30 gennaio - BASSO: "QUEST'ANNO VEDRETE IL VERO IVAN"
CASSANO
MAGNAGO – Il cielo è bianco di neve sopra il villino di Via Don Orione e qualche
fiocco scende lentamente. Birillo abbaia. Due gradi sotto zero; tempo da lupi.
Ivan Basso è appena rientrato a casa e si offre alle sapienti mani di Carmine
Magliaro, il fido fisioterapista. Per capire cosa voglia dire ciclismo e
ciclismo da professionisti scrupolosi bisogna venire qui a Cassano Magnago in un
giorno qualsiasi di gennaio; qui, nella terra di Insubria, pallida, gelata come
un frigorifero e vedere la faccia del vincitore del Giro 2006 ancora livida di
freddo. Quattro ore nel gelo su e giù per le salite dei dintorni a spingere sui
pedali e negli occhi un lampo di soddisfazione malcelata. “Vedi? – indica lo
schermo del portatile – guarda qui; questo sì che è un bell’allenamento: 20
minuti a ritmo veloce; 20 al medio e poi le salite in serie. Vedi il numero
delle pedalate? 90-95 come quando andavo forte al Giro che ho vinto. Sai cosa
dico? Quest’anno Ivan Basso è tornato davvero. Ivan, quello vero”.
La Spagna delle corse a tappe ha un certo Contador, dominatore di Tour, Vuelta e
Giro: indubbiamente l'atleta più forte nelle corse a tappe. L’Italia ha lui, il
varesino emerso dalle nebbie di una lunga squalifica doping e attualmente
l’atleta più tagliato per far sognare la gente lungo le strade del Giro
d’Italia. “Ho pagato. Ho espiato. Per me quella è una storia finita.
Un brutta parentesi, ma ora ho tutto il diritto di dire quello che penso. E
adesso penso solo a quello che voglio fare quest’anno: cercare di vincere il
Giro o il Tour”
Via l’umile saio del bastonato dalle circostanze, ecco
il nuovo Basso.
“Non mi pesa fare la vita del corridore. Nevica qui a casa? Non importa:
esco con la mtb e le gomme chiodate. Piove? Prendo auto e bici e vado in
Liguria, o in Toscana, dove il cielo è sereno. Fortunatamente oggi si può”.
Trentadue anni fatti a novembre e ancora la voglia di un
ragazzino esordiente.
“Il freddo? Le ore in bici e i chilometri in salita? Questo è il mio lavoro.
Ho un conto in sospeso anche con te, che mi hai dato fiducia. Voglio rivincere
il Giro. Per me, per la mia famiglia, per la gente che mi vuole bene. E sono
tanti. Per i dirigenti della Liquigas che mi hanno preso quando ero come una
macchina incidentata e hanno creduto in me come uomo e come atleta”.
Riecco Ivan il Terribile. Ma sarà dura con concorrenti
agguerriti già all’interno della squadra: Pellizzotti, Kreuziger, Nibali. Per
non parlare di Contador, Armstrong e gli altri …
“Troppi capitani? Il ruolo di leader te lo devi conquistare con i fatti. E a
me la cosa non preoccupa: so che se torno ad essere il vero Basso nessuno mi
metterà i bastoni fra le ruote”.
Però se i fatti sono quelli della scorsa stagione…
“Anche io non mi sono piaciuto. Quinto al Giro, quarto alla Vuelta, tanti
piazzamenti, nessun acuto. In tutta la stagione ho avuto sensazioni buone, ma
mai eccellenti. Perché? La troppa voglia di fare. Il voler gareggiare subito in
Argentina su ritmi forsennati. Il desiderio di recuperare il tempo perduto con
la squalifica”.
Qualcosa è pur mancato.
“Il ciclismo si rinnova nei mezzi e nella tecnologia, ma la stagione
comincia sempre con l’inverno in palestra, la ginnastica, lo stretching e poi
tecniche antiche, come l’uso dello scatto fisso, chilometri e chilometri di
fondo e salita. Ecco cosa è mancato. D’accordo con Sassi e i tecnici della
squadra sono tornato a questa preparazione e mi sento già un altro”.
Tanto lavoro, tanta fatica per poi magari vedersi
sopravanzato da atleti che si rivelano dopati. Non le da fastidio?
“Dico che non mi importa nulla. Io non ero pronto per vincere: non c’ero con
la testa, punto e basta. Ora è già diverso. Credo di avere avanti 4-5 anni di
carriera dove niente mi è precluso”.
Però con l’iridato Evans al Giro e Contador al Tour sarà
molto difficile. Entrambi vanno forte contro il tempo e in salita.
“Ma io sto migliorando molto a cronometro: ci lavoro tantissimo. Le legnate
che ho preso al Giro sono servite. Ricordate la tappa delle Cinque Terre? Ce
n'era per stendere chiunque dopo quella batosta. Però io non sono uno che molla:
mezz'ora dopo ero già a pensare cosa avrei potuto fare per migliorare. Certo, se
Contador sarà quello formato 2009, sarà dura: arrivare secondi sarà come
vincere. Lui è un fuoriclasse assoluto, bisogna tenerne conto: come Federer,
Ronaldinho, Usain Bolt. Di quelli che ne nasce uno ugno tot anni”.
E Armstrong?
“Occhio, perché quest’anno sarà ancora più forte. Intanto ha vinto 7 Tour e
poi è arrivato terzo l’anno scorso dopo 4 anni di vita normale e solo qualche
maratona…Quando Lance crede in qualcosa diventa una macchina da guerra.”.
Ma ha 37 anni…
“Conta la testa e la voglia di fare sacrifici, non l'età. E poi la scienza
ci dice che fino a 40 anni le qualità fisiche non decadono più di tanto. E’ un
serissimo concorrente per la vittoria, credetemi”.
Cambia finalmente questo ciclismo travagliato dal
doping?
“Cambia, cambia. Io guardo nel mio gruppo: abbiamo un regolamento di 30
pagine; regole severe. Non si scappa. Siamo controllatissimi prima di tutto
dalla nostra squadra. Se lo sponsor per primo ti dice: non mi interessa se vinci
o vincerai, ma voglio l’immagine pulita, vuol dire che qualcosa è cambiato”.
E il futuro?
“Ci sono giovani emergenti e a posto come Nibali, che è un vero guerriero. E
altri come l’olandese Gesink, il lussemburghese Andy Schleck. La nuova
generazione ha un grande futuro, ma, occhio, perché ci siamo ancora noi”.
29 gennaio - POSITIVA AL CERA VANIA ROSSI, LA COMPAGNA DI RICCARDO RICCO'
ROMA - Positivo lui (al Tour del 2008), positiva lei, la compagna della vita
che solo otto mesi fa ha dato alla luce il filglioletto Alberto. E' proprio il
caso di dire che la madre degli imbecilli è sempre incinta. Dopo Riccardo Riccò
anche Vania Rossi, la sua donna, è finita nella rete antidoping. La
notizia è stata diffusa dal Coni che ha fatto sapere, in una nota, che l'azzurra
del ciclocross e’ risultata positiva al Cera dopo il controllo effettuato il 10
gennaio a Segrate, in occasione del campionato italiano di ciclocross. In attesa
delle eventuali controanalisi l'atleta è stata immediatamente sospesa dal TNA. E
sul web si sono scatenati i commenti più sarcastici: dal "vizio di famiglia" al
ricorso ad "una boraccia del marito, avanzata dal Tour 2008", all'inutilità di
dare una seconda chance agli atleti che arrivano ai vertici dello sport con vizi
ormai incalliti. Proprio recentemente Riccardo, il compagno aveva testimoniato
in una intervista a "Repubblica" la volontà di rientrare nel mondo del ciclismo
per dimostrare "che posso tornare protagonista anche senza doping". Ora, ecco la
doccia fredda, che in qualche modo ricade indirettamente anche su di lui.
Probabilmente la signora Vania avrà fatto tutto all'oscuro del compagno. Ed è
impossibile, ovviamente dimostrare il contrario. Ma ciò che colpisce è come
l'ambiente attorno a questi atleti non sia cambiato di una virgola, se alla fine
non si riesce a rinunciare a certe inveterate abitudini. Ovviamente occorre
attendere le controanalisi, se verranno richieste dall'ex azzurra. Ma
difficilmente si approderà ad un risultato diverso. Infatti i test di verifica
vengono fatti a garanzia dell'atleta, ripetendo sul campione B le stesse
procedure che hanno portato alla positività del campione A, ma questa volta
anche alla presenza di tecnici e periti nominati dall'atleta. Vania ora rischia
due anni di stop. Ma sopratutto trascina ancora una volta anche il compagno in
una situazione difficile. Resta davvero incomprensibile come una donna,
addirittura una mamma che ancora allatta un neonato, possa far ricorso a certe
pratiche. Non c'era alcuna necessità oggettiva, nessuna spinta o "molla"
sportiva particolare se non la vana ambizione di primeggiare. Oltretutto il
ciclocross da sempre è disciplina povera, che non offre orizzonti
particolarmente allettanti ai suoi praticanti, anche quando riescono ad
emergere.
Vania Rossi nega di essersi mai dopata.
"Cado
dalle nuvole - spiega sul sito della "Gazzetta dello sport" - sono
assolutamente estranea all'accusa che mi è stata rivolta. Non ho mai preso
sostanze proibite e non l'ho fatto neppure ora visto che sono mamma da luglio e
allatto il mio bambino". "Chi mi conosce - commenta -, chi conosce la mia
storia, sa benissimo che tutto questo è assolutamente assurdo. Non metterei mai
a rischio la salute del mio bimbo per una gara ciclistica. Quella domenica,
mentre attendevo di fare il controllo, ho allattato mio figlio, se avessi preso
il Cera o qualsiasi altra cosa, sarei da mettere in galera. Cosa è successo?
Questo non lo so - conclude -, ma ci sono troppe cose che non tornano".
Resta una realtà di fondo: bisogna risalire alle basi di questo tormentato sport per capire meglio abitudini e comportamenti. C'è, nell'ambiente del ciclismo, l'idea diffusa che "senza l'aiutino", piccolo o grande che sia, non si possa andare avanti. Ci sono da scontare strategie assurde, favorite dai dirigenti societari senza scrupoli, a caccia di risultati a tutti i costi. Per assurdo che sia ci sono formazioni juniores più professionistiche dei professionisti di primo livello che girano addirittura più soldi; che copiano nel bene e sopratutto nel male le cattive abitudini del ciclismo maggiore. Situazioni che tutti conoscono e di fronte alle quali non c'è la minima reazione da parte dei dirigenti federali. Bisognerebbe intervenire su questa forma di professionismo giovanile che è la madre di tutte le storture. Per cui - ad esempio - si tiene "sotto cura" un atleta per lunghi periodi al solo scopo di dimostrare, dopo un certo lasso di tempo, magari confortati da compiacenti test ematici, che l'atleta in questione "ha valori ematici naturalmente elevati". E' successo non più tardi dell'estate scorsa nel ciclismo nostrano e anche in questo caso si trattava di un giovanissimo atleta. Dalla Fci non arrivano i segnali giusti se, come nel caso di Eugenio Bani, denunciato dal nostro giornale, alla fine l'unico ad essere sanzionato è l'atleta. Mentre dirigenti che procedono a cure massicce, sia pure lecite, abituando i corridori all'idea che "senza" un aiuto qualsiasi non si può andare avanti nello sport, la fanno franca.
28 gennaio - MUTU (FIORENTINA)
POSITIVO ALLA SIBUTRAMINA, UNO STIMOLANTE
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ROMA - Prima la cocaina, e adesso la sibutramina, un anoressizzante dagli
effetti molto simili a quelli della droga di abuso, con potente azione
stimolante e per questo vietato
dallo
sport. Rischia di finire ingloriosamente la carriera di Adrian Mutu, attaccante
della Fiorentina, risultato positivo ad un controllo antidoping effettuato dopo
la gara casalinga che i viola hanno vinto 2-1 contro il Bari lo scorso 10
gennaio. "Il Coni - si legge in una nota - comunica che, a seguito degli esami
eseguiti dal Laboratorio di Roma, è stato accertato un caso di positività. Nel
primo campione analizzato, è stata rilevata la presenza di Metaboliti della
Sibutramina per Adrian Mutu, tesserato della Federazione Italiana Giuoco Calcio,
al controllo in competizione disposto dal Comitato Controlli Antidoping il 10
gennaio 2010 a Firenze, in occasione della gara del campionato di serie A
Fiorentina-Bari". In carriera, Mutu era già incappato in una positività. Nel
settembre del 2004, quando militava nel Chelsea, risultò positivo alla cocaina.
La vicenda si concluse con il licenziamento del rumeno. Il calciatore, dopo la
parentesi inglese, al termine della squalifica di 7 mesi tornò in Italia. Il
club londinese ha avviato un contenzioso per ottenere un risarcimento dal suo ex
tesserato.
“E’ una sostanza pericolosa. In passato ci sono stati anche dei morti e per
questo ad un certo punto della vicenda era stata anche tolta dal commercio; poi
è tornata in farmacia come prodotto galenico da confezionare solo dietro
presentazione di ricetta medica non ripetibile, e recentissimamente è stata di
nuovo tolta dal commercio”. Parla il professor Dario D’Ottavio, biochimico
clinico di fama nazionale, esperto di doping (consulente nelle maggiori
inchieste della magistratura) nonché per quattro anni autorevole membro della
CVD, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping (376/2000). “Perché la
prendono gli sportivi? Semplice: è un potente stimolante e anoressizzante, cioè
allontana lo stimolo della fatica e della fame. Come le anfetamine. Per questo
andava inserita fra i prodotti dopanti così fummo noi della Commissione a
proporre alla Wada, l’agenzia mondiale antidoping di metterla nell’elenco delle
sostanze vietate”.
Stimolante di quel tipo, professore? “Dei neurotrasmettitori, cioè impedisce la cosiddetta ricaptazione di adrenalina, noradrenalina, serotonina e dopamina, stimolanti neurotrasmettitori, appunto, che grazie a quella sostanza rimangono di più nel circolo sanguigno espletando significativi effetti stimolanti. Il risultato è che c’è una maggiore efficienza fisica e la prestazione sportiva migliora. Di qui il divieto”.
Dunque un prodotto molto simile all’ormai famigerato Lipopill (fentermina) che costò la squalifica a Peruzzi e Carnevale nel 1990. E, per i suoi effetti euforizzanti è talvolta usato come succedaneo della cocaina. Non a caso figura anche come un prodotto antidepressivo. “Certamente. Ma c’è anche da considerare l’effetto pratico del dimagrimento sulla prestazione. Se diminuisce la massa grassa, migliora il rapporto peso-potenza, dunque anche le accelerazioni e le ripartenze, frequentissime nel calcio, risultano più efficaci e brucianti”.
Ma c’è qualcosa di ancor più grave: solo pochi giorni fa l’AIFA, l’agenzia italiana del farmaco ha emesso il divieto di vendita di farmaci dimagranti a base di sibutramina perché: “a seguito della valutazione del Comitato per i medicinali di uso umano, ha riscontrato un rapporto rischio-benefici sfavorevole per tale farmaco”. In altri termini i rischi dell’assunzione superano i benefici (minimi) del trattamento dimagrante. Anche l'Emea, l'agenzia del farmaco d'Europa, ha raccomandato ai medici di sostituire quella terapia con altri farmaci. Anche la FDA (Food,and Drug Administration) americana ha sottolineato come questi farmaci aumentino notevolmente il rischio di attacchi di cuore. Specie agli alti dosaggi comuni nel "fai-da-te". Sui farmaci dimagranti che hanno effetti stimolanti come vere e proprie droghe d'abuso c'è un giro d'affari enorme basti pensare che le sole vendite globali di Meridia (il popolare Reductil, un dimagrante) nel 2009 hanno sfiorato i 300 milioni di dollari. Via internet se ne vendono confezioni-monstre, anche da 180 pillole da 10mg ciascuna (circa 400 euro), tutte insieme. Facile pensare all'abuso. Una fuga dalla realtà a portata di mano e a buon mercato. Adesso disponibile solo fuori dall'Europa (ma c'è sempre il diabolico internet).
Sarà molto difficile per l’atleta dimostrare, come consente il nuovo regolamento, che ha fatto ricorso a questo prodotto solo per dimagrire. “Gli effetti dimagranti della sibutramina – dice D’Ottavio - infatti sono minimi, dunque ciò che viene ricercato è principalmente l’effetto stimolante sulla prestazione”. Si complica dunque la situazione per il giocatore che punta ad ottenere uno sconto della pena (la positività a questa sostanza in competizione prevedrebbe una pena fino a 4). La sibutramina, infatti è inserita fra le sostanze definite “specifiche” dal regolamento della Wada. Ovvero fra quelle sostanze che possono avere anche una valenza terapeutica (assai discutibile per un prodotto dimagrante...), e se l'atleta dimostra che l'uso che ne ha fatto è stato solo per curarsi, appunto, può ottenere una diminuzione di pena.
L'infrazione del giocatore (la seconda), tenuto conto della recidiva, porterebbe ad una sanzione da 1 a 4 anni. E qui si entra nei meandri di un regolamento Wada, che è diventato il paradigma della complessità e della complicazione. La prima violazione (cocaina), infatti è stata punita non come sanzione standard, ma come sanzione ridotta e questo secondo le nuove norme, porterebbe ad una nuova sanzione ridotta. "Non diamo prodotti vietati", fanno sapere dallo staff medico della Fiorentina, che evidentemente prende le distanze dal giocatore; una difficoltà in più nella caccia allo sconto.
Ma come si fa a dimostrare la legittimità di un discutibilissimo uso “terapeutico” (ciò che permetterebbe di accedere allo sconto di pena), se gli stessi esperti dubitano dei suoi reali effetti come "cura"? Secondo l'Emea, la perdita di peso ottenibile con la sibutramina sarebbe di entità modesta e i risultati non supererebbero nel tempo il periodo stretto della cura.
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UNA CARRIERA A CORRENTE ALTERNATA Nato calcisticamente nel club romeno dell'Arges Pitesti, Adrian
Mutu, ha debuttato a 18 anni ma ben presto è approdato alla squadra
della capitale, la Dinamo Bucarest. Subito, il giovane, veloce e
dotatissimo fantasista d'attacco ha mostrato la sua classe
superiore: 22 gol in 33 partite. L'Inter ne resta incantata, lo
porta a San Siro, ma il ragazzo si smarrisce in una decina di
partite e viene parcheggiato a Verona. Soltanto nella tappa
successiva, Parma, torna a brillare con un uomo che incontrerà di
nuovo sulla sua strada, Cesare Prandelli. Ventuno gol, gialloblù
trascinati di peso in zona Uefa, ma Adrian - conteso dai club di
mezza Europa - finisce calamitato dai forzieri del Chelsea per 22,4
milioni di euro. |
27 gennaio - LA PECHSTEIN
PERDE L'APPELLO IN SVIZZERA: NIENTE OLIMPIADI
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LOSANNA - Claudia Pechstein dovrà rinunciare al traguardo del sesto titolo olimpionico in carriera nel pattinaggio di velocità. La 37enne tedesca salterà i Giochi Invernali di Vancouver 2010 dopo la conferma della sua squalifica per doping, decretata da un tribunale federale svizzero. La corte elvetica ha giudicato corretta la sentenza del Tribunale di Arbitrato Sportivo di Losanna, che lo scorso novembre aveva respinto un primo appello della cinque volte campionessa olimpica confermandone la squalifica di due anni per doping ematico. La 37enne Pechstein, che si dice innocente, non è mai risultata positiva a controlli antidoping ed è stata squalificata dalla federazione internazionale di pattinaggio per valori ematici anomali in occasione dei Mondiali Allround dello scorso anno. Con nove medaglie olimpiche la Pechstein è l'atleta più vincente di Germania nella storia degli sport invernali.
25 gennaio - SCHUMACHER: IL TAS RESPINGE L'APPELLO DEL TEDESCO
LOSANNA - Squalifica confermata e "allungata" fino al 28 agosto prossimo. Il
Tribunale d'arbitrato sportivo (Tas) di Losanna ha respinto il ricorso
presentato dal corridore tedesco Stefan Schumacher. L'atleta aveva contestato la
decisione con cui l'Unione ciclistica internazionale (Uci) ha riconosciuto ed
esteso a livello mondiale la squalifica comminata dall'Agenzia antidoping
francese (Afld). Una squalifica per violazione del regolamento antidoping
(positività al Cera, l'epo di terza generazione, al Tour del 2008). Il Tas ha
stabilito che la sanzione decorre dal 28 agosto 2008 e non dal 22 gennaio 2009,
quando la Afld ha adottato il provvedimento nei confronti del corridore. Infatti
è a risalire a quella data il 28 agosto 2008 che Schumacher non ha
preso parte ad alcuna competizione. Solo alla fine di agosto di quest'anno,
quindi, il tedesco, contrariatissimo per la decisione del tribunale arbitrale,
potrà tornare in sella. Se vorrà.
In particolare il Tas ha respinto tutte le obiezioni sollevate dal corridore
precisando che: la catena di custodia è stata rispettata, così come l'anonimato
nel controllo; l'analisi supplementare del campione "A" a caccia del Cera era
perfettamente giustificata; nessuna prova è stata apportata circa la non
attendibilità del metodo di individuazione del Cera; la rinuncia del corridore a
chiedere l'analisi del campione "B" non è stata causata da errore dell'AFLD
(l'agenzia antidoping francese).
Una decisione che potrebbe fare giurisprudenza
anche per un altro caso ancora pendente, quello dello spagnolo Valverde,
sanzionato in Italia per il coinvolgimento nelle vicende doping relative alla
famigerata Operacion Puerto (anche lui per violazione del regolamento
antidoping) senza che il provvedimento sia stato esteso al resto delle nazioni
ciclistiche, come per Schumacher.
25 gennaio - IL TNA DEL CONI: DUE ANNI E 13.000 EURO DI MULTA A BIONDO
ROMA - Il Tribunale nazionale antidoping, presieduto per l'occasione
dal vicepresidente Luca Fiormonte, ha squalificato per 2 anni Maurizio Biondo e
gli ha inflitto una multa di 13.750 mila euro. La procura antidoping del Coni
aveva chiesto 2 anni per il corridore della team Ceramiche Flaminia, che era
risultato positivo all'Eritropoietina ricombinante, in un controllo fuori
competizione, il 12 agosto 2009, a Concorrezzo. Secondo quanto si legge nella
sentenza "la squalifica verrà scontata a partire dal 14 settembre 2009 e, da
quella data, verranno invalidati tutti i risultati agonistici conquistati".
22 gennaio - CASO REBELLIN:
RINVIO IN ATTESA DEL TAS
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21 gennaio - CANNAVARO E IL CORTISONE: DUE MESI AI MEDICI JUVE
ROMA - Il tribunale nazionale antidoping ha squalificato per due mesi i medici della Juventus Bartolomeo Goitre e Luca Stefanini per il 'caso Cannavaro. I due dottori erano stati coinvolti all'inizio di ottobre nel caso Cannavaro: il difensore azzurro risultò positivo al cortisone, dopo avere presentato alla vigilia di Roma-Juve una richiesta di esenzione per emergenza (era stato punto da una vespa), incompleta però nella documentazione.Il caso era stato archiviato, come da richiesta del capo della procura antidoping del Coni, Ettore Torri. Lo scorso 26 novembre i due medici sono stati deferiti dalla stessa procura con richiesta di tre mesi di squalifica. Stamattina la sentenza del tribunale nazionale antidoping che ha squalificato i due medici per 60 giorni.
Cambiano i tempi per la Juventus, non solo in campo. Se dal processo doping del 2006 il responsabile medico della Juventus, Riccardo Agricola, è uscito assolto in appello, non così oggi per il suo omologo Bartolomeo Goitre e il collega Luca Stefanini, che sono stati squalificati (sanzione quindi solo sportiva) per due mesi dal Tribunale nazionale antidoping (Tna), per irregolarità amministrative nel caso Cannavaro, trovato positivo al cortisone in un controllo antidoping nell'ottobre scorso. Per quanto riguarda il capitano della Nazionale, il caso era stato archiviato, come da richiesta del capo della procura antidoping del Coni, Ettore Torri. Lo scorso 26 novembre i due medici, invece, erano stati deferiti dalla stessa procura con richiesta di tre mesi di squalifica. Stamattina la sentenza del Tribunale nazionale antidoping, contro la quale il club bianconero ha fatto ricorso al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di Losanna. La Juventus - afferma una nota - "prende atto della sentenza del Tribunale nazionale antidoping, ma rimane ferma nella propria convinzione che i dottori Goitre e Stefanini abbiano offerto la massima collaborazione alle istituzioni sportive competenti".
In realtà, i medici avevano contattato nei tempi giusti la Federazione per specificare che il giocatore aveva bisogno di assumere antiallergici al cortisone in seguito ad una puntura di vespa. La risposta della Federazione, con richiesta di ulteriore documentazione in proposito, non era però mai arrivata sulla scrivania dei medici. Una raccomandata che si era persa misteriosamente negli uffici della Juventus e che era stata ritrovata intonsa pochi giorni dopo l'annuncio della positività di Cannavaro. Un pasticcio combinato probabilmente in qualche settore impiegatizio interno, nella sede sociale di corso Galileo Ferraris, che però ha autorizzato gli organismi federali a contestare l'addebito nei confronti dei medici, pertanto raggiunti dal provvedimento anche senza essere materialmente responsabili. Leggerezza, niente di più, ma colpisce che in un periodo storico così delicato, in una società totalmente rinnovata dopo Calciopoli e dopo il processo doping che ancora fa discutere l'Italia calcistica, ci sia stato un simile blackout di attenzione, che infatti non ha certo giovato all'immagine di efficienza della nuova dirigenza. Per i due mesi di inibizione a Goitre e Stefanini, le loro funzioni saranno assunte da Marcello Valenti, attualmente medico della Primavera.
21 gennaio - MORTE DELLA BODY BUILDER: CONDANNATO A 6 ANNI
IL FIDANZATO
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ROMA - E' stato condannato a sei anni di reclusione, Federico Focherini, body builder di fama, processato per la morte dell'ex fidanzata Claudia Bianchi (a sua volta campionessa di body building), avvenuta improvvisamente l'8 marzo 2004 a Roma. E tutto ciò, per l'accusa, dopo che la donna aveva assunto sostanze anabolizzanti in vista di una gara di culturismo. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico Elena Natoli, che ha fissato in trenta giorni il deposito delle motivazioni; il pm aveva chiesto la condanna di Focherini a due anni e due mesi di reclusione.
Morte come conseguenza di altro reato, abusivo esercizio della professione e somministrazione di medicinali pericolosi per la salute pubblica, sono le accuse per le quali Focherini, Mister Universo 2002, era sotto processo. L'uomo, residente a Modena, sentito dagli inquirenti, ammise di aver consigliato a Claudia, nel 2002, l'uso di farmaci anabolizzanti, escludendo categoricamente però di avergliene procurati e, tanto meno, di avergliene venduti. Versione, questa, in contrasto con quella di alcuni famigliari della body builder romana, che dichiararono nel corso delle indagini preliminari, che Claudia aveva detto loro che per prepararsi ad una gara aveva ricevuto, previo pagamento di 2500 euro, un pacco da Focherini.
"Quando il giudice ha letto la sentenza - ha commentato Alessandro Sivelli, legale di Focherini - ho chiesto che mi venisse fosse ripetuto quanto scritto nel dispositivo. Non ci volevo credere. non c'è nessuna prova, nessuna telefonata e nessuna testimonianza che dimostri che Federico abbia ceduto sostanze anabolizzanti a Claudia o ad altri soggetti. E' una sentenza che lascia increduli dal punto di vista etico e giuridico. Federico è rimasto sorpreso ma è soprattutto amareggiato perchè non vorrebbe che adesso la mamma e i parenti di Claudia pensassero che proprio lui sia il responsabile della morte della ragazza, cosa che non è assolutamente vera".
20 gennaio - ALLARME EPO: SECONDO GLI ESPERTI RADDOPPIA IL RISCHIO DI INFARTO
Contro l’atleta kamikaze (che qualcuno definisce “cavia perfetta”) c’è poco da fare. Ma il mondo della scienza non si stanca di mettere in guardia contro i rischi della mala farmacia e del doping. Rischi continui e a volte inattesi. Secondo una recente indagine apparsa sul New England Journal of Medicine l’epo, il famigerato ormone che consente, attraverso l’arricchimento del sangue di globuli rossi, di modificare sensibilmente la prestazione e che ha cambiato il volto di molti sport nell’ultimo decennio, aumenterebbe il rischio di infarto già alle modeste dosi terapeutiche per i malati (cancro, diabete, anemia, insufficienza polmonare, dialisi ecc.). Lo studio ha esaminato gli effetti della Darboepoetina Alfa (epo di seconda generazione) su 4.000 pazienti malati di diabete, anemia e insufficienza respiratoria comparati ad altri cui è stato somministrato un semplice placebo.
Ciò che gli scienziati hanno messo subito in evidenza è come i pazienti che assumevano epo fossero esposti al rischio di attacchi di cuore il doppio rispetto al gruppo di riferimento (quello con il placebo). Insomma anche alle modeste quantità usate per cura (che non sono certo le dosi da cavallo usate per doping) l’uso dell’epo raddoppia il rischio di infarto. “Pensavamo che l’uso di epo – ha spiegato uno degli autori della ricerca, Marc Pfeffer, professore della Harvard University Medical School – aiutasse la gente a stare meglio, ma i fatti ci dicono che dobbiamo rigettare tale ipotesi”.
Non è la prima volta che all’uso di epo per curare varie malattie sono abbinate conseguenze negative. Nel 2008 il Journal of Medical Association aveva riferito come l’uso di epo per curare l’anemia, associato alla chemioterapia aveva aumentato significativamente il rischio di morte. Altri studi avevano messo in evidenza la possibilità che il farmaco stimolasse la crescita di certi tumori, un particolare certamente non secondario, visto che l’epo è usata tantissimo nella cura dei tumori. I timori sono cresciuti enormemente negli ultimi tempi al punto che i dottori del Centro di valutazione delle droghe, divisione della statunitense Food and Drug Administration, hanno pubblicato un rapporto sul New England Journal of Medicine invitando ad una prudenza maggiore nelle terapie e forse già in questa stagione l’uso di questo ormone potrebbe essere regolamentato di nuovo e diversamente.
“L’epo – dice Don Catlin, guru americano dell’antidoping (che il texano Armstrong aveva indicato come suo “controllore” personale, salvo poi non iniziare neppure il programma di test previsto), attualmente presidnte dell’Antidoping Research, una fondazine no profit – continua ad essere il doping preferito, perché è efficace sulla prestazione, ma nessuno si preoccupa dei danni che provoca.
“L’ematocrito alto per cause non naturali come l’assunzione di epo – spiega Pfeffer – è estremamente pericoloso e può danneggiare il cuore”. E un cuore danneggiato potrebbe essere dietro alle inspiegabili morti di alcuni giovani atleti, come riferisce la cronaca recente e recentissima. Ma anche l’uso di microdosi, per eludere i test di controllo, pratica molto diffusa nel mondo sportivo potrebbe essere molto pericolosa, visto che già i dosaggi terapeutici (su persone malate) aumentano i rischi di danni cardiaci. “L’epo non si cura del sistema cardiovascolare – dice un altro esperto, Robert Temple direttore scientifico della FDA – e noi al momento non conosciamo tutti gli effetti”. Come dire che chi la usa, specie out of label nello sport, funge da cavia vera e propria con tutti i rischi connessi. Rischi che nessuno al momento puù identificare né prevedere. “Ma questo non preoccupa nessuno nello sport”, sostiene Don Catlin che non si definisce tanto ingenuo da credere che nei prossimi Giochi invernali di Vancouver nessun atleta vi faccia ricorso.
20 gennaio - LIQUIGAS-DOIMO:
VIA ALL'OPERAZIONE TRASPARENZA
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Allontanare le ombre. Fugare i sospetti. Dare un contributo concreto perché l’immagine del ciclismo ormai ridotta a brandelli dalle continue vicende doping possa cominciare ad essere ricostruita su basi serie e credibili. Lo sforzo, encomiabile nelle intenzioni, lo compie una formazione di primissimo livello, la Liquigas Doimo, una delle due formazioni Pro Tour (la serie A del ciclismo) nostrane, aprendo le porte dei propri allenamenti in ritiro alla stampa e ai giornalisti. La formazione di Roberto Amadio che annovera alcuni fra i corridori più in vista del plotone: da Ivan Basso a Franco Pellizotti a Vicncenzo Nibali, ospiterà già a partire dal prossimo ritiro sul Teide alle Canarie, alcuni giornalisti specializzati e non: “Vogliamo mostrare a tutti come lavora la nostra squadra – dice Amadio – e dissipare qualsiasi dubbio sulla nostra trasparenza e pulizia. Negli anni scorsi qualcuno si è divertito ad infangare i nostri risultati, accostando i nostri atleti a personaggi ambigui. Per questo nella presentazione tenutasi al Passo San Pellegrino abbiamo invitato la stampa ad essere presente durante i nostri ritiri: non abbiamo nulla da nascondere e saremo felici di dimostrarlo». I riferimenti sono alla denuncia fatta da Ivano Fanini l’estate scorsa circa la presenza di un paio di atleti verde-blu in una località alpina notoriamente sede “operativa” di uno dei medici più discussi del plotone. Circostanza su cui il vulcanico patron di “Amore&Vita” si dice in grado di esibire prove inoppugnabili. Del resto il Teide è – secondo quanto riferisce Marco Bonarrigo, in una recente inchiesta sulla rivista Cycling Pro – una zona potenzialmente “a rischio” perché – a quanto sembra – frequentata sempre dal solito “dottore” stradiscusso e perfino sanzionato per fatti di doping.
“Venite e guardate”, dice Amadio. Le intenzioni sono eccellenti, anche se sappiamo tutti che se si vuole imbrogliare non c’è occhio attento di giornalista che possa evitarlo. Del resto, se continuano i casi-doping vuol dire che gli atleti continuano a provarci. Nella Liquigas, tuttavia, dopo le scottanti bruciature dell’inchiesta 2001 della Finanza, l’orientamento è “trasparenza al 100%”. Ed è comunque un buon segnale. Anche se non va dimenticato, a proposito di immagine, che per sciagurata circostanza, il primo atleta ad essere condannato per 20 anni per doping faceva parte proprio di questa squadra. Ovviamente la società nulla a che vedere con simili kamikaze e le apprezzabilissime ed “umanissime” prestazioni di atleti come Basso, Nibali e altri nell’ultima stagione confortano gli indirizzi annunciati.
«Siamo convinti che questo sia un contributo fattivo per ridare credibilità al nostro sport – dice ancora Amadio - La nostra squadra ha sempre lavorato in questa direzione: la ferrea disciplina che adottiamo nei confronti dei corridori e la scelta di non affidarsi a preparatori esterni crediamo siano azioni importanti e non solo parole».
18 gennaio - ARMSTRONG E L'ANTIDOPING: COME TI
INCANTO STAMPA E MEDIA
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Il soprannome di cobra lo meriterebbe tutto lui, altro che Riccardo
Riccò. L’abilità di addormentare e affascinare gli interlocutori, specie quelli
dei media è una delle caratteristiche principali di Lance Armstrong. Ne ha dato
dimostrazione nella conferenza stampa alla vigilia del Tour Down Under quando ha
annunciato di abbandonare programmi antidoping “indipendenti” per la prossima
stagione, come quello seguito presso l‘Astana con l’esperto danese Rasmus
Damsgaard. Non è mai una buona notizia quando si rinuncia ad un controllo
supplementare in questo scivolosissimo campo. Ma per i media il tono è quasi di
elogio: “Armstrong – scrive l’agenzia Reuter – abbraccia il programma antidoping
dell’Uci”. Come se si trattasse di una notizia o di una felicissima eccezione.
In realtà dal 2008 tutti i corridori Pro Tour sono obbligati a sottostare a
questo programma, pena la non partecipazione alle corse di categoria. E lo
stesso Armstrong l’anno scorso ha dovuto adattarsi ad accettare i dettami del
famoso passaporto biologico.
Una cinquantina di controlli prima del Giro d’Italia con almeno un episodio discusso, quando in Francia fece attendere i medici prelevatori per quasi mezz’ora fuori dalla porta, motivando l’atteggiamento con la necessità di sapere se davvero fossero medici antidoping o altro. Vanificando, così ogni credibilità del test. In mezz’ora, infatti, si possono cambiare le carte in tavola sostanzialmente ed è per questo che i medici vanno a casa degli atleti senza alcun preavviso.
Dunque Armstrong dice che farà meno controlli quest’anno e
si becca gli applausi. Fascinoso e incantatore, oltre che bravo ad indorare la
pillola. Anche perché chi ascolta non è mai preso dal minimo dubbio. Del resto,
come si può dubitare di chi ha scelto di schierarsi nella lotta contro il cancro
in maniera così decisa? L’anno scorso il texano aveva annunciato al suo ritorno
che si sarebbe sottoposto ai test a sorpresa di un guru riconosciuto
dell’antidoping, lo statunitense Don Catlin. Ma poi, dopo lunghi
traccheggiamenti, vi aveva rinunciato. Costava troppo, avevano spiegato dal suo
entourage. Troppo per un multimilardario del pedale che può guadagnare quello
che vuole ancora oggi? Ma quell'episodio viene così raccontato dalla Reuter:
“Armstrong aveva fatto un’esperienza di test ulteriori oltre a quelli dell’Uci
con il suo compatriota Don Catlin, nel 2009”. Ora questo non corrisponde a
verità: il programma annunciato non è mai stato messo in atto dal texano che
dopo aver parlato di fronte ai giornalisti del "programma più completo della
storia dell'antidoping", aveva subito frenato qualche giorno dopo facendo
riferimento a varie difficoltà, fra cui quella di rendere pubblici i risultati.
Non un solo prelievo è stato effettuato su urine, sangue o altro dell'americano. E
questo lo sanno tutti. A riprova dell'atteggiamento nebuloso del sette volte
vincitore del Tour sull'argomento ecco il botta e risposta nella conferenza
stampa del 17 gennaio 2009 con Bonnie Ford, giornalista della catena ESPN,
riportata nel libro di Pierre Ballester e David Walsh "Le sale Tour".
B.F. - Lance, ci si domanda se la collaborazione con Don Catlin è
cominciata davvero".
A. - Sì, è così
B.F. - Pouoi darci qualche dettaglio e spiegarci perchè ci è voluto così tanto
tempo per arrivare ad un accordo?
A. -E' tutto formalizzato. E' in corso. E' il programma antidoping più completo
mai messo in piedi nello sport di alto livello. Io rispetto tantissimo Don
Catlin. So che è l'esperto migliore nel suo dominio. Io penso che chiunque abbia
la minima obiezione riguardo a questa o quella prestazione durante la stagione,
ebbene, questo programma permetterà di allontanare ogni dubbio. Ma siamo in
procinto di lanciare la macchina. All'inizio è stato un po' complicato perchè ci
sono molte persone implicate. Senza parlare del programma di Don noi abbiamo
avuto dodici altri controlli antidoping fuori competizione. Solamente abbiamo
dovuto fare in modo che ciascuno si trovi al suo posto a abbia il suo ruolo in
questo grande programma. Avevamo previsto di metterlo in piedi prima della prima
corsa e ci siamo".
B. F. - Quando dovranno aver luogo i primi test e con quale frequenza saranno
fatti?
A. - Passiamo ad un altra domanda. Ho già detto che tutto è in corso e che
abbiamo finalizzato il progetto. E' cominciato, non ho altro da aggiungere".
La sola notizia concreta ad Adelaide è che Armstrong ammette che ci sia spazio per l’inganno nel doping: “E’ impossibile aggirare le regole, a meno di avere a fianco un esperto speciale, ma per quanto mi riguarda è fuori questione”.
15 gennaio - BANI CONFERMA TUTTO A TORRI: "MI HANNO LASCIATO SOLO"
ROMA - Tre ore di colloquio e alla fine un timido sorriso. Per Eugenio Bani, il diciannovenne salito alla ribalta per la positività alla gonadotropina corionica (un ormone femminile che stimola la produzione endogena di testosterone) da lui stesso attribuita alle tante, troppe pratiche farmacologiche fatte dalla sua ex squadra, si accende adesso la speranza che qualcosa possa cambiare. E che la squalifica di 21 messi possa in qualche modo essere ridotta. Stavolta anche dagli ambiente del Foro Italico emerge la soddisfazione per aver ottenuto una collaborazione incisiva e fattiva. "E' un momento difficilissimo - hanno spiegato i genitori all'uscita dal colloquio con il capo della Procura Ettore Torri - Eugenio ce li ha tutti contro: federazione, squadra, compagni. Perfino su Facebook gli amici si sono tutti dileguati. Qualcuno lo ha pure minacciato di querela".
Ma Eugenio non si è tirato indietro: ha raccontato con coraggio (e chi conosce l'ambiente sa quanto ce ne vuole per rompere con certi ambienti...) fatti e circostanze. Ha fatto nomi e cognomi. Ora si dovrà procedere agli indispensabili riscontri, ma una cosa è certa: il caso non si chiuderà con la semplice (ed inevitabile) squalifica del corridore. Torri, il capo della Procura Coni, vuole andare a fondo e se non lo ha fatto finora è stato solo perché la vicenda è anche all'attenzione della magistratura e sono in corso indagini dei Nas. Ma ora le ulteriori precisazioni di Bani aprono nuovi sviluppi. Per chiudere il cerchio sarà indispensabile sentire di nuovo in maniera approfondita i dirigenti della Ambra Cavallini Vangi, la ex squadra di Bani, formazione chiamata in causa come responsabile del doping dallo stesso corridore e che adesso anche gli sponsor vogliono abbandonare per gli ovvi riflessi negativi della storia. E sentire anche i compagni di Bani. Inoltre ci sono da indagare gli episodi di malore accusati, sempre secondo il giovane ciclista da un compagno. "Non sappiamo il perché preciso - ha spiegato Fabrizio, il padre di Eugenio - ma il fatto che si siano ripetuti deve far riflettere".
C'è l'uso ossessivo di prodotti leciti (vitamine, acido folico, integratori, ecc.). Tutti giustificati da precise patologie? E' da verificare. E c'è da verificare la pesante ipotesi se non proprio di doping, quanto meno di un "trattamento" farmacologico eccessivo e generalizzato a tutti o quasi gli elementi della squadra: "Eugenio - spiega il padre - forse era messo più sotto pressione perché ritenuto uno degli atleti di punta, ma la pratica riguardava anche gli altri".
Ne emerge un quadro davvero inquietante, di uno sport che anche primi livelli giovanili già si appoggia in modo esagerato alla farmacia cerando i logici presupposti (psicologici e pratici) perché dall'aiutino consentito si passi rapidamente all'aiutone vietato. Un'abitudine perniciosa. Oltretutto alcune sostanze, come il ferro usato e abusato, i folati, amminoacidi ramificati e altro sono impiegate spesso come "corroboranti" o "integratori" in presenza di vere e proprie "cure" dopanti. Lo confermano gli esperti. Bani ha cominciato a correre all'età di 11 anni e in 5 stagioni ha conquistato ben 56 vittorie. Era con una formazione, il GS Monte Pisano che è considerata uno dei migliori e più limpidi vivai toscani. Nel suo ambiente dicono che non aveva mai sentito neppure parlare di medicine finché non è sbarcato nell'Ambra Cavallini Vangi. Di lì sarebbe cominciata una "rivoluzione" che però nessuno ha contestato finché non è scoppiato il caso di positività. Appare difficile credere che in due anni di autentico tourbillon farmaceutico con iniezioni, pasticche, endovene da fare quasi ogni giorno al solo scopo di accelerare il recupero e migliorare la prestazione, nessuno si sia mai accorto di nulla. "I dubbi ci erano venuti - si giustifica il padre Fabrizio - io, come altri genitori siamo stati ingenuamente a guardare. Ma sospetti e dubbi li abbiamo avuti eccome. Abbiamo sbagliato a non aprire gli occhi prima e questo lo vogliamo dire anche agli altri genitori: bisogna essere più vigili e attenti. Noi abbiamo sbagliato, ingenuamente, lo ripeto".
Ci vorrà del tempo per capire come andrà a finire. Infatti la Procura Coni è attesa ad un autentico tour de force nei prossimi giorni con i casi dei medici della Juventus (per la vicenda Cannavaro-cortisone), dell'ex argento di Pechino, Davide Rebellin, positivo al Cera e dell'ex azzurro Di Luca, anche lui positivo al Cera al Giro 2009. Ma il tempo, come si sa, è sempre galantuomo.
14 gennaio - MANZANO CONFERMA LE ACCUSE: "CON ME DA
FUENTESE C'ERA ANCHE VALVERDE", MA LUI SI OSTINA A NEGARE TUTTO
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LOSANNA - Nella seconda seconda udienza fiume al processo Valverde davanti al
Tas di Losanna (dieci ore di udienza filate ) il piatto forte è stato il
confronto a distanza tra il protagonista principale del processo, Alejandro
Valverde, attualmente in allenamento in Australia e quindi ascoltato al
telefono, e il suo ex compagno di squadra nella Kelme, Jesus Manzano, presente
invece a Losanna. Il ciclista murciano ha negato ogni addebito circa il suo
coinvolgimento nell'Operacion Puerto e sulla frequentazione col dottor Fuentes.
Valverde ha smentito anche di aver avuto una cagnetta di nome Piti (riferimento
importante in quanto su una sacca di sangue ritrovata nell'inchiesta spagnola
era stata apposta un'etichetta Valv-Piti). Ma la circostanza del possesso di un
animale domestico con questo nome è stata invece confermata sia da Manzano sia
da un giornalista spagnolo del quotidiano As, Enrique Iglesias (anche lui
presente davanti al Tas) che intervistò Valverde nel 2006 a casa sua dove trovò
appunto questa cagnetta e lo scrisse in un reportage del giugno 2006, finito poi
agli atti. I fatti emersi dal dibattito erano noti sia all'opinione pubblica
spagnola sia a quella italiana e non aggiungono e tolgono nulla al nocciolo del
procedimento.
Manzano è apparso molto sicuro di sé e ha risposto a tutte le domande
ricostruendo le numerose tappe delle sue frequentazioni col dottor Fuentes e con
altri due medici spagnoli. "Quando eravamo in squadra alla Kelme, il dottor
Fuentes ci dava epo, testosterone, sostanze dopanti. Poi il dottor Merino
Bartres ci toglieva due sacche di sangue da mezzo litro ciascuna e dopo qualche
tempo ce le rimetteva in corpo. E con me da Bartres c'era anche Valverde".
Questo il nocciolo della testimonianza anche se i contenuti erano già stati resi
noti in occasione del processo davanti al Tribunale Nazionale Antidoping del
Coni. In mattinata invece era stata la volta di un gruppo di esperti
tecnico-scientifici che hanno dibattuto sulla correttezza (accertata senza ombra
di dubbio) dell'esame del dna effettuato dalla dottoressa Alessandra Caglià
della Polizia Scientifica di Roma su richiesta del pm Ferraro della Procura
della Repubblica di Roma. Insomma, al momento tutto va nella direzione di
confermare la legittimità della sanzione inflitta dal TNA del Coni e dunque
passare poi la patata bollente nelle mani dell'Uci che dovrà decidere se
estendere o meno la proibizione di gareggiare sul territorio italiano a tutte le
nazioni ciclistiche mondiali, con conseguente terremoto in classifiche e premi
nel frattempo guadagnati dal corridore spagnolo. Il verdetto del collegio del
Tas, tuttavia, non è atteso prima di una mese.
13 gennaio - FLACHI DI NUOVO POSITIVO ALLA COCAINA: RISCHIA LO STOP DEFINITIVO
ROMA - Francesco Flachi è stato trovato positivo alla Benzoilecgonina (metabolita della cocaina). Lo ha reso noto il Coni. L'attaccante toscano, che ha già scontato una squalifica di due anni, è risultato positivo in occasione della gara del campionato di serie B Brescia-Modena del 19 dicembre 2009. Essendo recidivo rischia lo stop defintivo. Per il tecnico delle "rondinelle", Beppe Iachini, la positività al doping di Francesco Flachi "è un fulmine a ciel sereno". La stessa cosa vale per il Brescia di Corioni. In un comunicato stampa il club rende nota la propria posizione in merito alla positività del suo attaccante: "in attesa di conferme definitive, disapprovando fermamente e condannando severamente il ricorso a sostanze vietate da parte di qualunque persona o atleta tesserato per il club - scrive il Brescia -, siamo comunque umanamente vicini a Francesco Flachi e alla sua famiglia per il momento che stanno vivendo".
13 gennaio - DOPING NELLA MTB: PATTEGGIANO UN MEDICO E
UN CICLISTA
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TRENTO - Hanno patteggiato la pena due persone coinvolte nell'inchiesta sul doping nella mountain bike avviata nella primavera del 2007 e che ha interessato tredici persone tra cui ciclisti, medici e dirigenti federali. Presso la Procura di Trento il medico di Bulciago (Lucca), Fausto Bellani, ha patteggiato due mesi di reclusione convertiti in una multa, con l'accusa di aver compilato in più occasioni delle ricette senza data in favore della ciclista Annabella Stropparo, favorendola così nell'uso di sostanze dopanti. Il ciclista di Sanseverino Marche (Macerata) Andrea Marconi ha invece patteggiato 1 anno e 2 mesi di reclusione. Era accusato di aver assunto sostanze dopanti e di averle commercializzate. Per gli altri 11imputati, tutto rinviato al 18 febbraio (Napoli Magazine).
11 gennaio - VALVERDE TELENOVELA INFINITA: VUOLE RICUSARE UNO DEI GIUDICI DEL TAS
Comincia domani a Losanna la discussione davanti al Tas del caso Valverde e delle vicende che riguardano lo spagnolo vincitore dell'ultima Vuelta nella ormai famigerata Operacion Puerto. Secondo il Tribunale nazionale del Coni il coinvolgimento del corridore nella triste vicenda di sacche di sangue prelevate e conservate per una successiva "terapia" doping sarebbe provato e indiscusso, grazie a test del dna incontestabili effettuati durante le indagini. Tant'è che Valverde si è beccato due anni di squalifica per le manifestazioni sul territorio italiano. Ovviamente lo spagnolo contesta e la telenovela si sta trascinando ormai da mesi e mesi con l'unico risultato di consentire all'atleta di gareggiare (e vincere). Ora rischia di saltare anche il prossimo appuntamento (domani) per decidere finalmente se la sanzione del Coni vada o meno estesa a tutto il resto delle nazioni ciclistiche. Josè Rodriguez, l'avvocato del corridore, ha chiesto la ricusazione di uno dei tre giodici del Tas. La richiesta riguarda il giudice svizzero Ulrich Haas, cui viene rimproverata una "vicinanza" eccessiva con la Wada, l'agenzia mondiale antidoping che con il Coni è parte in causa nel riscorso. Avrebbe lavorato a più ripreso con la stessa agenzia, secondo l'avvocato di Valverde. E segnatamente alla stesura del codice mondiale. "Pensiamo sia opportuno rinviare l'udienza perchè potrebbe essere invalidata successivamente", ha detto Rodriguez in un'intervista ad As, giornale sportivo spagnolo. Ma il Tas ha già respinto questa eccezione. Nel corso di 3 giorni di udienze sfileranno 19 testimoni citati dalle parti, tra cui funzionari della Polizia italiana e della Guardia Civil spagnola. La prima udienza avrà il suo prologo con le eccezioni procedurali presentate dai legali di Valverde sulla competenza del Coni a giudicare un ciclista non italiano. Il Presidente del Collegio arbitrale sarà il belga Romano Subiotto. Valverde ha scelto come arbitro l'italiano Ruggero Stincardini, mentre il Coni ha nominato il tedesco Ulrich Haas. Davanti al Tas di Losanna si è giunti dopo che il Tribunale Nazionale Antidoping del Coni, l'11 maggio scorso, aveva inflitto un'inibizione di due anni (limitatamente al territorio italiano) al ciclista spagnolo, in seguito agli accertamenti e alle indagini legati all"Operacion Puerto. Nel processo davanti al Tas si sono costituiti al fianco del Coni anche la Wada e l'Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Valverde rischia l'estensione della squalifica "italiana" anche in campo internazionale. La delegazione del Coni è guidata dal Procuratore Capo Antidoping, Ettore Torri.
10 gennaio - ARMSTRONG GIA' A MILLE: "POSSO
VINCERE L'OTTAVO TOUR"
SYDNEY - E' già carico a mille l'americano. E non lo nasconde. Non solo vuole il Tour 2010, che sarebbe il suo ottavo, ma si sente competitivo al punto da dettare lo sguardo anche più in là: "Se avrò la chance di vincere quest'anno e io penso di essere veramente in grado di vincere, potrei continuare anche per un'altra stagione". Altro che ritorno mesto dell'ex. Il texano sa cosa vuole e ovviamente conosce bene l'ambiente. Si vede come il protagonista principale nel duello con Contador che già fin da ora fa fregare le mani a sponsor e organizzatori. "Si parlerà molto di questa edizione 2010 - dice in una conferenza stampa a Sydney - sopratutto dopo che io e alcuni ex compagni (dello spagnolo n.d.r.) siamo andati a formare la nuova squadra Radio Schack (cliccare sulla foto per ingrandire). "Ve lo dico fin da ora: io sarò pronto alla battaglia". "Credo di essere veramente capace di rivincere il Tour - ripete per chiudere la bocca agli scettici - sono ottimista per questo continuo". Armstrong debutterà nella stagione 2010 al Tour Down Under dal prossimo 17 al 24 gennaio, che l'anno scorso aveva registrato il suo rientro in gara a tre anni dal ritiro dopo la vittoria del Tour 2005. Nel 2009 si è classificato terzo nella "grande boucle" vinta da Contador che dal canto suo ha precisato che rientrerà in gara a metà febbraio al Tour dell'Algarve in Portogallo.
10 gennaio - CASO BANI: BOTTA E RISPOSTA FRA FANINI E VICIANI SUL "TIRRENO"
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Circa le vicende legate alla squalifica del giovane junior Eugenio Bani ai tricolori di Imola della scorsa estate registriamo un interessante botta e risposta sul quotidiano "Il Tirreno" fra Ivano Fanini e Cristiano Viciani, dirigente della formazione Ambra Cavallini Vangi. Entrambi gli interventi sono a firma di Stefano Fiori
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L'intervento di Fanini Ivano Fanini non appartiene certamente alla categoria di persone che lancia il sasso nello stagno e poi nasconde il braccio e il clamoroso caso riguardante Eugenio Bani, il diciottenne ciclista pisano squalificato per doping che il patron di Amore & Vita-Conad vorrebbe tesserare come professionista senza curarsi troppo dei regolamenti della FCI, ne è l’ennesimo esempio. I media hanno creato in questi giorni un notevole clamore attorno alla vicenda e anche Ivano Fanini, da persona coinvolta in questo tenebroso affare assai poco edificante, non ha tardato a fornire la propria versione dei fatti con la seguente intervista. FIORI: Un dirigente del team Ambra-Cavallini-Vangi ipotizza che sia stato lei a far nascere il caso Bani e ad istigare il ragazzo affinché rilasciasse delle dichiarazioni clamorose; come replica a questa accusa? FANINI: Il signor Viciani fa delle illazioni totalmente infondate poiché io ho conosciuto Bani e suo padre soltanto una decina di giorni addietro quando entrambi, ben sapendo quanto io mi fossi adoperato in una personale guerra contro il doping nel ciclismo, hanno deciso di farmi visita raccogliendo l’invito di una persona che aveva commentato sul frequentatissimo sito web della rivista Tuttobici la vicenda relativa alla squalifica di 21 mesi comminata al 19enne ciclista pisano. Voglio inoltre ricordare che a luglio, quando Bani risultò positivo ad un controllo antidoping ai campionati italiani Juniores, lo avevo attaccato duramente sui media perché non concepivo che un talento emergente come lui avesse commesso una simile leggerezza. FIORI: E cosa è nato da quell’incontro pre-natalizio? FANINI: Per un paio d’ore ho letto con crescente sgomento la documentazione che padre e figlio mi avevano portato, relativa alle deposizioni rilasciate alla procura antidoping del CONI tra settembre e novembre; con l’occhio clinico che ormai mi deriva dall’esperienza maturata in tanti anni vissuti all’interno del mondo del ciclismo mi sono reso conto di essere di fronte a una vicenda molto grave, nella quale i Bani, padre e figlio, si erano comportati da veri ingenui: in quei fogli si parlava soprattutto di punture, flebo e pasticche, quegli “aiutini” che odio profondamente così come i certificati medici di comodo per l’UCI che sono abituali compagni di viaggio di troppi campioni del ciclismo di oggi. Ho poi trovato inammissibile che un amministratore delegato di una società ciclistica molto noto e stimato come Viciani si sia prestato addirittura a fare le punture agli atleti: ma dove siamo arrivati? FIORI: Quella di Eugenio Bani e di suo padre è stata davvero e soltanto ingenuità? FANINI: In tutta franchezza mi sono sembrate due persone fondamentalmente oneste, che forse si sono fatte influenzare negativamente da un ambiente in cui il marciume è all’ordine del giorno. Mi spiego meglio: Eugenio ha militato fino a 16 anni nell’AS Monte Pisano, una società pulita, gestita da un caro amico come Roberto Frassi, nella quale non è mai esistito il doping e in questo club ha totalizzato una sessantina di vittorie. Una volta passato tra gli Juniores ecco le punture, flebo e pasticche, fornite ad un minorenne con il pretesto che si trattava di medicine che favorivano il recupero dopo gli sforzi sostenuti; Eugenio e suo padre si sono fidati e negli ultimi due anni, quando sono arrivate le prime importanti vittorie, non si sono posti troppe domande. FIORI: Dunque lei si è fatto un’idea precisa del team Ambra-Cavallini-Vangi? FANINI: E’ una società tra le più forti a livello nazionale e l’ex-ciclista Franco Cavallini, uno degli sponsor, è una persona che stimo tuttora parecchio perché quando gareggiava nella mia squadra fu il primo ad ammettere pubblicamente di avere sbagliato a frequentare certi medici di Ferrara e su mio consiglio – per il quale mi ha sempre ringraziato - abbandonò l’attività ciclistica per non rimetterci la salute. Tuttavia non mi spiego come si sia potuto dare credito a un ex-professionista come Baronti, squalificato a vita dall’UDACE e che alla Gran Fondo Nove Colli fu trovato positivo tra i Cicloamatori per la stessa sostanza di Bani, la gonadotropina corionica. Una coincidenza inquietante e oltre a ciò tra i vari tesserati del team Ambra-Cavallini-Vangi ascoltati dalla Procura antidoping del CONI mi meraviglia l’assenza del team manager Ragoni, che guarda caso è un vicino di casa di Bani a San Lorenzo alle Corti e che da sempre intrattiene amichevoli rapporti con Eugenio la sua famiglia. FIORI: E ora lei vuole addirittura far debuttare tra i professionisti Eugenio Bani…. FANINI: Per me Bani è un vero talento, ha un fisico statuario che mi ricorda Basso e Cipollini e credo che potrebbe davvero essere il corridore del futuro per il mio team, l’Amore & Vita-Conad-Fanini; considerando la preziosa collaborazione fornita alla Procura antidoping ritengo che invece di 21 mesi – una squalifica ingiusta e troppo lunga che probabilmente ha fatto decidere Bani e suo padre a venire a cercare il mio sostegno – il periodo di sospensione appropriato dovrebbe essere di 3 o 4 mesi. In tal modo Bani potrebbe gareggiare già in estate nella nostra squadra che nel 2010 è stata affiliata in Ucraina per motivi sportivi, poiché la maggioranza degli atleti tesserati è di questa nazionalità e non per ragioni fiscali. FIORI: Ma il presidente della FCI Di Rocco ha posto il veto circa il passaggio al professionismo di ciclisti che non abbiano corso almeno per tre anni tra i dilettanti… FANINI: A parte il fatto che noi non siamo affiliati in Italia in pratica da sempre, come ormai accade per il 90% dei club professionistici italiani e che di conseguenza certe norme non ci riguardano, voglio ricordare a Di Rocco che in passato sono stati svariati i ciclisti che non sono stati inclusi in questa normativa e i nomi più noti sono quelli di Giuseppe Saronni e di Filippo Pozzato, entrambi passati professionisti a 19 anni. Perciò consiglio a Di Rocco di continuare il suo lodevole impegno nell’emarginare coloro che in una recente intervista ha definito faccendieri ed a stare attento a certe amicizie… FIORI: A chi si riferisce? FANINI: Mi risulta che quando viene in Toscana spesso il presidente della Federazione Ciclistica Italiana utilizza nella veste di premuroso autista proprio Viciani, il dirigente del team Ambra-Cavallini-Vangi da me citato più volte. FIORI: Questa sua interminabile crociata contro il doping nel ciclismo non contribuirà al definitivo tracollo di questo sport? FANINI: Secondo me più pentoloni si scoperchiano e meglio è; stiamo vivendo un momento cruciale per contribuire alla rinascita del ciclismo etico e finalmente pulito dopo anni ed anni di scandali indecenti. Il regno degli imbroglioni sta per finire e i giovani che, a prezzo di duri sacrifici e di tanta passione, non si disamoreranno e continueranno ad amare il ciclismo potranno essere fieri della disciplina sportiva da loro scelta già tra pochi anni. FIORI: Ed Eugenio Bani potrà figurare in questa schiera? FANINI: Secondo me sì e se ci riuscirà potrà ringraziare il sottoscritto che ha contribuito a far riaprire il suo caso. Eugenio e suo padre mi hanno fatto un’ottima impressione, di due persone che amano il ciclismo e che hanno ammesso i loro sbagli; in più ho voluto evitare che questo ragazzo di appena 19 anni si trovasse ad affrontare un probabile e pericoloso periodo di depressione in seguito alla vicenda della squalifica. Nella mia squadra abbiamo già vissuto il dramma di Valentino Fois e recentemente anche quello dello statunitense Chad Gerlach e perciò la nostra mano resterà sempre tesa verso coloro che hanno chiesto disinteressatamente il nostro aiuto. |
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La replica
di Viciani Non poteva mancare la replica del team ciclistico Juniores Ambra-Cavallini-Vangi alle interviste apparse nei giorni scorsi su alcuni quotidiani nazionali relative al caso Bani, il diciannovenne ciclista pisano risultato positivo ad un controllo antidoping nel giugno 2009 e successivamente squalificato per 24 mesi. A parlare è proprio Cristiano Viciani, vice presidente e amministratore delegato del club di Calenzano che dal 2001 è entrato a far parte dei quadri dirigenziali di questo sodalizio e che in passato ha rivestito degli incarichi all’interno del comitato regionale toscano della FCI. «In questi giorni nella nostra società si alternano diversi stati d’animo per quello che sta accadendo; si passa da un logico dispiacere alla demoralizzazione e quindi alla rabbia per le accuse totalmente infondate che ci vengono mosse». Questo è il primo commento di Viciani che poi prosegue con decisione: «Siamo molto delusi dal comportamento di Eugenio Bani e dei suoi familiari poiché quando fu data la notizia della sua positività gli siamo stati vicino, garantendogli la tutela legale e la nostra totale solidarietà; più volte ci ha dimostrato la sua riconoscenza e così non avremmo mai immaginato di arrivare a questo punto». Viciani passa poi a riproporre i fatti in ordine cronologico: «Dopo avere svolto le opportune indagini ed avere ascoltato numerosi esponenti della nostra società, a dicembre la procura antidoping del CONI che fa capo a Torri ci comunicò in un documento di non avere nulla da addebitare al team Ambra-Cavallini-Vangi e quindi noi eravamo tranquilli sotto ogni punto di vista. Successivamente il padre di Eugenio, Fabrizio Bani, chiese in modo cordiale e me e al team manager Ragoni di fargli visita per chiarire alcune cose e senza nessun tipo di costrizione o minaccia, al contrario di quanto è stato affermato in un’intervista; la chiacchierata si concluse tranquillamente e tutto sembrava finito lì ma dopo il 16 dicembre, quando la procura antidoping del CONI comunicò a Bani i 21 mesi di squalifica, l’atteggiamento dei nostri interlocutori cambiò totalmente e quasi subito venne pubblicizzato l’accordo con Fanini con tutto quello che ne è poi seguito». E da una intervista fatta a Viciani traspare l’ipotesi che sia stato proprio Ivano Fanini ad istigare Bani padre e figlio affinché tirassero pesantemente in ballo il team Ambra-Cavallini-Vangi: «Non ho mai affermato ciò, evidentemente qualcuno ha voluto dare un’interpretazione personale alle mie dichiarazioni, travisandole». Molto chiara, a questo punto, è la posizione ufficiale di Viciani e della sua società: «Ci sono delle indagini in corso poiché la procura antidoping ha riaperto il caso dopo gli ultimi sviluppi; noi siamo a disposizione degli inquirenti e la nostra coscienza è pulita, ripeto che non abbiamo assolutamente nulla a che fare con la positività di Bani». Eppure dalle interviste rilasciate da Eugenio e Fabrizio Bani sembra che con gli atleti tesserati venissero usati con troppa disinvoltura siringhe e medicinali… «Sono delle assurdità, noi parliamo di vitamina B6 e B12 e non è mai esistito un doping organizzato come si vuol far apparire e di conseguenza nemmeno un trattamento sistematico settimanale a base di iniezioni e di sostanze misteriose. Secondo il nostro rigido protocollo interno le punture vengono tuttora fatte solo quando servono e unicamente su prescrizione del medico sociale, il dottor Stinchetti, che è a disposizione degli inquirenti per certificare quanto da lui prescritto, vale a dire medicinali e integratori del tutto leciti. In più tali medicinali con ricetta medica venivano e vengono acquistati all’occorrenza soltanto dal sottroscritto o da pochi altri dirigenti opportunamente autorizzati, mai dai direttori sportivi o da altri collaboratori del club. Ci comportiamo così da sempre proprio per evitare di correre dei pericoli in materia di doping, per poter avere sempre tutto sotto controllo e inoltre non rimborsiamo mai ai nostri atleti l’acquisto di medicinali non prescritti dal medico sociale. A testimonianza del nostro metodo di lavoro improntato alla massima trasparenza e serietà ci sono gli importanti risultati ottenuti nel corso degli anni dai nostri ragazzi, atleti famosi come Ulissi, Sbaragli, Fiumana che hanno vestito più volte la maglia azzurra e che non hanno mai avuto nessun problema con l’antidoping perché la nostra è una società pulita». Viciani smentisce anche il paventato (da Ivano Fanini) rapporto di favore instaurato con il presidente della FCI Renato Di Rocco: «Quella che io sarei l’autista privilegiato di Di Rocco è una storia ridicola che non sta in piedi: per l’esattezza e a mia memoria mi è capitato soltanto una volta di accompagnare Di Rocco a una festa ciclistica nel pisano e ciò accadde per caso; inoltre non ho mai affermato che a dopare Bani ai campionati italiani fosse stato un membro del comitato toscano della FCI, come ha detto inspiegabilmente Fabrizio Bani in un’intervista. Evidentemente si vuole gettare discredito sulla mia figura e sull’immagine della società ma a tale proposito ci difenderemo nelle sedi opportune». Viciani conclude con una riflessione riguardante Eugenio Bani: «Non siamo stati noi a doparlo, come ho già detto; gli eventuali colpevoli vanno ricercati altrove, al di fuori dell’ambiente del nostro club. Tengo a precisare che Bani ha sempre trascorso pochissimo tempo nel nostro ritiro di Empoli; in pratica arrivava il sabato solo per aggregarsi alla squadra e andare alle gare e quindi non potevamo controllare le sue frequentazioni durante il resto della settimana. In più non voglio che si accosti il nome di Baronti a quello della nostra società e dico a coloro che hanno fatto risaltare la positività alla medesima sostanza vietata di Baronti stesso da cicloamatore e di Eugenio Bani, che da metà maggio abbiamo licenziato Baronti e che Bani è risultato positivo ad un controllo del 24 giugno, di conseguenza le date non collimano, se si vuole far ritenere responsabile il team Ambra-Cavallini-Vangi. Inoltre mi sembra sospetto l’atteggiamento di Bani, che si è sempre dimostrato amichevole nei nostri confronti e che solamente dopo la comunicazione della squalifica a 21 mesi ha iniziato a dipingerci come il diavolo. Nessuno mi toglie dalla testa che se ad Eugenio fosse stata inflitta una sospensione più breve tutto questo pandemonio non sarebbe nato».
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9 gennaio - DUE ANNI A RAMZI PER IL CERA AI GIOCHI DI
PECHINO
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MANAMA - Sospeso fino al 3 maggio del 2011. Il mezzofondista Rashid Ramzi è stato squalificato due anni per doping dalla federazione di atletica del Bahrain dopo la confisca della medaglia d'oro vinta nei 1.500 alle olimpiadi di Pechino 2008. L'atleta di origini marocchine è uno dei cinque risultati positivi all'epo di nuova generazione, il cera. La squalifica di Ramzi parte dal 3 maggio 2009. La medaglia d'oro olimpica è stata così assegnata al keniota Asbel Kipruto Kiprop.
8 gennaio - DOPO LA CADUTA AL GIRO, HORILLO IN LACRIME SI RITIRA
ROTTERDAM
- Lo spagnolo Pedro Horrillo, 35 anni, ha annunciato a Rotterdam, nel corso
della presentazione del Team Rabobank, che lascia l'attività agonistica, 8 mesi
dopo la grave caduta nel Giro d'Italia del centenario, nella tappa con arrivo a
Bergamo. "Io non sono più un corridore - ha detto Horrillo, scoppiato in lacrime
-. Questa è una brutta notizia, ma devo pensare positivo ed essere contento di
avere salvato la pelle". "Ho preso la mia decisione la settimana scorsa. Ho
parlato diverse volte con i medici, mi hanno detto che non sarei tornato quello
di prima. Quindi preferisco fermarmi", ha detto lo spagnolo. Horrillo era caduto
nella discesa del Culmine di San Pietro, nei pressi di Bergamo, durante l'8/a
tappa, compiendo un volo di quasi 80 metri. Nella foto Sirotti accanto (cliccare
per ingrandire) il recupero con l'elicottero dello sfortunato corridore dopo
l'incidente. Horrillo nella caduta si era
fratturato la gamba e la rotula del ginocchio: per giorni è rimasto in coma
farmacologico. "Quando mi svegliai volevo riprendere a correre, ci ho sperato a
lungo. Nel mese di ottobre ho lasciato le stampelle, ma i medici alla fine mi
hanno convinto a smettere", ha detto Horrillo. L'atleta spagnolo ha ringraziato
la squadra, la Rabobank, che gli ha proposto di proseguire il rapporto con un
altro incarico. Dopo avere indossato le maglie di Seguros e Quick Step, Horrillo
nel 2005 era stato ingaggiato dalla Rabobank, per gareggiare al fianco del
connazionale Oscar Freire. Nel suo personale palmares spiccano 7 successi tra i
professionisti.
7 gennaio - DOPING FRA I GIOVANI: CHE SPORT E' SE PESA COSI' TANTO LA
FARMACIA?
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ROMA - Cambiare indirizzo alla base per sperare che qualcosa cambi al vertice. E l'auspicio che l'epoca degli scandali e delle positività a ripetizione al doping venga se non proprio chiusa almeno calmierata. Parli con i dirigenti del ciclismo nazionale e mondiale e su questi principi non puoi che trovare l'accordo generale. A parole. Perché poi i fatti dicono altro. Dicono, ad esempio, che nelle categorie giovanili - parliamo anche di ragazzi dai quindici ai diciotto anni - l'abitudine a "trattamenti" farmacologici talmente complessi e insistenti da rasentare l'accanimento terapeutico, è una prassi consolidata, riconosciuta e accettata da tutti. Atleti, dirigenti societari e ancor più dirigenti ed istituzioni sportive che fanno poco per risolvere il problema. Disintossicanti epatici, vitamine a dosi massicce, antidolorifici, sali minerali, amminoacidi, ferro, vaccini vari (antibatterici, antiinfluenzali), acido folico; e ancora; iniezioni intramuscolo ed endovenose in varie misture, pasticche in varia combinazione, prima, durante e dopo la gara, per restare solo nell'ambito delle pratiche e delle terapie lecite.
Se tutto questo diventa necessario in una società-tipo di giovani juniores come la toscana Ambra Cavallini Vangi - come è emerso nel recente caso di positività dello junior Eugenio Bani ( VAI AL VIDEO DELLA CONFESSIONE ) - c'è da chiedersi di quale sport parliamo e a quali valori e valenze educative facciamo riferimento in categorie dove il risultato agonistico, pure importante, non dovrebbe essere l'unico obbiettivo. La situazione emerge drammatica nelle carte del procedimento di sospensione per positività alla gonadotropina corionica (hcg), un ormone che stimola la produzione di testosterone (l'ormone della forza e del recupero), di una giovane e validissima promessa azzurra delle ruote a pedali: il diciottenne Eugenio Bani, fermato dopo il campionato italiano juniores del giugno scorso ad Imola. Una positività inspiegabile per tutti: atleta e dirigenti stessi. Che al momento ha una sola vittima l'atleta stesso, squalificato per 21 mesi.
Se è vero quanto afferma il giovane toscano e cioè che lui non ha subito altri trattamenti che quelli stabiliti con cadenza addirittura settimanale dalla società, c'è davvero da riflettere. Menzogne? I fatti riguardano una società chiacchierata ("perché vinciamo tanto", dicono i dirigenti); un collaboratore cacciato "perché parla troppo"; comportamenti discutibili, come l'uso del bicarbonato "per tamponare la formazione di acido lattico", spiega uno dei massimi dirigenti societari alla Procura Coni, pratica proibita secondo la legge 376/2000; un camper che segue i corridori, dove si somministrano pasticche e punture; uno zainetto con i medicinali e la sigla di un'altra società (per sviare eventuali controlli riportano i maligni) che viaggia avanti e indietro.
Ma, al di là delle responsabilità che non spetta a noi stabilire (l'atleta accusa la società che nega ogni addebito) c'è un fatto di cui tener conto di fronte a pratiche, sia pur lecite, che fanno pensare a trattamenti per polli da batteria: a te un tanto di chicchi di grano a te l'integratore, a te l'endovena, a te la pasticca prima della gara perché non sei potuto venire nella sede del ritiro infrasettimanale dove con regolarità cronometrica gli atleti a turno vengono sottoposti alla cosiddetta "reintegrazione": punture ed endovene a go-go. "Nelle mie visite - spiega il medico sociale Stinchetti alla Procura Coni - a novembre 2008, gennaio 2009 e aprile 2009 ho prescritto vaccini antinfluenzali, vaccini antibatterici per uso orale, complessi vitaminici di supporto (vitamina B12m B4, B1), acido folico e disintossicanti epatici (...) riguardo al Bani a gennaio un ciclo di Prefolic50 per 6 settimane (5 siringhe una per settimana), Mionevrasi per la durata di due settimane (6 siringhe suddivise due a settimana), vitamina E e C in compresse per sei-otto settimane (1 al giorno). Ad aprile ricordo di aver prescritto ancora Prefolic50, Tad 600 una fiala per due volte la settimana per circa tre settimane; vitamina B1, B6 per tre settimane (due volte la settimana). (...) Ai primi di giugno, mi sembra ma non sono sicuro di aver fatto una prescrizione simile a quella di aprile al Bani ad altri atleti, considerato che quello è il periodo di maggiore attività agonistica". Frase di per se rivelatrice: tutto è mirato non già alla cura di qualche patologia, come dovrebbe essere, ma alla prestazione, alla necessità di accelerare recuperi e ripristinare il prima possibile le capacità atletiche spingendo in qualche modo (nelle regole in questo caso) l'organismo degli atleti. Come se recuperare rapidamente e non in via fisiologica lasciando al fisico i tempi giusti fosse una necessità impellente, manco fossimo al più alto livello professionistico.
Tutto per cosa? Oltre alla vanagloria di dirigenti piccoli piccoli che litigano perché l'uno è seguito dai "media" locali e l'altro no, per poter dire allo sponsor: "abbiamo centrato tot vittorie"? Facendo i calcoli si vede che quasi ogni giorno l'atleta deve assumere qualcosa o sottoporsi a qualche iniezione o pratica. La domanda viene spontanea: ma che sport è uno sport dove la farmacia pesa così tanto? Che messaggio passa ai giovani con un simile sistema che Bani stesso definisce irrinunciabile: "Altrimenti non trovi posto né lì nè in nessun'altra squadra. Sono convinto che è così in tante se non proprio in tutte le formazioni giovanili. E' il sistema che è corrotto e ci corrompe e noi siamo costretti ad andare dietro a queste cose altrimenti non si arriva"? E ancora: che insegnamenti possono dare ex corridori coinvolti a loro volta in vicende doping, magari rei confessi e oggi collaboratori o dirigenti di società? Che valori si trasmettono alle categorie giovanili? Che senza l'aiuto o l'aiutino - lecito o meno che sia - non si va avanti? E cosa comporta questo clichet se non l'abitudine ad appoggiarsi a qualcosa di esterno (trattamento o farmaco che sia) nei momenti critici della vita sportiva? E cosa può portare questa consuetudine "sportiva", una volta usciti - per un motivo o per l'altro - dalla rutilante ribalta delle gare e delle vittorie, se non a far ricorso ad "aiuti" esterni che spesso si identificano con i famosi "paradisi artificiali" per dribblare la depressione? Esempi concreti e drammatici che fanno la storia triste del ciclismo attuale ce ne sono a bizzeffe. Siamo su uno scivolo molto insidioso e nessuno fa qualcosa per evitarne i rischi.