27 febbraio - SELLA E IL CASO C.E.R.A.: IL TRIBUNALE
NAZIONALE ANTIDOPING ASSOLVE PRIAMO, PROVE INSUFFICIENTI
ROMA – Colpo di scena nella vicenda doping al C.e.r.a., l’eritropoietina
di terza generazione per la quale risultò positivo Emanuele Sella, la
rivelazione delle tappe più dure e spettacolari del Giro d’Italia 2008 con le
stupefacenti vittorie sull’Alpe di Pampeago, sulla Marmolada e nella tappa di
Tirano con il mitico Mortirolo. Il Tribunale Nazionale Antidoping, presieduto da
Francesco Plotino ha assolto Matteo Priamo, il compagno di squadra nelle CFS
Navigare, indicato dallo stesso Sella come il “fornitore” di quella fiala che
avrebbe portato alla positività. Sella per questo è stato squalificato un anno
perché il giudice ha tenuto conto dell’atteggiamento collaborativo, cioè della
circostanza che aveva indicato appunto fornitore e tutto l’entourage che lo
avrebbe portato al doping. E la Procura Antidoping aveva richiesto 4 anni di
squalifica per Priamo. Ma le prove a suo carico sono risultate insufficienti per
il Tribunale. Una nota del Coni precisa: “Visto l'art. 3.1 del Codice WADA,
ritenuto che la prova a carico dell'incolpato non ha raggiunto il grado di
probabilità elevata, richiesta dal predetto art. 3.1, assolve Priamo dall'incolpazione,
per non aver commesso il fatto". Un giallo vero e proprio. Lo si era intuito già
dal burrascoso confronto fra Sella e Priamo il 9 settembre scorso, nel quale
Matteo ha negato con grandissima forza tutte le accuse di Emanuele.
Secondo la linea difensiva di Priamo, Sella avrebbe mentito per avere lo sconto
di pena poi effettivamente ottenuto. Avvalendosi, per di più, della complicità
della moglie che avrebbe testimoniato circostanze non veritiere. Nel corso della
vicenda Sella avrebbe fornito versioni contrastanti sia nell’ambito degli
interrogatori davanti alla Procura Antidoping del Coni, sia davanti agli
inquirenti della Guardia di Finanza di Padova che sulla vicenda ha condotto (e
sta ancora conducendo) una vasta indagine antidoping.
Sella dapprima racconta alla Procura di aver ricevuto la fiala “incriminata” da
Priamo solo “qualche giorno prima” del 13 luglio 2008, giorno che fissa come
data in cui si sarebbe iniettato il C.e.r.a. Un’unica dose, secondo lui, alla
quale poi risulterà positivo per un test a sorpresa. Poi, interrogato dalla
Finanza si corregge: precisa di aver ricevuto la fiala il 30 giungo 2008 e cita
a sostegno un sms di cui, però non si riesce a ricostruire il contenuto. Alla
Finanza Lara Masetto, fresca moglie di Sella, conferma le tesi del marito e
aggiunge: “C’ero anch’io quando Emanuele ha ricevuto la fiala”. Ma, per voler
strafare, si da la zappa sui piedi: nelle precedenti testimonianze Sella aveva
escluso tassativamente che alla consegna avesse assistito qualcuno. Dunque
contro Priamo solo testimonianze di parte e per di più contraddittorie. Anche se
della vicenda sfuggono al momento contorni importanti che comunque lasciano
intravedere il solito squallido scenario di doping.
Come l’accertata frequentazione da parte di Sella di uno dei medici più
chiacchierati del ciclismo nostrano, già coinvolto in altre vicende simili, il
dottor Lazzaro. Circostanza che da sola costituisce un’aggravante visto che il
regolamento proibisce agli atleti di frequentare medici in qualche modo
sanzionati per
fatti di doping (Lazzaro ha avuto una condanna in secondo grado e attende
l'appello). Come prova la squalifica inflitta a Di Luca per la
frequentazione di Carlo Santuccione.
Emanuele ammette di fronte alla Finanza che quel medico oltre a seguirlo
tecnicamente “Per i test”, è anche un amico. Ma tace la circostanza alla Procura
Coni. E giustamente la difesa di Priamo si chiede come sia credibile che, avendo
a disposizione un personaggio così esperto si rivolga occasionalmente ad un
compagno per fornirsi della fiala incriminata. Ma c’è di più: Guido Nigrelli,
coinvolto nell’indagine padovana, testimonia di non aver ricevuto alcuna
richiesta nei giorni indicati nella “confessione” di Sella. E Priamo alla fine
tira fuori l’asso nella manica: può documentare che il giorno indicato come
quello della “consegna” era a fare fisioterapia a Cittadella, per i postumi
della frattura al gomito riportata al Giro. Esibisce a controprova il modulo
Adams, quello attraverso cui si segnalano ai controllori antidoping della Wada
gli spostamenti quotidiani. Insomma non collimano le versioni di Sella date al
Coni e alla Finanza.
Ragionevoli, dunque, i dubbi del giudice che hanno poi portato all’assoluzione.
Come recita un principio incontestato della giurisprudenza: “In dubbio pro reo
absolvi”. Questa sentenza ora apre un nuovo scenario. Se Sella ha davvero
fornito versioni contrastanti, che valore ha la sua “collaborazione”? Ha ancora
diritto allo sconto della pena? Se Priamo non è imputabile di essere stato il
fornitore del C.e.r.a. chi è stato il vero fornitore? Sono i dubbi che solleva
adesso la vicenda e che aprono la strada ad eventuali e possibili ricorsi contro
la mite sentenza nei confronti del “salbaneo”.
Che si ribatte così per bocca del suo procuratore Pasqualin dice: ''Se i giudici
hanno ritenuto non sufficiente la prova a carico di Priamo sono contento per
lui, ma rimane il fatto che io ho detto la verita' ed ho accettato le
conseguenze del mio comportamento per tornare, quando sara' il momento, a
correre essendo piu' maturo come uomo e come atleta''.
27 febbraio - FERMATO IL CAMPIONE DI
PORTOGALLO: FALSIFICAVA TEST ANTIDOPING
LISBONA - Joao Cabreira, campione nazionale del Portogallo in carica
è stato sospeso per essere ricorso ad una sostanza con cui cercava di mascherare
il proprio test antidoping. La sostanza è la proteasi, una molecola che
distrugge le proteine rendendo difficilissmo l'accertamento di una eventuale
assunzione di epo esogena. Cabreira, 26 anni, vincitore del Tour dell'Algarve
nel 2006 era già incappato nella rete antidoping eda veva avuto una sospensione
di dieci mesi dalla federazione portoghese per essere sfuggito ad un test. Ma
era riuscito a farsi togliere la sanzione con un ricorso. In passato ha corso
con la LA-MSS, la più importante formazione portoghese, al centro di
un'inchiesta che tende ad accertare un eventuale doping organizzato e ha ripreso
a gareggiare a febbraio con i colori del CC Loulè. Secondo il direttore del
laboratorio portoghese, Luis Horta non è facile individuare la proteasi nelle
analisi. "E' un metodo molto usato per falsificare i campioni. E' un enzima che
ha la capacità di distruggere le proteine, dunque in grado di eliminare le
tracce dell'epo esogena". Cabreira è stato controllato il 19 maggio scorso
nell'ambito di un'indagine giudiziaria e del Consiglio Nazionale antidoping che
ha portato alla sospensione nella La-MSS di nove persone nella squadra fra cui
cinque corridori.
27 febbraio - LA WADA CHIEDE I DOSSIER DELL'OPERACION PUERTO
BARCELLONA - Il presidente dell'Agenzia mondiale antidoping (Wada), John
Fahey, ha esortato le autorità giudiziarie spagnole a condividere le
informazioni raccolte nell'Operacion Puerto, la maxi-inchiesta spagnola sul
doping nel ciclismo. La richiesta fa seguito, in ordine di tempo, alla decisione
del Tribunale di Madrid di riaprire l'inchiesta - aperta nel 2006 e per due
volte bloccata - e a quella fatta, nei giorni scorsi, dalla Federazione
ciclistica spagnola (Rfec), che aveva chiesto di poter conoscere i risultati dei
test sulle sacche di sangue collegate ai ciclisti.
"Ci piacerebbe conoscere le prove raccolte, perchè potrebbero essere di grande
valore per uno sport pulito", ha dichiarato Fahey, alla conferenza stampa del
Global Sports Forum. "Questa è la richiesta che facciamo ai giudici. Condividere
le sacche del sangue ed i risultati con i funzionari sportivi per il bene della
gestione dello sport e per avere atleti puliti".
Le perquisizioni che hanno dato il via all'Operacion Puerto avevano portato alla
scoperta di steroidi anabolizzanti, macchinari per trasfusioni e circa 250
sacche di sangue con dei nomi in codice, alcuni dei quali sono stati collegati a
diversi ciclisti, tra cui il vincitore del Tour de France, Jan Ullrich, e il
vincitore del Giro d'Italia, Ivan Basso.
L'inchiesta è stata poi interrotta due volte senza aver prodotto alcun
procedimento penale, ma il tribunale di Madrid ne ha ordinato la riapertura dopo
avere esaminato i ricorsi. Alejandro Valverde, la scorsa settimana a Roma, è
stato ascoltato dal Coni, perchè accusato di essere coinvolto nello scandalo. Un
interrogatorio nel quale, secondo l'avvocato dello spagnolo, Valverde ha
ripetuto la sua innocenza.
Intervenendo al Forum, il ministro dello Sport spagnolo, Jaime Lissavetzky, ha
sottolineato che: "Il governo in Spagna ha combattuto e sta combattendo il
doping con tutti i mezzi a disposizione", ha detto ai rappresentanti, precisando
che l'esecutivo spagnolo "non ha mai nascosto nulla che riguardi il doping".
24 febbraio - POZZATO PROVA LA CRONO DI ROMA: "VOGLIO FARE BENE ANCHE AL GIRO"
ROMA
– “Un attimo che mi cambio”. L’ex “enfant prodige” del ciclismo nostrano infila
rapido le scale di Dimensione Danza, il negozio-fitness appena dietro Piazza di
Spagna che lo ha ospitato dopo il mini-sopralluogo sul tracciato dell’ultima
tappa del Giro, la crono di Roma. Qualche minuto di attesa e riecco riemergere
dalla doccia Pippo Pozzato tirato come un damerino e fresco di ricciolo
impomatato. Il look prima di tutto: imperativo categorico per il Bel Pippo da
Sandrigo che all’alba dei 28 anni tenta l’ennesima scalata all’empireo del
pedale. Categoria che gli spetterebbe di diritto a considerarne l’indubbio
talento, ma che finora lo respinge al limitare; sulla soglia. Nonostante la
trentina di vittorie da professionista, fra cui una Sanremo vinta nel 2006, una
Het Volk (2007), una Classica ad Amburgo (2005), una Tirreno-Adriatico (2003).
E’ sempre lì Pippo, presente nel finale, ma spesso perdente.
Contassero i secondi posti e i piazzamenti sarebbe senza meno fra i primissimi.
Alto, aitante, potente, trascina dietro di se una scia di cuori femminili
infranti anche per il gusto che ha dell’apparire: una Ferrari 430, il nome della
fidanzata Chiara tatuato sul braccio destro, un ninnolo (un pesciolino)
scaramanticamente sempre con sè. Sono cose che non ti perdonano nel mondo un po’
bigotto del ciclismo. Invece la sua potrebbe essere solo sfortuna; chi va in
bici sa a quante variabili impalpabili può essere appesa una volata, terreno di
elezione dell’atleta di Sandrigo. O semplicemente potrebbe essere il fatto che
il bel Pippo ha il cuore tenero. Non sgomita, in quell’inferno di pedivelle e
pedali che è la volata di gruppo. O esita troppo, come sabato scorso al “Laigueglia”,
bruciato dal più giovane Ginanni, talentuoso anche lui ma pur sempre un neo pro.
“Non voglio più neppure parlare di sfortuna – dice subito – guardare indietro
non serve. Posso avere sbagliato, certo, posso non essere stato cattivo come
avrei dovuto, ma quest’anno è diverso, spero proprio di cogliere i risultati che
inseguo da tempo”. Che sono nell’ordine: il bis alla Sanremo e poi le grandi
classiche del nord: Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix.
Di diverso, quest’anno c’è l’approdo presso la nuova squadra russa nata dalle
ceneri della Tinkov, la Katusha. Squadra di cui sarà leader indiscusso per le
gare di un giorno. Formazione che nel panorama di un ciclismo impoverito dagli
scandali doping e dalla crisi può permettersi il lusso di stanziare ben 15
milioni di euro a stagione, con un programma che si allunga per ben 8 anni,
ambiziosissimo. “C’è una prima squadra che fa il Pro Tour – dice Pippo – ma ci
sono altre iniziative come la creazione di scuole di ciclismo giovanili nel
territorio russo sul modello di quelle che hanno reso famoso il ciclismo
dell’Unione Sovietica, una squadra giovanile e il lancio di una grande corsa a
tappe come il Giro di Sochi,”. Corsa, quest’ultima, che sarebbe dovuta partire
quest’anno, ma che – crisi incombendo - sarà rinviata alla prossima stagione.
Segnale che, nonostante i 15 milioni di euro sbandierati non è tutto oro quel
che riluce e la gestione attenta di un ex del plotone come Andrei Tchmil (sua la
Sanremo del 1999) funziona da filtro e da calmiere. Insomma, a sostenere Pippo &
compagni, i big dell’economia russa, compreso il colosso Gazprom. Comprensibile
che il veneto di Sandrigo si senta la responsabilità sul collo. E di fatto si
presenta ai giornalisti asciutto, tirato come mai ad inizio stagione: “Tre chili
meno rispetto gli scorsi anni; merito di Mazzanti (il fedele compagno che ha
voluto con se, n.d.r.) – ride – che a tavola mi tiene a stecchetto”. Talento
indiscusso, Pozzato è stato fra i pochi ad avere il privilegio di passare
direttamente professionista senza subire la trafila snervante dei dilettanti. Fu
nel 2000 con la Mapei di Giorgio Squinzi e Aldo Sassi, una fucina da cui sono
usciti atleti di primissimo piano come Cancellara, vincitore dell’ultima Sanremo
(con Pippo 2°, ancora una volta a perdere l’attimo fuggente…), il russo Petrov,
gli australiani Davis e Rogers. Per questo forse attorno a lui c’è stata tanta,
troppa attesa. Il Pippo che ha provato i “sampietrini” romani pedalando anche
attorno al Colosseo sembra avere adesso nuova determinazione. “Ho lavorato duro
tutto l’inverno, come gli altri anni. Gli obbiettivi principali sono sempre gli
stessi: Sanremo, Fiandre, Roubaix.
Ma quest’anno vorrei fare anche il Giro”. Il Giro del centenario? Quello così
duro che già la prima settimana rischia di decimare il plotone se ci sarà
battaglia vera fin da principio? Altro che il Pippo arrendevole, esitante e poco
determinato del passato. Il Giro dopo le classiche non sarà un obbiettivo troppo
ambizioso? “Ho chiesto alla squadra di esserci. Non è impossibile, anche se sarà
dura inanellare il periodo delle grandi corse al nord e la corsa rosa. Ma penso
si possa fare. Proprio perché è un Giro duro fin dall’inizio sarà necessario
essere in forma da subito. Per questo con il nuovo tecnico Sandro Callari sto
lavorando molto per la crono. Contrariamente agli altri anni provo e mi alleno
almeno due, tre volte la settimana. Possiamo puntare alla cronosquadre del Giro
e con un po’ di fortuna portare la maglia rosa qualche giorno. Abbiamo una buona
squadra per questa specialità. Ma occhio ad Armstrong. Non verrà per fare la
mezza figura”. Più Armstrong che Basso nel suo pronostico? “Armstrong, senza
dubbi”.
24 febbraio - LA FEDERCICLISMO SPAGNOLA SI SVEGLIA E CHIEDE I DOCUMENTI DELL'OPERACION PUERTO
MADRID - Meglio tardi che mai. A tre anni dallo scoppio dello scandalo, dopo aver glissato elegantemente su tutto e su tutti (specie i corridori della propria nazione), la Federciclismo spagnola ha chiesto agli inquirenti di trasmetterle le prove raccolte nell'ambito dell' Operacion Puerto. Vuole cioè valutare la possibilità cje siano sanzionati i corridori eventualmente coinvolti. Lo scrive il quotidiano sportivo 'As', ma la notizia non è stata confermata ufficialmente dalla Federazione iberica. Secondo il giornale sarebbe il segno di un cambio di atteggiamento da parte delle autorità del paese, da mettere in relazione alle recenti accuse di doping rivolte contro lo spagnolo Alejandro Valverde dalla Procura antidoping del Coni e dalla magistratura italiana che ha aperto unìinchiesta (pm Ferrro) in cui Valverde risulterebbe coinvolto. Secondo 'As', a seguito della chiamata in causa di Valverde, il Consiglio superiore dello sport (un organismo governativo spagnolo) ha ingiunto alla Federciclismo di richiedere nuovamente le prove raccolte nell'inchiesta che risale alla primavera del 2006. Prove che la giustizia, per bocca del giudice Serrano ha rifiutato già una volta di comunicare.
24 febbraio - LA PROCURA CONI RICORRE CONTRO IL GIUDICE 31 DELL'OPERACION PUERTO: NON RISPETTA LA COSTITUZIONE SPAGNOLA
ROMA – Continua la poco apprezzabile saga spagnola attorno all’ormai famigerata “Operacion Puerto”, la più grande operazione antidoping messa in piedi dalla Guardia Civil spagnola e poi quasi abortita negli esiti. Non è un segreto che nella rete dell’inchiesta fossero finiti atleti (in grandissima maggioranza ciclisti) di svariate nazioni. E non è un segreto che fra i pochi ad essere inchiodati dalla ferrea volontà della Procura Antidoping del Coni di andare a fondo alla vicenda siano stati gli italiani: Ivan Basso con la sua squalifica a 2 anni e Scarponi, soprattutto. Non è neppure un segreto che Italia e Spagna su questo argomento si trovino su fronti opposti. Ma il braccio di ferro che sta opponendo l’ente antidoping italiano al giudice n. 31, Serrano, che ha già archiviato tre volte il procedimento bloccando di fatto ogni iniziativa per quanto riguarda gli spagnoli (e ricevendo ogni volta dal giudice superiore l’ordine di riaprire…), registra un nuovo clamoroso episodio, dopo che il procuratore Torri ha recentemente contestato a Valverde la violazione del regolamento antidoping della Wada (art. 2.2: doping o tentato doping) e la magistratura italiana gli ha notificato contestualmente un avviso di garanzia per l’inchiesta in corso del pm Paolo Ferraro. L’ultima del giudice Serrano, che secondo la giurisprudenza spagnola ha compiti di magistrato istruttore, è stata la contestazione e le revoca della rogatoria attraverso cui il pm Ferraro ha ottenuto i documenti relativi al test del Dna fatto a suo tempo dalla magistratura iberica sulle sacche di sangue sequestrate a Eufemiano Fuentes, durante l’Operacion Puerto. Un’operazione che non avrebbe dovuto fare. Attraverso quel documento, comparato ad un altro test su campioni prelevati nella tappa italiana del Tour 2008 a Prato Nevoso, si è potuto stabilire inequivocabilmente che la famigerata sacca numero 18 conservata da Fuentes & C e attribuita a Valv-piti, cioè a Valverde, secondo lo schema del “dottor sangue”, contenesse sangue identico a quello prelevato al ciclista spagnolo in quella occasione. Stesso Dna: e dunque non solo l’accusa di violazione del regolamento antidoping mondiale, ma anche violazione della legge 376/2000, la legge antidoping italiana. Alla contestazione gli spagnoli si sono agitati molto. Contestando innanzitutto la competenza del Coni, mentre l’avvocato di Valverde, Federico Cecconi, dopo l’udienza di giovedì scorso, ha sostenuto che il regolamento che consente al Coni di sanzionare un atleta straniero è del 2007, cioè posteriore ai fatti dell’Operacion Puerto (2006). E Serrano, appunto, ha revocato la rogatoria, attribuendo erroneamente l’iniziativa alla Procura Antidoping del Coni (che pure nel procedimento è parte civile), invece che alla Procura di Roma che ha agito su mandato del pm Ferraro. Tanto legittima è stata quella richiesta che adesso la Procura Coni fa ricorso al tribunale spagnolo contro quella richiesta di revoca, accusando duramente Serrano, addirittura di violazione della costituzione. Serrano, dicono le carte, si sarebbe mosso su esposto di Valverde contestando la competenza del Coni, senza sentire la parte opposta e senza consultare il giudice superiore spagnolo, lo stesso che ad ogni richiesta di archiviazione di Serrano ha poi risposto con la domanda di un supplemento di inchiesta e che molto probabilmente avrebbe espresso parere favorevole. Un procedimento – dicono al Coni - fuori dalle norme della stessa costituzione spagnola. Ma le contestazioni di Serrano entrano anche nella sostanza. Senza molta coerenza, però. Si sostiene che Valverde non potrebbe essere messo sotto accusa per un reato che all’epoca (2006) non era considerato reato in Spagna. Senza tener conto che lo stesso discorso poteva valere anche per Ivan Basso, per cui Serrano concesse senza esitazioni la rogatoria e che, comunque la magistratura italiana, sovrana sul proprio territorio, accusa Valverde di un eventuale reato di doping compiuto ovviamente sul territorio italiano. Ora il ricorso della Procura di Torri & C finirà nell’incartamento di tutta l’inchiesta e il giudice che dovrà decidere (che non è Serrano) ne dovrà tener conto. Tutto questo lascia ben intendere quale sia stato fino a questo momento l’atteggiamento degli spagnoli in questa inchiesta che avrebbe potuto far tremare atleti di primissimo piano anche in altri sport. Si parla di un grosso big del tennis e di alcuni super assi del calcio: 6 calciatori di cui 4 molto famosi. Ma sia nella conduzione delle indagini, sia nei procedimenti successivi sembra che l’inchiesta sia andata avanti col freno a mano tirato. Con buona pace della volontà di lotta al doping tanto decantata in quel di Madrid e dintorni.
23 febbraio - PARTE DALLA TOSCANA LA NUOVA
TIRRENO-ADRIATICO
FIRENZE - Sarà una Tirreno-Adriatico rinnovata nell'immagine e molto
dura ma con terreno aperto a velocisti e finisseur quella che dall'11 marzo
scatterà per la prima volta dalla Toscana. In gara ci saranno 21 squadre con 192
corridori. Annunciati, tra gli altri, Cancellara, vincitore l'anno scorso,
Pozzato, Kloden, forse Ivan Basso e Ballan. La prima tappa della corsa dei
due mari partirà da Cecina (Livorno) e porterà il gruppo a Capannori
(Lucca). Tre le tappe in Toscana, poi si andrà in Umbria con la quarta tappa che
partirà da Foligno (Perugia) per arrivare, nelle Marche, a Montelupone
(Massa Carrara) dove il muro con pendenza fino al 20%, che lo scorso anno molti
corridori affrontarono bici in spalla, sarà scalato due volte. Il giorno dopo ci
sarà la cronometro in falsopiano di 30 chilometri da Loreto (Ancona) a Macerata.
L'arrivo come consuetudine a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) dopo sette
tappe e 1.095 chilometri. L'edizione 2009 della corsa, la numero 44, è stata
presentata a Firenze nell'auditorium del Consiglio regionale della Toscana.
Durante la conferenza c'è stata una standing ovation in ricordo di Candido
Cannavò.
"L'inizio della stagione ciclistica 2009 vede la Toscana protagonista come
location e per i suoi atleti professionisti che hanno già vinto diverse corse.
Il ciclismo è una nostra eccellenza e rappresenta un importante biglietto da
visita per l'immagine della Regione nel mondo", ha detto Riccardo Nencini,
presidente del Consiglio regionale della Toscana. "Il 2009 sarà un anno molto
bello per la Toscana anche perché il Giro del centenario farà tappa a Firenze e
non solo. In Toscana c'è un tessuto assolutamente propizio per lo sviluppo di
questo sport. E' una terra fertilissima. Il ciclismo, inoltre, è diventato con
l'arte un riferimento imponente della Toscana nel mondo. Non voglio paragonare
Bartali Bettini, Cipollini, Ballerini o la Luperini ai grandi dell'arte del
Rinascimento. Ma anche i nostri ciclisti hanno fatto grande la Toscana nel
mondo".
"Se sarà della corsa, per Ivan Basso potrebbe essere un importante test la
Tirreno-Adriatico che parte l'11 marzo da Cecina, in Toscana", così Franco
Ballerini, ct della nazionale. "Ci sono strappi interessanti - ha spiegato
Ballerini - e soprattutto una cronometro di 30 chilometri dove Basso potrebbe
capire a che punto è la sua preparazione in vista soprattutto del Giro d'Italia.
In generale credo che potrebbe esserci un bel duello tra Fabian Cancellara (Svi),
che può bissare il successo dello scorso anno, e Filippo Pozzato, che sta
lavorando molto per le crono. Vedo bene anche Thomas Kloden (Ger). Comunque,
visto il percorso, sarà una corsa imprevedibile che potrebbe presentare
sorprese. Una gara, che come tradizione, dirà quali saranno i favoriti per la
vera prima classica di stagione, la Milano-Sanremo". "Sinora è stato un inizio
stagione discreto - ha poi aggiunto il ct -. Hanno già vinto Petacchi, Bennati,
Ginanni, Nocentini. Il ciclismo italiano sta andando bene. Ora però si comincia
con corse di maggiore livello".
21 febbraio - EPO BIOSIMILARE PER I BIATHLETI RUSSI AKHATOVA, JOUREVA E JAROSHENKO
ROMA - L'allarme è da tempo nell'aria e, proprio su "SportPro", non molto
tempo fa il dottor Benedetto Ronci, validissimo ematologo dell'Azienda
sanitaria "San Giovanni Addolorata" di Roma, un profondo conoscitore del
settore, nonchè collaboratore emerito del nostro sito, aveva messo in guardia;
attenti: arrivano le eritropoietine bio-similari, con rischi maggiori rispetto
all'uso improprio che di questo ormone viene fatto nello sport per arricchire il
sangue di globuli rossi e migliorare così le prestazioni. Ed ecco, puntuale, la
cronaca confermare l'assunto: i biathleti russi Akatova, Joureva e Jaroshenko,
tre atleti di primissimo piano di questa disciplina, sarebbrero risultati
positivi proprio ad un nuovo tipo di epo-biosimilare prima dei mondiali di
Pyeongchang, in Corea del sud. Lo ha confermato la televisione tedesca ARD. La
sostanza sarebbe di provenienza cinese, secondo il servizio apparso in tv.
Jourieva, Akhatova e Jaroshenko, alla luce del loro ricco palmares, erano
annunciati tra i protagonisti della rassegna iridata in Corea del Sud. Ma sono
stati fermati prima ancora di scendere in pista. Ecco qui di seguito
l'intervento di Ronci che spiega quali e quanti siano i rischi dell'uso di
questi prodotti che probabilmente si ritenevano di facile uso doping, ma che
sono stati rintracciati anche grazie a nuove tecnologie di analisi.
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ALLARME DOPING: ARRIVANO LE EPO
"BIOSIMILARI" Da circa 20 anni l’armamentario terapeutico di alcuni importanti settori della medicina quali l’oncologia, l’ematologia, l’immunologia ed altri ancora si sono arricchiti di una nuova famiglia di farmaci denominati “biofarmaci”, attualmente diventati irrinunciabili per la terapia di molte patologia gravi e potenzialmente letali. Dei biofarmaci infatti fanno parte molti antitumorali innovativi, alcuni ormoni (insulina, ormone della crescita), proteine della coagulazione (fattore VIII antiemofilico) e i cosiddetti “fattori di crescita” tra cui l’eritropoietina o meglio, le eritropoietine dal momento che in Italia attualmente sono disponibili in commercio tre tipi di eritropoietine (Epo): l’ Epoetina alfa, L’Epoetina Beta e la darboepoetina. Quest’ultime sono utilizzate per il trattamento dell’anemia nei soggetti con insufficienza renale cronica che, ancora oggi, rappresenta l’indicazione terapeutica principale, avendo migliorato significativamente la sopravvivenza e, soprattutto, la qualità di vita di questi pazienti . Come traspare dal termine, i biofarmaci sono macromolecole di natura proteica, assai complesse, prodotte “biologicamente” ossia da vere e proprie cellule viventi attraverso delicate tecniche di ingegneria genetica. Per esempio le eritropoietine vengono prodotte da cellule ovariche di criceto dopo che nel loro DNA, che è una sorta di “carta carbone” delle proteine, è stato inserita l’informazione genetica, lo “stampo”, per la sintesi di questo ormone. Le cellule di criceto, così “modificate”, in idonei terreni di coltura, sono in grado di produrre l’eritropoietina in quantità praticamente illimitata. Questo è sostanzialmente il segreto industriale dei biofarmaci, noti anche come prodotti biotech in quanto derivati da processi biotecnologici. Dal 1982, anno in cui fu messo in commercio il primo prodotto biotecnologico (l’insulina umana ricombinante), attualmente sono oltre 190 i biofarmaci commercializzati in Nord America, Europa, Australia e Giappone e sono in corso di sperimentazione oltre 300 biotech per la cura di molte patologie gravi. E’ evidente, pertanto, che si tratta di una importante famiglia di nuovi farmaci in rapida espansione proprio in virtù della loro riconosciuta efficacia terapeutica. Ma anche il peso economico di questi farmaci è importante. Nel 2007, secondo dati forniti dall’AIFA (L’Agenzia Italiana del Farmaco), la spesa per i prodotti biotech è stata di 1,6 miliardi di euro pari al 37% della spesa totale ospedaliera che, lo scorso anno, è stata di 4,6 miliardi di euro. Ma nel frattempo che cosa è successo? È successo che i biofarmaci di cosiddetta prima generazione, cioè quelli messi in commercio alla fine degli anni ottanta, tra cui l’Epo alfa e l’Epo beta, hanno perduto la copertura brevettale. Infatti, dopo 10-15 anni dalla messa in commercio di un prodotto biotech, il brevetto decade e l’ Azienda produttrice perde l’esclusività. Questo, allora, permette ad altre Ditte, la produzione e, previa autorizzazione, la messa in commercio a costi competitivi, cioè a più basso costo rispetto ai biofarmaci originali, di “nuovi” prodotti biologici che sono stati definiti dall’EMEA (l’agenzia Europea per la valutazione del farmaco) “biosimili” o biosimilari” in riferimento ad un prodotto biotech già autorizzato dalla comunità Europea, poiché non possono essere “uguali” al biofarmaco originatore in virtù della intrinseca unicità di ogni processo biologico. Per meglio chiarire questo fondamentale punto, è necessario tenere presente che la produzione di un prodotto biotecnologico si sviluppa attraverso complesse fasi che è impossibile riprodurre in 2 stabilimenti biotecnologici diversi poiché le linee cellulari che vengono utilizzate come sorgente di una determinata molecola crescono,nel terreno di coltura, generando ceppi diversi nei diversi laboratori. Ne deriva che il prodotto finale potrà avere caratteri simili ma non identici al prodotto biotecnologico di riferimento. Ma se i biosimilari sono simili ma non uguali ai biofarmaci di riferimento che si può dire della loro efficacia e, soprattutto, della loro sicurezza? In altri termini ci si può accontentare, sotto il profilo della efficacia terapeutica e, soprattutto, della sicurezza per i pazienti, che un prodotto biotecnologico sia “soltanto” simile ad un corrispondente biofarmaco la cui efficacia e sicurezza è consolidata da molti anni di utilizzo? Bisogna tener presente, infatti, che, al momento, non esiste un test analitico in grado di verificare preliminarmente se due prodotti biotecnologici provenienti da due diverse linee di produzione, abbiano gli stessi effetti terapeutici e/o gli stessi effetti collaterali. Quindi è possibile che un biosimilare possa non solo non funzionare esattamente come il biofarmaco di riferimento, ma può costituire un potenziale rischio di nuovi ed imprevedibili effetti collaterali, sollevando così molte perplessità relativamente alla sicurezza. Per questi motivi l’EMEA ha stabilito che per i biosimilari, ai fini della cosiddetta autorizzazione all’immissione in commercio (AIC), sono indispensabili preliminari ed adeguati studi comparativi con i prodotti biotech di riferimento, sia di tipo farmacologico ma, soprattutto, di tipo clinico con l’obiettivo di dimostrare, con sufficiente robustezza, un analoga efficacia terapeutica ed una altrettanta sicurezza per i pazienti. Inoltre, dopo l’eventuale approvazione e commercializzazione, è richiesto che quel prodotto venga inserito in una “lista di monitoraggio intensivo” cioè di farmacosorveglianza per almeno i 2 anni successivi alla messa in commercio, al fine di identificare al più presto eventuali effetti collaterali nocivi. Ma nei fatti come vanno le cose? Ci sono in Italia i farmaci biosimilari? Il nostro Paese ha assunto fino ad oggi un atteggiamento ragionevolmente prudente, sebbene biosimili siano già arrivati e siano disponibili in Europa mentre negli USA nessuna molecola ha ricevuto l’approvazione. In Italia al momento è presente un solo farmaco biosimilare , il GH: l’ormone della crescita mentre non vi sono ancora biosimilari in campo oncologico. Recentemente, lo scorso febbraio, ha ricevuto l’approvazione un biosimilare dell’Epo alfa (nome commerciale Binocrit prodotto dalla Sandoz), che è pronto per essere immesso sul mercato. In realtà eritropoietine biosimilari sono disponibili in Croazia e Romania e, soprattutto, già da alcuni anni sono in commercio in molti paesi dell’ Asia e del Sud-America (India, Corea, Iran, Vietnam, Thailandia, Filippine, Brasile, Argentina, Venezuela) E’ peculiare che si tratti di Paesi a basso regime economico o in via di sviluppo che, quindi, hanno scarse risorse economiche disponibili per garantire processi produttivi di alto costo quale quelli richiesti dalla biotecnologia. Ma allora questi prodotti sono, per così dire, sufficientemente“buoni”? Diversi studi di confronto sono stati eseguiti sui biosimilari dell’eritropoietina. Per esempio in Brasile un analisi di 12 biosimili dell’eritropoietina prodotte da 5 ditte farmaceutiche, condotta dall’Agenzia Nazionale di Vigilanza Sanitaria (ANVISA), ha riportato che la potenza di attività tra i biosimili esaminati, variava dal 68% al 119% , c’era inoltre una sensibile variabilità nella composizione biologica e, dato preoccupante, in 3 dei prodotti esaminati venivano riscontrate contaminanti nocivi (endotossine batteriche!!), tanto che l’Autorità regolatoria brasiliana ha sospeso l’importazione di 2 eritropoietine alfa prodotte da una ditta faramaceutica. Una più recente analisi di 11 eritropoietine biosimilari ha prodotto analoghi risultati ed ulteriori dati preoccupanti sono emersi dall’analisi di ben 47 campioni di biosimili dell’eritropoietina prelevati da diverse farmacie di Argentina, Brasile, India, Indonesia, Iran, Giordania, Filippine, Thailandia, Venezuela, Vietnam, Libano e Nigeria che ha dimostrato numerose inappropiatezza rispetto alle specifiche della Unione Europea per l’epoetina alfa. Tali difformità possono portare a sottodosaggi o a sovradosaggi ed al rischio di effetti collaterali nocivi, imprevedibili e gravi. Bisogna quindi fare molta attenzione ed essere molto cauti in merito alla commercializzazione ed all’utilizzo di questi prodotti biologici. L’EMEA stessa ha rivisto recentemente ( comunicato stampa dello scorso Agosto), le linee guida relative allo sviluppo ed all’autorizzazione al commercio di biosimili dell’eritropoietina raccomanadando per la dimostrazione dell’efficacia una durata degli studi clinici di almeno 6 mesi, sempre in comparazione con il biofarmaco di riferimento mentre per i dati relativi alla sicurezza, una durata degli studi clinici di almeno 12 mesi. Da notare che tale comunicato avviene dopo ormai l’approvazione in Italia di un biosimile dell’Epo alfa avvenuto a febbraio 2008!! Ma c’è un altro aspetto importante che non è stato ancora considerato: quello del doping con biosimili dell’Epo. Infatti poiché questi farmaci sono biologicamnet diversi dall’eritropoietina tradizionale, non sono rintracciabili o riconoscibili utilizzando le metodiche specifiche e note per l’individuazione dell’Epo. Infatti ciascun biosimile dell’Epo ha una sua peculiare identità molecolare e necessita perciò di una metodica analitica, quale quelle immunoelettroforetiche, specifica. Questo della cosiddetta “tracciabilità post-marketing” è un problema ancora aperto ed ogni ditta produttrice dovrebbe fornire, insieme al prodotto, anche le metodiche in grado di rintracciarlo per esempio nei liquidi biologici. E’ verosimile che nel prossimo futuro sentiremo parlare dei biosimili dell’Epo come surrogato di un doping ematico che, dato il relativamente basso costo, sarà di più facile reperibilità e, quindi, alla portata anche dello sport non professionistico. Ma, come purtroppo succede e come è successo con il C.E.R.A. già da tempo preannunciato come sostanza dopante, soltanto dopo il primo caso di doping “illustre” da biosimili dell’Epo, porterà il problema “a galla” e sarà, come al solito, troppo tardi! E’ evidente, da quanto detto, che assume ancora più valore la necessità, al fine di prevenire il doping ematico da eritropoietina e biosimilari di pretendere, almeno per ciascun sportivo tesserato, un “passaporto ematologico”, già più volte proposto da divesi illustri studiosi del fenomeno doping, dove registrare periodicamente le variazioni dei principali parametri del sangue nel corso della propria vita sportiva. Lo scopo è quello di individuare quelle variazioni ritenute non fisiologiche per quell’atleta e quindi sospette o per vera patologia intercorrente o, laddove si tratti di variazioni in eccesso, di sconsiderate pratiche dopanti. Dr. Benedetto
Ronci |
19 febbraio - VALVERDE DA TORRI, RAGGIUNTO ANCHE DA
UN AVVISO DI GARANZIA PER VIOLAZIONE DELLA
LEGGE ITALIANA 387/2000
ROMA – E’ arrivato a Roma in forte anticipo, quasi da turista, come provano le foto scattate allo sbarco a Fiumicino, ma se ne è andato di corsa e tutto in incognito, dopo l’audizione presso la Procura antidoping del Coni. Pomeriggio freddissimo per Alejandro Valverde e non solo per la gelida tramontana che ha sferzato la capitale. Per lui, accusato di essere fra le centinaia di frequentatori del famigerato studio madrileno del dottor Feuntes, al secolo il “dottor sangue” della mega inchiesta spagnola “Operacio Puerto”, costata due anni di squalifica al nostro Ivan Basso, non c’è stata solo la contestazione del “reato” sportivo, la violazione dell’articolo 2 del regolamento antidoping della Wada (che fa riferimento al doping o al “tentato” doping), ma il buon Alejandro, che nelle carte spagnole figura con il soprannome di “piti”, dal nome del suo cane (come per Basso era “Birillo”), si è visto consegnare dall’autorità giudiziaria italiana un notifica, un avviso di garanzia perché coinvolto, secondo gli inquirenti, in una complessa indagine doping che i Nas stanno conducendo ad ampio spettro in Italia e in Europa.
Non solo lo sport, dunque, ma anche la violazione della legge 376/2000, la legge antidoping italiana. Comprensibile che dopo la circa mezza ora di interrogatorio davanti al capo della Procura Coni, Ettore Torri, lo spagnolo se la sia filata alla chetichella, lasciando all’avvocato Cecconi l’imbarazzato onere di spiegare i fatti. Cecconi, ha dichiarato la presunta estraneità dai fatti del suo protetto, e questo era scontato, ma poi ha parlato di “indeterminatezza degli elementi della convocazione del Coni, cui abbiamo risposto solo per cortesia”. Mancherebbe il come, il dove e il quando delle contestazioni fatte, secondo il legale. Ma il procuratore Torri si è affrettato a precisare che quella è la formula generica di contestazione e ha spiegato che è stata la difesa a non voler entrare nel merito dell’accusa annunciando una prossima memoria difensiva entro 15 giorni.
Ora Valverde rischia anche una condanna penale (2 anni) oltre alla sospensione sportiva. Peraltro tutta da decidere, perché al momento l’atleta non è stato neppure sospeso e l’iter del processo sportivo è appena cominciato. In ogni caso, la squalifica avrebbe valore solo per l’Italia, anche se, attraverso un ricorso al Tas, potrebbe essere estesa a tutte le nazioni. Ma i tempi si allungherebbero. Intanto Valverde potrebbe gareggiare: “Per la sospensione, decideremo prossimamente”, ha fatto sapere Torri. Anche se nel ciclismo di vertice, quello del rinato Protour, un corridore con addosso un avviso di garanzia della magistratura ordinaria difficilmente potrebbe essere accettato alle corse. E non solo per l’ormai bistrattato codice etico. In questo caso Valverde oltre al Giro, dovrebbe fin da ora rinunciare anche al Tour del France, che prevede una tappa con approdo in Italia.
Inoltre, se allo
sport basta l’indizio di colpevolezza (così recitano i regolamenti Wada; dunque
la condanna sportiva – sempre 2 anni – sembrerebbe pressoché scontata), la
magistratura italiana per portare un’accusa concreta e pesante come quella di
violazione della legge 376, qualche freccia nella faretra la deve pur avere.
Ad inchiodare Valv-Piti ha spiegato Torri sono alcuni documenti sequestrati
dalla Guardia Civil spagnola nell’Operacion Puerto, nei quali: “Si evidenziano
somme pagate dal Valverde per i trattamenti”; e soprattutto la certezza che la
sacca numero 18 rinvenuta nello studio madrileno del famigerato dottor Fuentes,
trattata con epo (sostanza vitatissima per doping), secondo quanto accertato con
una precedente perizia, corrispondesse al sangue dello spagnolo ricavato dal
test fatto al termine della tappa di Prato Nevoso al Tour 2008. Test sequestrato
con altri
dalla magistratura italiana.
Una volta accertata la corrispondenza, attraverso il test del Dna effettuato
dalla polizia scientifica, alla magistratura non è rimasto che chiedere al Coni
a quale nome rispondesse l’analisi di Prato Nevoso. E a quel punto è scattato
d’obbligo il procedimento sportivo. Insomma, il caso è simile a quello di Basso.
In quel caso ci fu la confessione dell’atleta di fronte all’eventualità di un
test Dna che lo inchiodasse; in questo c’è un test inequivocabile; e per lo
sport basta il tentativo provato di doping per una eventuale condanna. Se il
sangue di Fuentes è lo stesso di Prato nevoso non c’è da spiegare
altro. Né come, né quando, né dove, come vorrebbe l’avvocato Cecconi che è parso
un po’ a disagio.
Valverde ha partecipato a varie gare in Italia dal 2004 al 2006, quando è esplosa l’Operacion Puerto. Ai mondiali di Verona è stato fra i protagonisti, consentendo al connazionale Freire di vincere il suo primo titolo iridato. Quindi è stato protagonista nel 2005 sia alla Milano-Sanremo che al Giro di Lombardia e nel 2006 ha preso parte alla stessa corsa delle “foglie morte”.
Se in quegli
anni andava da Fuentes è ipotizzabile che non abbia conseguito in modo leale e
corretto quei risultati; guadagnando premi, sottoscrivendo contratti con
sponsor, incassando prebende sottratte in questo modo fraudolentemente agli
altri avversari. Insomma avrebbe compiuto una vera e propria frode sportiva,
punita dalla legge 401 del 98 e “ricompresa” nella 376/2000.
La Procura Coni ha risollevato il coperchio dell’Operacion Puerto, dando
finalmente una dimostrazione di concretezza e indipendenza. Anche se
sull’opportunità di scegliere questo momento ci sarebbe da discutere. Se è vero,
infatti, che l’inchiesta della magistratura (a Roma il pm Ferraro, quello di
“Oil for drug”) è ad amplissimo raggio, forse con un pizzico di meno di fretta
nella rete sarebbero finiti anche altri “pesci” importanti. Torri parla di 90
sacche di sangue che cercano identità e su questo fronte la Procura sportiva sta
lavorando alacremente. Si annunciano sviluppi…
18 febbraio - GLI SPAGNOLI DIFENDONO VALVERDE, MA IL CONI VA AVANTI PER LA SUA STRADA
MADRID - Gli spagnoli non ci stanno. Antonio Serrano, il discusso giudice
della sezione numero 31 del Tribunale superiore di giustizia di Madrid, titolare
dell'indagine Operacion Puerto, ha dichiarato "la nullità dell'intero processo
di richiesta di prove effettuato dal Comitato olimpico italiano (Coni)".
L'azione del Coni è legata al presunto coinvolgimento del ciclista Alejando
Valverde nella rete internazionale di doping messa in piedi dal medico Eufemiano
Fuentes e dai suoi collaboratori. La Procura antidoping del Coni ha convocato
Valverde: al corridore è contestata la violazione del combinato disposto degli
articoli 2.2 del Codice Wada e 2.11 delle norme sportive antidoping italiane.
Valverde, sottoposto a controlli dalle autorità sportive italiane il 21 luglio
2008, è sospettato di essere il 'proprietario' di sacche di plasma rinvenute
nell'ambito dell'Operacion Puerto. Secondo l'atto del tribunale di Madrid, come
si legge sui siti dei quotidiani 'As' e 'Marca', la Procura antidoping del Coni
è "un organo amministrativo dipendente dal Ministero della Cultura italiano e
pertanto, in nessun caso vincolato alle norme della giustizia ordinaria
italiana". Il giudice Serrano, che conduce un'indagine per un presunto reato
contro la salute pubblica, definisce "contraria al diritto la richiesta di
ottenere prove" relative ad un delitto, come quello ipotizzato nella Operacion
Puerto, "per indagare su uno o altri reati che non hanno alcun legame" con
quello iniziale, "come nel caso relativo al ciclista spagnolo Alejandro Valverde
Belmonte".- Le eccezioni sollevate dal giudice spagnolo sono infondate secono il
Foro Italico. Lo afferma in un comunicato la procura antidoping del Coni,
rispondendo così al giudice Antonio Serrano, della sezione numero 31 del
Tribunale superiore di giustizia di Madrid e titolare dell'indagine Operacion
Puerto, che ha dichiarato oggi "la nullità dell'intero processo di richiesta di
prove effettuato dal Comitato olimpico italiano (Coni)" sul caso di Alejandro
Valverde. "L'Ufficio di Procura Antidoping -si legge nella nota-, preso atto del
provvedimento emanato in data odierna dal Giudice Istruttore 31 di Madrid,
ritiene non fondate le eccezioni sollevate in quanto gli atti dell'inchiesta,
cosiddetta 'Operacion Puerto', sono stati acquisiti nel pieno rispetto delle
norme vigenti, anche in materia di rogatorie internazionali". "Per quanto
concerne le evidenze circa le matrici biologiche connesse alla suddetta 'Operacion
Puerto'", prosegue il Coni, "le stesse sono state acquisite direttamente
dall'autorità Giudiziaria Penale italiana e sono tuttora nella piena
disponibilità della stessa. E' incontestabile che, per la normativa italiana,
nel procedimento disciplinare sportivo sono pienamente utilizzabili le fonti di
prova provenienti da procedimenti penali. L'Ufficio di Procura Antidoping,
comunque, è in possesso di elementi di prova indipendenti dalle rogatorie di che
trattasi -si legge ancora nel comunicato- e che consentono di procedere
disciplinarmente nei confronti dell'atleta Alejandro Valverde Belmonte per le
violazioni delle norme sportive antidoping, così come a lui già contestate".
Alejandro Valverde avrebbe fatto ricorso sistematicamente a sostanze vietate
quando correva con la Kelme, ma sulle vicende che coinvolgono fatti di doping in
Spagna prevale la volontà di insabbiare. Sono le accuse lanciate dall'ex
ciclista spagnolo Jesus Manzano in un'intervista alla testata sportiva 'As',
alla vigilia dell'audizione di Valverde davanti alla procura antidoping del
Coni, in relazione all' 'Operacion Puerto'. Manzano, uno dei primi a denunciare
certe pratiche nel ciclismo, ad 'As' afferma che il doping era la norma tra gli
anni 2002 e 2003 in seno alla Kelme, in cui lui e Valverde erano compagni. "A
Valverde davano le stesse cose che prendevo io. Se mi davano qualche cosa, la
davano anche a lui" sostiene Manzano, che ricorda di aver testimoniato a Roma,
davanti al Coni, aggiungendo che tali pratiche avvenivano anche in Italia.
Secondo la Procura antidoping del Coni in una delle sacche ritrovate nel 2006,
all'epoca dell'inchiesta 'Operacion Puerto', c'è sangue di Valverde. Manzano
aggiunge che nessun giudice lo ha mai convocato in Spagna per testimoniare: "In
Italia - dice - si fanno le cose per bene, mentre in Spagna si lasciano a metà.
Qui il giudice non ha potuto confrontare il Dna, lì lo hanno fatto ed è emerso
tutto. Loro hanno messo sotto accusa Ivan Basso. Qui se un ciclista di spicco è
implicato, lo coprono".
17 febbraio - WADA E INTERPOL SI ALLEANO PER LOTTARE CONTRO IL DOPING GLOBALIZZATO
ROMA - Se il mercato del doping è ormai globalizzato; se in alcuni paesi come il Messico è possibile acquistare di tutto, dagli anabolizzanti più avanzati alla "vecchia" epo; se dall'ormai vicinissimo oriente (che si spinge fino alla Cina...) le "fabbriche" di "materia prima", cioè di principi attivi per realizzare prodotti il cui uso al fine di alterare la prestazione sportiva è ormai vietata da molti paesi del mondo, sono sempre più diffuse e riforniscono una criminalità organizzata sempre più agguerrita e padrona di un enorme mercato, la risposta dalle forze che cercano di contrastare questo fenomeno mondiale non poteva che essere unitaria. Così, un passetto alla volta, ma con intelligenza il direttore della Wada, David Howman e il segretario generale dell'Interpol Ronald K. Noble hanno firmato un protocollo di accordo nel quale riuniscono le rispettive risorse per combattere con maggiore efficacia i delinquenti che alimentano la farmacia proibita. L'accordo prevede una piena collaborazione a cominciare dalle informazioni che il mondo sportivo può fornire - con le sue inchieste adesso sempre più penetranti - agli inquirenti. Si tratta di un primo passo che coinvolge, però i 187 paesi che hanno sottoscritto il Codice Wada, e che dovrebbe portare a regolamentazioni legislative più omogenee anche in campo giuridico, strumenti indispensabili per tamponare un fenomeno sempre più diffuso. "Il doping non è solo un delitto sportivo a livello individuale, ma l'atleta finisce per diventare una tessera di un mosaico più ampio, nella rete criminale che si allarga sempre più. Di qui la necessità di una collaborazione che speriamo porti buoni frutti". Così si è espresso il segretario dell'Interpol, la massima organizzazione di polizia mondiale.
13 febbraio - LA PROCURA CONI CHIEDE 2 ANNI PER DI CECCO (EPO)
ROMA - La Procura antidoping del Coni ha deferito al tribunale nazionale il maratoneta Alberico Di Cecco per la positività all'eritropoietina ricombinante, chiedendo due anni di squalifica. All'atleta era stata accertata la positività anche in sede di controanalisi in occasione del controllo antidoping al termine degli Assoluti Maratona d'ItaliA, che si sono svolti a Carpi il 12 ottobre scorso.
12 febbraio -
ARMSTRONG CAMBIA ESPERTO PERSONALE ANTIDOPING
LOS ANGELES - E' durata poco la luna di miele di Lance Armstrong con
Don Catlin il consulente antidoping chiamato ad attestare con una serie di
analisi autonome e comunque autoreferenti la limpidezza delle sua attuali
prestazioni sportive. l sette volte vincitore del Tour de France ha confermato
il cambio ad Austin dopo che il New York Times aveva pubblicato un articolo nel
quale Catlin aveva annunciato che il programma pianificato con Armstrong era
stato annullato. Al posto di Catlin opererà un altro guru dell'antidoping, il
danese Ramsus Damsgaard.
"Dopo aver studiato minuziosamente l' efficacia di un programma di controllo
personalizzato, abbiamo deciso di lavorare con Ramsus Damsgaard, un esperto
antidoping che dirige il programma dell'Astana, e non sarà più Catlin", ha detto
Bill Stapleton, agente e avvocato di Armstrong. "Abbiamo grande stima per Catlin
- ha aggiunto - e per tutto quello che ha fatto nella lotta al doping ma abbiamo
trovato una miriade di problemi amministrativi, di coordinamento e di costi".
Stapleton ha sottolineato che il ciclista texano si è sottoposto ai controlli
antidoping dell'agenzia statunitense e dell'Uci e dell'agenzia mondiale (16 test
in 11 mesi) come gli altri corridori e che i risultati sono disponibili sul
sito.
"Continueremo a lavorare per garantire la trasparenza e onestà dei risultati dei
test", ha aggiunto l'agente di Armstrong. L'americano è tornato alle
competizioni dopo tre anni e mezzo. All'annuncio del suo ritorno all'attività
agonistica dato alla fine della scorsa estate, Armstrong, sospettato di doping
in passato ma mai trovato positivo, aveva detto di voler realizzare "il piano
antidoping più completo della storia dello sport".
11 febbraio - LA PROCURA CONI ACCUSA VALVERDE: "SI DOPAVA DA FUENTES"
ROMA - Sarà sentito lunedi dal procuratore capo Ettore Torri, se vorrà
rispondere alla convocazione, ma comunque vada per Alejandro Valvberde, stella
del ciclismo spagnolo non si annunciano tempi sereni. L'ipotesi di accusa è
pesante: doping e uso di pratiche dopanti. E' l'ultimo approdo della tortuosa e
complessa vicenda della famigerata "Operacion Puerto" della Guardia Civili
spagnola, dopo l'ultima riapertura del caso. Di Valverde più o meno coinvolto
nelle vicende della più grossa operazione antidoping degli ultimi anni si era
parlato a tempo e luogo. Avrebbe dovuto essere lui il "valv piti" (dal nome del
suo cane, come "Birillo" per l'italiano Ivan Basso che ha avuto almeno la dignità di
confessare), segnalato dai documenti sequestrati in Spagna; lui il "titolare"
della sacca numero18 sequestrata a Madrid negli studi di Eufemiano Fuentes , il
famigerato "dottor sangue", circostanza sempre negata, anche quando, due anni
fa, gli organizzatori del mondiale tedesco a Stoccarda lo dichiararono
indesiderabile, ma lui, con la forza degli avvocati, riuscì ugualmente a
schierarsi al via della prova iridata. Oggi ad incastrarlo c 'è l'accusa della
Procura Coni, diretta da Ettore Torri: "violazione degli articoli 2.2 del Codice Wada e 2.11 delle Norme sportive antidoping italiane". Un'accusa pesante che
trova fondamento in un clamoroso riscontro fatto proprio dagli inquirenti
italiani: il sangue di una sacca, la 18, sequestrata negli studi di Fuentes nel
2006 sarebbe lo stesso del corridore spagnolo. A inchiodarlo un test comparativo
del DNA, fra quel reperto acquisito dalla magistratura italiana nell'ambito
dell'inchiesta condotta a Roma dal pm Ferraro e "girata" al Coni, e le analisi effettuate dallo staff antidoping
italiano in collaborazione con il Tour del France 2008 alla tappa di Prato Nevoso.
Stesso sangue con una particolarità in più: quello del 2006 conteneva
definitivamente epo, l'eritropoietina, il farmaco, vietatissimo, usato per aumentare la
produzione dei globuli rossi e favorire le prestazioni. In altri termini il
sangue "trattato" da Fuentes & C sarebbe lo stesso di quello analizzato al Tour
2008. Il che equivale a dire che Valverde nel 2006 si dopava. Con epo, perchè la
presenza di questo ormone è confermata dai test fatti fare dal giudice spagnolo
durante l'inchiesta che era approdata nel tempo a due archiviazioni e
altrettante riaperture. Nell'ultima, il Coni si era costituito parte civile. Ma,
quel che conta, contemporaneamente la Procura di Roma aveva aperto un fascicolo.
I Nas, infatti, stanno da tempo indagando seguendo questo "filone". Attraverso
il quale, grazie alla collaborazione sempre più fattiva fra inquirenti sportivi
e della giustizia ordinaria (il doping in Italia è un reato penale) è stato
possibile (probabilmente per rogatoria: ma le fonti ufficiali oppongono un
silenzio assoluto) ricostruire la storia del sangue di Valverde. Lo spagnolo
adesso rischia due anni di stop e un grosso colpo di freno alla carriera che
registra risultati di prestigio come i bronzo ai mondiali di
Hamilton in Canada , nel 2003; la Freccia Vallone e la Liegi Bastogne Liegi
proprio del 2006 (l'anno "incriminato"), il bronzo ai mondiali di
Salisburgo (2006) e la classifica Pro Tour. Parliamo di un corridore di
vertice. Dopato, all'epoca, secondo l'accusa della Procura Coni. Il test
di confronto per il DNA è stato fatto alla tappa a Prato Nevoso, in
Piemonte. Lo spagnolo si trovava al nono posto in classifica e aveva già vestito
la maglia gialla dopo la prima tappa: Valverde venne controllato insieme ad
altri atleti (tra i quali il lussemburghese Frank Schleck, che nelle carte di
Fuentes figura con l'"amico di Birillo", cioè l' amico di Ivan Basso,
allora nella Csc). Nomi che rischiano di ritornare nell'inchiesta attuale. La
procura Coni, infatti, sarebbe in possesso del DNA di altri corridori di cui si
parlò all'epoca dello scandalo Fuentes. I soprannomi che circolarono all'epoca
erano quelli di "sansone" e "Pavarotti", "amico di Birillo", appunto.
Valverde, attualmente impegnato nel Giro di Maiorca dove è stato vittima di una
caduta in cui ha riportato ferite al ginocchio e alla spalla sinistri, afferma
che "nè io nè la mia squadra abbiamo ricevuto notifiche per comparire davanti al
Coni o ad altri organismi". Pur assicurando la sua disponibilità a rispondere
alla convocazione del Coni, il corridore iberico sottolinea: "Posso solo
esprimere la mia sorpresa e indignazione per quanto pubblicato dai media
italiani circa le cause per cui, a quanto pare, il Coni richiede la mia
presenza". In merito al controllo effettuato l'anno scorso durante il Tour de
France nella tappa di Prato Nevoso, Valverde sottolinea che dai risultati non è
emerso "nessun valore anomalo". E aggiunge: "Ho più volte espresso la mia
disponibilità a mettere a confronto i miei valori del sangue con le prove
oggetto di indagini giudiziarie, sempre che l'autorità competente lo richieda".
E infine: "Tutto ciò che va oltre l'ambito della collaborazione nella lotta al
doping e che supponga la mia partecipazione in attività illecite, senza prove
che lo dimostrino con danni alla mia immagine, al team e agli sponsor, darà
luogo ad azioni legali adeguate".
L'Operacion Puerto viene alla luce il 23 maggio di tre anni fa e, ancora oggi,
viene considerato il più grande scandalo di doping legato al traffico di sacche
di sangue con i valori alterati. Sono stati finora una cinquantina i corridori
coinvolti nello scandalo, ma le condanne sono state esemplarisono in Italia. A
pagare sono stati stato Ivan Basso, già rientrato alle gare dopo avere scontato
una condanna di due anni; ma anche Michele Scarponi, condannato a 18 mesi; in
Germania coinvolti Jan Ullrich e Jorg Jaksche. Poi c'è tutto il lato oscuro e
mai abbastanza indagato degli altri sport. All'epopca dell'inchiesta della
Guardia Civili, Fuentes parlò chiaramente anche di altre discipline (ipotizzate
all'epoca ache calcio e tennis) prima di rimangiarsi tutto davanti a mal
celate minacce. Adesso, nell'occhio del ciclone è finito Valverde che, con la
Caisse d'Epargne (la sua squadra), nel 2008 si è aggiudicato 11 gare, tra cui
una tappa al Tour (dove ha indossato la maglia gialla), una alla Vuelta di
Spagna, la Liegi-Bastogne-Liegi e la Clasica San Sebastian.
9 febbraio - CONFESSA ALEX RODRIGUEZ, LA STELLA DEGLI YANKEES: "DAL 2001 AL 2003 MI SONO DOPATO"
NEW YORK - In una lunga intervista in diretta da Miami con la
Espn2, Alex Rodriguez, stella del baseball americano, ha confessato di aver
fatto ricorso al doping per tre anni, dal 2001 al 2003, quando giocava con i
Texas Rangers. "Ho preso un prodotto proibito, ne solo desolato e me ne
rammarico profondamente", ha detto Rodriguez - 33 anni, è fra i giocatori più
pagati della storia del baseball, con 27,5 milioni di dollari l'anno che in
questa stagione incassa dai New York Yankees. "Ero giovane, stupido e ingenuo;
volevo dimostrare che potevo diventare uno dei migliori giocatori della storia",
ha aggiunto. "Sono stato stupido per tre anni, molto, molto stupido. Mi scuso
con i fan dei Texas Rangers per i miei anni laggiù", ha proseguito Rodriguez,
che ha firmato a New York nel 2004. "Tutte le mie stagioni con gli Yankees sono
state pulite", ha assicurato. Ma non ha saputo spiegare chi gli avesse fornito i
prodotti proibiti e neppure il tipo di sostanza assunta, parlando genericamente
di steroidi di cui aveva sentito parlare fin dai tempi del college. Nel corso
dell'intervista Rodriguez è stato praticamente massacrato di domande al punto
che ad un certo momento gli sono spuntati i lucciconi, ma ha retto bene
all'incalzare dell'intervistatore anche se non è parso del tutto convincente.
Specie quando sono comparse le sue medie in battuta degli anni "dopati", non
molto dissimili da quelle successive, anche se il numero degli "home run",le
potenti battute fuori campo è diminuito. Prova che poco è cambiato da allora?
Nessuno - ha poi spiegato un esperto - può dire quanto l'uso di prodotti dopanti
influisca sulla prestazione, ma è certo che influiscono. L'intervistatore
ha anche messo Rodriguez di fronte ad sua precedente intervista con la stessa
rete televisiva, durante la quale il giocatore negava assolutamente di aver mai
fatto ricorso a prodotti dopanti per migliorare la prestazione. E' stato
praticamente sbugiardato in diretta.
La confessione ha seguito di due giorni la notizia, data dal sito Internet di
Sports Illustrated, che Rodriguez nel 2003 era risultato positivo agli steroidi
anabolizzanti, al pari di altri 103 giocatori di baseball Usa.