9 maggio 2009), in attesa che l’Unione Ciclistica Internazionale definisca i quadri precisi delle varie classi di appartenenza dei gruppi sportivi, RCS Sport comunica la selezione iniziale relativa alla partecipazione alle proprie competizioni di primavera inserite nel Calendario Mondiale quali “corse storiche”. Tutte le formazioni sono invitate sub-judice in rapporto – in primis – all’adesione al programma Passaporto Biologico e alle valutazioni definitive sullo stesso. Questi i gruppi sportivi invitati al 28 gennaio 2009:
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44^ TIRRENO-ADRIATICO (11-17 marzo 2009: massimo
consentito 25 squadre da 8 corridori): |
100^ MILANO-SANREMO (21 marzo 2009: massimo
consentito 25 squadre da 8 corridori):
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GIRO D’ITALIA DEL CENTENARIO (9-31 maggio 2009: massimo
consentito 22 squadre da 9 corridori): |
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27 gennaio - OPERACION PUERTO: ECCO PERCHE' IL TAS HA ASSOLTO CARUSO
ROMA - Con decisione inappellabile il TAS ha rigettato
i ricorsi della Procura del Coni e UCI contro la sentenza di
proscioglimento della Commissione Disciplinare FCI che aveva assolto
Giampaolo Caruso da ogni addebito rispetto la cosiddetta Operacion
Puerto: «Oggi ho ricevuto il fax più bello della mia vita; dal 3
novembre, giorno in cui ero stato chiamato a riferire agli inquirenti, non
avevo più una vita serena, sempre in attesa della sentenza - ha dichiarato
soddisfatto Caruso - adesso posso pensare di nuovo ad essere solo un
corridore. Mi sento forte e determinato come nel 2006, quando nelle tappe di
montagna del Giro2006, rimasi sempre fra i migliori e mi piazzai dodicesimo
in classifica generale. Voglio ripartire da dove ho lasciato e tornare al
successo prima possibile, per ripagare così la mia squadra e gli sponsor che
la sostengono e che mi hanno sempre dimostrato la loro fiducia».
In realtà la posizione di Caruso era apparsa abbastanza chiara nell’Operacion
Puerto fin da principio. In un articolo di SportPro che data luglio del
2006 (http://www.sportpro.it/doping/caruso310706.htm) il corridore
proclama la sua innocenza sostenendo la tesi che tutti i suoi compagni
andavano da Fuentes, tranne lui, perché non era considerato tanto “valido”
da “meritare” il “trattamento”. Però non sa spiegare perché Labarta e
Fuentes commentando l’arrivo del Giro 2006 alla Maielletta parlassero di
lui. Nella discussione davanti al Giudice di ultima istanza del Coni (oggi
Tribunale Nazionale Antidoping), accanto alle incongruenze nelle
risposte del corridore alle domande degli inquirenti, era emersa in fase
preliminare l’incompetenza a giudicare del Giudice stesso in quanto il
deferimento dell’atleta (3 luglio 2007) era anteriore alla data di entrata
in vigore della nuova normativa antidoping adottata dal Coni (30 luglio
2007). Insomma un cavillo. Come facile rilevare dalla sentenza del 10
aprile 2008. Con questi presupposti è intervenuto il Tas che ha recentemente
assolto il corridore da ogni addebito, entrando nel merito. Anche se le
tessere del mosaico – spiega
la sentenza del Tas – sembrano portare
verso un’unica conclusione, secondo l’accusa, il Panel del Tas è convinto
che non c’è la certezza assoluta che ci sia stato il tentativo “uso” di
doping, perché questa certezza deriva solo dalla convinzione
(dell’accusa) che l’atleta non ha saputo dare una spiegazione plausibile
della presenza del suo nome nelle carte di Fuentes. Il Tas rileva che
l’affermazione di Caruso di non aver mai avuto contatti con Fuentes è
corretta; dunque non avendo avuto contatti non può nemmeno trovare una
spiegazione alla presenza del suo nome nelle scartoffie del medico dopatore
spagnolo e nei discorsi che lo stesso imposta con Labarta in quella
famigerata tappa del Giro 2006. In buona sostanza il tribunale arbitrale si
è convinto che le possibilità che Caruso abbia commesso una violazione delle
regole antidoping per quanto riguarda l’uso di sostanze dopanti, siano pari
a quelle di non aver commesso il fatto. Nell’incertezza l’atleta viene
assolto. Non determinante per il Tas anche la circostanza che molti
compagni di Caruso nella stessa squadra abbiano ammesso che tutti loro erano
dopati da Fuentes & C. Dunque è la mancanza di evidenza sia nel “tentativo
di doping” che “ nell’uso di sostanze dopanti" che ha consentito al
tribunale di emettere il verdetto di assoluzione. Un'evidenza che per il
tribunale del Coni e per l'Uci era sufficientemente acclarata. Giampaolo
Caruso e i compagni del team Ceramica Flaminia - Bossini Docce sono
attualmente in ritiro a Santa Severa presso l’Hotel Pino al Mare. Vi
resteranno fino a venerdi 30 gennaio.
27 gennaio – PARISOTTO: TRENTA
CASI SOSPETTI NEL CICLISMO, MA L'UCI FRENA
MILANO – Ci sarebbero una trentina di casi sospetti su mille e più
corridori che sono stati controllati secondo le nuove norme del passaporto
biologico. La notizia arriva dall’Australia dove in un’intervista ad un
quotidiano locale Robin Parisotto, il medico reso famoso per il
metodo statistico con cui si rivela l’uso di epo, attualmente fra i
collaboratori della federazione ciclistica internazionale (Uci), sostiene
che: “Ci sono trenta corridori per i quali vale la pena di fare ulteriori
indagini. Ci sono trenta risultati anomali, ma quanti si siano dopati e`
un`altra domanda. Quelli che sono sospetti saranno ovviamente soggetti a
controlli mirati nei prossimi dodici mesi". Insomma cercare di chiarire i
sospetti non vuol dire automaticamente trovarsi di fronte ad atleti dopati.
Per Parisotto il ciclismo e considerato come uno degli sport dove il doping
la fa da padrone più di altri, ma questo è anche dovuto al fatto che è lo
sport che sta facendo di più di altri nella lotta contro la farmacia
proibita.”So che l`atletica e alcuni sport invernali fanno qualche controllo
sul sangue, ma certamente non nella scala in cui lo sta facendo il ciclismo.
Non vediamo l`abbondanza del doping in altri sport solo perche` in essi non
c`e` l`abbondanza di controlli che il ciclismo in effetti fa. Ci sono buoni
motivi per i quali il ciclismo fa tanti controlli, ma ci sono molti altri
sport che ne fanno pochissimi".
La notizia ha richiamato l’attenzione dell’Uci che ha fatto alcune
osservazioni e precisazioni che riportiamo di seguito.
Nel 2008, dice l’UCI, sono stati raccolti 8.300 campioni di sangue che
riguardano il passaporto biologico di 804 corridori. I risultati di queste
analisi, che hanno richiesto un lungo periodo di tempo, sono stati
analizzati con un modello matematico che ha permesso di elaborare il profilo
sanguigno di ciascun corridore. Questi profili sono stati presi in esame da
un gruppo di 9 esperti indipendenti scelti dall’Uci il cui compito è quello
di analizzare e interpretare gli elementi scientifici e statistici del test
per fornire, poi indicazioni all’Uci circa eventuali manipolazioni ematiche
emerse. C’è stata una prima selezione, dalla quale sono emersi un certo
numero (ma l’Uci non dice quanti) di profili che potrebbero essere
qualificati come “anormali”, ma per motivi da approfondire, non
necessariamente per motivi derivanti dall’uso di pratiche o sostanze
dopanti. Un altro gruppo di test hanno indotto gli esperti Uci ad effettuare
immediatamente dei controlli mirati e a sorpresa in modo da completare nel
modo più completo le analisi ed escludere così ogni possibilità di dubbio.
In questo momento, secondo l’Uci il numero dei profili ematici su cui
indagare è limitato.
26 gennaio - PIEPOLI SQUALIFICATO DUE NNI: STOP ALLA CARRIERA
ROMA - Uno via l'altro alla fine stanno pagando in tanti. Ultimo Leonardo Piepoli, il popolare "trullo volante", la stupefacente spalla di Di Luca (prima) e Riccò (poi) nelle storiche scalate al Giro e al Tour. Il Tribunale nazionale antidoping presieduto dal giudice Francesco Plotino lo ha squalificato per due anni, a partire da oggi. Lo scalatore, che non si è presentato all'udienza e che sarà quindi out fino al 25 gennaio del 2011, era stato deferito dalla procura antidoping lo scorso 18 dicembre per le positività, confermate anche in sede di controanalisi, all'eritropoietina di tipo Mircera, in occasione dei controlli antidoping disposti dall'agenzia francese di lotta al doping del 4 e 15 luglio del 2008 durante il Tour de France. Nei confronti di Piepoli il procuratore antidoping del Coni, Ettore Torri, aveva chiesto due anni di squalifica che sono stati confermati questa mattina dal Tribunale. Pagano i corridori, ancora una volta. Com'è giusto perchè il danno fatto a se stessi e sopratutto all'intero ambiente sportivo è devastante. Ma sarebbe il caso che certe indagini fossero un po' più approfondite per poter arrivare anche al diabolico entourage che copre, favorisce se non proprio genera situazioni doping diffuse. Ma spesso chi sta dietro se la cava grazie all'omertà di chi preferisce pagare in prima persona duramente, piuttosto che collaborare a smantellare un sistema perverso che sta distruggendo il ciclismo e lo sport in generale. Nessuno sapeva nulla di epo e dintorni in una squadra già chiachieratissima e con ben due corridori coinvolti nel caso "epo di terza generazione"? Perchè nessuno parla?
23 gennaio – LA COCAINA: DOPING E DROGA “GLOBALIZZATA”, LIBERA E DON CIOTTI DENUNCIANO UN “BUCO” NELLE CIFRE ONU SULLA PRODUZIONE
ROMA – “I dati della diffusione del mercato della cocaina nel mondo vengono manipolati ed oscurati, ma dietro ai numeri ci sono le persone con le loro storie, i loro problemi. Al centro della lotta alla droga c’è la persona, per questo chiediamo chiarezza. Non si può contrastare l’offerta se i numeri non tornano e senza porsi il problema della domanda. Per questo chiediamo verità. Per questo abbiamo cercato di portare il nostro contributo: la mancanza di chiarezza fa il gioco delle mafie”. Don Luigi Ciotti si infervora introducendo davanti al folto pubblico raccolto nella sede romana della Federazione della stampa, l’ultima ricerca di “Libera”, l’associazione contro tutte le mafie, una ricerca che denuncia senza mezzi termini il "grande buco nei dati forniti dalle autorità americane e dall'Agenzia delle Nazioni Unite a Vienna" sulla produzione di cocaina, la droga “che più si adatta al consumismo attuale, la droga dell’apparire e della società dell’io”.
Non tornano le cifre, che minimizzano un fenomeno droga che invece, "invade l'Italia, l'Europa e il mondo. Il suo devastante carico di dipendenza investe ormai tutti gli strati sociali, a partire dai giovani. In gran parte dell'Europa i suoi traffici sono in mano alla 'ndrangheta, che ne trae immensi profitti per reinvestirli nell'economia legale. L'opinione pubblica mondiale però è ingannata sulla reale portata del problema". “Per questo presentiamo un documento che può essere scomodo – dice Don Ciotti - ma che essenzialmente chiede verità. Una verità mai divulgata, come tante ricerche fatte dall’Onu e tenute negli archivi. Perché? Perché i governi pongono il veto e le ritengono inopportune. Ma perché, ancora? Quali interessi e giochi ci sono dietro a dati che vengono oscurati? Perché nessuno si interroga sull’efficacia di certe strategie e sull’adeguatezza di servizi che pure costano centinaia di milioni di euro ai cittadini del mondo? Perché i dati sul traffico non corrispondono?”
E’ Sandro Donati, il mestro di sport noto per le sue asperrime battaglie contro il doping, che ha messo la sua pignola competenza al servizio di Libera, a illustrare attraverso un pesantissimo documento informatico (scarica il file *.pdf) quello che rappresenta un vero e proprio scandalo su cui i media hanno taciuto: la discrepanza fra le cifre fornite dalle autorità (Onu, Usa, ecc.) e la realtà ricavata dalla ricerca, pure stimata secondo criteri prudenziali, ma sorretta da estremo rigore scientifico. Donati ha scandagliato su internet per mesi e mesi il traffico colombiano della cocaina (la Colombia è il maggior paese produttore) attraverso fonti ufficiali: polizia, esercito, dipartimento di sicurezza, fiscalia, marina, aeronautica. L’Onu stima per il 2007 la produzione di cocaina attorno alle 600 tonnellate l’anno; le autorità Usa un po’ meno: 535. Ma la realtà individuata dal potente database di Donati, diffuso prossimamente da Libera anche sul proprio sito internet, supererebbe le 2.000 tonnellate per la sola Colombia. Cifra certamente inesatta per difetto. Cioè quasi quattro volte quanto stima l'Unodc", l'ufficio Onu per la lotta alla droga.
A chi giova minimizzare in questo modo il fenomeno si chiedono i responsabili dell’associazione? Secondo Libera, la reale produzione di droga in Colombia, come risulta dai dati dell'Observatorio Nacional de Drogas sulla base dell'attività dei 311 'cristalizadores' (laboratori di raffinazione) scoperti nel corso di 1877 operazioni di contrasto alla produzione e al traffico di stupefacenti, usarebbe "valutabile in almeno 800 tonnellate mensili”. Cifre e dati che Donati, con lo spirito giornalistico di un tempo, ha ricavato seguendo strade che possono battere tutti: la rete di internet. Ciò che rende ancor più pesante il silenzio dei media su questo argomento. Emerge un dato: la confusione, l’attenzione distratta, la mancanza di chiarezza. E, secondo Don Ciotti le organizzazioni mafiose, si avvantaggiano da tutto ciò: "Si alimentano della mancanza di trasparenza, traggono forza da un'informazione non obiettiva, dalle letture superficiali o interessate. Il primo passo per combattere efficacemente le organizzazioni criminali è fornire un'immagine credibile dei traffici in cui sono coinvolte, mettendo in luce le loro reali dimensioni e tutti i loro possibili risvolti. L'incongruenza e le possibili manipolazioni dei dati sulla produzione mondiale di cocaina non devono farci dimenticare che dietro questi dati ci sono nomi, volti e storie di persone. Devono farci ricordare le conseguenze del traffico e del consumo di droga sulla loro vita. Gran parte delle droghe producono dipendenza, sviluppano o accentuano le fragilità, espongono alle malattie e all'overdose".
Le cifre ufficiali non tornano neanche nel valutare la superficie della Colombia coltivata a coca. 99.000 ettari secondo l’Onu e gli Usa, che, però effettuano solo controlli (sporadici) via satellite. Ma quel dato può essere influenzato da mille fattori: le nuvole che nascondono il terreno, lo stato di maturazione della cultura, ecc. Il risultato più vicino alla realtà è che per produrre 2.000 tonnellate di coca servirebbero almeno 330.000 ettari di terreno. Dato che si incrocia con i 219.903 ettari in cui le culture di coca sono state eradicate (unica pratica efficace) o fumigate; più del doppio rispetto alle cifre diffuse dall’Onu. Di qui la domanda, ma se su 330 ettari ne vengono “neutralizzati o eradicati” 219 e rotti (secondo fonti locali), come mai la produzione aumenta? Delle due l’una: o la superficie coltivata è enormemente superiore, oppure le tecniche di coltivazione consentono un “tourn over” molto più veloce. Temi sui quali varrebbe la pena di indagare. Ma che neppure il Plan Colombia finanziato dagli Usa e varato nel ’99 è riuscito neppure a sfiorare. Erano tre gli obbiettivi principali: diminuire la produzione di cocaina in Colombia, pacificare il paese; garantire diritti civili da tempo calpestati in quella nazione. Ebbene, cifre alla mano, quel piano sarebbe fallito miseramente, come riconosce un rapporto degli stessi Usa finanziatori (relazione della commissione Kerry del 2005 di cui aveva fatto parte anche l’attuale presidente Usa Barak Obama). Il rapporto si conclude con queste parole: “Mancano prove evidenti di progressi documentati”. E allora perché continuare a finanziare un meccanismo che non produce nulla? L’ombra della collusione e del compromesso si allunga impietosa. “Il dato che si impone con evidenza – dice Don Ciotti – è la globalizzazione dei mercati, che ha dato un grande impulso ai traffici di droga".
Il narcotraffico "Si regge anche su politiche inique, sul deficit diffuso di giustizia sociale, su misure di contrasto alla povertà inadeguate o retoriche, su strategie prive del necessario realismo, destinate a fallire in partenza. Un ettaro di coca rende 10-15 volte più di un ettaro di caffè e di quella ricchezza un contadino ricava una parte irrisoria: circa un dollaro al giorno. Come si può sperare, su questa base, di convincerlo a non coltivare più coca? Altri anelli deboli sono i corrieri, i 'muli' della droga". Secondo il presidente di Libera, "a livello mondiale le strategie di contrasto si concentrano ancora nello sforzo vano di cancellare la 'materia prima' nel luogo di produzione", ma dagli anni '80 le mafie del narcotraffico sono cambiate, i trafficanti hanno applicato tecniche di agronomia piu' sofisticate e la diminuzione delle aree coltivate non ha significato diminuzione della produzione. La lotta alla droga impostata così come è ora non è tanto contro le mafie ma contro chi fa uso di droga. Per questo, c'è stata un'esplosione delle presenze nelle carceri, tanto americane quanto italiane. Ma non si può contrastare l'offerta senza porsi la questione della domanda: "L'aumento del consumo di droga è proporzionale alla povertà delle politiche sociali?".
22 gennaio - IL TAS CONFERMA: 2 ANNI DI SOSPENSIONE A RASMUSSEN
GINEVRA - Niente sconti per il danese Rasmussen. Il Tribunale arbitrale dello sport (Tas) ha confermato la sospensione per un periodo di due anni del corridore Michael Rasmussen, escluso dal Tour de France 2007, mentre vestiva la maglia gialla di leader, per aver mentito sul luogo dei suoi allenamenti ed aver saltato alcuni controlli antidoping disposti dalla federazione danese e dall'Uci. Lo scorso 30 giugno era stato fermato per due anni dalla federazione ciclistica monegasca, presso la quale aveva ottenuto la licenza per gareggiare. Per gli stessi motivi Rasmussen era stato anche licenziato dalla sua squadra, la Rabobank. Un tribunale olandese gli ha poi attribuito un indennizzo per licenziamento senza giusta causa. Il Tas ha respinto il ricorso presentato dal ciclista, la cui squalifica decorre dal 26 luglio 2007.
22 gennaio - MUSEEUW: HO COMPRATO L'EPO IN GERMANIA
Voleva continuare a vincere ed essere protagonista, per questo ad un certo punto ha fatto ricorso all'epo. La confessione di Johan Museeuw, il belga vincitore di un mondiale (1966) e di molte e prerstigiosissime classiche (fra le altre: 3 Giri delle Fiandre e 3 Parigi-Roubaix), ricalca uno schema già visto. La voglia di vincere a tutti i costi, il ricorso ad ogni mezzo per raggiungere lo scopo. Lo ammette lo stesso ex professionista della bici nel suo libro-confessione: "Museeuw parla: da leone a preda". "Nel 2004 ho acquistato epo in una farmacia di Colonia. Avevo un foglio scritto, pagai un centinaio di euro in contanti per una scatoletta del prodotto". Una confessione che non chiama in causa nessuno dell'entourage complice che spesso è attorno all'atleta che si dopa. Museeuw parla di un folgio di carta scritto. Ricetta o semplice appunto? E in Germani si vende l'epo al solo presentare un appunto scritto? In ogni caso l'ex "leone delle Fiandre" è stato stanzionato sportivamente con due anni di squalifica, scontati, però a fine carriera. Sul piano penale la magistratura belga lo ha condannato a 10 mesi di prigione con la condizionale e a 15.000 euro di multa.
20 gennaio - TOUR DOWN UNDER, ARMSTRONG SE LA PRENDE COMODA...
ADELAIDE - Centinaia di persone tutte per
lui. E lui, imperturbabile in mezzo al plotone. "Mi avevano detto che era
facile...Facile un corno...", così Lance Armstrong al termine della
prima tappa del Tour Down Under. Pubblico entusiasta ma la
speranza, di vedere il primo attacco di Lance Armstrong a tre anni e mezzo
dal ritiro è andata deluse. Lo statunitense se la prende calma. La corsa
australiana che apre il calendario ProTour del 2009, è iniziata esattamente
come si era chiusa l'anno scorso, con una vittoria del tedesco Andre
Greipel che si è imposto con il tempo di 3:42:27 allo sprint. Gli
australiani Baden Cooke e Stuart O'Grady sono arrivati
rispettivamente secondo e terzo. Il corridore del Team Columbia, campione
nel 2008, è il primo leader della prova che si chiude domenica, grazie agli
11 secondi di bonus ottenuti durante la tappa di 140 chilometri tra Norwood
e Mawson Lakes.
Il caldo intenso con 40 gradi ha fatto soffrire i ciclisti più del previsto.
"Mi avevano detto che questo era un giorno facile...", ha ironizzato il
37enne Armstrong, al termine della prima tappa, dove è arrivato nella parte
finale del gruppo, al 120esimo posto sui 133 partecipanti. "E' stata
dura", ha aggiunto il vincitore di sette Tour de France. "Ma mi sento
meglio. Domani è una tappa dura. Bisogna andare avanti giorno per giorno. Ma
mi sento abbastanza bene, forte, anche se devo vedere come recupero". Dopo i
51 chilometri del Criterium di domenica per le strade di Adelaide, Armstrong
ha affrontato oggi il suo primo test serio. Oggi era il giorno nel quale il
texano ritornava in realtà in una gara vera, in una tappa in linea, e
nessuno voleva perderselo. Lo stesso primo ministro australiano, Kevin
Rudd, è accorso al traguardo per ricevere, in maniche di camicia, il
leader dell'Astana. Alla foto con l'uomo del momento è difficile resistere
per un politico, e Rudd non se l'è lasciata scappare. Il governo della
regione dell'Australia Meridionale, diretto dal suo compagno di partito Mike
Rann, ha speso un milione di dollari, secondo i media australiani, per
portare Armstrong nell'emisfero meridionale. "E' un onore non solo per
me, ma per tutta la corsa che venga a vederci", ha detto Armstrong che non
ha sprecato l'occasione per ricordare al "Premier" australiano la "causa"
del suo ritorno al ciclismo: la lotta contro il cancro. La lotta principale
oggi è stata tuttavia quella contro il caldo. Il belga Olivier Kaisen e lo
spagnolo Andoni Lafuente hanno tentato la fuga nei primi chilometri e sono
arrivati ad avere quasi sette minuti di vantaggio, ma il sole cocente e le
squadre degli sprinter si sono incaricati di far finire la fuga. Il Team
Columbia ha fallito nel Criterium di domenica, ma oggi è tornato alla
carica. Si è messo di fronte al gruppo ed ha preparato il terreno affinchè
Greipel terminasse il lavoro. Questa volta l'australiano Robbie McEwen
non ha potuto rovinargli la festa, perchè si è fatto male ad un braccio
urtando la telecamera di uno spettatore che si era sporto e non si sa se
continuerà la corsa. "E' un bene iniziare con una vittoria", ha spiegato il
vincitore del 2008. "Sono sicuro che ora la squadra proseguirà fidandosi di
me". Non avrà comunque vita facile come l'anno scorso, quando si impose in
quattro delle sei tappe, tutte allo sprint. "Il caldo può essere la chiave",
ha sottolineato Armstrong. "E' molto secco. Non c'è modo di rendere ad alto
livello con 40 gradi. Uno può solo sopportarlo e bere molto".
18 gennaio - IL RITORNO DI ARMSTRONG: "E' DURA, MA SONO FELICE"; IL PRIMO SPRINT A MCEWEN
ADELAIDE - 1274 giorni dopo, riecco il
texano. La seconda vita sportiva di Lance Armstrong riparte sulle
strade assolate di Adelaide. I tre anni e mezzo di assenza dalle
corse non hanno certo tolto popolarità e tifosi al corridore texano che a 37
anni e dopo aver sconfitto il cancro, ha deciso di rimettersi in gioco
ancora in sella alla bici. Sono infatti arrivati in 138.000 nella città
australiana, tutti assiepati attorno al Rymill Park per festeggiare il
ritorno in una gara ufficiale del campione sette volte vincitore del Tour de
France. L'occasione il Cancer Council Classic, un criterium di 51 km
che ha aperto il Tour Down Under, corsa a tappe australiana al via da
martedì prossimo. Il ciclista texano ha chiuso 64/o a 23" dal vincitore
di casa, Robbie McEwen. Ma tutti aspettavano solo di vederlo di nuovo
fare sul serio con i pedali e scrivere una nuova pagina della sua storia, a
tre anni e mezzo dalla sua ultima vittoria al Tour, il 24 luglio 2005.
"All'inizio ero un pò nervoso, ma sono molto felice - ha detto Armstrong
senza nascondere un pò d'emozione - E' stata dura. Credo che l'ultima volta
che ho corso un criterium del genere sia stato nel 1990. Nelle curve spesso
avevo il sole negli occhi. Il ritmo è stato superveloce. In passato avevo
trovato questa gara più facile". Armstrong ha ammesso di non essere ancora
al top della forma, ma era importante fare il primo passo: "E' stato
divertente ricominciare proprio da qui, adesso ho bisogno di allenarmi di
più e con più montagne". Il ciclista dell'Astana è rimasto in testa nei
primi giri, poi negli ultimi quindici (in tutto erano 30 per 51 km) ha
rallentato ed ha terminato la gara a 23" dall'australiano McEwen che ha
tagliato in volata il traguardo davanti al suo pubblico.
La 'Cancer Council Classic' lancia un messaggio per la lotta contro
il tumore che ha colpito lo stesso Armstrong tredici anni fa. "E' un momento
molto importante per lui - ha detto Johan Bruyneel, direttore sportivo
dell'Astana - Dopo tante chiacchiere e polemiche sul suo ritorno arriva il
primo risultato. Finalmente è tornato il nuovo ciclista, che ha tanta voglia
di far bene". Sulla sua prima vera corsa a tappe, il Tour Down Under
appunto, al via tra due giorni, Armstrong non si è voluto
sbilanciare: "Ne riparleremo dopo la seconda tappa" si è limitato a dire. Un
antipasto di quella che si annuncia come una stagione ricca per il texano,
che potrebbe partecipare al Giro delle Fiandre, dopo aver già
ufficializzato la partecipazione alla 100/a Milano-Sanremo, in programma
il 21 marzo prossimo. Una tappa del programma di avvicinamento al Giro
d'Italia (dal 9 al 31 maggio 2009) che il campione statunitense, alla sua
seconda avventura sporitva, correrà per la prima volta.
17 gennaio - NELLA RETE ANTI EPO ANCHE LA MARCIATRICE GRECA TSOUMELEKA, ORO AD ATENE 2004
ATENE - La marciatrice greca Athanasia Tsoumeleka, medaglia d'oro sui 20 km alle Olimpiadi di Atene 2004, è risultata positiva all'eritropoietina poco prima dei Giochi di Pechino. Lo ha reso noto oggi la televisione pubblica greca Net. La Tsoumeleka - precisa la tv - è stata sottoposta al controllo antidoping il 6 agosto scorso, 15 giorni prima di arrivare nona nella 20 km di marcia, vinta dalla russa Kaniskina, con l'italiana Elisa Rigaudo medaglia di bronzo, L'atleta greca, 27 anni, ha negato di aver assunto l'Epo ed ha annunciato che si ritirerà dall'attivita agonistica.
17 gennaio - IL TRIBUNALE DI MADRID RIAPRE L'OPERACION PUERTO
MADRID - Una telenovela infinita. Aperta,
chiusa, riaperta e richiusa, la mega indagine doping spagnola ribattezzata
"Operacion Puerto" si riapre per la terza volta a due anni e sette mesi
dalla prima clamorosa esplosione, come riporta l'edizione telematica del
quotidiano iberico El Pais. A ordinare l'ennesimo passo è il tribunale
provinciale di Madrid in una decisione presa il 12 gennaio scorso, dopo aver
esaminato i ricorsi presentati da più parti contro la chiusura di fine
settembre 2008. Si sarebbero evidenziati "indizi di un delitto contro la
salute pubblica", l'unica accusa sostenibile contro Eufemiano Fuentes &
soci, al centro di un traffico di sacche di sangue (circa 200,
conservate in vari appartamenti di Madrid) e di trattamenti dopanti: il
sangue ad analisi successive aveva rivelato la presenza di epo, l'ormone che
aumenta la produzione dei globuli rossi. Il 29 settembre 2008 il giudice
Antonio Serrano, del Tribunale provinciale di Madrid, aveva chiuso il
dossier con le stesse conclusioni della prima archiviazione nel marzo del
2007: non ci sarebbero stati elementi per arrivare a configurare il reato di
"attentato alla salute pubblica", unico previsto al'epoca dei fatti e che
prevede una pena che va da sei mesi a due anni di reclusione. Come dire che,
trattandosi di incensurati difficilmente qualcuno finirà davvero in galera.
La legge antidoping vera e propria, infatti, arriverà in Spagna solo più
tardi nel novembre del 2006 e, ovviamente non può essere applicata con
valore retroattivo. Questo era stato uno degli argomenti principali per
consentire a Serrano l'archiviazione, mentre una perizia appositamente
confezionata aveva stabilito che il livello di epo presente nelle sacche
sequestrate (indice, comunque di un "trattamento" dopante) non risultava
pericolosa per la salute. Ora il Tribunale madrileno ravvisa indizi
sufficienti per tornare ad occuparsi dei personaggi coinvolti. Che sono: i
medici Eufemiano, Yolanda Fuentes e Alfredo Cordova, l'ematologo Luis
Merino Batres, i direttori sportivi Manolo Saiz e Ignacio Labarta e il
suiveur Alberto Leon. Ma questo non vuol dire che saranno tutti rinviati
a giudizio. Il giudice deve valutare ancora una volta le accuse e gli
appelli contro l'archiviazione e decidere. La novità che adesso nel giudizio
possono essere chiamati come testimoni i corridori che figurano nei
documenti della Guardia Civil. Per loro nessuna accusa, comunque, non
rischiano nulla sul piano penale. Tutto adesso è affidato alla valutazione
degli elementi perché si configuri il reato di "attentato alla salute
pubblica" e cioè se nella manipolazione e nella conservazione delle sacche
di sangue i medici abbiano rispettato le regole che tutelano la salute
pubblica.
Il caso, esploso il 23 maggio del 2006, ha riguardato Fuentes e quattro
medici collaboratori, gli unici sotto accusa per la giustizia spagnola,
appunto per la "vacatio legis". Nella rete erano finiti atleti di tutto il
modno, in prevalenza ciclisti (almeno stando a quanto è emerso); i nomi più
famosi quelli del tedesco Jan Ullrich, che, sulle ali di questa
triste vicenda ha attaccato la bici al chiodo l'italiano Ivan Basso,
che ha scontato due anni di squalifica da parte della giustizia sportiva
italiana, il tedesco Jaksche e lo spagnolo Francisco Mancebo.
Un blitz della Guardia Civil aveva portato all'arresto di Eufemiano Fuentes
e del general manager della Liberty Seguros, Manolo Saiz, rilasciati poco
dopo. Nonostante questo, nessun organismo sportivo, in particolare la
federazione internazionale, che aveva avuto a disposizione l'ingombrante
dossier delle indagini, ha sentito l'esigenza di prendere posizione nei
confronti del dirigente sportivo spagnolo, all'epoca molto legato all'ex
presidente dell'Uci Verbruggen. Così, fino a questo momento gli unici
a pagare direttamente o indirettamente sono stati gli atleti.
Dall'Australia, dove a 37 anni riprende il cammino agonistico
interrotto tre stagioni addietro, l'americano Lance Armstrong
si augura che, nel caso l'ìnchiesta si dovesse allargare non si dimentichi
anche di tennis e calcio. "Dobbiamo ricordarci che quello - ha detto il
texano, che ha reso noto di essere stato sottoposto al 12° test antidoping
dall'annuncio del suo rientro, senza precisare bene da quale autorità di
controllo - non è un problema del solo ciclismo, ma che riguarda lo
sport in generale". Per dirlo lui, che solitamente è molto bene informato...
Lance, che ah appena confermato la sua presenza alla Milano-Sanremo
del centenario in vista del Giro, vuole pubblicare i dati dei suoi
test, quelli fatti autonomamente con la collaborazione di Don Catlin,
guru dell'antidoping Usa. Ma guru o meno trattasi sempre di analisi
autoreferenti. Invece sarebbe davvero interessante vedere i dati dei test
ufficiali (Uci, Wada), il segreto dei quali la federazione
internazionale difende strenuamente, appellandosi alla privacy. Se davvero
dice di voler rinascere a nuova vita, perché non autorizzare la
pubblicazione anche di quelli?
16 GENNAIO - IL CALCIO (DOPATO?) SI RIBELLA AI CONTROLLI ANTIDOPING A SORPRESA: L'AIC CONTRO LA REPERIBILITA' DELLA WADA
ROMA - Naturale. Perfettamente naturale. Ci sono abituati. Coccolati, coperti e protetti per decenni. La legge c'è, vale per tutti, ma loro no. Loro, i signori calciatori e tutto l'ambaradam che li circonda di affari, milioni di euro, intrighi, cocaine varie e truffe che poco hanno a che vedere con lo sport tradizionale, debbono stare nel loro empireo, nel loro mondo ovattato e protetto. Guai a turbare "sacri" equilibri e altrettanto intoccabili privacy. Tutti gli atleti di vertice debbono dare disponibilità alla Wada per i controlli antidoping fuori competizione (da gennaio anche i calciatori dovrebbero entrare nel sistema computerizzato Adams, accettato da tutto il mondo)? Loro no. Loro, i calciatori, non vogliono. Loro si ribellano. E perchè mai loro dovrebbero, abituati come sono ad avere chi fa la pipì per loro o a compiacenti medici capaci di ogni trucco per taroccare un sorteggio? Loro no. E il bello è che la loro associazione da sempre assente o quasi su di un tema cruciale emerse solo qualche tempo fa con l'ondata dei casi-nandrolone:14 ufficiali e oltre una quarantina border line, indice di un "trattamento" piuttosto generalizzato, ora si permette anche di fare la voce grossa: "L'Associazione Italiana Calciatori - si legge in una nota - da sempre attenta al problema del doping e della tutela della salute dei calciatori, lette le nuove disposizioni della Wada sulla reperibilità degli atleti in materia di controlli, esprime il suo forte dissenso e invita il Coni e le società ad intervenire per compiere i passi necessari a modificare una direttiva che appare in netto contrasto con le norme italiane poste a tutela della privacy". Su quel "da sempre attenta" ci sarebbe da discutere. Così come ci sarebbe da discutere sull'appello al Coni, organismo che - in quanto Nado, cioè ente riconosciuto come depositario della lotta al doping per il nostro paese (grazie ad un "provvidenziale" decreto di Berlusconi, durante le Olimpiadi invernali di Torino) - altro compito non avrebbe che quello di far rispettare le norme di quel Codice Wada che ha accettato e sottoscritto, proprio per essere Nado. Quanto alla privacy non si capisce perché il discorso debba valere per i calciatori e non per gli altri atleti. Di fronte alle legge, può sembrare anacronistico di questi tempi di misure leggi "ad personam", ma almeno nella forma è così, tutti cittadini-atleti dovrebbero essere uguali. Oltretutto, proprio di recente il Coni si è impegnato con il Garante a fare in modo che tutto avvenga proprio nel massimo rispetto delle norme sulla privacy. Certo, se si è abituati a controlli a "sorpresa" telefonati, o a fare i propri comodi prima di recarsi al doveroso test post gara (tutte cose già ampiamente successe, la cronaca non è avara di esempi...), cioè se si è abituati a fare come si vuole in nome di un'intoccabilità tutta nostrana, allora si capisce il dissenso. Il doping c'è in tutti gli sport; diverso a seconda degli sport e delle necessità prestative di essi e deve essere combattuto con armi eguali in tutti il mondo. Tutto è andato liscio finchè non si è toccata la "casta". Oggi insorge anche il "sindacato". Resta un dubbio: ma un calcio che non abbia paura dell'antidoping, cioè un calcio che non sia in qualche modo dopato, che ragione avrebbe di temere veri controlli a sorpresa?
16 gennaio - CASO SELLA: CHIESTI QUATTRO ANNI PER PRIAMO
ROMA - Quattro anni di squalifica per "aver fornito assistenza o aiuto" ad Emanuele Sella, squalificato per un anno per la positività ad epo di terza generazione. E' la richiesta della Procura antidoping del Cni nei confronti del ciclista Matteo Priamo della Csf Group Navigare, deferito al tribunale nazionale antidoping. Secondo quanto riferisce il Coni, Priamo è accusato di aver violato l'articolo 2.8 Del codice Wada, e in particolare di "aver fornito assistenza e aiuto o comunque assicurato complicità in riferimento ad una violazione o tentata violazione nell'ambito del procedimento disciplinare del ciclista Emanuele Sella". Priamo, confrontatisi in un drammatico testa a testa, davanti alla Procura ha negato ogni addebito, ma non è bastato per evitare la pesante richiesta.
16 gennaio - TENNIS, ANCHE VOLANDRI NELLA RETE DEL DOPING: SQUALIFICATO 3 MESI PER IL SALBUTAMOLO
ROMA - Anche il dorato mondo del tennis ogni tanto deve fari i conti con l'antidoping. A finire nelle maglie dei regolamenti è, questa volta, un azzurro: Filippo Volandri, che dovrà scontare una squalifica di tre mesi. Lo ha deciso la federazione internazionale di tennis (Itf). Volandri era risultato positivo ad un controllo antidoping il 13 marzo scorso a Indian Wells. Sul suo campione d'urina erano state ritrovate tracce di salbutamolo, un antiasmatico. L'Itf ha accertato che Volandri non ha avuto l'intento di migliorare le sue prestazioni sportive, ma ha usato il salbutamolo per curare, appunto, l'asma. Tuttavia, l'organismo internazionale ha ritenuto troppo alta la concentrazione per un uso solo terapeutico. Volandri è stato, quindi, squalificato dal 15 gennaio al 15 aprile 2009. Ora, il giocatore livornese ha tre settimane di tempo per impugnare la decisione dell'itf. Volandri è stato squalificato dal 15 gennaio al 15 aprile 2009. Il livornese ha tre settimane di tempo per impugnare la decisione dell'Itf".
15
gennaio - RILANCIATA CON UN NUOVO LOOK LA "TIRRENO-ADRIATICO"
ROMA - Quarantaquattro anni, quasi mezzo
secolo di storia: la "Tirreno-Adriatico" (11-17 marzo) , la seconda gara più
importante sul nostro territorio, dopo il Giro d'Italia, cambia look per un
rilancio che si spera efficace. Tante le novità, a cominciare dalla partenza
che sarà in Toscana. L’agenzia McCann Erickson ha interpretato la
sfida fra i migliori realizzando una nuova campagna di lancio e connotando
l’evento con tre testimonial d’eccezione (Ivan Basso, Danilo Di Luca,
Gilberto Simoni) posti in uno scenario decisamente atipico, tremendamente
marino, caratterizzato da un mood suggestivo e accattivante.
Il marchio è stato ideato pensando al blu dei due mari, la cui suggestione
si manifesta nelle ruote della bici trasformate in gocce d’acqua, separate
ed unite nello stesso tempo dal corpo e dall’energia dell’atleta nel suo
sforzo fisico. Oltre a dare all’evento una nuova e moderna immagine
istituzionale, il nuovo marchio punta a valorizzarne gli aspetti sportivi,
laddove lo sforzo agonistico premia il più forte, il più veloce, il più
meritevole: l’atleta in piedi sui pedali, a testa china, mentre spinge al
massimo per raggiungere il suo traguardo.
Da sempre articolata sul confronto tra i migliori, interpretata al meglio
dai campioni – il cast al via della corsa, quest’anno in programma dall’11
al 17 marzo, appena prima della Milano-Sanremo (21 marzo), sarà come sempre
eccezionale – la 44.a edizione della Tirreno-Adriatico muoverà quest’anno
dalla Toscana (e questa è una novità assoluta) per concludersi, secondo
tradizione, a S. Benedetto del Tronto. I dettagli su tappe e percorsi
saranno resi noti nelle prossime settimane.
15 gennaio - AMORE & VITA: UN REALITY IN TV PER LA SQUADRA NO-DOPING
LUCCA -
Mai "reality" fu più opportuno.
Invece degli amorazzi e fra "maggiorate" improbabili e vuoti "tombeur de femme", la dura
fatica sui pedali, giorno e notte. Per tanti giorni. Quanti durerà il
reality della tv Usa A&E sulla vita di una formazione italiana
particolarmente impegnata nella lotta al doping: quella dell'Amore & Vita
McDonald's di Ivano Fanini. Le telecamere filmeranno come è la vita di un
team che fa della lotta al doping la propria ragione d'esistere. Cosa accade
nel gruppo, negli allenamenti e nel resto della giornata. Le fatiche
quotidiane saranno protagoniste di un reality show che la tv americana A&E
girerà in Italia. L'occasione è il ritorno alle competizioni di Chad Gerlach
(nella foto accanto) ,
il ciclista che alle olimpiadi di Atlanta del '96 prese a pugni Lance
Armstrong di cui era compagno di squadra e per questo fu estromesso poi
dalla US Postal. Dopo quella vicenda, Geralch cadde in depressione e
comincio' a fare uso di crack. Per aiutarlo, la famiglia si affidò a 'Intervention',
un reality Usa che racconta storie di persone con problemi sociali o di
dipendenza da droghe aiutandoli a disintossicarsi. Gerlach è ora un
corridore di Amore & Vita. La prima puntata sarà dedicata alla sua
rinascita. Nelle altre spazio agli altri atleti e dirigenti della squadra di
Ivano Fanini. Sarà tutto visibile sul sito Internet di A&E e su You Tube.
Allo studio anche la possibilità di far filmare una sorta di Giro d'Italia
alternativo che la squadra potrebbe compiere anticipando di un giorno la
carovana rosa.
"Il programma (visibile a questo link:
http://www.youtube.com/watch?v=aASoxRW0b9w
) - spiega Cristian Fanini - vuole creare
una nuova serie, la cui prima puntata sarà proprio dedicata alla “rinascita”
di Chad Gerlach con il suo esordio alla prima gara. L’emittente vuole poi
continuare filmando in altre puntate la nostra squadra perché sapendo che
siamo leader nella lotta al doping, vogliono mostrare come vivono, mangiano,
si allenano i nostri atleti nel rispetto dei principi dello sport pulito. Il
programma andrà in onda in America ma sarà visibile anche da noi su
internet, sia sul sito web dell’emittente tv che su Youtube. Sia io che mio
padre - come tutti i membri del team - siamo molto soddisfatti ed entusiasti
di questa nuova ed inesplorata avventura nel mondo del ciclismo e siamo
orgogliosi che A&E abbia scelto noi per poterlo fare”.
Oltre al reality, c’è un altro evento molto particolare che il team sta
mettendo in piedi con l’aiuto di un nuovo sponsor leader nel settore di
prodotti biologici (con cui a giorni dovrebbe essere concluso un accordo) il
quale finanzierebbe interamente l’iniziativa grazie soprattutto alla
collaborazione del responsabile marketing settore ciclismo di questa
azienda, Enrico Polo che ne è stato l’ideatore. “Si tratterebbe di un ‘Giro
d’Italia nel Giro d’Italia’ – commenta Ivano Fanini – e la squadra si
metterà a disposizione di qualsiasi controllo dei Nas 24 su 24 e
probabilmente anche sotto gli occhi delle telecamere della tv americana al
seguito di Gerlach. Sarà questa un’importantissima dimostrazione al mondo
della nostra guerra al doping, speriamo di riuscirci già quest’anno al Giro
del Centenario ma per adesso non posso proprio aggiungere altro”.
15 gennaio - ARMSTRONG VA
GIA' A MILLE. YATES: "VI ASSICURO CHE NON VUOLE RESTARE A BOCCA ASCIUTTA"
AELAIDE - Al sole dei 40 gradi australiani il ritorno, dopo tre anni e mezzo
di stop, di Lance Armstrong sembra tingersi dei colori più rosei. Va già
forte, l'amerikano. Anzi, fortissimo: tanto da staccare i compagni in
salita. E, se pure trattasi ancora di ricognizioni ed allenamenti, il
segnale appare subito chiaro. "Sembra essere già in una forma stupenda",
dice il manager dell'Astana, Sean Yates, uno che se ne intende perchè ha un
passato da ottimo ciclista prof. Ad Adelaide dopo l'allenamento della
squadra. Armstrong ed i suoi compagni hanno percorso quella che sarà la
penultima tappa del Tour Down Under, prova di sei giorni che comincia
martedì. La scalata del Willunga Hill sarà la principale difficoltà per il
37enne corridore. "In questo momento non abbiamo nessun piano in mente,
ma
vi assicuro che non vuole restare a bocca asciutta", ha aggiunto Yates.
Armstrong si sta allenando quattro ore al giorno sotto un caldo soffocante
da quando è arrivato domenica ad Adelaide. Le autorità della città della
costa meridionale lo stanno proteggendo dalla moltitudine di giornalisti che
lo seguono con delle guardie del corpo che lo seguono anche durante i suoi
allenamenti sulle strade che vengono chiuse al traffico. Anche il luogo dove
risiede in questi giorni in Australia è segreto. L'australiano Jack Bobridge
che si è allenato con Armstrong durante i 150 chilometri ha detto che lo
statunitense è "realmente in grande forma". Il sette volte campione del Tour
de France, tuttavia, tende a contenere le aspettative sui suoi risultati nel
Tour Down Under, dicendo che è ancora un pò sovrappeso e che gli manca
forza. "Ci sono due cose che bisogna guardare: la forza fisica e la
condizione ed anche il peso corporeo che è un fattore importante nel
ciclismo. Entrambe le cose sono un 5-10 percento al di sotto", ha detto
Armstrong sottolineando però che ha ancora l'ambizione e la determinazione
per competere al più alto livello e che vuole vincere il suo ottavo Tour de
France. "Se mi piacerebbe? Certo che si. Ma non sono sicuro che sia tanto
facile, sarebbe da irresponsabile pensare che sarà lo stesso del passato",
ha chiuso l'americano.
12 gennaio - CASO CUCINOTTA. L'UCI CHIEDE ALLA FEDERAZIONE ITALIANA DI SOSPENDERE LE CONTROANALISI
ROMA - L'Uci, la federazione ciclistica
internazionale ha chiesto un supplemento di indagini sul caso di Annalisa
Cucinotta, positiva al boldenone in una gara di scratch (pista) a Calì,
valida per la Coppa del mondo e vinta dalla friulana nel dicembre scorso.
Con una lettera alla Fci, (Federciclismo italiana) l'Uci chiede di
sospendere le controanalisi richieste dall'atleta in attesa di ulteriori
accertamenti non meglio specificati.
Di
più non è dato sapere perché - legittimamente - la procedura è ancora
totalmente coperta dal segreto, nel rispetto del regolamento Wada. Si
possono solo fare ipotesi. Il panorama va da un possibile errore procedurale
(ma sarebbe gravissimo per un laboratorio accreditato dalla Wada e dal Cio,
da ritiro dell'accredito), alla richiesta di approfondimento sulla natura
della positività. L'ipotesi che nessuno azzarda, ma che appare sottintesa è
che gli esperti vogliano cercare di capire se ci sia o meno la possibilità
che la molecola individuata (un anabolizzante di uso zootecnico) sia
prodotta la fisico umano e di una donna in particolare.
La ragazza, in un primo momento avrebbe attribuito la positività ad un
integratore contaminato. E ciò non aiuta a chiarire meglio la situazione.
Infatti, un conto è attribuire la positività ad un integratore e seguire la
pista dell'assunzione inconsapevole (tutta da dimostrare, del resto); e di
solito, non si chiedono le controanalisi, come già successe con il caso di
Marta Bastianelli per l'integratore-dimagrante acquistato in una farmacia di
Lariano. Un conto è sostenere la produzione endogena di tale sostanza, la
cui molecola è simile a quella del testosterone, ma la cui produzione da
parte del fisico umano è tutta da dimostrare. Fosse davvero questa la
spiegazione della positività, non sarebbe difficile trovare tracce anche in
controlli antidoping precedenti. Forse anche per questo l'Uci ha chiesto di
approfondire. Ma, a quanto risulta al momento, sembra sia la prima volta che
tale sostanza sia stata individuata nei test della Cucinotta.
10 gennaio - L'AZZURRA CUCINOTTA POSITIVA PER UN ANABOLIZZANTE
CALI - Ancora doping nel ciclismo. Annalisa Cucinotta, 23enne di Latisana (UD), azzurra della pista e grande promessa del ciclismo femminile, (15 vittorie in tutto nel ciclismo maggiore) è risultata positiva ad un controllo antidoping effettuato dopo la gara di Coppa del Mondo (specialità dello scratch), da lei stessa vinta a Cali (Colombia). Il laboratorio di Las Vegas ha rilevato nei suoi campioni di urina la presenza di un anabolizzante, il boldenone, che è usato esclusivamente in campo veterinario. L'azzurra, rimasta sorpresa e choccata dalla positività, che non sa spiegare, ha chiesto di assistere alle controanalisi. Rischia due anni di sospensione. Solo giovedì scorso aveva fatto il giuramento fra le guardie del Corpo Forestale. Il suo nome si aggiunge a quello di numerosi altri atleti di formazioni militari in vari sport, che hanno avuto problemi con l'antidoping. Dal maratoneta Di Cecco, all'astista azzurro Gibilisco, allo schermidore Baldini, alla iridata di Stoccarda 2007, Marta Bastianelli. E proprio dalle fila dei "militari" da tempo arrivano i risultati e le medaglie più prestigiose. Basti pensare che il 77% di quelle conquistate a Pechino vengono proprio da questa categoria, di cui fa poi gran vanto la dirigenza nazionale, Coni e presidente Petrucci in testa. Un problema tutto da indagare.
8 gennaio - "IL CONI VIOLA LA LEGGE BIAGI", SOTTO ACCUSA LA
CONI SERVIZI SPA DI PETRUCCI E PAGNOZZI
Esplode il caso dei dipendenti dell’Ente del Foro Italico, una vicenda che covava sotto la cenere dalla primavera scorsa. Una storia complessa e delicata (riguarda 800 lavoratori) che nasce dalla complicata, criticatissima duplice gestione dello sport nostrano (Coni e Coni Servizi Spa, due organismi, ma in cima gli stessi dirigenti). Scopo proposto da Tremonti nel 2002: risanare gli strapazzatissimi i conti dell’ente. Come? Innanzitutto "tagliando" sul personale. Dai 3.000 dipendenti, fra uno scivolo d’oro, un prepensionamento d’argento (salvo poi richiamare il dirigente pensionato con lauta "consulenza") e un trasferimento ad altro ente statale ("dov’è il risparmio?", si chiede il sindacato Ugl) si arriva ai 1.000 dichiarati dal presidente Petrucci. Ma, secondo il comitato "5 febbraio" che contesta a pieno la linea dei dirigenti del Foro Italico, sarebbero almeno 1.600. "Le bugie di Petrucci", recita un volantino fatto circolare in questi giorni.
La diatriba ha portato nell’aprile scorso ad un referendum nel quale il personale Coni ha bocciato un’intesa contrattuale sottoscritta da tutti i sindacati, meno uno: l’Ugl, appunto. Nel giugno scorso, una lettera anonima (questa la versione del comitato "5 febbraio") porta ad un vero e proprio blitz dei Carabinieri della tutela del lavoro presso tutte le federazioni. Il risultato è choccante. «Dopo una visita ispettiva alla federazione italiana pesca – così il verbale dei Carabineri - si accertava che in detta federazione erano impiegati propri dipendenti nonché lavoratori in forza alla società Coni Servizi Spa i quali svolgono la propria attività nell’interesse e sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore. In questo modo la Società Coni Servizi Spa si interpone tra l’utilizzatore e ed il lavoratore (...) Inoltre dall’ulteriore accesso del 24 giugno, dalla documentazione acquisita e dal colloquio avuto con il direttore delle risorse umane dott. Nicola Schiavone si è accertato che l’attività di illecita somministrazione svolta dalla Spa in favore della Federpesca si verifica analogamente per le altre 39 Federazioni». Per questo ecco la "prescrizione" per «l’immediata cessazione della somministrazione di manodopera nei termini sopra descritti».
In altri termini, nelle federazioni ci sono lavoratori "distaccati" dalla Coni Spa. Mai Carabinieri appurano che di "distacco" non si tratta, bensì di altra tipologia di lavoro. Essendo enti di diritto privato, le federazioni non potrebbero usufruire del lavoro di dipendenti pubblici. Il Coni, allora, spinge perché tutti i dipendenti passino sotto le dirette dipendenze delle federazioni. E in questi mesi le pressioni, al limite del mobbing, secondo alcune testimonianze, si sono sprecate. Sono in molti a temere di cadere nella più pericolosa delle precarietà. Infatti per legge le federazioni con meno di 15 dipendenti potrebbero licenziare e riassumere a piacimento. Favorendo una gestione da parte dei presidenti federali ancora più personalistica di quanto non sia oggi che amministrano "ad libitum" da privati soldi che sono nella maggior parte dei casi pubblici . E, come conseguenza secondaria, ma non trascurabile, ecco la possibilità di "condizionare" il consenso tramite l’erogazione dei fondi Coni con i quali le federazioni, sopratutto quelle piccole, sopravvivono. Il flusso di denaro condiziona, è ovvio. E l'attuale sistema di fatto diventa uno degli elementi che porta lo sport italiano ad essere uno degli organismi più "ingessati" del Bel Paese. Basti considerare le recenti elezioni per il rinnovo delle cariche federali, dove solo in 7 federazioni su 45 c’era l’ipotesi di una alternativa al candidato unico e dove le riconferme, alcune delle quali per il 5° mandato (il che significa che alla fine saranno 20 anni sulla stessa poltrona: un "volontarismo" ben oleato, assai atipico...), sono state più del 90%. Sull'altro piatto della bilancia c'è la crescita zero: in cultura e pratica sportiva, come dicono le ultime statistiche che parlano di un'Italia violenta negli stadi e sempre più sedentaria. Vale a dire: 450 milioni di euro (nella finanziaria) a stagione spesi solo per le medaglie che vengono, però, al 77% dai corpi militari; i quali, a loro volta ben poco hanno a che vedere con Coni e Coni Spa, se non per via delle poche briciole di contributo che ricevono.
Oltretutto il passaggio alle federazioni non rappresenterebbe affatto un risparmio per l’ente, dal momento che comunque i dipendenti sarebbero pagati dalle federazioni con i soldi dei contributi del Coni. Inoltre, in tempi di "ristrettezze" occupazionali, non sono mancate le assunzioni. Da una parte si allontana la gente, magari di esperienza, dall'altra si assume. Ma, così vanno i casi della vita, a condizione che si tratti di qualcuno con "santi" in Paradiso. Non sono infrequenti, denuncia il sindacato, scambi del tipo: tu mi assumi il figlio nella tua azienda, io assumo tuo figlio nell'ente, magari nell'ufficio legale. Chiaro che almeno deve essere avvocato. Un minimo di decenza, vivaddio!
I Carabineri intanto contestano alla Coni Spa la violazione della legge 276/2003 (legge Biagi), articoli 20 e 21, e articoli 29 e 30 come riporta il documento in cui si "prescrive" cioè si intima ai presidenti federali di sospendere immediatamente la somministrazione illegale di lavoro. Ad ottemperare finora sembra siano state solo tre federazioni. Insomma, sotto accusa è il doppio binario cui ha condotto la riforma Tremonti del 2003 con la creazione della Coni Servizi Spa. Cioè un sistema di gestione che poco ha prodotto in questi anni se non un inutile (e costoso, come segnala la Corte dei Conti) doppione dell’ente maggiore.
Cosa succederà, adesso? Se i giudici daranno ragione all’inchiesta dei Carabinieri, la Coni Servizi rischia di saltare. Obbiettivo non lontano dalle mire di qualche politico. In caso contrario ai lavoratori non resterà che accettare la situazione e la relativa precarietà.
Al Coni preferiscono non scendere in particolari. "I nostri avvocati ci dicono che possiamo stare tranquilli. Di tutto quello che abbiamo fatto o deciso sono stati messi al corrente i ministeri vigilanti". Un messaggio chiaro; una chiamata a co-responsabilità che la dice lunga sulle strategie comportamentali dei dirigenti del Foro Italico. Ma, nonostante l'ostentata sicurezza, la preoccupazione è palpabile. Nel pomeriggio, saputa la notizia di un'inchiesta su questo argomento da parte di "Repubblica", non sono mancate le telefonate per appurare come e cosa stesse venendo alla luce. Da sempre quella della "comunicazione con i media" è stata la prima preoccupazione a Palazzo H.
8 gennaio - A CIPRO MEZZA SQUADRA DI CALCIO POSITIVA AGLI STEROIDI
NICOSIA - Cinque giocatori, altrettanti membri dello staff tecnico e un dirigente dell'Apop Kyranis, club cipriota di prima divisione, sono sotto inchiesta per distribuzione e assunzione di steroidi. Gli indagati, tra cui cinque giocatori e il tecnico, rischiano tutti una squalifica di quattro anni. Nel gruppo figurano anche due vice allenatori e due fisioterapisti. I giocatori sono il cipriota Angelos Efthymiou, il greco Yiannis Sfakianakis, l'ucraino Dmytro Mykhailenko, il francese Samir Bengeloun e il portoghese Bernardo Vasconcelos. L'Apop Kyniras, squadra della cittadina occidentale di Payia, è attualmente sesto in classifica. I giocatori indagati sono risultati positivi a steroidi lo scorso novembre. La positività di gruppo ha portato gli organi federali a indagare sulla diffusione di sostanze dopanti all'interno della squadra.
5 gennaio - BASSO E BARTOLI DA IVANO FANINI
LUCCA
- Insieme da Ivano Fanini. Ivan Basso e Michele Bartoli sono passati durante uno
dei loro allenamenti in bici nel lucchese (Basso è ospite per le feste di
Bartoli: le mogli sono amiche da anni) dagli uffici della sede di Amore & Vita –
McDonald’s.
“E’ stato un incontro inaspettato che mi ha fatto un immenso piacere - dice
Ivano Fanini - con Michele - che è nato nelle mie squadre e per i primi dieci
anni di carriera è stato un mio corridore - ho sempre avuto un bellissimo e
profondo rapporto di affetto e stima reciproca, ci vediamo spesso e capita che
si fermi a salutarmi e fare due chiacchiere, quindi la sua visita non mi ha
stupito. Mentre quella di Ivan Basso – soprattutto dopo i miei attacchi – non me
l’aspettavo proprio. Sono rimasto sorpreso da questo gesto e allo stesso tempo
molto contento e soddisfatto dalla chiacchierata che abbiamo fatto. Sarebbe
stato sicuramente più facile per lui comportarsi come hanno fatto tanti altri
atleti che a causa dei loro stessi errori hanno subìto le mie critiche. Invece
no. Ivan sa che io non parlo a sproposito e quando l’ho attaccato era soltanto
per il bene del ciclismo, me lo ha confermato personalmente aggiungendo che ha
sbagliato una volta e adesso è tornato per non farlo più. Questo dimostra la sua
grande maturità. Io gli credo ed è anche per questo che ci tengo a rendere
pubblico questo nostro incontro. Come ho detto a lui personalmente, lo stimo
tantissimo, sia come uomo che come sportivo ed a prescindere da questa visita ho
sempre pensato che lui sia uno degli atleti più forti (se non il più forte) al
mondo per le corse a tappe e sono sicuro che potrà tornare a vincere pulito. Ha
tutte le carte in regola e le potenzialità per farlo, dal fisico, al carisma,
alla determinazione. Ha scontato la squalifica e capito cosa significa toccare
il fondo. Quindi, sono certo che non commetterà più errori, anzi, tornerà
sicuramente ai vertici e stavolta conto che farà moltissimo per la guerra al
doping. Inoltre mi ha detto che divide la camera con il finlandese Kjell
Carlstrom, scoperto da mio figlio nel 2000 e passato professionista nel mio team
e poi alla Liquigas. Posso dire sinceramente che Carlstrom è senza ombra di
dubbio uno degli atleti più seri e disciplinati che abbia mai avuto, ed è
sicuramente uno dei pochi corridori che abbia sempre corso veramente pulito.
Sarei pronto a metterci la mano sul fuoco. Mi fa piacere che Basso abbia scelto
un mio ex corridore come compagno di camera, pertanto, gli consiglio di
tenerselo stretto, perché Carlstrom potrebbe essere, oltre ad un grande esempio,
una pedina fondamentale in prospettiva Giro d’Italia”.
Oltre al chiarimento con Basso, c’è un altro aneddoto curioso che riguarda
Michele Bartoli e che Fanini non perde l’occasione di raccontare. “Quattro anni
fa, quando Michele decise di smettere di correre, facemmo una scommessa (di una
cena con una ventina di amici nel miglior ristorante della Toscana). Io gli
dissi che avrebbe ricominciato a correre ma lui ed il presidente del suo fan
club sostenevano il contrario, addirittura mi sollecitavano di pagare la
scommessa che (secondo loro) avevo perso. Ebbene, conoscendolo, ero sicuro che
sarebbe tornato, quindi ho temporeggiato, rimandato, consapevole che la
scommessa l’avrei vinta io. E ora ne ho conferma ufficiale. Tornerà a correre e
anche questa mattina ha ribadito la sua decisione, spiegandomi di aver già
diverse proposte da valutare. Se volessi potrei ingaggiarlo anche io, lui mi ha
detto che sarebbe contento di ritornare alle corse proprio nel team presieduto
dalla persona lo mise per primo in bici. Tuttavia un team Continental come il
mio non sarebbe adatto a lui. Gli ho consigliato di accasarsi ad un team che
possa garantirgli almeno la partecipazioni alle classiche del nord, dove
sicuramente lui può essere ancora grande protagonista. Non mi resta quindi che
ricordargli della scommessa che ho vinto e soprattutto augurargli in bocca al
lupo con la certezza che presto il ‘Guerriero’ tornerà a combattere”.
4 gennaio - IL SUICIDIO DI GELFI: PER FANINI, E' ALLARME
DEPRESSIONE
Si è tolto la vita nel suo negozio di biciclette a Torre de' Roveri Luca
Gelfi. Ancora un ciclista che allunga la lista infinita dei tragici decessi. Il
42enne bergamasco, professionista dal 1988 al 1998 (due vittorie al Giro
d'Italia 1990, quello di Gianni Bugno) era rimasto nel mondo delle due ruote
come tecnico del Team F.lli Giorgi. Negli ultimi tempi era caduto in un forte
stato depressivo, alla base, sembra dell’insano gesto. Una tragica fine che è
toccata in passato ad atleti del calibro di Luis Ocana, il “corridore
triste” che ha messo fine ai suoi giorni con un colpo di pistola nel 1994. E di
recente a tanti, troppi protagonisti di prima fila nel mondo del ciclismo: dallo
spagnolo Jimenez detto El Chava nel dicembre del 2003; a Marco Pantani,
'suicidatosi' nel febbraio del 2004 con la cocaina in uno squallido residence di
Rimini; a Valentino Fois, nel marzo scorso, quando sembrava uscire dal
lungo periodo di depressione approdando al team Amore & Vita di Ivano Fanini
prima di perdere la vita. Gelfi lascia la moglie ed un figlio piccolo.
Gelfi è stato un buon professionista. Aveva gareggiato con la Del Tongo, l’MG,
l’Eldor, la Mapei, la Brescialat e la Ros Mary. Una carriera da eccellente
“spalla” con alcuni guizzi di tutto rispetto, come il secondo posto nella
Milano-Sanremo del 1993, alle spalle di Fondriest e davanti a Sciandri. Legato
al ciclismo, non se ne era distaccato neppure a carriera agonistica conclusa,
passando subito sull’ammiraglia di uno dei team giovanili più quotati d’Italia,
quello dei Fratelli Giorgi e sembra proprio che poco prima di morire l’ultima
telefonata sia stata proprio per l’amico Carlo Giorgi, attualmente in Romania.
Un unico fil rouge dietro questa lunga scia di morte, dunque: la depressione, la
tristezza, lo sconforto. E una lunga scia di morti. Dello spagnolo Jimenez
suicidatosi a 32 anni si diceva che aveva interpretato il ciclismo come avrebbe
potuto farlo un artista vero o un poeta. Lo ha perduto un’ultima
debolezza proprio nella clinica dove era stato ricoverato.
Pantani è stato il corridore che ha più entusiasmato i tifosi con le sue
vittorie al Giro e al Tour del 1998. Anche lui protagonista di una vita
sregolata e trasgressiva ben prima che, nel 1999, fosse fermato a Madonna di
Campiglio per valori ematici fuori dalla norma. Fois, uno dei più promettenti
talenti del ciclismo nostrano, aveva confessato di essere finito nel baratro
della depressione e della coca pochi mesi prima di morire. Difficile
fare nessi e paragoni: Luca sembrava in tutto e per tutto uno "normale".
Difficile soprattutto capire fino in fondo le cause. Forse ha ragione il
presidente della Federciclismo Di Rocco quando dice esternando il suo dolore per
la scomparsa che: «Bisogna capire di più».
E forse ha ragione l’ex recordman dell’ora Francesco Moser. «Quando smetti di
gareggiare ci puo' essere anche un trauma se non si e' capaci di trovare una
nuova giusta collocazione (anche se questa non sembra proprio la spiegazione
adatta per Luca, che aveva trovato una “sua” nuova vita anche giù dal sellino,
n.d.r.). Ci possono essere problemi e motivazioni diverse. Cambiare dopo lo
sport non è facile. Ma non credo che sia un problema che riguarda in particolare
il ciclismo, mi sembra piu' un malessere trasversale a tutta la società». Già.
Difficile mettere i piedi a terra quando si è abituati a vivere a mille all’ora,
quando si è al centro di mille attenzioni, quando – talvolta grazie all’aiuto
della chimica – si vive fuori dalla realtà, nell’empireo degli onnipotenti, con
il fisico “pompato” da allenamento e altro che ti fa sentire un semi dio. Il
risveglio è duro. Spesso tragico, dice la cronaca.
Ma Luca non sembrava proprio appartenere a quella categoria. Diverso, tranne che
nella voglia di vivere e di reagire. Quella voglia che tutti questi sfortunati
protagonisti sembrano aver smarrito sulle lunghe, estenuanti salite della vita.
1 gennaio - ATLETICA: TRE ATLETE BULGARE SQUALIFICATE PER 2 ANNI
SOFIA - C'è anche Tezdjan Naimova, ex campionessa del mondo juniores di 100 e 200, tra le tre atlete bulgare squalificate due anni per doping. Lo ha annunciato il presidente della federazione locale, Dobromir Karamarinov: Naimova, 21 annni, che aveva vinto l'oro nelle due misure dello sprint ai mondiali di categoria a Pechino nel 2006, è stata sanzionata per aver manipolato i campioni di urina durante un test antidoping. La sua sospensione è fino al 30 settembre 2010. Le altre due atlete meno conosciute, Vania Netova e Raia Stoinova, sono state squalificate sempre per due anni per essere state trovate positive al metenolone (steroide anabolizzante) durante la Coppa Europa a Istanbul e ai Giochi balcanici in Grecia. Poco prima del via dei Giochi di Pechino, la federazione bulgara aveva sospeso un'altra atleta, la specialista dei 1500 metri, Daniela Yordanova.