30 aprile - REBELLIN CHIEDE LE CONTRONALISI INTANTO SU "REPUBBLICA.IT" SPUNTANO DUE VIDEO CHOC
ROMA - Davide Rebellin ha chiesto le controanalisi. Dovrà aspettare
fine maggio l'azzurro, risultato positivo al Cera agli ultimi Giochi di Pechino
dove conquistò l'argento, per conoscere definitivamente il proprio destino.
Soltanto dopo verrà ascoltato dalla procura antidoping del Coni che ieri ha
chiesto due anni di fermo per la positività della Cicinotta. Una nota del Coni
informa che "l'ufficio di Procura Antidoping, su istanza presentata oggi
dall'avvocato Cecconi, in qualità di difensore dell'atleta Davide Rebellin che
ha comunicato l'avvenuta presentazione della richiesta di controanalisi, ha
disposto il rinvio dell'audizione dell'atleta, prevista per il 4 maggio, a data
da destinarsi comunque successiva al 28 maggio 2009, data già fissata dal
Laboratorio di Chatenay Malabry (Francia) per l'effettuazione delle
controanalisi".
Intanto il sito di Repubblica.it ha reso pubblici due filmati che
riguardano i rapporti di Rebellin con il medico Enrico Lazzaro, condannato per
doping nell'inchiesta della Guardia di Finanza che portò nel 2001 ad un blitz
contemporaneo a quello dei Nas, nella tappa di Sanremo del Giro d'Italia.
28 aprile - PECHINO: SEI POSITIVI AL C.E.R.A. , C'E' ANCHE REBELLIN
C.e.r.a. , ovvero: epo di terza generazione. C'è anche Davide Rebellin, il
quasi 38enne veneto di San Bonifacio, protagonista della primavera azzurra delle
due ruote con la vittoria mercoledì scorso nella Freccia Vallone e il terzo
posto domenica nella Liegi-Bastogne-Liegi, fra i sei atleti positivi ai test che
il Cio ha voluto approfondire alle Olimpiadi di Pechino a caccia della
famigerata sostanza già costata la squalifica Riccò e Piepoli (al Tour 2008) e
Sella (controllo a sorpresa). E protagonista anche ai Giochi, dove aveva salvato
l'onore azzurro conquistando l'argento nella prova su strada.
In particolare i test sono stati effettuati su 847 campioni per rintracciare il
C.e.r.a. dai laboratori di Parigi e Losanna, con 840 esiti negativi e 7
positivi, e su 101 dal laboratorio di Colonia per registrare l'eventuale
presenza di insulina, e in questo caso i risultati sono stati tutti negativi. Il
Cio canta vittoria: "Con questa ulteriore analisi condotta sui campioni di
Pechino - dice Arne Ljungqvist, presidente della Commissione medica - abbiamo
voluto mandare un messaggio chiaro, e cioè che chi imbroglia non puoi mai
credere di averla fatta franca".
Un messaggio tragico per il quasi 38enne azzurro, con l'amaro significato di una
fine ingloriosa della carriera, qualora le controanalisi confermino i primi
test. Un segnale drammatico per il ciclismo nostrano, che proprio non ce la fa
ad uscire dalle sabbie mobili del doping e di certe inveterate abitudini. Non si
fa in tempo a sottolineare i tenui segnali di cambiamento, molto,.ma molto
sfumati, che si ripiomba nel caos. A pochi giorni dal Giro d'Italia, che gli
organizzatori vorrebbero esemplare e trasparente come mai, il ciclismo è di
nuovo sinonimo di imbroglio, di doping. Un altro durissimo colpo alla
credibilità e al futuro di questo sport che ancora una volta batte tutti i
record, trascinando tutto il movimento olimpico nel fango. Una medaglia
d'argento che dovrà essere restituita e l'ignominia che ricade un po' su tutto
lo sport italiano. Urgono provvedimenti seri. Ma chi avrà il coraggio di
prenderli davvero? Oltretutto in clima di elezioni al vertice del Coni? Chi
saprà andare aoltre ai soliti interessi economici che ormai governano
inesorabilmente lo sport trasformando regole e regolamenti in pura ipocrisia? Ci
sarebbe da rilfettere. Viene da chiedersi se abbia senso continuare in questa
disciplina dal momento che all'interno del movimento molti fra atleti, dirigenti
sportivi e tecnici sono quelli del ciclismo anni '90, quello delle formazioni
fatte in base al valore (più elevato) dell'ematocrito, quello della filosofia
che "tutto quello che non si becca si puo' fare" e del risultato ad ogni costo.
Come distinguere il grano, che pure comincia a manifestarsi dall'oglio?
Rebellin è una grossa delusione, anche per quel suo porsi da mite e serio
lavoratore del pedale. Stakanovista del lavoro e della fatica. Ma anche furbo al
punto giusto. O, comunque, non ingenuo al punto da non fare come gli altri. Il
C.e.r.a. sembrava sostanza franca, immune da ogni controllo. E il tam tam
del plotone dice che in tanti da tanto tempo vi facevano ricorso. Sicuri di farla
franca. Eccola la mentalità che non cambia: se la sostanza non si becca e
migliora la prestazione io me la faccio. Eccola la mentalità che ha distrutto il
ciclismo, di cui in tempi ormai lontani si era fatto interprete principale un
medico dopatore ora radiato dallo sport, ma comunque tutt'ora frequentatissimo.
Prestazioni stupefacenti e al di là dei limiti della tradizionale fisiologia? Finchè dal laboratorio francese di Chatenay Malabry non è arrivato a sorpresa il
nuovo test, nessuno si è posto il minimo dubbio. E quelli che ne sollevavano erano "i soliti malati di sospetto". Poi è venuta l'ecatombe al Tour 2008. Ora
l'infamia della medaglia olimpica bruciata dal C.e.r.a.
Nato a San Bonifacio il 9 agosto 1971, ottimo dilettante (un Giro delle Regioni
e un oro ai Giochi del Mediterraneo), Davide Rebellin era diventato prof nel '92
con MG-Bianchi di Paolini e Parsani. Ma nei primi anni la sua carriera stentava
a decollare. Fino al sorprendente 2001 (10 vittorie con la Tirreno-Adriatico
fiore all'occhiello) anno in cui arrivano anche le prime nuvole. L'inchiesta della Guardia di
Finanza aveva rivelato i contatti con un medico successivamente condannato per
doping. Frequentatissimo dall'entourage ciclistico veneto. Intercettazioni
ambientali mostravano i contatti del "chierichetto" (questo il suo soprannome)
con Lazzaro e un via vai indefinito di scatole e di farmaci. Ma il veneto riuscì
ad uscire indenne dal blitz della Finanza, quel giorno al Giro 2001, tappa di
Sanremo. Nel 2004 la grande esplosione atletica. In una settimana vince Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi, fra lo stupore di
quanti conoscono la fatica e la necessità di recupero che queste durissime prove
impongono. E' secondo in Coppa del Mondo, ma per i mondiali di Verona, sotto
casa, non ce lo vogliono. C'è nell'aria il processo penale per i fatti del 2001
e in federazione non vogliono grane. Lui si rivolge all'Argentina; chiede il
passaporto; la polemica va avanti fino alla vigilia della corsa alle Torricelle,
ma il passaporto argentino non arriva in tempo e lui deve rinunciare. Continua a
fare ottimi piazzamenti nel 2005: 4° all'Amstel Gold Race, 3° alla Freccia
Vallone, 5° al Giro di Lombardia, terzo nella classifica Pro Tour. E l'anno dopo
quella stessa nazionale che lo aveva rifiutato due stagioni prima, lo chiama
ancora. Diventa prezioso per il primo mondiale di Bettini a Stoccarda e nel 2007
dopo aver vinto la Freccia Vallone è di aiuto fondamentale per il Grillo,
nel mondiale-bis di Stoccarda. Finisce secondo nella classifca del ProTour. Il
2008 vince la Parigi-Nizza e il giorno del suo 37esimo compleanno, fa suo
l'argento a Pechino 2008, alle spalle di Sanchez. L'argento che dovrà
restituire.
25 aprile - DER SPIEGEL: UN'INCHIESTA INCHIODA KLODEN E LA TELEKOM, DOPING SISTEMATICO
Doping organizzato, doping di squadra. Per anni e anni. Questa, secondo le rivelazioni del magazine tedesco Der Spiegel, le conclusioni della commissione di inchiesta che ha indagato su due medici che per lunghe stagioni hanno lavorato in seno alla formazione tedesca Telekom. Una sentenza senza appello: dal 1995 al 2006 in doping era organizzato, prima alla Telekom e poi alla T-Mobile. Fra i principali "beneficiari" Andreas Kloden, secondo al Tour 2004 e 2006, l'ultimo superstite di quel gruppo di atleti ancora in attività. La commissione dell'Università di friburgo ha indagato per oltre due anni sentendo oltre 70 testimoni. Il centro dell'inchiesta erano i due medici Lothar Heinrich e Andreas Schmid, licenziati dalla clinica universitaria di Friburgo nel 2007, a seguito proprio delle accuse di doping nella Telekom.
Si trattava di un sistema di doping ben organizzato, come risulta dalle testimonianze e dalle perizie realizzate su 58.000 campioni di sangue, la verifica di fatture e di un enorme giro di denari: "I due medici hanno fornito e diffuso prodotti dopanti fino almeno al 2006. Si incaricavano dell'acquisto dei prodotti proibiti (epo, gh, testosterone, corticoidi) presso una farmacia in un piccolo borgo della Foresta Nera, presso il quale solo nel 2006 avevano speso una ingentissima cifra: 20.855 euro. Erano loro due, secondo l'inchiesta, a fornire i prodotti ai ciclisti, spesso per semplice via postale (espresso) e poi provvedevano a controllare la somministrazione nei locali della clinica universitaria di Friburgo facendo in modo che non risultassero positivi ai controlli antidoping.
La commissione accusa i due sanitari di non aver neppure avvertito gli atleti dei rischi cui andavano incontro. Contro Schmid c'è perfino l'accusa di aver fatto una trasfusione di sangue a Sinkewitz, sulle cui rivelazioni si basano molti dei fatti appurati nell'inchiesta, anche in presenza di alcune anomalie nelle sacche di sangue, probabilmente mal conservate. E' stato accertato che Kloden, ex compagno di Ullrich e sotto contratto con la squadra di Armstrong, l'Astana dal 2007, si recava con i compagni Sinkewitz e Kessler a Friburgo per fare una trasfusione dopo la prima tappa del Tour 2006. Indicazione che Sinkewitz, risultato positivo nel 2007 aveva già fatto alla polizia. Contattato da Der Spiegel, Kloden non ha voluto commentare.
21 aprile - DALLA SPAGNA UN ALTRO COLPO ALLA LOTTA AL DOPING: VIETATI I CONTROLLI DI NOTTE
MADRID - Un pezzetto dopo l'altro il castello faticosamente costruito dal '99
ad oggi si sgretola lentamente. Ormai è chiaro: quando l'antidoping entra in
collisione con i forti interessi economici di sport "pesanti", come il tennis
per gli spagnoli o il calcio (internazionale) i passi indietro diventano la
prassi. Non bastassero le critiche di Nadal (tennis) e di Platini (Fifa) al
regolamento della Wada che prevede che gli atleti di vertice diano la
disponibilità totale 24 ore su 24 per i controlli a sorpresa, ecco che la Spagna
vara norme meno restrittive, proibendo di fatto i controlli a sorpresa di notte.
Dalle 23 alle 8 di mattina nessun ispettore potrà bussare alla porta degli
atleti che vivono o semplicemente soggiornano in Spagna (ci sarà - è prevedible
- una massiccia "migrazione..."). A dare questa interpretazione del decreto
approvato alla fine della scorsa settimana è El Pais, che, in un ampio
reportage, evidenzia proprio la nuova normativa decisa dal governo che di fatto
allenta le maglie dei controlli, limitando quelli che proprio le cronache degli
ultimi anni hanno rivelato di essere i più efficaci: quelli a sorpresa a
domicilio. Evidentemente dietro lo scudo del diritto alla privacy lo sport ricco
e danaroso, quello che muove interessi miliardari vuole essere libero di fare
come vuole e a questo punto ci si chiede come reagirà la Wada, l'agenzia
mondiale antidoping e il Cio, il movimento olimpico. Lo sport professionistico
ricco è regolato da norme che poco si coniugano con le esigenze di uno sport
etico. E allora si abbia il coraggio di dirlo apertamente. Si vuol fare lo
sport-circus, liberi da ogni legame-dovere? Padronissimi. Ma si esca dal
movimento olimpico. Non si pretenda di subornare la gente con l'immagine di uno
sport di valori che valori non sono. Si eviti questo balletto ipocrita di regole
continuamente stiracchiate e aggiustate che non ha senso e che rischia di far
saltare tutto quanto è stato messo in campo faticosamente in questi anni. E'
prevedibile, infatti, un effetto domino. Perchè un ciclista italiano o francese
dovrebbe continuare ad accettare le norme della Wada a casa propria, quando
queste possono essere benissimo aggirate recandosi semplicemente in Sapgna?
La Spagna, dal canto suo, dopo aver dato il meglio (o il peggio, se si vuole) di
sè affossando e insabbiando lo scandalo doping più grande del secolo, l'Operacion
Puerto (hanno pagato alla fine solo alcuni ciclisti...), è comunque fra i paesi
che hanno sottoscritto il Codice Mondiale Wada. E adesso compie un netto passo
indietro. La regola dello stop dei controlli di notte richiama il rispetto della
privacy: Un diritto inalienabile, certo. Ma, va ricordato, lo "status"
dell'atleta che ha firmato un cartellino per una qualsiasi disciplina sportiva è
diverso da quello del cittadino normale. Succede in altri campi. Il cittadino
normale si può ubriacare quanto vuole e se non turba la quiete pubblica o
commette altri reati non è perseguibile. Ma se il cittadino normale si mette al
volante ubriaco viene perseguito. Perchè? Perchè il suo status è cambiato:
diventa automobilista. L'atleta si impegna a rispettare le regole dello sport,
anche se queste finiscono per limitare lo spazio di libertà personale. Lo scopo
è chiaro: c'è un bene supremo, etico: combattere quel cancro che ha compromesso
immagine e credibilità dello sport negli ultimi anni e la salute di migliaia di
sportivi. Il decreto prevede che non si possa fare "In territorio spagnolo
nessun controllo antidoping o di salute che non sia giustificato da cause
mediche, indipendentemente se siano stati ordinati da un'autorità
amministrativa, federazione o organismo internazionale". E, sottolinea che
"l'eventuale rifiuto di uno sportivo di essere sottoposto a controlli antidoping
durante questa fascia oraria non produrrà alcuna responsabilità". La misura, che
riguarda anche gli sportivi stranieri che si allenino o vivano in Spagna, entra
così in collisione con la Wada. Di fatto, se si escludono i ciclisti che (bontà
loro) hanno dato l'assenso anche a test alle sei di mattina, appartiene al
normale buonsenso il fatto che i medici prelevatori non si presentino agli
atleti per i test in ore antelucane. E non è quasi mai successo. Dunque una
disposizione simile allarga solo uno spazio certo di impunità. Il dubbio
(possono venire...) è forse uno dei migliori deterrenti. E non sarà difficile
immaginare cosa possa succedere la notte in Spagna, negli alberghi degli atleti
magari durante una lunga corsa a tappe. Nel commentare il nuovo decreto, il
direttore generale dello Sport, Albert Soler, ha sottolineato che la Spagna può
ora considerarsi "leader della lotta antidoping in Europa e forse nel mondo".
Bontà sua.
21 aprile - DONATI: SOTTOSTIMATI I DATI ONU SULLA COCAINA
FORLI' - Una grave sottostima della quantità di cocaina in circolazione, tanto più grave perchè in realtà il fenomeno è in espansione in tutta Europa e nel mondo. E' questo il senso dell'intervento che Sandro Donati, il ricercatore conosciuto anche per la sua lotta contro il doping nel mondo dello sport, ha tenuto al seminario '100 anni di controlli internazionali sulle droghe' che è in corso a Forlì organizzato da Regione e Asl. Donati ha esaminato i dati della produzione mondiale di oppio (eroina) che dimostrerebbero come l'esplosione della produzione all'ennesima potenza sia avvenuta con l'arrivo in Afghanistan delle truppe statunitensi ed alleate. Per quanto riguarda la cocaina - secondo Donati - i dati ufficiali dell'Onu sono manifestamente insostenibili e nascondono un buco nero di enormi proporzioni. Secondo le stime delle stesse autorità colombiane sulla produzione mensile di circa il 50% dei laboratori di coca (cristalizaderos) scoperti e distrutti - ha ricordato Donati - emerge un totale di 599,49 tonnellate/mese, a fronte della stima Onu di 600 tonnellate/anno: "La spaventosa sottostima della produzione si riflette nella sottostima della superficie coltivata, al punto che (paradosso dei paradossi) la superficie fumigata con il gliofosato dagli aerei sommata alla superficie eradicata manualmente sono tre volte superiori alla superficie stimata dall'Onu come coltivata". Con l'avvento del Plan Colombia (1999-2000) approvato dal congresso statunitense - ha spiegato ancora Donati - i dati ufficiali sono stati piegati all'esigenza di dimostrarne prima l'indispensabilità e poi l'efficacia, ma una Commissione di indagine del Senato americano, comprendente John Kerry e Barack Obama, ha definito sconcertante il fallimento del Plan Colombia a fronte dell'enorme finanziamento approvato dal Senato.
18 aprile - OPERACION PUERTO: IL GIUDICE NEGA ALLA FEDERAZIONE SPAGNOLA L'ACCESSO A DOCUMENTI E SACCHE
MADRID - Si va mestamente ma concretamente verso l'unico dato certo: in
Spagna nessuno pagherà sia sul piano sportivo che su quello penale per la
frequentazione acclarata del famigerato studio del "dottor sangue", al secolo il
medico spagnolo Eufemiano Fuentes sotto le cui cure sono passati decine e decine
di atleti di vertice. Ciclisti in gran parte, ma anche - come ha precisato a suo
tempo lo stesso Fuentes - anche atleti di altre discipline. "Non parlo perchè
temo per la mia vita", disse all'epoca. Ieri un ulteriore atto del giudice
Serrano, ormai noto più per le reiterate archiviazioni che per le indagini vere
e proprie. Ha negato alla federazione spagnola la possibilità di valersi dei
documenti e delle prove raggranellate nel procedimento penale. In particolare
per la vicenda di Alejandro Valverde.
Per lui la Procura antidoping del Coni, aveva chiesto due anni di squalifica:
gli uomini di Ettore Torri sono riusciti a confrontare il Dna di una sacca (la
n.18) sequestrata a Fuentes, con il campione prelevato durante la tappa italiana
del Tour de France dello scorso anno a Prato Nevoso, trovando una corrispondenza
perfetta. Valverde si sarebbe rivolto a Fuentes per le trasfusioni ematiche, la
specialità (proibita) del medico spagnolo che gestiva un vastissimo traffico di
prodotti e attrezzature dopanti. Lo spagnolo sarà giudicato l'11 maggio dal
tribunale nazionale antidoping: se ritenuto colpevole, l'inibizione per lui
varrà soltanto sul territorio italiano. L'unione ciclistica internazionale,
tuttavia, potrebbe in un secondo momento estenderla a livello globale.
In Spagna, invece, ancora un ulteriore passo indietro. Motivo del rifiuto di
fornire ulteriori prove: all'epoca il fatto (cioè la manipolazione del sangue)
non costituiva reato di doping. La legge specifica, infatti, è stata promulgata
in Spagna dopo lo scandalo e proprio a causa di esso. Dunque, una volta appurato
che non c'è stato danno per la salute pubblica (unica ipotesi di reato possibile
con le leggi di allora) tutto è confluito nell'imbuto dell'archiviazione. In un
comunicato, la federazione spagnola si è dichiarata "in totale e assoluto
disaccordo" con la decisione del giudice, annunciando la volontà di presentare
immediatamente ricorso. Ma i tempi sono strettissimi: come spiega stamane il
quotidiano As, il nuovo stop imposto da serrano avvicina i termini di
prescrizione, che scatteranno a fine maggio, a tre anni dall'apertura
dell'inchiesta.
Il risultato finale è che Valverde continua a correre e a vincere, con grave
scorno di chi nel frattempo ha subito e scontato giuste squalifiche per la
stessa frequentazione di cui è accusato lo spagnolo. Sarà addirittura uno dei
favoriti per la vittoria nell'Amstel Gold Race che si corre domani, con buona
pace della credibilità di tutto il ciclismo mondiale.
17 aprile - HAMILTON DI NUOVO POSITIVO AD UN ANABOLIZZANTE: "MI RITIRO"
ROMA - Ancora una vittima (a suo dire) della depressione ed ancora una volta è un ciclista. Che, in questo caso - fortuna per lui - si ferma un attimo prima che la situazione precipiti. Si tratta dello statunitense Tyler Hamilton che ha annunciato il ritiro dal ciclismo dopo essere risultato positivo ad un controllo antidoping per un anabolizzante (Deha: Dehydroepiandrosterone) contenuto in un integratore (Mitamins Advanced Formula for Depression), preso, sempre a suo dire, per curare la depressione. Il 38enne, oro alle olimpiadi di Atene 2004, ha spiegato in una intervista all'Associated Press di non avere superato un controllo a causa di un antidepressivo, affermando di essere pronto a subire sanzioni disciplinari. "Non c'è nulla per cui combattere", ha spiegato Hamilton, che nel 2007 finì di scontare una squalifica di due anni per doping ematico. La nuova positività, non annunciata ancora dall'agenzia antidoping statunitense, potrebbe portare Hamilton a subire una squalifica a vita. Per questo probabilmente ha deciso di abbandonare: "Sapevo perfettamente che la sostanza che ho assunto mi avrebbe fatto risultare positivo ai test".
"Ho assunto una sostanza proibita e accetto le conseguenze", ha aggiunto il corridore statunitense, "Nella vita si commettono errori e io accetto le sanzioni da uomo". Hamilton ha ammesso di avere combattuto un periodo di depressione, dovuto principalmente al divorzio dalla moglie ed alla difficile situazione della madre, ammalata di un tumore al seno diagnosticato nel 2003. "Quello doveva essere il migliore anno della mia vita", ha affermato Hamilton riferendosi ai suoi exploit nel Tour de France. L'oro conquistato ad Atene 2004 era già stato avvolto da una nuvola di sospetti: il campione A dei suoi test era risultato positivo, ma non fu possibile procedere all'analisi di quello B perché degradato e così si salvò. Ma qualche settimana dopo fu incastrato alla Vuelta di Spagna: il primo corridore positivo per doping ematico. E fu sospeso per due anni.
Nessuna giustificazione, invece, per questa seconda positività. "Sapevo che si trattava di un prodotto proibito", ha detto Hamilton, che ha spiegato di avere assunto l'antidepressivo nei due giorni precedenti un controllo a sorpresa dell'Usada. "Ci sarà sempre chi nutrirà dei dubbi, a prescindere dall'accaduto. Dovrò convivere con gli scettici per il resto della mia vita", ha affermato l'ex olimpionico, "Ma stavolta non si tratta di un test, è un problema più grande. Stiamo parlando di una malattia che io sto attraversando insieme alla mia famiglia. Devo occuparmene. Il ciclismo è solamente uno sport. Corri in bici da un punto a ad un punto b, ma quello che sto attraversando è molto più grande". La depressione è senza meno un male sociale, ma i numerosi casi registrati negli ultimi tempi nel ciclismo dovrebbero far riflettere. Che poi la cura, attraverso l'assunzione di un anabolizzante contenuto in un integratore, come ipotizza il sito Cyclingnews, sia quella giusta è tutto da dimostrare.
17 aprile - ARMSTRONG CONFERMA: "AL GIRO CI SARO' "
MILANO - Chi lo conosce non ha mai nutrito dubbi. Tanto più dopo la polemica apertissima con l'AFLD, l'agenzia antidoping francese che lo accusa di essersi nascosto agli occhi di un ispettore per almeno 20 muniti durante un controllo a sorpresa. Cosa vietatissima dai regolamenti, ovviamente. Polemica che mette in forse la partecipazione di Lance Armstrong alla corsa francese, anche se fino a questo momento non è stata presa alcuna decisine ufficiale in merito da parte degli organi preposti. Con un messaggino ad Amgelo Zomegnan, patron della corsa rosa, il texano ha confermato dagli Stati Uniti agli organizzatori la sua partecipazione al Giro d'Italia. Il capo ufficio stampa della Rcs-Sport Sergio Meda ha detto che il campione texano "sarà al via da Venezia il prossimo 9 maggio del Giro del Centenario, secondo quanto annunciato oggi dal direttore della corsa rosa Angelo Zomegnan" a Fidenza (Parma). Armstrong, 37 anni, vincitore di sette Tour de France, ha impostato un programma di recupero intenso dopo la caduta di tre settimane fa nella tappa inaugurale della Vuelta a Castilla y Leon che gli ha procurato la frattura della clavicola. Resta ovviamente da verificare la sua condizione per un impegno di tre settimane di corsa, che costituirà la sua prima esperienza al Giro. Armstrong aveva riportato la frattura della clavicola in una caduta in cui era rimasto coinvolto a una ventina di chilometri dall'arrivo della prima tappa della Vuelta Castilla e Leon. Subito dopo l'incidente il campione statunitense tornato a correre in bicicletta all'età di 37 anni decise di tornare in Usa per operarsi. Ad intervenire su di lui il professor Douglas Elenz, chirurgo ortopedico di Austin, che gli ha inserito una placca metallica; l'applicazione aveva il compito snellire leggermente i tempi di recupero dall'atleta, stabilizzare l'osso, favorendone dunque la calcificazione. Dopo l'operazione Armstrong non perde tempo: a soli tre giorni di distanza il sette volte vincitore del Tour de France torna in sella alla bici: si dovrà accontentare di una cyclette, ma aver pedalato mezz'ora ancora convalescente è un traguardo notevole. Lo statunitense sembra infatti voler bruciare le tappe e avviarsi a un recupero record, per tornare in gara agli appuntamenti clou della stagione che si era prefissato una volta annunciato il ritorno alle competizioni. "Ho pedalato mezz'ora su una bicicletta da camera", aveva voluto far sapere il texano lo scorso 29 marzo, allegando al suo messaggio la foto che lo ritrae sorridente in sella alla cyclette.
15 aprile - POZZATO: ALLA ROUBAIX SPUTI E BIRRA IN FACCIA DAI TIFOSI DI BOONEN: "MA AL GIRO MI RIFARO'"
Dopo l'amarezza per la (peraltro onorevolissima) sconfitta, le polemiche. E non è
la solita lamentela del battuto. Pippo Pozzato lo dice a mezza voce, per il
tramite del suo addetto stampa. Boonen domenica era fortissimo, ma l'azzurro si
è trovato a combattere non solo con le pietre del pavé, e con l'avversario, ma
anche con i tifosi, che, come noto affollano le "tranchées" più famose e
importanti nel finale della Parigi-Roubaix. Tifosi che sono in larghissima parte
belgi, come provano le tantissime bandiere delle Fiandre che ha potuto mostrare
la ripresa tv. Pippo sarebbe stato danneggiato, proprio nei delicatissimi
momenti dell'inseguimento a Boonen, dopo la caduta di Flecha, all'ingresso del
mitico "carrefour de l'arbre". Racconta Andrea Agostini: "Pippo non si è
lamentato più di tanto, ma proprio in quel tratto di pavè i tifosi di Boonen gli
hanno lanciato addosso di tutto: sputi, birra, ecc. Oltre agli ovvi insulti.
Attraversavano la strada proprio un passo davanti a lui, si stringevano
minacciosi. Pippo mi ha confessato di aver avuto paura in qualche momento". E'
vero che con i "se" e con i "ma" non si fa la storia e che Boonen ha dimostrato
di essere fortissimo domenica. Ma se Pippo avesse raggiunto il belga lanciato
verso il velodromo di Roubaix, probabilmente la corsa avrebbe preso un'altra
piega. E che Boonen temesse l'arrivo in volata con il vicentino è dimostrato
dalla determinazione con cui ha spinto sui pedali fin quasi all'ultimi
chilometro. Pozzato ha alle spalle anche una grande esperienza in pista e la
volata a due quanto meno sarebbe stata incertissima. Invece il capitano della
Katusha è stato costretto a sfiancarsi nell'inseguimento sul pavé, anche perché,
come si è visto in qualche ripresa tv le moto del seguito - come accade
spesso in questa corsa (ed è un peccato che gli organizzatori non vigilino con
attenzione) - gli hanno fornito in qualche tratto una scia preziosa. Uno
scandalo evidente che ha mosso perfino i media belgi alla condanna. Da giorni
martellano sulla necessità che i tifosi del ciclismo ritornino quelli di sempre:
pacifici e pronti ad esaltare anche il gesto degli avversari. Amarezza, dunque,
per il vicentino di Sandrigo, che però punta già ad un altro grande obbiettivo:
il Giro d'Italia. Sarà al via di Venezia con l'obbiettivo dichiarato di tentare
qualche bel successo di tappa. Quella di Valdobbiadene sembra tagliata su misura per
le sue caratteristiche; una salita nel finale la rende abbastanza dura da poter
tagliare fuori i velocisti se ci sarà battaglia e in questi casi le doti di
resistenza e velocità di Pippo potrebbero venire fuori.
15 aprile - NUOVO CONTROLLO A SORPRESA PER BASSO ALLE
CANARIE
12 aprile - ...IL "SOLITO FANINI"
ROMA - Amara e accorata lettera di Ivano Fanini, sull'ormai nota questione del
"Giro nel Giro", quella corsa che il vulcanico patron di Amore & Vita McDonald's
avrebbe organizzato facendo partire la sua squadra cinque ore prima delle tappe
ufficiali. Un modo per seguire lo sforzo dei corridori e monitorarlo per capirne
i limiti fisici e fisiologici. Dunque un fine non solo legato alla semplice
esibizione del marchio, ma anche un obbiettivo con qualche interessante risvolto
scientifico. Ma sperare che "il ciclismo che sta cambiando", come dicono
riempiendosi la bocca tanti dirigenti delle due ruote a pedali, desse un piccolo
segnale di apertura e di comprensione era pura utopia. Lo si è capito da subito,
anche se non era difficilissimo accontentare Fanini. Se non in tutto almeno in
parte. Invece nulla. Niente "Giro nel Giro". Già: cosa c'entra il piccolo,
povero ed appassionato ciclismo di Fanini con quello dollaroso, roboante e
superbo del business che ruota attorno alla corsa rosa? Nulla. E infatti gli
viene decretato l'ostracismo. Per l'ennesima volta.
Dicono che il ciclismo stia cambiando. Ma gli uomini che governano il
cambiamento sono gli stessi di prima, quelli che dicevano ridendo in faccia alla
gente che "il doping nel ciclismo è un'invenzione dei giornalisti". Salvo poi
correggere il tiro di fronte all'incalzare degli scandali. Gli atleti, anche
quelli vincenti, sono sempre - in più di qualche caso - quelli di prima, cioè
quelli che vincevano nel precedente contesto di dopati. I tecnici e tutto
l'entourage pure; erano quelli che si muovevano disinvoltamente fra sacche di
sangue, flebo, punture e additivi vari. Dov'è il cambiamento?
L'Uci, la federazione internazionale, pescando nell'ormai ricco "portfolio" di
dati fisico metabolici dei corridori - raccolti ormai da anni - sostiene che a
fronte di una piccola percentuale sospetta c'è una grande maggioranza con
"le carte a posto". Sarà, ma per ora nessuno dei "sospetti" è stato
punito. Fino a quando si dovrà aspettare? C'è, è vero, la necessità di avere
tutte le certezze scientifiche per sostenere eventuali contestazioni sul piano
giuridico di un metodo che per la prima volta porterebbe a provare il doping
indirettamente, non solo dal rilevamento della sostanza vietata o della pratica
proibita messa in atto. Ma ormai ci avviamo alla parte centrale della stagione e
ci troviamo con questa bella novità: che i cosiddetti controlli a sorpresa la
mattina prima delle gare non vengono più fatti (tralasciamo il discorso delle
categorie giovanili che è disperante: il nulla o quasi) e però con il famigerato
"passaporto biologico", non si riesce ancora ad inchiodare nessuno. In questo
"interregno" con il dilagare della scienza del doping - basti solo pensare
alle centinaia di molecole non inserite fra quelle proibite e alle altre messe
nell'elenco, ma mai ricercate - ci vuole un fegato grosso così per dare fiducia
e credibilità ad uno sport che fino a ieri ha dato così pessime prove di sè.
E stendiamo un velo pietoso sulle morti, che quelle - dicono i "benpensanti"-
non c'entrano nulla col doping, anche se sono tante. Troppe forse a fronte di
una gioventù che lo sport dovrebbe esaltare e sostenere. Perché se uno si fa di
anabolizzanti (che provocano depressione), stimolanti, ormoni, psicofarmaci e
decine di altre schifezze per dieci e più anni di attività e poi piomba in
depressione o si suicida in un modo o nell'altro, o, più semplicemente, muore di
polmonite o di infarto, il doping, ovviamente, non c'entra. Mai.
Ma le cose, ci dicono, stanno cambiando. Sarà. Dov'è, però, il cambiamento se
uno piccolo piccolo come Fanini fa ancora paura? Se le cose sono davvero
cambiate che cosa c'è da temere?
Ecco la sua lettera.
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Per la mia guerra al doping in dieci anni ho rinunciato a gestire almeno 20 milioni di euro (e forse anche di più perché di sponsor di livello mondiale ne ho avuti tanti) e con questi oltre che fare del business potevo continuare a garantirmi la partecipazione al Giro d’Italia e rimanere nell’omertà. Oggi non avrei un record di 15 partecipazioni consecutive al Giro ma ben 25 ed avrei un palmares di vittorie da fare invidia a molte squadre Pro Tour. Ma la cruda realtà di questi giorni è la morte di un altro ciclista australiano di 27 anni, Jobie Dajka, che era stato anche campione del mondo nel Keirin. Credo sia la decima morte di un ciclista (in attività o ex) dal gennaio di quest’anno (almeno di quelle che vengono alla luce sulle cronache). Una volta si parlava soltanto di Simpson, ora purtroppo muoiono a ripetizione. Manca ormai meno di un mese alla partenza del Giro ed io avevo ideato una prova che una volta per tutte avrebbe dimostrato al mondo intero che questo grande ciclismo va fermato perché è tutto un bluff e non vuole cambiare. Ed a causa dell’ostinazione di chi comanda perché tutto rimanga com’è, invece di fermare la corsa rosa dopo tutti i casi scoppiati negli ultimi 10 anni, viene ostacolata la mia iniziativa “Giro nel Giro”. In Francia fanno di tutto per fermare uno come Armstrong (vedi ultimo controllo antidoping che gli è stato contestato) colpevole secondo loro di aver fatto uso di Epo già ai tempi del suo primo Tour vinto, mentre in Italia gli danno milioni di euro affinché venga con i suoi a fare business ed a prendere tutti per i fondelli. E’ paradossale assistere al blocco di quei pochi atleti (i miei) che sono veramente puliti, che negli ultimi tempi hanno passato tutti i più seri controlli, che hanno l’ematocrito oscillante dal 36 al 43, che sono pronti ad affrontare qualsiasi verifica antidoping, che sono abituati ad usare solo prodotti biologici e nessun medicinale. Nessun uomo potente di questo ciclismo può far vedere a tutto il mondo che i miei atleti, pur allenati e ricchi di talento, vengano superati dagli atleti del Giro d’Italia nonostante partano con 5 ore di anticipo. Verrebbe fuori uno scandalo di proporzioni enormi ed il “giochino” si romperebbe. Allora è meglio non parlarne ed anzi dire “ecco il solito Fanini…” Ivano Fanini |
10 aprile - SEI MESI A BALDINI PER IL DIURETICO (GIA' SCONTATI)
ROMA - Sei mesi. Gia' tutti scontati. Questa la squalifica inflitta dalla federazione internazionale ad Andrea Baldini, trovato positivo lo scorso 9 luglio, durante gli Europei di Kiev, ad un diuretico (il furosemide). La sentenza del Tribunale Antidoping della Fie ha disposto per il fiorettista livornese uno stop di sei mesi a partire però dalla squalifica cautelare del 4 settembre, il che vuol dire che può tornare in pedana immediatamente, visto che la sanzione si è esaurita il 4 marzo. La Fie avrebbe potuto infliggere al toscano una squalifica sino a due anni, ma Baldini aveva tutte le attenuanti possibili: mai è stato trovato in carriera positivo all'antidoping e, soprattutto, sul piatto della bilancia ha pesato la decisione della Procura di Livorno di archiviare la denuncia contro ignoti per complotto. Una eventualità possibile ma "non sufficientemente provata", secondo gli inquirenti. Da subito Baldini parlò di un'azione volta a fargli perdere la maglia azzurra per i Giochi cinesi. Ma nell'archiviazione il pm di Livorno fa riferimento anche ad altra ipotesi: un complotto internazionale teso a eliminare dalla scena dei Giochi il numero uno del fioretto del momento. Tesi suggestive, ma non suffragate da prove convincenti.
9 aprile - L'ANTIDOPING FRANCESE ACCUSA
ARMSTRONG "VIOLATE LE NORME". INTANTO IL CALCIO OTTIENE LA DEROGA DALLA WADA
PER I CONTROLLI A SORPRESA
PARIGI - Continua il braccio di ferro fra l'agenzia antidoping francese (Afld) e
l'americano Lance Armstrong. Secondo l'Afld l'aericano avrebbe violato le regole
che impongono ad ogni atleta di rimanere sempre a vista degli ispettori quando è
sottoposto ad un controllo antidoping. Dopo il rapporto stilato dall'Agenzia
antidoping francese e inviato a Uci e Wada sul comportamento del corridore
texano in occasione del test a sorpresa del 17 marzo scorso e la risposta del
sette volte vincitore del Tour, che nega di aver cercato di eludere o ritardare
il controllo, ecco arrivare il nuovo j'accuse dell'Afld. Anche se nei campioni
di capelli, sangue e urina di Armstrong non sono state trovate tracce di
sostanze proibite, secondo l'Agenzia francese il corridore "non ha rispettato
l'obbligo di rimanere sotto la diretta e permanente osservazione" del medico
incaricato di effettuare il test. E adesso la querelle rischia di finire male
per il texano. Nella nota pubblicata sul proprio sito, infatti, l'Agenzia
francese spiega che, su indicazione dell'Uci, la stessa Afld ha l'autorità per
aprire un eventuale procedimento disciplinare a carico di Armstrong che potrebbe
portare a delle sanzioni anche se l'organismo francese non ne specifica
l'entità. Un'eventuale sanzione sarebbe applicabile solo in Francia (Armstrong è
tesserato negli Stati Uniti) e potrebbe avere conseguenze sulla partecipazione
del ciclista texano al Tour de France, che partirà da Montecarlo il 4 luglio
prossimo.6 aprile - RITARDA A PRESENTARSI AL TEST A SORPRESA: L'ANTIDOPING FRANCESE
DENUNCIA ARMSTRONG
glb/red
4 aprile - BALDINI: IL PM ARCHIVIA. LA TESI DEL
COMPLOTTO RESTA, MA NON E' PROVATA
2 aprile - CANADA: RADIATI A VITA IL MEDICO E IL DOTTORE DELLA JEANSON
Non solo gli atleti. Anche il Canada si allinea al trend della lotta al doping più estesa ed efficace: quella che mira a colpire anche chi consiglia certe pratiche e somministra certe sostanze. Così il Consiglio Etico dello sport canadese (un organismo indipendente e senza fine di lucro che promuove l'etica nello sport) ha squalificato a vita André Aubut e Maurice Duquette, rispettivamente coach e medico della ciclista Geneviève Jeanson, che era stata la rivelazione della stagione femminile 1999, anno in cui vinse i mondiali junior della strada e a cronometro, e poi aveva confessato di essersi dopata con l'epo già all'età di 16 anni. La Jeanson nel settembre 2007 aveva confessato pubblicamente, durante un'intervista televisiva a Radio Canada di essersi dopata su consiglio e con l'aiuto concreto del tecnico e del medico, specificando che il dottore le aveva somministrato epo addirittura quando lei era ancora minorenne. La collaborazione con l'inchiesta fatta dal Consiglio Etico canadese è valsa per la ex ciclista, che oggi gestisce un ristorante in Arizona, la riduzione della squalifica a 10 anni (dalla radiazione a vita). Ma non potrà mai più avere sussidi economici da parte del governo federale. "Noi dobbiamo proteggere gli atleti nei confronti di individui che li incitano a doparsi - ha detto Paul Melia, direttore generale del Consigli Etico - la confessione della Jeanson ci ha aiutato moltissimo a capire certi meccanismi". "Le sanzioni prese nei confronti dell’allenatore André Aubut e del medico Maurice Duquette dimostranto che gli atleti non si dopano da soli – ha commentato Louis Barbeau, direttore generale della Federazione del Quebec". E John Tolkamp, presidente della federazione Canadese ha aggiunto: "Le nostre federazioni ci propongono di adottare sanzioni ulteriori, quindi andremo a rivedere tutti i risultati e i titoli ottenuti da Jeanson".
2 aprile - FANINI RIVELA: "FUI IO AD ISPIRARE IL BLITZ AL GIRO DEL 1996"
ROMA - "Quel blitz l'ho ispirato ed ideato io". Ivano Fanini, patron di Amore
& Vita rivela per la prima volta sul sito di "Repubblica" (www.repubblica.it)
il retroscena della vicenda che costituì l'inizio della guerra recente al doping
nel ciclismo, in particolare da parte delle forze dell'ordine: il famigerato
blitz dei Nas che si sarebbe dovuto tenere al Giro del 1996, quando la corsa
rosa sarebbe sbarcata a Brindisi di ritorno dalle prime tappe in Grecia. Un
blitz che non fu fatto perché importanti personaggi dell'establishment
ciclistico lo fecero fallire facendo trapelare in anteprima le informazioni:
"All'epoca dei fatti fui io ad avere l'idea di fare il blitz perché ritenni che
fosse l'unico sistema per fermare il doping. E così aiutai i Nas ad allestirlo.
Ora lo posso dire pubblicamente".
Fanini si lamenta di essere stato emarginato dal "grande ciclismo" proprio da
quel momento. "Quando ci fu la soffiata che mandò in fumo tutto il lavoro di
preparazione del blitz, mi infuriai talmente che non potetti fare a meno di
denunciare i colpevoli: l'allora direttore Carmine Castellano in collaborazione
con il segretario della Lega, Angelo Lavarda. Da allora è stato un susseguirsi
di ostruzioni, scorrettezze, sgambetti e quant'altro potesse danneggiarmi per
puro spirito di ripicca nei miei confronti".
Ultima "vendetta", secondo Fanini, il no da parte degli organizzatori al suo
"Giro nel Giro"; l'iniziativa con cui intendeva far precedere di 4-5 ore dalla
sua formazione la corsa rosa, per la quale non ha alcun diritto di
partecipazione, per lanciare una nuova campagna antidoping monitorando giorno
per giorno i propri corridori allo scopo di verificarne il rendimento. Insomma:
la verifica di come si possa pedalare un Giro a dimensione d'uomo. "Ora il mio
Giro nel Giro è in pericolo. Zomegnan, il direttore della corsa, nutre un forte
astio verso di me. Ci ha seccamente risposto che quest'anno metteranno in azione
la più efficace battaglia antidoping mai realizzata e quindi non hanno nessuna
intenzione di appoggiare altre iniziative come la nostra. Da Gennaio sto
cercando di ottenere una forma di collaborazione con gli organizzatori per
allestire questa iniziativa senza precedenti ma purtroppo sto ricevendo solo
rifiuti. Abbiamo ridimensionato progressivamente le nostre richieste, siamo
riusciti a risolvere molti problemi logistici come gli alloggiamenti durante i
21 giorni di gara, gli automezzi di scorta, il personale. L'unica richiesta
rimasta era la possibilità di passare sotto i loro striscioni della partenza e
del traguardo di ogni tappa, senza nemmeno sostare nelle aree di partenza ed
arrivo. Ciò nonostante ci hanno sempre negato questa piccola concessione, con
motivazioni infondate come l'intralcio ai loro operai allestitori dei raduni di
partenza e arrivo".
Leggi l'articolo di "Repubblica" dell'epoca
1 aprile - VALVERDE DEFERITO DALLA PROCURA CONI: CHIESTI DUE ANNI INIBIZIONE
ROMA - Annunciato e ampiamente previsto è arrivato il deferimento da parte
della Procura antidoping del Coni dello spagnolo Alejandro Valverde per il
coinvolgimento nella vicenda doping legata all'Operacion Puerto. E con esso la
richiesta di due anni di inibizione. "L'Ufficio di Procura Antidoping del Coni
-si legge nella nota- ha disposto il deferimento dell'atleta Alejandro Valverde
Belmonte al Tribunale Nazionale Antidoping del CONI per la violazione dell'art.
2.2. del Codice WADA, in relazione ai fatti accertati nel corso delle indagini
svolte dalla Procura della Repubblica di Roma con richiesta di inibizione per
due anni". Articolo 2.2, dunque: ovvero uso o tentato uso di sostanze e/o metodi
dopanti. Il tutto legato alla frequentazione del famigerato dottor Fuentes al
centro nel 2006 della mega inchiesta della Guardia Civil spagnola nella quale
figuravano una cinquantina di ciclisti, oltre ad atleti di altre discipline;
almeno una trentina spagnoli. Ad inchiodare Valverde, una selle stelle di prima
grandezza del ciclismo iberico (vincitore dell'ultima Liegi-Bastogne-Liegi e di
una decina di altre corse) il test del Dna perfettamente sovrapponibile, fra
quello rilevato sulla sacca numero 18 sequestrata nel 2006 nello studio
madrileno di Fuentes e quello dei test ematici fatti nella tappa italiana del
Tour de France 2008, approdata a Prato Nevoso. "Possiamo dire con certezza che
il sangue della sacca 18 è quello di Valverde", aveva detto il procuratore capo
Ettore Torri quando il 19 febbraio scorso lo spagnolo si era presentato alla
Procura Coni per rispondere ai primi addebiti. In quella occasione lo spagnolo
respinse ogni accusa, ma contemporaneamente si vide consegnare un'avviso di
garanzia perché
coinvolto, secondo gli inquirenti, in una complessa indagine doping che i Nas
stanno conducendo ad ampio spettro in Italia e in Europa. Ci sarebbe anche la
violazione della legge 376/2000, secondo l'accusa.
Lo spagnolo - che in questo inizio di stagione ha già centrato due vittorie alla
Vuelta Castilla Y Leon - ove il tribunale nazionale antidoping accogliesse
le richieste di Torri, non potrebbe prendere parte ad alcuna gara in Italia per
due anni. Ma non è escluso che l'Uci possa estendere la sospensione per tutti i
paesi delle federazioni aderenti come già fatto per il tedesco Schumacher,
condannato a due anni di sospensione in Francia, sentenza "allargata" a tutti i
paesi dalla Federazione ciclistica internazionale. Quel che è certo che
difficilmente potrà essere accettato dagli organizzatori del Tour. Per il
momento lo spagnolo si limita a correre in Spagna: sabato prossimo dovrebbe
partecipare al Gran Premio Miguel Indurain. Gli avvocati del corridore chiedono
alla Procura Coni di trasmettere documentazione e prove ritenendo che gli organi
di giustizia sportiva di essere l'unica istituzione in grado di giudicare. Ma il
regolamento del Coni consente di sanzionare anche gli atleti appartenenti ad
altra federazione qualora i fatti comportino implicazioni sul territorio
italiano. Furiosa la reazione del corridore che promette battaglia sul piano
giuridico: "Sono indignato perchè accusato di cose che non ho commesso da un
ente che non ha alcun potere su di me; il Coni agisce in modo illegale".